Risate Mad in Italy

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Da lunedì 29 gennaio in prima serata su Rai 2, Gigi e Ross ed Elisabetta Gregoraci, con la band diretta dal maestro Stefano Palatresi, conducono uno show comico per divertirsi e divertire

9 gennaio 2023 MADE IN ITALY Elisabetta Gregoraci, Gigi e Ross

Gigi e Ross ed Elisabetta Gregoraci sono i padroni di casa di “Mad in Italy”, il nuovo show comico della prima serata di Rai 2, in onda dall’Auditorium degli studi Rai di Napoli da lunedì 29 gennaio. Sei puntate durante le quali il meglio della comicità italiana garantirà leggerezza e risate, in un programma al sapor di Varietà, in cui la band diretta dal maestro Stefano Palatresi sarà in connessione continua con i protagonisti della puntata e con i conduttori.  Un cast di oltre 40 artisti si alterneranno sul palco per divertirsi e divertire.
Lo show porterà il pubblico al centro di uno spettacolo ricco di ospiti, sketch, musica, personaggi e monologhi proprio perché i protagonisti saranno proprio i comici, con una alternanza sia di quelli già amati dal grande pubblico, come Vincenzo Albano, Mago Paris, Pablo e Pedro, Arteteca, Ciro Giustiniani, Mino Abbacuccio, Mariano Bruno, Quartetto Cera e Laura Magni sia di quelli nuovi, tutti da scoprire come: Luce Pellicani, Omar Pirovano, Max Gallicani, Max Sammaritani e Marco Turano. Uno show, attuale, attento ai cambiamenti e alle mille sfumature dei tempi, dei trend e delle mode che cambiano di continuo.
La scenografia con i suoi colori caldi dove dominano i toni del rosso e del fucsia, illuminata dai led, conferisce suggestioni e rievocazioni creando un’atmosfera magica, a seconda delle emozioni che saranno raccontate nei vari momenti della trasmissione. “Mad in Italy” è una produzione Direzione Intrattenimento Prime Time in collaborazione con Tunnel Produzioni. È un programma di Antonio Azzalini, Federico Andreotti, Dario Baudini, Antonio De Luca, Massimo Dimunno, Nando Mormone, Alessio Tagliento. La regia è di Andrea Fantonelli.

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La lunga notte

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Giacomo Campiotti narra le tre settimane precedenti l’ultima riunione, tra il 24 e il 25 luglio 1943, del Gran Consiglio, organo supremo presieduto da Benito Mussolini, che segnò la fine del regime fascista. Nel cast Alessio Boni, Duccio Camerini, Marco Foschi, Aurora Ruffino, Martina Stella e Lucrezia Guidone. Da lunedì 29 a mercoledì 31 gennaio su Rai 1

Sceneggiata da Franco Bernini e Bernardo Pellegrini, con la consulenza storica di Pasquale Chessa, “La Lunga Notte. La caduta del Duce” narra le tre settimane precedenti la notte tra il 24 e il 25 luglio 1943. Ripercorrendo i fatti che condussero a quel momento cruciale, che vide il Gran Consiglio presieduto da Benito Mussolini decretare la fine del regime fascista, la serie racconta la Storia italiana con la S maiuscola, insieme alle storie di uomini e donne che agirono da protagonisti e misero in gioco il loro destino personale, oltre a quello del Paese. Un grande cast, che vede in scena Alessio Boni (Dino Grandi), Duccio Camerini (Benito Mussolini), Marco Foschi (Galeazzo Ciano), Lucrezia Guidone (Edda Ciano), e ancora Ana Caterina Morariu (Antonietta Grandi), Flavio Parenti (Umberto di Savoia), Aurora Ruffino (Maria Josè del Belgio), Martina Stella (Clara Petacci) e dietro la macchina da presa il regista Giacomo Campiotti.

La vicenda ci riporta al luglio del 1943, quando le truppe angloamericane sbarcano in Sicilia, e gli aerei americani bombardano Roma. Hitler, scontento dell’alleanza con un’Italia incapace di fermare l’avanzata delle truppe nemiche, mortifica il Duce accusandolo di non saper punire i traditori, intendendo per traditori, anche il Re e l’esercito. In questo terremoto di incertezza, Dino Grandi, Presidente della Camera dei fasci, è l’uomo che intuisce che il baratro è vicino, che bisogna destituire Mussolini in maniera legittima, convocando il Gran Consiglio, per poi rimettere il Paese nelle mani della famiglia Reale, riallacciando i rapporti con l’Inghilterra e il Vaticano. Il Re Vittorio Emanuele III non prende una posizione e cerca di mantenere il potere, mentre la principessa Maria Josè trama con il Vaticano e gli Inglesi per rimuovere Mussolini allo scopo di liberare l’Italia dalla dittatura, ma anche per vedere suo marito Umberto di Savoia, figlio del regnante, ascendere al trono. Edda Ciano, figlia di Mussolini, è combattuta tra l’amore intenso per il padre e quello per il marito Galeazzo desideroso di prenderne il posto. E poi ci sono le due donne del Duce, la moglie Rachele e l’amante Claretta Petacci, tutte e due preoccupate per l’esito tragico che comincia a profilarsi. Entrambe valide strateghe e consigliere, in questo frangente rimangono inascoltate. In questo passaggio d’epoca, paura e ambizione al potere sono le protagoniste. Agguati, pestaggi, omicidi, alleanze segrete, imboscate, tradimenti, inganni sembrano non risparmiare nessuno.
E quando finalmente, la notte del 24 luglio, Mussolini convoca il Gran Consiglio a Palazzo Venezia, la trama segreta è ordita. Dino Grandi si reca all’incontro con due bombe a mano nelle tasche, pronto a tutto. È difficile reggere la sicumera di Mussolini che millanta forze armate e unità del Paese mentre gli altri gerarchi urlano ‘al traditore’. Ma Grandi non trema e porta avanti il suo piano. «Tutti i personaggi di questo film hanno evidentemente un preciso valore storico, frutto delle scelte e delle azioni, in gran parte scellerate, da loro compiute – afferma Giacomo Campiotti – Piuttosto che rappresentarli come icone di un saggio storico, ho provato ad indagare il punto di vista di ognuno di loro: le personalità, il carattere, le debolezze, i fantasmi del loro privato che sono l’altra faccia della medaglia. Mi sembra che via via, in questa serie, prenda forma un disegno interessante e forse originale, dove un potere corrotto è arrivato all’ultimo atto e dove i potenti – chiusi nei loro palazzi o nelle loro ville – si trovano alla fine annientati dai propri errori, gli stessi errori con cui hanno già schiacciato milioni di persone. Il male, prima o poi, colpisce anche chi lo fa. Dino Grandi è certamente coinvolto a molti livelli nelle responsabilità fasciste. Ad ogni modo, quando molto, troppo tardi, si rende conto che la situazione sta precipitando, decide di intervenire, sapendo di correre dei rischi, mettendo a repentaglio la propria vita».

