Codice

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La vita è digitale

Il programma di Barbara Carfagna riparte dall’AI. Da venerdì 20 giugno in seconda serata su Rai 1

Mentre l’umanità si interroga su un’indeterminata Intelligenza Artificiale, quest’anno la nuova serie di “Codice. La vita è digitale” con Barbara Carfagna – in onda da venerdì 20 giugno in seconda serata su Rai 1 – si cimenta, dopo 36 mesi di storia di questa nuova tecnologia, nell’analisi e approfondimento delle diverse intelligenze artificiali, di dispositivi con potenzialità generative straordinarie, ma anche condizionamenti e vincoli pericolosi. Già oggi c’è un’umanità “aumentata”, e si intravede all’orizzonte una “sovraumanità”. Come convivere e controllare un’intelligenza diversa da quella umana, che in molti ambiti può andare oltre i limiti dell’uomo, immaginando futuri possibili diversi da quelli che potrebbe creare la sua capacità? “Codice. La vita è digitale” mostra come questa risorsa sia utile nella ricostruzione di intere aree di mondo, in un’edizione dedicata proprio all’esplorazione delle “Ricostruzioni” riformattate in virtù di una relazione del tutto inedita uomo/macchina. Per questo, gli inviati di “Codice” sono andati a documentare come vengano ripensate e ricostruite – con l’aiuto delle AI che anticipano e sovrappongono nelle simulazioni digitali reale e virtuale – le zone rase al suolo da guerre o eventi catastrofici. E ancora, come le macchine ricostruiscono le città calcolando il futuro e prefigurando modelli di intervento preventivo nei confronti di malattie, disastri climatici, reati, pandemie, guerre, anticipando crimini; e come queste anticipazioni stiano co-creando intere nuove società, o piccole utopie, come le nazioni indipendenti governate da azionisti privati che vogliono utilizzare solo criptovalute. Ma si vedrà anche come in Paesi che erano indietro a causa di condizioni climatiche o geopolitiche sfavorevoli crescano molto (troppo?) rapidamente città, villaggi ed ecosistemi sociali e fisici. Architetti, ingegneri, informatici, medici che già integrano l’AI nelle loro attività raccontano a “Codice” la realtà che verrà, mentre in studio non mancheranno riflessioni e commenti di esperti e ricercatori.

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GIANRICO CAROFIGLIO

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Progresso e non macerie

Conduttore di “Dilemmi” la domenica su Rai 3, lo scrittore parla al RadiocorriereTv della forza e della bellezza del confronto: «Penso che si possa trovare un accordo praticamente su tutto e che qualsiasi argomento possa diventare terribilmente divisivo nel momento in cui un tema è vissuto dagli interlocutori come una questione identitaria»

 

Il confronto tra persone, idee, punti di vista diversi e lontani… quali sono le regole di “Dilemmi”?

Sono le regole della discussione civile, sono tante e non ci siamo inventati nulla. Abbiamo cercato di condensarle in tre, immediatamente percepibili, per cercare di fare una bonifica rispetto alla qualità scadente e violenta di molto dibattito pubblico e televisivo. La prima regola è che è vietato l’attacco alla persona, quello che nell’antica retorica si chiama argumentum ad hominem, bisogna contestare l’argomento dell’interlocutore e non aggredire l’interlocutore stesso con cose che con il tema non c’entrano niente. La seconda regola è il divieto di manipolazione, che significa che non ci può prendere quello che ha detto l’interlocutore, trasformarlo arbitrariamente in qualcosa d’altro, e poi attaccare ciò che l’interlocutore non ha detto. Anche questa è una classica fallacia della retorica che abbiamo inteso evitare e vietare. La terza regola è quella dell’onere della prova: se fai un’affermazione devi essere pronto a indicare argomenti e prove, altrimenti la tua credibilità viene meno.

Perché, nel nostro quotidiano, nel dibattito, è così difficile evitare il disordine e lo scontro?