Alessio Boni è Dino Grandi

«‘La lunga notte’ parla delle tre settimane che precedettero il Gran Consiglio indetto sull’ordine del giorno di Dino Grandi, che prevedeva che i poteri civile e militare tornassero al Re per fermare il delirio di Mussolini, che accettò che il Gran Consiglio si tenesse, per capire chi fossero i traditori tra i suoi fedelissimi. Dino Grandi fu talmente bravo, era un avvocato e trasmetteva una sorta di coraggio negli altri, da convincere anche Ciano, genero di Mussolini. Riuscì ad avere 19 voti a favore, 7 contrari e un astenuto, quindi vincendo l’ordine del giorno. Mussolini, alle otto del mattino si recò subito dal Re, Vittorio Emanuele III, chiedendo di fare fucilare i traditori. Ma il Re prese questo appiglio costituzionale, e non vedeva l’ora, così non fidandosi fece incarcerare Mussolini e mise al potere Badoglio. Questa è la storia. Dino Grandi riuscì a creare un’incrinatura, la prima del fascismo, che verrà poi debellato dagli angloamericani insieme ai partigiani».

Duccio Camerini è Benito Mussolini

«Un compito difficile, un personaggio scomodo, il grande convitato di pietra della storia italiana. Era un periodo molto particolare, non c’erano più le adunate oceaniche, ormai Mussolini non usciva più da Palazzo Venezia, c’era pericolo di attentati, si percepiva una fase discendente. Si aveva un’immagine di questo ‘sovrano’ in caduta, più fragile. Lui non ha voluto dare voce a quella sua fragilità perché ha continuato a pensare caparbiamente di avere una via d’uscita. La serie parla di un argomento storico pochissimo conosciuto, la lunga notte del Gran Consiglio. Il Gran Consiglio è qualcosa di cui sappiamo per reminiscenze scolastiche, ma non più di questo. All’interno di quella stanza le strategie, i pesi, i contrappesi sono stati determinanti per la storia del nostro Paese. Ad avermi colpito è stata la divisione in comparti del cervello di Mussolini: il suo essere timoroso e contemporaneamente essere certo di avere una via d’uscita. Mi hanno colpito la sua violenza e le sue fragilità, che sono tutte contemporanee. La sfida di questo personaggio è stata proprio quella di renderle contemporaneamente. Speriamo di esserci avvicinati».

Aurora Ruffino è Maria José del Belgio

«Interpreto Maria José, che è stata principessa d’Italia, un personaggio femminile non molto conosciuto, che non si studia quasi mai a scuola. Sono felice di avere avuto l’opportunità di scoprire la sua incredibile storia. Si diceva di lei che fosse l’unico uomo di casa Savoia, è stata la sola ad avere avuto la forza, il coraggio, di provare a fare qualcosa per gli italiani. Sapeva che Mussolini avrebbe portato l’Italia al disastro, era contro il fascismo, ed era una donna che nonostante la paura, perché sapeva di essere spiata dalla polizia segreta, ha sempre tentato di mettere in sicurezza la sua gente. Ha avuto il coraggio di rimanere legata alle sue idee di libertà e di rispetto per il suo Paese».

Martina Stella è Clara Petacci

«Clara Petacci è un personaggio emotivamente molto complesso, oscuro, carico di ombre. Una donna che nasce e viene cresciuta nel mito del Duce. Si ritrova a essere la sua amante in un rapporto totalizzante. Abbiamo cercato di raccontare le ombre e la complessità di questo rapporto. Ho cercato di avvicinarmi a lei con un lavoro psicologico intenso».

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La Rosa dell’Istria

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Stranieri in patria

Una piccola vicenda che diventa una storia universale, quella di chi ha dovuto e deve abbandonare la propria terra per un domani incerto, ritrovandosi nell’incubo dell’emarginazione. Il dramma dell’esule nel film diretto da Tiziana Aristarco, ispirato al racconto di Graziella Fiorentin “Chi ha paura dell’uomo nero?”, in onda su Rai 1 il 5 febbraio in occasione de “Il giorno del ricordo” celebrato il 10 febbraio

Canfanaro, Istria. Maddalena Braico (Gracjela Kicaj) ha diciotto anni e sogna di diventare una pittrice, ma la Seconda Guerra Mondiale sconvolge i suoi piani e quelli della sua famiglia. I partigiani titini arrivano in paese e la famiglia Braico deve fuggire. Durante la fuga si trovano coinvolti in uno scontro a fuoco e il fratello di Maddalena, Niccolò (Costantino Seghi), viene colpito. La famiglia Braico, distrutta, trova riparo a Cividale del Friuli dallo zio Giorgio (Fausto Maria Sciarappa). Qui provano a ricominciare, ma non è facile. Antonio (Andrea Pennacchi), il papà di Maddalena, è un medico, ma per sfamare la famiglia comincia a lavorare come semplice operaio. A scuola Maddalena è presa di mira dai nuovi compagni per le sue origini istriane. Un giorno arrivano perfino a strattonarla, ma Leo (Eugenio Franceschini), che è lì di passaggio, riesce a mandarli via. Leo è un ragazzo affascinante e, come Maddalena, ama l’arte e la pittura. I due diventano subito amici e Leo spinge Maddalena a seguire il sogno di diventare un’artista, mentre Antonio vuole che sua figlia pensi alla scuola e a un futuro sicuro. Il legame di Maddalena con Leo diventa così forte che, all’amore per l’arte, si unisce presto quello sentimentale, messo a rischio dagli eventi. Antonio, infatti, trova finalmente lavoro come medico condotto e dovrà nuovamente trasferirsi. Maddalena, invece, non vuole lasciare Leo e, disperata, corre da lui, scoprendo però che il ragazzo è sparito. Delusa, Maddalena abbandona quindi i suoi dipinti e parte con la famiglia. Le disavventure, tuttavia, non sono finite per i Braico che dovranno sopportare altri momenti difficili e anche perdite dolorose. Il tempo intanto passa e i sogni di Maddalena sembrano essere ormai un lontano ricordo. E, mentre l’Italia festeggia la fine del conflitto, Leo ritorna: non ha mai dimenticato Maddalena. I due ragazzi decidono quindi di trasferirsi a Padova, dove finalmente potranno vivere della loro arte. L’allontanamento di Maddalena, però, spezza il cuore di Antonio, che continua a non accettare la vocazione di sua figlia. Ma sarà proprio inseguendo il suo sogno che Maddalena scoprirà la verità su Niccolò, suo fratello. Le storie degli esuli istriani e dalmati, quelle dei dimenticati, saranno il tema al quale Maddalena consacrerà la sua arte, riunendo così tutta la famiglia Braico non solo nel ricordo, ma anche nella speranza di un domani migliore.