Intanto perché è difficile, costa fatica, l’esercizio dell’intelligenza è l’esercizio della moderazione, della comprensione degli argomenti altrui, che non significa adeguarsi. È molto più comodo collocare etichette, aggredire, sbraitare, giudicare. Jung diceva che pensare è molto faticoso, quindi la maggior parte della gente preferisce giudicare. Dall’immedesimazione totale con le proprie convinzioni, deriva la possibilità che se queste vengono attaccate o scalfite avvertiamo una lesione dell’ego e questo è pericoloso. Noi dovremmo essere affezionati alle nostre convinzioni e ai nostri valori nella consapevolezza che ce ne sono anche altri, che la ragione non è tutta da una parte e che la discussione civile e intelligente significa mettere a confronto opinioni diverse nel rispetto di ogni opinione, tranne quelle aberranti, che negano il senso di umanità, e nella consapevolezza che in ogni opinione, per quanto lontanissima da noi, si nasconde qualche frammento di verità. Bisogna essere pronti a coglierla per far sì che il dibattito sia un’attività che produce progresso e non macerie.

Partendo dalla sua esperienza, qual è l’argomento più divisivo in un confronto pubblico e su quale, invece, si trova più facilmente un accordo?

Penso che si possa trovare un accordo praticamente su tutto e che qualsiasi argomento possa diventare terribilmente divisivo nel momento in cui quel tema è vissuto dagli interlocutori come una questione identitaria. Sapere che spesso nel dibattito non è in gioco il tema, la questione controversa, ma uno scontro di ego, di sicurezze e di insicurezze, è una premessa, per chi ha voglia ed è capace di farlo, per chi ha energia e intelligenza, per trasformarlo in un incontro e in possibile cooperazione.

C’è un tema sul quale, nonostante il suo essere uomo di grande equilibrio, fatica a non arrabbiarsi?

Mi arrabbio rispetto alla demagogia, sia quella frutto di stupidità, sia quella frutto di malafede, sono entrambe pericolose. Poi il fatto che mi facciano arrabbiare non significa che io mi arrabbi, resto dell’opinione che si debba discutere di tutto e con tutti per cercare di disinnescare. C’è una frase che ripeteva spesso il presidente americano Abraham Lincoln: “Quell’uomo non mi piace, devo conoscerlo meglio”. È un bel motto.

Perché, le soluzioni complesse sono spesso viste con sospetto?

Ci costringono a faticare. A volte non vogliamo fare lo sforzo angoscioso di confrontarci con la complessità. Farlo significa convivere con l’inquietudine, con il non sapere, con il dovere aspettare e riconoscere che ogni soluzione è provvisoria e tutto va contro il disegno di stabilità. Una buona educazione a tutti i livelli, a cominciare dalle scuole, dovrebbe insegnarci a convivere con l’incertezza e con l’errore.

Come si schiera nel dibattito sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale?

Per fortuna né su questo né su altro ho posizioni definitive. È così su qualsiasi cosa, anche sulle leggi della scienza. Dopodiché la uso, mi sento di dire in modo piuttosto evoluto, per sviluppare nuove idee, ci faccio un sacco di cose. La questione è come entri in rapporto, se la trasformi in estensione della tua umanità o in un volgare segretario per fare le ricerche, in questo caso serve a pochissimo. Quest’ultimo tipo di uso non consente l’esercizio delle doti che sono indispensabili nel futuro, ossia la capacità di governarla e non correre il rischio di esserne governati. Chiedo all’intelligenza artificiale di aiutarmi a risolvere problemi di cui non sono perfettamente consapevole. Faccio un esempio, dico di farmi delle domande in modo che possiamo insieme capire i contorni della vicenda che dobbiamo affrontare insieme. I risultati sono abbastanza spettacolari.

Se avesse la possibilità di mettere a conversare due personaggi della storia, chi sceglierebbe e quale tema proporrebbe loro?

Farei parlare due filosofi sui confini della conoscenza, prenderei Michel de Montaigne ed Hegel. La filosofia di Montaigne è tutta aneddotica, singoli scritti su temi specifici senza nessuna pretesa di universalità, Hegel, invece, ha un pensiero metafisico che non ammette alternative, dubbi o altro. Il confronto tra l’intelligenza consapevole, pragmatica, che ha il senso del limite, la verità relativa, rispetto all’idea di una conoscenza definitiva e assoluta del mondo che io trovo inaccettabile. Avevo giocato con gli anagrammi della locuzione la verità, che si può anagrammare in rivelata, evitarla, vietarla e relativa. Ognuna di queste parole esprime un pezzo della storia del pensiero: su ogni tema ci sono molteplici punti di vista e ci saranno in futuro. La bellezza del conoscere sta proprio nella consapevolezza del carattere, per me meravigliosamente provvisorio, della conoscenza.

Prima di salutarla le sottopongo tre piccoli dilemmi… il libro cartaceo o l’e-book?

Li uso tantissimo entrambi. Se proprio devo scegliere per forza dico la carta.

Sul comodino, il saggio o il romanzo?

Tutti e due.

L’applauso o la critica di un lettore?

La critica si prende, a volte è costruttiva altre no, spesso nasconde un intento più o meno aggressivo. Se devo scegliere prendo la gratificazione dell’applauso.

 

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Nino Benvenuti

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Una leggenda italiana

Venerdì 20 giugno su Rai 2 la storia e le imprese del pugile scomparso all’età di 87 anni il 20 maggio scorso

“Nino Benvenuti, una leggenda italiana”, onore la memoria e il lascito di uno dei più grandi pugili italiani di tutti i tempi, scomparso all’età di 87 anni. Prodotto da Moviheart di Massimiliano La Pegna in collaborazione con Rai Documentari, scritto da Tommaso Cennamo e Nathalie Bertorello e diretto da Tommaso Cennamo, il documentario ripercorre con interviste e immagini di repertorio la vita e la carriera di Nino Benvenuti, ricca di successi sia a livello amatoriale che professionistico, rendendolo un’icona popolare negli anni ’60 e ’70. La storia di un ragazzo che ogni giorno pedalava per chilometri da Isola, piccola cittadina istriana di pescatori, per raggiungere la mitica Accademia Pugilistica Triestina per apprendere i segreti della boxe: la sua tenacia e le sue doti innate lo porteranno alla mitica conquista del titolo mondiale dei pesi medi. Benvenuti si fa notare fin da giovane per il suo stile elegante e potente. Il primo vero trionfo arriva alle Olimpiadi di Roma 1960, dove conquista la medaglia d’oro nei pesi welter. È lì che inizia la leggenda. Passato al professionismo, Benvenuti scala rapidamente le classifiche: è campione del mondo nei pesi superwelter nel 1965. Ma è nel 1967 che scrive una pagina epica dello sport: vince il titolo mondiale dei pesi medi battendo l’americano Emile Griffith al Madison Square Garden di New York. Un’impresa titanica. La loro rivalità e i loro combattimenti diventano leggendari. Oltre ai colpi sul ring, resta nella storia anche la profonda amicizia che nasce tra Benvenuti e Griffith. Benvenuti chiude la carriera nel 1971 dopo la doppia sconfitta con Carlos Monzón, uno dei più grandi pesi medi della storia. Quei match segnano la fine della sua carriera da campione di pugilato, ma non del suo mito. Dopo il ritiro è stato attore, conduttore TV, dirigente sportivo e sempre un ambasciatore dello sport italiano. Un documentario che celebra uno degli idoli sportivi di un’intera generazione, con rari filmati di repertorio e la partecipazione di professionisti di altissimo livello.

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Premio Biagio Agnes 2025

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Passione e talento, rigore e serietà, nel rispetto di una professione che, raccontando la realtà senza condizionamenti, costituisce uno dei cardini della democrazia: sono da sempre questi i valori che animano il “Premio Biagio Agnes – Premio Internazionale di Giornalismo, Informazione e Comunicazione”, la cui XVII edizione si svolgerà venerdì 20 giugno per la prima volta nel magnifico e iconico scenario di Piazza di Spagna a Roma. 