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Il Festival è un fiore

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Spettacolo nello spettacolo. Gaetano e Maria Chiara Castelli firmano la scenografia: il palco del Teatro Ariston prende le forme di un’orchidea

Un fiore sbocciato sul palco dell’Ariston, tra giochi di specchi e trasparenze: è la suggestione che, abbandonando la dimensione puramente orizzontale/verticale, ha accompagnato Gaetano e Maria Chiara Castelli nell’ideare la scenografia del Festival di Sanremo 2024, che tornano a firmare lui per la ventiduesima volta e lei per la decima. «Quest’anno – affermano – abbiamo voluto affidarci a forme organiche, prendendo spunto da un fiore come l’orchidea e dai suoi petali, esasperandone le forme, per disegnare in modo morbido anche le due scale laterali, volute da Amadeus, dalle quali scenderanno gli artisti in gara. La parte centrale, invece, sarà automatizzata e si potrà alzare per diventare la “porta” di conduttori e ospiti verso il palco, sotto il quale trova spazio l’orchestra». Il tutto “illuminato” da un gioco di materiali scenografici semitrasparenti che possono dare alternativamente l’effetto di vetri o specchi: «E’ stato un lavoro molto impegnativo e complesso – aggiungono – che ha direttamente coinvolto il direttore della fotografia, Mario Catapano, e il gruppo che si occupa della grafica, proprio perché si tratta di un’illuminazione che ha abbandonato i tradizionali proiettori su americane e che è fortemente integrata alla scenografia, con effetti sorprendenti per le ‘trasformazioni’ che può creare sul palco dell’Ariston. E non solo, perché anche la platea entrerà nella scenografia con un elemento specchiato sospeso». Un lavoro che è cominciato già a marzo del 2023, poco dopo la fine del Festival, e che si è concretizzato con l’inizio della costruzione della scenografia al Teatro Ariston, ai primi di dicembre. «Un lavoro davvero non semplice, ma che ci auguriamo possa essere degna e suggestiva cornice televisiva e teatrale per il quinto Festival di Amadeus. E ci teniamo a ringraziare il nostro collaboratore Manuel Bellucci e tutti i professionisti Rai della scenografia, delle luci e della grafica che hanno contribuito a questa nuova creazione».

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Le sfide del teatro, la popolarità delle serie Tv

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È la direttrice dell’IPM Sofia Durante in “Mare Fuori”, è Edda Ciano ne “La lunga notte. Il RadiocorriereTv intervista l’attrice, in onda con le serie di Rai 2, Rai 1 e RaiPlay

Seconda volta nel “Mare Fuori”. Che “navigazione” umana e professionale è stata?

È stata un’esperienza pazzesca, inaspettata. Umanamente ho incontrato persone speciali, sia tra gli adulti sia tra i ragazzi più giovani. Si sono creati dei bei rapporti, per alcuni dei ragazzi mi rendo conto di essere diventata anche un po’ un riferimento per consigli e sfoghi… cerco di essere sempre presente. Professionalmente non ci aspettavamo un successo del genere, era inimmaginabile pensare ai numeri che sono stati fatti o al tipo di fenomeno che si è creato. Il set, poi, è un bellissimo momento, complesso ma arricchente. Le storie sono tante, è un set numeroso… rumoroso… ma molto caldo. La cosa che più di tutte scalda, è sapere che ci sono dei fan fuori dai cancelli che ci aspettano.

Come è evoluto il suo personaggio?

In maniera inaspettata, anche qui. Quando ho letto le sceneggiature mi sono sorpresa sia dei rapporti sia delle modalità di evoluzione. Mi ha fatto commuovere. Quando riguardavo le scene mi faceva tenerezza per la sua difficoltà a cedere, insieme al suo disperato bisogno di farlo.

Come interpreta Sofia Durante la missione educativa dei ragazzi? E per lei, qual è il valore dell’educazione?

Per me è un valore fondamentale. Sia in famiglia sia a scuola, nelle istituzioni. È la chiave, e troppo spesso ci dimentichiamo di quanto sia importante. Sofia fa fatica a credere in un messaggio morbido di rieducazione, non si fida, ma piano piano imparerà anche lei.

Cosa rappresenta nella sua carriera “Mare Fuori”?

Una bellissima parte di cammino, dei temi forti da raccontare. “Mare Fuori” mi ha dato anche la possibilità di farmi conoscere da un pubblico nuovo e molto ampio… sono molto grata a questo progetto per tante ragioni.

Cambiamo capitolo, la vediamo tra i protagonisti de “La lunga notte”. Com’è andata nei panni di Edda Ciano?

È stata un’avventura, sicuramente. Non abbiamo fatto un lavoro di ricalco minuzioso del personaggio dal punto di vista fisico… il regista era più interessato a prendere e raccontare solo determinate parti della personalità di Edda Ciano in relazione alla porzione di storia che raccontava.

Un racconto storico complesso, cosa l’ha affascinata?

Un tuffo dentro un universo completamente diverso dal mio, che mi ha affascinato proprio perché molto distante. Io sono molto attratta dai film ambientati in epoche diverse dalla mia, mi piace sospendermi dentro un tempo diverso e spero mi capiti sempre più spesso.

Abbiamo parlato di due donne diverse in mondi distanti… cosa cerca in un personaggio?

Cerco sempre qualcosa di forte, che mi scuota. Delle sfide magari, o degli universi che mi affascinino… una buona scrittura. Non è sempre facile capire, bisogna anche fare degli errori per rendersi conto delle direzioni che si vogliono intraprendere e delle trappole dove non ricadere assolutamente.

È in tournée teatrale, quanto il teatro ha contribuito a renderla l’attrice che conosciamo?

Il teatro è la mia casa, mi tiene in piedi e mi fa confrontare con delle sfide molto grandi. Adesso sono in prova con “The City”, un testo del drammaturgo contemporaneo Martin Crimp e saremo in tour fino a inizi aprile. Un testo veramente molto complesso, sicuramente mi spinge ad uscire dalla mia comfort zone.

Quanto la rende felice il suo mestiere?

Molto, è una grande passione e sicuramente contribuisce a rendermi felice, insieme però a tante altre cose… non deve esserci solo il lavoro. Mi piace viaggiare ad esempio, incontrare culture diverse dalla mia ed espormi a nuove esperienze. Quando si fa un lavoro che appassiona a volte ci si dimentica che ci sono altre parti che invece bisogna continuare a coltivare.