Sul prestigioso palco, come ormai da tradizione, gli amatissimi conduttori Rai Mara Venier e Alberto Matano presenteranno la cerimonia di premiazione: l’evento, in onda martedì 1 luglio in seconda serata sul Rai 1, vedrà protagonisti rappresentanti delle istituzioni e grandi professionisti dell’informazione, dello spettacolo e della cultura. Un’occasione per approfondire i grandi temi dell’attualità ma anche di intrattenimento con grandi ospiti.
La giuria, presieduta da Gianni Letta, ha designato i premiati individuando i migliori professionisti che hanno saputo decifrare e divulgare la complessità di piccole e grandi storie, raccontando l’Italia e il mondo utilizzando con efficacia e puntualità i linguaggi più diversi, dalla carta stampata alla tv, dai nuovi linguaggi alla radio e alla letteratura.
Nell’edizione 2025 il Premio Carta Stampata viene assegnato a Fiorenza Sarzanini, vicedirettrice del Corriere della Sera con un passato al quotidiano Il Messaggero, per il suo sguardo lucido, l’equilibrio e l’impegno per la verità dimostrati nel seguire i principali casi giudiziari degli ultimi anni fino alle inchieste sui politici e sulla corruzione.
Profondo conoscitore dei costumi e della storia d’Italia, autore di saggi e romanzi di successo, conduttore su La7 del programma di approfondimento storico “Una giornata particolare”, Aldo Cazzullo – inviato speciale ed editorialista del Corriere della Sera – si aggiudica il Premio Divulgazione Culturale.
Il Premio per la Televisione va a Carlo Conti, volto simbolo della Rai, conduttore e autore di moltissimi programmi di grande successo della rete ammiraglia e direttore artistico del Festival di Sanremo premiato quest’anno da ascolti record. Conduttore in Rai dal 1985, ha saputo conquistare il cuore del pubblico con la sua straordinaria professionalità e grazie al suo stile sobrio e spontaneo.
La trasmissione “Belve”, condotta su Rai2 da Francesca Fagnani, si aggiudica il Premio Trasmissione dell’anno. La giornalista, che con il suo stile brillante e diretto ha intercettato anche il pubblico dei più giovani, si confronta con grandi nomi dello spettacolo, della politica, del costume e della cronaca, disposti a mettersi in gioco, confezionando interviste “senza filtri”, molte delle quali divenute virali sui social.
“Il Conte di Montecristo”, la miniserie di Rai1 trionfo di ascolti, tratta dal capolavoro di Alexandre Dumas, vince il Premio Fiction: diretta dal Premio Oscar Bille August e interpretata, tra gli altri, da Lino Guanciale, Gabriella Pession e Nicolas Maupas, la serie franco-italiana in quattro puntate ha appassionato gli spettatori con una storia piena di colpi di scena e intrighi, tra odio e amore, perdono e vendetta, speranza e disperazione.
Al giornalista politico di RaiNews24 Alberto Puoti viene assegnato il Premio Speciale per il suo impegno e la professionalità dimostrati come autore di format basati sul data journalism e le nuove frontiere del web.
La giornalista di Italia Oggi Alessandra Ricciardi, specializzata nell’analisi della politica interna e internazionale attraverso l’investigazione economico-finanziaria, riceve il Premio Giornalista Economico, mentre il Premio Giubileo viene assegnato al Vaticanista del Gruppo Mediaset e de Il Giornale Fabio Marchese Ragona. Nel Marzo 2024 ha scritto con Papa Francesco la prima autobiografia del Pontefice Life – la mia storia nella storia, pubblicata in contemporanea in 21 Paesi del mondo.
Alla vicecaporedattrice di Corriere.it Martina Pennisi va il Premio Generazione Digitale – Podcast per il suo impegno e la competenza nel giornalismo digitale, in particolar modo sui temi di Intelligenza Artificiale, privacy, fake news, social e giovani.
Infine, Roberto Garofoli e Bernardo Giorgio Mattarella si aggiudicano il Premio Saggista Scrittore per il saggio Governare le fragilità, in cui viene evidenziata l’importanza di poter contare su un sistema di governo rafforzato e su una macchina amministrativa sempre più efficiente.

La Cerimonia di premiazione si svolgerà a Roma in Piazza di Spagna, alla presenza del sindaco Roberto Gualtieri e dell’Assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda Alessandro Onorato.