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Sogno in grande

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LORENZO ZURZOLO

«Mi pongo sempre nuove sfide, nuovi obiettivi, spesso inarrivabili per impegnarmi di più e non correre il rischio di accontentarmi» racconta il giovane attore romano tra i protagonisti de “La Storia” di Francesca Archibugi, lunedì 22 e martedì 23 gennaio in prima serata su Rai 1

Si aspettava questo successo, l’affetto del pubblico?

Me l’aspettavo, ma non così tanto. Sul set si avvertiva la consapevolezza che stavamo facendo una cosa bella, mi sono sempre sentito bene in questo progetto, supportato perfettamente da Francesca (Archibugi, regista) e da un cast da sogno. Per me è stato un onore confrontarmi con questi professionisti, dalla regista a Jasmine Trinca, Elio Germano, Valerio Mastandrea, Asia Argento. Tutto ha funzionato alla perfezione, siamo stati un dream team a cui tutti hanno partecipato, attori, maestranze…

Cosa vi ha legato veramente?

Tutti avevamo chiara l’importanza del libro di Elsa Morante e il senso di responsabilità che deriva dal raccontare una storia di questa portata. Ci siamo presentati con la massima umiltà, mantenendo un approccio di rispetto e totale fedeltà, e in questo è stata fondamentale la guida della Archibugi che, essendo anche una sceneggiatrice, ha avuto la sensibilità di trovare le parole più giuste per immergere un attore dentro la giusta emotività. Un’esperienza bellissima.

Tra le pagine di Elsa Morante c’è veramente tanto, un libro che parla ancora oggi di noi, di quello che siamo stati, di quello che potremmo essere in futuro. Cosa le è rimasto di queste parole?

Del libro avevo sentito parlare molto, ma prima della serie non lo avevo letto. Quando ho saputo dei provini, ovviamente è stato la base della mia preparazione, il punto fondamentale da cui partire per entrare dentro il progetto. Sono rimasto scioccato dalla bellezza, dalla profondità, dalle emozioni che questo testo è riuscito a suscitare in me. Ho, in qualche modo, avvertito quello che fino ad allora erano stati solo racconti dei miei nonni, che la guerra l’hanno vissuta veramente, l’angoscia e le notti insonni durante i bombardamenti. Per me è qualcosa di inimmaginabile, ma per Davide Segre, il personaggio che interpreto ne “La Storia”, è devastante.

Interpreta un ragazzo della sua età, un ebreo, anarchico che ripudia la violenza. Cosa le è rimasto?

Mi ha colpito la fragilità di questo ragazzo, costretto a fronteggiare qualcosa di molto più grande, una guerra alla quale non voleva assolutamente prendere parte. Si è però trovato ad assistere allo sterminio e alla deportazione della propria famiglia e qualcosa cambia anche in lui. Per me è stata una sfida grande, ho cercato di rendergli giustizia, e Francesca Archibugi è stata fondamentale.

Ci racconta com’è iniziato questo viaggio ne “La Storia”?

Ho lavorato subito con la regista e ho cercato di dare il massimo, ho letto con estrema attenzione il libro e credo che la mia voglia di prendere parte al progetto sia venuta fuori con forza.

Per quali ragioni i giovani di oggi dovrebbero immedesimarsi in una storia così lontana dalla nostra contemporaneità, almeno in apparenza?

Una delle cose che mi ha colpito, nel romanzo e nei racconti della guerra, la grande solidarietà tra le persone che, nell’estrema difficoltà, provavano a sopravvivere insieme. È una caratteristica dell’essere umano che, quando si trova costretto ad affrontare dei momenti buoi, cerca sostegno nell’altro per farsi forza. È successo anche durante la pandemia, figuriamoci durante la guerra. Sarebbe bello manifestare questo tipo di atteggiamento sempre, non solo nei momenti brutti.

La recitazione è oggi la sua strada, ma quand’è entrata nella sua vita?

Molto presto, a sette anni con una pubblicità con Francesco Totti, un sogno per me che sono romanista. All’inizio non mi rendevo conto di nulla, era tutto un gioco che mi faceva saltare scuola ogni tanto, ero la mascotte dei set… A dodici anni partecipai al film “Una famiglia perfetta” di Paolo Genovese, dove ho conosciuto due insegnanti di teatro che mi hanno un po’ cambiato la prospettiva. Mi sono reso conto che volevo essere un attore, stare dentro questo mondo.

Un passaggio quasi naturale…

Sono cresciuto sui set, quasi non mi sono reso conto di quel che accadeva, ora non ne posso fare a meno. Il set è il posto dove sto meglio in assoluto, a mio agio, e se passa troppo tempo da un lavoro a un altro mi manca terribilmente.

A un certo punto è esploso come attore, raggiungendo molta notorietà… come vive tutto questo?

Sono una persona molto riservata, spinta però dalla passione per il mestiere. L’affetto della gente mi fa piacere, riesco a gestire bene la mia vita al di fuori, non sono neanche uno che condivide molto di sé sui social, quindi la normalità non viene meno. Qualche volta per strada vengo fermato per una foto, per esempio, ed è anche bello. C’è di peggio nella vita (ride).

Quando si raggiunge la notorietà così giovani come cambiano obiettivi e sogni?

Mi pongo sempre nuove sfide, nuovi obiettivi, spesso inarrivabili per impegnarmi di più e non correre il rischio di accontentarmi.

Dove la vedremo prossimamente?

Ci sono un po’ di cose in uscita, “M. Il figlio del secolo” di Joe Wright (tratto dal romanzo di Antonio Scurati) per rimanere in tema Seconda guerra mondiale, ho preso parte con un piccolo ruolo nel film di Julian Schnabel (“In the hand of Dante”). E poi sento ancora l’emozione per “EO” di Jerzy Skolimowski (pellicola candidata agli Oscar come miglior film straniero) un’esperienza che, per quanto ami lavorare in Italia, mi spinge a sognare in grande, a pormi obiettivi sempre più difficili. Sono pronto, quindi, ad accogliere molto volentieri le sfide che mi possano portare a lavorare anche fuori dal mio Paese.

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Nel talento la chiave del successo

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Martina Socrate

Le scelte migliori per affrontare le sfide della vita. Il RadiocorriereTv incontra la conduttrice di “Skillz”, il programma che porta i giovani a conoscere le competenze digitali necessarie per il lavoro del futuro. Il programma è deato e prodotto dalla Direzione Contenuti Digitali e Transmediali della Rai ed è disponibile su RaiPlay

Qual è l’obiettivo che si è posta di fronte alla sfida di parlare di lavoro, di professioni del futuro, ai giovani, molti dei quali la seguono da tempo su Tik Tok?

L’obiettivo, condiviso con gli autori, era ed è quello di arrivare a tutti i giovani in maniera semplice e diretta, intrattenendo. Il nostro fine è quello di dare degli strumenti in più ai giovani, perché possano orientarsi tra quelle che sono le loro risorse, le loro attitudini, per quelli che sono i lavori del futuro. Partiamo dai dati concreti, dalla richiesta del mercato, in modo da indirizzare i ragazzi.

Trovare il proprio posto nelle “professioni del futuro”. Da dove si parte?

La cosa più importante, se si vuole avere successo ed essere felici nel mondo del lavoro, è individuare e conoscere il proprio talento. E ognuno ha il proprio. È certamente importante studiare, ma anche dedicarsi ad attività extracurriculari, che possano aiutarti a scoprire bene te stesso. Non è una cosa scontata, soprattutto in un mondo, come quello dei giovani, che è molto veloce, in cui spesso ci dimentichiamo un po’ di noi stessi.

Si ha talvolta l’impressione che i giovanissimi non abbiano piena consapevolezza di come a fare le differenze siano le competenze. È davvero così?

C’è la percezione che oggi si possa avere tutto ciò che si vuole, a livello di fruizione di contenuti, di possibilità di viaggiare low cost, rispetto a quanto accadeva anni fa. Abbiamo tante possibilità davanti, perché la velocità è una grande risorsa, un’opportunità, ciò non toglie che per raggiungere un obiettivo servano sforzi. La percezione di “è tutto dovuto, è tutto semplice”, c’è nei confronti delle cose che non si conoscono. Puoi anche pensare, inizialmente, che basti poco per ottenere risultati, ma quando ci provi davvero arriva il momento in cui ti rendi conto che per raggiungere un obiettivo serve impegno. Le persone che hanno talento e determinazione possono farcela.

Quanto contano il metodo, l’approccio al lavoro?

Sono tutto. Bisogna avere bene in mente l’obiettivo e lavorare di conseguenza, essere organizzati, pensare a ogni mossa e non fare niente a caso, mantenendo la propria spontaneità. È molto importante avere rispetto del lavoro. C’è chi pensa che il lavoro di content creator sia un hobby, in realtà è un lavoro a tempo pieno che richiede organizzazione, pianificazione. Dietro a qualsiasi video, anche di 30-40 secondi, c’è un lunghissimo scambio di mail. Devi pensare a tutto e devi agire con grande serietà. Se non lavori seriamente non duri tanto, soprattutto in un mondo come quello di oggi che ha aspettative altissime.

Parlare ai giovani e al tempo stesso agli adulti, come si fa?

Il programma è pensato per aiutare i giovani ma penso possa arrivare a tutti. La chiave per farlo è rendere le cose interessanti, senza annoiare, partendo dal presupposto che l’emozione facilita l’apprendimento. In ogni puntata non ci fermiamo a descrivere la skill, ma cerchiamo di incuriosire, le puntate sono dinamiche. L’obiettivo è che alla fine di ogni appuntamento chi ci segue abbia imparato qualcosa.

Da alcuni anni si rivolge ai suoi coetanei attraverso la rete, cosa ha fatto per essere credibile ai loro occhi?

Sono sempre stata coerente perché la coerenza, essere se stessi, spontanei, è fondamentale. I miei valori sono sempre stati riconoscibili in ciò che ho fatto. E questo porta la gente ad avere stima e fiducia. Al tempo stesso è fondamentale la cura dei contenuti, che devono essere interessanti, che devono insegnare qualcosa divertendo. Su questi presupposti è nato “Skillz”.

Cosa le ha insegnato, in questi anni, il suo lavoro?

Quando iniziai mi divertivo talmente tanto da non sentire ciò che stavo facendo un lavoro. Poi ho capito, anche grazie a mio padre, alla mia agenzia.

Ho imparato che il lavoro è una cosa seria e anche che i rapporti umani sono importantissimi. Parlo del rapporto con la mia community, con le persone con cui lavoro.

Che cosa le ha insegnato invece “Skillz”?

“Skillz” mi ha fatto avere nuove skill, sono cresciuta. Una cosa è fare i contenuti da sola, girarli, montarli, altro è rapportarsi con una troupe, con un gruppo di lavoro. Mi sono impegnata a essere spontanea davanti alla telecamera, a non dovere ripetere, per non fare perdere tempo agli altri. Ho lavorato sul mio self control e sulla gestione del tempo.

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Una storia eccezionale

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LEONARDO PIERACCIONI

Tre fratelli si ritrovano attorno al sogno di un padre non più vedente: il “viaggio”, il sogno, lo scoprirsi finalmente vicini. Il regista di “Pare parecchio Parigi” nell’intervista realizzata da 01 Distribution

Come e quando è entrato in contatto con questa incredibile storia vera che ha ispirato il suo quindicesimo film?

Circa 12 anni fa me la raccontò un amico. Mi parve subito eccezionale. Erano due fratelli che rimproverati dal padre morente, di non essere stati mai una famiglia affiatata, decise improvvisamente di partire per un viaggio Parigino che da tanto avevano programmato ma che non avevano mai fatto. Però i due capirono da subito che il padre, molto malato e quasi non più vedente, non avrebbe retto tutti quei chilometri e allora, lo misero comunque steso sul letto della roulotte e iniziarono a girare per il loro podere dicendogli che erano in viaggio. Il povero padre stordito dai suoi malanni ci credette, dopo cinque ore lo portarono su una collina, gli fecero vedere le lucine in lontananza di Pisa e gli dissero che quella era Parigi. Il padre finalmente soddisfatto di quel viaggio sussurrò “Parigi è bellissima”. I due fratelli non capirono mai se il padre si fosse reso conto di quel tenero viaggio immaginario o davvero credeva di essere arrivato davanti alla Ville Lumiere! Una radio locale raccontò in diretta quell’avventura che si stava consumando e un gruppetto di una ventina di romantici sognatori si precipitò ai bordi del podere per fare il tifo a quel viaggio fatto solo di fantasia.

Quali elementi della storia originale sono stati preservati e cosa c’è di inventato?

Ho lasciato l’annuncio di questo viaggio da parte del TG locale che scatena la fantasia della gente. Poi ho lasciato i rapporti dei fratelli che durante il “viaggio” si raccontarono tutte quelle cose che non si erano mai raccontati in tutta la loro vita. Quel viaggio non viaggio diventò una “zona franca” nella quale si potesse finalmente avere una resa dei conti in modo pacifico.

Come hai scelto le attrici per interpretare le tue sorelle sullo schermo, Chiara Francini e Giulia Bevilacqua?