Ecco i vincitori del “Premio Biagio Agnes 2025”, suddivisi in 10 categorie:
Premio Carta Stampata: Fiorenza Sarzanini, Corriere della Sera
Premio Divulgazione Culturale: Aldo Cazzullo, Corriere della Sera e La7
Premio per la Televisione: Carlo Conti
Premio Speciale: Alberto Puoti, RaiNews24
Premio Trasmissione dell’anno: Francesca Fagnani, Belve, Rai2
Premio Fiction: “Il Conte di Montecristo” miniserie tv, Rai 1. Con Lino Guanciale, Gabriella Pession, Nicolas Maupas. Regia: Bille August
Premio Giornalista Economico: Alessandra Ricciardi, Italia Oggi
Premio Giubileo: Fabio Marchese Ragona, Gruppo Mediaset e Il Giornale
Premio Generazione Digitale-Podcast: Martina Pennisi, Corriere.it
Premio Saggista Scrittore: Roberto Garofoli e Bernardo Giorgio Mattarella per il libro: Governare le fragilità, Mondadori 2025

Come ogni anno la Fondazione Biagio Agnes assegna una Borsa di Studio al primo classificato in graduatoria della Scuola Superiore di Giornalismo dell’Università Luiss Guido Carli di Roma.

PATROCINI
Camera dei Deputati, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento europeo, Ministero della Cultura, Regione Lazio, Roma Capitale, Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Unione Cattolica della Stampa Italiana.

GIURIA
Gianni Letta (Presidente), Giulio Anselmi, Alberto Barachini, Carlo Bartoli, Stefano Folli, Luciano Fontana, Luigi Gubitosi, Paolo Liguori, Pierluigi Magnaschi, Giuseppe Marra, Massimo Martinelli, Antonio Martusciello, Agnese Pini, Antonio Polito, Aurelio Regina, Giampaolo Rossi, Danda Santini, Marcello Sorgi, Fabio Tamburini, Mons. Dario Edoardo Viganò.

La Tv nel pozzo

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La morte del piccolo Alfredino Rampi a Vermicino, tragedia alla quale gli italiani assistettero in diretta nella più lunga diretta della storia della Tv. Il documentario di Andrea Porporati, con la voce narrante di Fabrizio Gifuni, fa ritorno a quei drammatici giorni. Venerdì 13 giugno alle ore 21.20 su Rai 2