Sono perfette per i due caratteri quasi opposti dei personaggi del film, e anche nella vita mi sono accorto “strada facendo” che sono caratterialmente molto diverse. Il problema della Francini è riuscire a spegnerla tra un ciak e l’altro in quanto è sempre un vulcano di racconti personali, di proposte, di plateali entusiasmi. Giulia Bevilacqua, è più riflessiva, più pacata, più come me e così per tutte le riprese ci siamo scambiati occhiate di benevola sopportazione per la “nostra sorella” invece sempre carica a pallettoni.

Nino Frassica è un’icona della commedia italiana: lo aveva già in mente mentre scriveva la sceneggiatura insieme a Alessandro Riccio?

Un classico dei comici puri come Frassica è che nel loro corredo hanno tutte le sfumature serie se non addirittura tragiche. Gli ho proposto un professore burbero, tosto, severo e lui ce l’aveva. L’unica cosa che non ho potuto non fare è non montare nel film certe sue battute esilaranti che da buon commediante improvvisava durante le riprese e che divertivano tutti.

Il personaggio invece interpretato da Massimo Ceccherini chi è?

È la cattiveria fatta persona! In ogni favola c’è un personaggio così che mette, in questo caso letteralmente il bastone tra le ruote. Lui è l’altrettanto cattivissima madre (Gianna Giachetti) vivono ai bordi del maneggio e guardano questo camper che passa loro davanti come un elemento di disturbo. Sono una coppia che rappresenta il veleno contrapposto alla dolcezza di quel viaggio.

La Toscana è sempre al centro dei tuoi film: come la racconti in questo e come si è svolta la lavorazione?

Mi sono accorto che quasi tutti i maneggi in campagna si assomigliano e questa volta, per comodità abbiamo girato tutto alla periferia di Roma, insomma “Pare Parecchio Toscana” ma siamo parecchio sulla Cassia a Roma nord.

Com’è stato girare una storia che si svolge per gran parte all’interno di un camper che gira in tondo all’interno di un maneggio?

Abbiamo trovato un maneggio che aveva anche delle strade asfaltate lì vicino. Dopo un’ora che si girava sempre nel solito posto siamo stati anche noi vittime della “teoria del criceto podista”. L’animaletto dopo due minuti che corre nella ruotina non sa più dov’è di preciso. E così dopo tutti quei giorni della stessa strada per otto ore al giorno avessimo visto davvero Parigi non ci saremmo meravigliati! Se fai il solito identico giro per ore e ore perdi assolutamente il senso dell’orientamento.

Questo film è una commedia che racconta però una storia vera; c’è più tenerezza?

Nei tanti film che ho fatto c’è sempre stato un momento più acceso di tenerezza, ma subito spento dalla parte comica. In questo film, sotto questo punto di vista, mi sono lasciato molto più andare. Era importante raccontare bene i rapporti di questi tre fratelli con questo padre che avevano perso di vista da anni. Ovvio che quando si raccontano queste dinamiche familiari prende il sopravvento la parte emozionale. In ogni famiglia ci sono dei non detti, delle acredini mai sopite, la mia famiglia Cannistraci non vuole vivere di rimpianti, che è come guidare una macchina che si muove solo all’indietro. I nostri quattro sentono che hanno l’ultima occasione se non per recuperare il loro rapporto, per mettere almeno qualche importante tassello a posto. Insomma, in questo viaggio è anche arrivato il momento per i nostri tre fratelli di recuperare immediatamente un Natale non passato insieme anche se siamo a Giugno e anche se siamo in un’aiuola di servizio vicino a “Parigi”.

Intervista fornita da 01 Distribution.

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Mare Fuori 4

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Su RaiPlay dal 1° febbraio e su Rai 2 dal 14 febbraio, torna una delle serie più amate di sempre.  L’Istituto Penitenziario Minorile di Napoli vede ancora una volta i giovani detenuti confrontarsi con la scelta più importante: decidere da quale parte stare e che cosa fare della propria vita. Nella quarta stagione, diretta da Ivan Silvestrini, ritroviamo molti dei personaggi che il pubblico ha imparato a conoscere, stagione dopo stagione, e altri al debutto, da Rosa a Carmine, da Pino a Edoardo, e ancora Cardiotrap, Giulia, Silvia, Mimmo, Kubra, Dobermann, Cucciolo e Micciarella

È un mare aperto quello che i protagonisti di “Mare fuori” dovranno affrontare nella quarta stagione. Il pubblico ritroverà Rosa, Carmine, Mimmo, Kubra, Dobermann, Cucciolo e Micciarella costretti a rinunciare all’amore incondizionato della famiglia, messi faccia a faccia con le loro più intime paure e con l’unico sostegno degli amici con cui scelgono di navigare. Non sarà ancora una volta così per Pino, Edoardo, Cardiotrap, Giulia e Silvia che vivono ancora, nel bene e nel male, il peso di legami familiari capaci di condizionare la loro vita. Per tutti, però, è il momento di crescere e di capire chi e cosa si voglia essere. Ormai la maggior parte dei detenuti è maggiorenne. Il cambiamento è inevitabile, ma la crescita personale è una scelta che richiede coraggio. Bisogna decidere in che modo e verso dove orientare la propria vita e chi non sceglie, permette ad altri di farlo per lei o per lui. La durezza della nuova direttrice forza i ragazzi a una scelta necessaria: ribellarsi per la propria autodeterminazione. Lo scontro fra il mondo degli adulti e quello dei ragazzi diventa inevitabile. “Dirigere la quarta stagione di ‘Mare Fuori’ è stata una sfida con me stesso, sentivo di aver dato molto nella stagione precedente e non volevo abbassare il tiro – afferma Ivan Silvestrini – volevo continuare nel percorso emotivo che tanto aveva appassionato me, prima ancora che il pubblico. Con la terza stagione si erano chiusi alcuni cicli fondativi, ma forse i più importanti dovevano ancora raggiungere il loro climax. Non sta a me dire se questa nuova stagione sarà amata come le altre, io l’ho amata con tutto me stesso e credo rappresenterà il giusto seguito di quanto raccontato in precedenza. Chi nella vita ha ascoltato musica in vinile o in cassetta ricorda che gli album erano divisi in lato A e lato B, spesso se il primo lato conteneva i brani più orecchiabili e d’impatto, il secondo lato portava l’album verso momenti più profondi, introspettivi. È così che vedo questa quarta stagione, come il lato B pi intenso ed emotivo di un grande racconto cominciato con l’arrivo di Rosa Ricci e il suo incontro fatale con Carmine Di Salvo”. Lo stile visivo della serie segue lo stesso principio, “cercando ulteriore profondità nei chiaroscuri e nell’uso del colore – prosegue il regista – con una macchina da presa alla continua ricerca della distanza perfetta da ciò che raccontiamo, una danza visiva costante (al ritmo di una nuova straordinaria colonna sonora) in cui ho chiesto agli attori e alla troupe di seguire complesse coreografie per rendere l’esperienza immersiva, ipnotica, mai noiosa anche quando il ritmo si dilata, prima di contrarsi, accelerare o esplodere. Anche quest’anno molti passaggi della sceneggiatura, eseguiti con maestria da un cast sempre più eccezionale, mi hanno commosso profondamente, e ora è finalmente giunto il momento di condividere questo viaggio con voi che tanto affetto ci avete dato in questi anni”. Nel cast Carmine Recano, Lucrezia Guidone, Massimiliano Caiazzo, Maria Esposito, Matteo Paolillo, Artem, Domenico Cuomo, e ancora Francesco Panarella, Giuseppe Pirozzi.“Mare Fuori 4” sarà in onda su Rai 2 in prima serata dal 14 febbraio con l’anteprima dei primi 6 episodi disponibile dal 1° febbraio su RaiPlay e l’intero box set dal 14 febbraio.

Personaggi e interpreti: i ragazzi e le ragazze

Carmine Di Salvo (Massimiliano Caiazzo): con tenacia persegue l’obiettivo di allontanare Rosa dal destino di sangue delle loro famiglie. Ma sarà sufficiente il suo amore a convincerla Rosa ad abbandonare le lusinghe del male?

Edoardo Conte (Matteo Paolillo): diviso tra Carmela, la madre di suo figlio, e Teresa, il suo amore proibito, ha l’illusione di poter cambiare vita. Ma il richiamo del potere sarà irresistibile e lo renderà ossessionato dal desiderio di diventare un vero boss.

Pino ‘o Pazzo (Artem): l’amore può essere salvifico e trasformare un ragazzo instabile e pieno di rabbia in una persona capace di assumersi le proprie responsabilità e guardare con fiducia ed ottimismo al suo futuro. L’amore in questo caso ha un nome, Kubra, ma la ragazza sembra sensibile al corteggiamento di Dobermann e questo porta a mettere alla prova la solidità del suo cambiamento.

Gianni Cardiotrap (Domenico Cuomo): dalla delusione per il furto del brano da parte di Crazy J, nasce una splendida amicizia con la nuova arrivata Alina, che solo la sensibilità di Cardiotrap riesce ad avvicinare e che darà nuova linfa alla creatività del ragazzo.

Luigi Di Meo detto Cucciolo (Francesco Panarella): gli eventi lo spingono a sperare di poter affiancare Rosa nel clan Ricci. Ma la relazione segreta con Milos rischia di mandare i suoi piani in fumo anche per l’ostilità che il fratello, che ha scoperto tutto, non perde occasione di dimostrare.

Raffaele Di Meo detto Micciarella (Giuseppe Pirozzi): dopo la scoperta dell’omosessualità del fratello prende le distanze da lui avvicinandosi a Edoardo. Ma, cercando di convincerlo a portarlo con sé nella sua scalata al potere, commette un terribile errore che lo tormenterà per sempre.

Diego detto Dobermann (Salahudin Tijani Imrana): è molto meno interessato al crimine e molto di più a Kubra che lentamente è entrata nel suo cuore. La ragazza sta con Pino ma Dobermann è disposto a tutto per conquistarla anche a rimettersi a studiare pur di starle vicino.

Milos (Antonio D’Aquino): ha trovato finalmente in Cucciolo l’amore della sua vita ma non ha il coraggio di rivelare a tutti la propria omosessualità. E questa incapacità rischia di mettere a repentaglio la sua stessa felicità.

Mimmo (Alessandro Orrei): solo ora il ragazzo si rende conto di essere stato coinvolto in un gioco più grande: quello di Donna Wanda che lo spinge a essere complice in un crimine innominabile. Il senso di colpa lo porta ad affrontare le proprie responsabilità cercando di imboccare una volta per tutte la strada della legalità.

Angelo (Luca Varone): è un ragazzo di buona famiglia che entra nel carcere con un segreto difficile da mantenere anche perché Silvia sostiene di averlo già incontrato ma con una identità diversa. Potrebbe cambiare la vita alla ragazza ma apparentemente non è disposto a farlo.

Ciro Ricci (Giacomo Giorgio): a lui il compito di raccontare, dal passato, lo spaccato familiare della famiglia Ricci, la sua l’ascesa al potere e la scomparsa di sua mamma, per lui un legame fortissimo e un dolore mai dimenticato.

Rosa Ricci (Maria Esposito): deve affrontare le conseguenze di quanto accaduto nel finale della scorsa stagione e sembra trovare rifugio e risposte nell’amore di Carmine. Mai come adesso, però, è scissa tra il bene e il male, indecisa se imboccare o meno la strada che la può portare alla felicità.

Silvia (Clotilde Esposito): torna in istituto convinta, stavolta, di poter dominare l’amore come la madre le ha sempre insegnato e trarne dei vantaggi. Ma ancora una volta le scelte che compie si rivelano sbagliate e le conseguenze rischieranno di condizionarle la vita una volta per tutte.

Kubra (Kyshan Wilson): il suo odio verso Beppe a cui rimprovera il fatto di essere cresciuta senza un padre non le impedisce di trovare con il sostegno dell’educatore la voglia di guardare al futuro riprendendo in mano i suoi studi. Ma, inaspettatamente, il suo cuore comincerà a dubitare dell’affetto che prova per Pino mettendola in una situazione di grande sofferenza.

Alina (Yeva Sai): la misteriosa ragazza senza nome e diffidente di tutto e tutti, chiusa in un mondo inaccessibile, grazie a Cardiotrap riesce ad aprirsi al mondo e a intraprendere un difficile percorso alla ricerca di quanto ha lasciato fuori dell’Ipm.

Crazy J (Clara Soccini): si gode senza alcuna remora il successo del pezzo che ha rubato a Cardiotrap ma il male fatto a volte ritorna. Cercherà la sua vendetta e, paradossalmente, sarà proprio a Cardiotrap che chiederà aiuto per un’impresa impossibile e scriteriata di cui pagherà severe conseguenze.

Personaggi e interpreti: gli adulti

Massimo Valenti (Carmine Recano): un terribile evento cambia all’improvviso il suo rapporto con i giovani detenuti. È un comandante sconosciuto quello che si manifesta in questa stagione, che ha perso le sue convinzioni e la sua incrollabile fiducia nel concedere la possibilità di redenzione ai suoi ragazzi.

Sofia Durante (Lucrezia Guidone): un’inaspettata relazione la induce a ripensare il suo atteggiamento severo e punitivo con i ragazzi e provoca un avvicinamento con Rosa. Le due donne, così diverse e distanti, trovano un punto di contatto e la direttrice sostiene Rosa nella sua storia d’amore.

Beppe (Vincenzo Ferrera): è l’educatore che conosciamo, sempre pronto a proteggere i ragazzi e a sferzarli quanto c’è bisogno. Ha difficoltà a gestire il rapporto con Kubra dopo la scoperta della paternità, ma a dargli una mano c’è Pino: una volta tanto sembra che i ruoli si siano invertiti.

Lino (Antonio De Matteo): è sinceramente dispiaciuto del ritorno in carcere di Silvia ma si farà carico dei problemi della ragazza. E lentamente l’attrazione per lei sarà sempre più difficile da controllare. Gennaro (Agostino Chiummariello): il tempo passa e il veterano dell’Ipm continua ad essere l’agente che con la sua simpatia e la sua capacità di sdrammatizzare le situazioni riesce a ristabilire la calma nei momenti di maggiore tensione.

Nunzia (Carmen Pommella): il suo ritorno rende felici tutti le ragazze dell’Ipm che sanno di poter trovare in lei umanità e comprensione ma non sempre queste doti vengono ricompensate.
Don Salvatore (Gennaro Della Volpe/Raiz): il boss si ritrova a gestire le conseguenze di quanto accaduto con Carmine e Rosa ma dovrà fare i conti con la legge del crimine che lui stesso ha sempre seguito. Maria Ricci (Antonia Truppo): è la madre di Rosa e la moglie di Don Salvatore. Appare nei ricordi della ragazza che rimpiange la sua perdita. Un dramma misterioso cela la sua scomparsa.

Loredana (Tea Falco): è la madre di Micciarella e Cucciolo con un passato di tossicodipendenza che ha pregiudicato il rapporto con i figli. Ora si è rimessa ed è decisa a rigare dritto per riconquistare la fiducia e l’affetto dei ragazzi.

Consuelo (Desirée Popper): la moglie del comandante entra nelle mire di Donna Wanda, che per punire Massimo manda alcuni ragazzi a spaventarla. Ma il gruppo perde il controllo della situazione e le conseguenze saranno devastanti.

Avvocato Alfredo D’Angelo (Giuseppe Tantillo): con il suo fascino e il suo potere riesce a convincere Silvia a partecipare a una azione criminosa promettendole amore e soldi. Ben presto la ragazza capirà che la situazione non è così semplice e soprattutto che Alfredo custodisce un segreto.

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Storie della Shoah in Italia. I Giusti

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Prodotto da Rai Documentari e dalla Fondazione Museo della Shoah e con il sostegno dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania a Roma e dell’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane). Venerdì 26 gennaio in seconda serata su Rai 3 con la regia di Alessandro Arangio Ruiz

Il documentario viene proposto come seguito di un primo progetto realizzato dalla Fondazione Museo della Shoah di Roma, andato in onda su Rai2: “Storie della Shoah in Italia. I complici”. Il progetto di taglio storico-divulgativo, basato sulle più recenti acquisizioni della storiografia italiana e internazionale, prosegue con il racconto delle vicende di coloro che hanno aiutato gli ebrei durante il periodo dell’occupazione nazista dell’Italia. I “Giusti fra le Nazioni” sono coloro che hanno aiutato, a rischio della vita, gli ebrei. Nascondendoli, fornendo cibo, medicine e documenti falsi o organizzando vere e proprie reti di solidarietà, allo scopo di metterli al sicuro dalla persecuzione nazi-fascista. Il titolo di Giusto viene conferito dallo Stato di Israele dopo una rigorosa indagine storico-scientifica che accerta l’effettiva realtà dei fatti. Le vicende di alcuni Giusti sono già state raccontate in film e sceneggiati di successo in tutto il mondo, tuttavia, mancava un documentario che divulgasse in maniera ampia e rigorosa storie meno conosciute ma altrettanto importanti. Il documentario racconta infatti storie di persone comuni, per far conoscere la banalità del bene di tanti italiani che rischiarono, senza chiedere nulla in cambio, le loro vite per aiutare i perseguitati ebrei. Attraverso l’intervista alla storica Chiara Dogliotti si ricostruisce la storia del cardinale Pietro Boetto e del suo segretario Don Francesco Repetto, che a Genova, operarono assieme a una organizzazione ebraica creando una rete di aiuto e solidarietà che permise la salvezza di centinaia di perseguitati, alcuni dei quali riuscirono, grazie a questa stessa rete, a fuggire in Svizzera. La testimonianza di Nicoletta Teglio, figlia di Massimo Teglio, aviatore genovese di religione ebraica che collaborò con la Chiesa cattolica nel creare la rete di solidarietà, racconta con grande lucidità gli eventi che l’hanno visto protagonista. Il commendatore Alberto Zapponini editore della “Guida Monaci”, a Roma, nascose negli uffici della sua società la famiglia Fiorentini per tutto il periodo dell’occupazione nazista della Capitale. Grazie alla testimonianza di Mirella Fiorentini, che ha concesso una emozionante intervista, nel 2021 Alberto Zapponini è stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni.  Mario Martella era un tipografo romano che riuscì ad avvertire in tempo la famiglia Sabbadini, proprietari di una tipografia, della razzia del 16 ottobre, e successivamente salvò gli anziani della stessa famiglia, prelevandoli con la sua auto e nascondendoli nella sua abitazione di campagna. Martella rileva la tipografia dei Sabbadini, la mantiene efficiente e nel dopoguerra la restituisce ai legittimi proprietari. Nel 2008 Mario Martella viene nominato Giusto tra le Nazioni. La vicenda viene ricostruita attraverso i ricordi della figlia Carla, di Paolo Sabbadini e con una intervista allo stesso Mario Martella registrata pochi anni prima della sua morte ed inedita in televisione. Bruno Fantera, all’epoca ventiduenne, salvò la famiglia di Gino Moscati allora Shammash (custode) della Sinagoga di Roma. Questa vicenda viene raccontata attraverso le testimonianze inedite dei protagonisti: Bruno Fantera intervistato dal nipote Francesco e Giacomo (Mino) Moscati, all’epoca quattordicenne, intervistato nel 2015, pochi anni prima della morte.  Il documentario si sviluppa attraverso gli interventi della storica Isabella Insolvibile. “Storie della shoah in Italia. I Giusti” con la regia di Alessandro Arangio Ruiz, contiene le musiche originali di Leonardo Svidercoschi, filmati di repertorio provenienti da archivi storici dell’Istituto Luce e del CCentro di Documentazione Ebraica Contemporanea), documenti originali e fotografie provenienti da archivi storici pubblici e privati.

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