La foto di un bambino che sorride, con una maglietta a righe. All’inizio è solo una istantanea di famiglia conservata su di un mobile nel soggiorno di una casa di Roma. Quella stessa foto finisce sulla prima pagina di un giornale, poi di tutti i giornali. Riempie lo schermo alle spalle dei conduttori dei Tg nazionali. Quarant’anni dopo la ritroviamo su una lapide, imbrattata da una svastica. Oggi lo stesso bambino della foto, con la maglietta a righe sorride ai passanti dalla facciata di un palazzo alto venti metri. È un murales realizzato nel quartiere romano della Garbatella. Il bambino nella foto è Alfredo Rampi, ma il documentario di Andrea Porporati non vuole raccontare la cronaca della sua storia, ma piuttosto chi l’ha raccontata. Vuole raccontare i media, che hanno fatto loro la storia di Alfredo Rampi e che l’hanno elaborato, e ne sono stati elaborati, distaccandola dal fatto e dalle persone reali, trasformandola in un punto cardine della coscienza collettiva. Lo farà attraverso il materiale di repertorio della più lunga diretta della storia della tv italiana e attraverso il ricordo di chi all’epoca ne è stato spettatore, o protagonista: giornalisti, ex soccorritori, psicologi, semplici testimoni, tutti coinvolti nel trauma collettivo che ha scosso la coscienza del paese e di chi anche a distanza di anni ha elaborato lo choc di quei tre giorni di giugno scrivendo libri, canzoni, graphic novel o realizzando quel murale: dal cantautore Francesco Bianconi dei Baustelle al romanziere Giuseppe Genna, al regista Marco Pontecorvo, allo scrittore e autore tv Massimo Gamba, ai giornalisti RAI che parteciparono alla diretta Rai, Piero Badaloni, Pierluigi Camilli, Andrea Melodia, dalle firme della carta stampata, Fabrizio Paladini e Massimo Lugli, agli psicologi Daniele Biondo e Rita Di Iorio, oggi presidenti onorari della Onlus Alfredo Rampi. E con la voce narrante di Fabrizio Gifuni. “Quello che un film documentario si propone è per definizione il racconto del reale. Ma in questo caso si vuole raccontare un tipo particolare di ‘realtà’, quella che i media hanno costruito attorno alla tragedia svoltasi nel 1981 a Vermicino, un sobborgo di Roma, trasformando la cronaca di un bambino caduto in un pozzo artesiano in una favola che si voleva a lieto fine e che invece è divenuta una tragedia senza sbocchi”, dice il regista Andrea Porporati. “‘La Tv nel pozzo’ – prosegue – vuole raccontare la diretta tv a reti unificate che per ore e giorni ha inseguito la realtà di quel fatto così drammatico, personale, umano, facendosela sfuggire tra le dita e incastrando un popolo di milioni di spettatori in un circolo vizioso di vita e di morte. Il linguaggio del documentario mescolea le lingue delle infinite incarnazioni che i Media hanno prodotto a partire dalla storia di Vermicino, televisive innanzitutto, ma anche letterarie, musicali, poetiche: da romanzi a canzoni e serie tv, da graphic novels a murales dipinti sui palazzi di Roma. La scommessa è capovolgere il punto di vista, puntare l’obiettivo non sulla storia di “Alfredino”, ma sui Media che hanno preteso di raccontarla, usando le telecamere o l’inchiostro delle rotative come la bacchetta magica di un apprendista stregone e venendone travolti, assieme a milioni di spettatori. Umberto Eco in un suo saggio ha definito il racconto della tragedia di Vermicino come la fine della possibilità di raccontare la realtà. E ha sottolineato come questo allontanamento dalla verità, avvenisse proprio nel momento in cui, usando per la prima volta la diretta senza limiti di tempo e senza il condizionamento di una regia, di un montaggio, la televisione immaginava di “diventare” realtà, di incarnarla. E invece la strumentalizzava e ne veniva a sua volta strumentalizzata. Perché la realtà non ha linguaggio, non ha regole, semmai ha un destino. E non può che travolgere o fare impazzire chi cerca di intrappolarla, domarla, costringerla nello spazio di uno schermo”.

 

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TIM SUMMER HITS

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La musica più bella dell’estate

Da venerdì 13 giugno in prima serata su Rai 1, Rai Radio 2 e RaiPlay l’evento musicale più atteso della stagione. Ottanta artisti sul palco, quattro serate di grande musica per cantare, divertirsi e ballare, in Piazza del Popolo a Roma come nel salotto di casa. Con Carlo Conti e Andrea Delogu

Saranno gli artisti più cantati e ballati dell’estate, protagonisti con i loro brani dei tormentoni che spopoleranno nei mesi più caldi dell’anno. Sono gli oltre 80 big che si alterneranno sul palco delle quattro serate di Tim Summer Hits in onda dal 13 giugno ogni venerdì su Rai 1! A condurre lo show, da Piazza del Popolo a Roma, Carlo Conti e Andrea Delogu. “È meraviglioso vedere le piazze piene di persone che si riuniscono per ascoltare la musica e divertirsi in libertà – dice il conduttore – speriamo che nei paesi devastati dalla guerra, dove purtroppo questo non è possibile, si possa presto raggiungere la pace e tornare a vivere una vita normale”.

ACHILLE LAURO | AIELLO | ALESSANDRA AMOROSO | ALEX BRITTI | ALEX WYSE | ALFA | ANNALISA | ANTONIA | A-CLARK, VINNY e IVA ZANICCHI | BABY K | BENJI & FEDE| BIGMAMA | BNKR44 | BOOMDABASH e LOREDANA BERTÈ| BRESH | BRUNORI SAS | CAPO PLAZA | CARL BRAVE | CHIAMAMIFARO | CHIARA GALIAZZO | CLARA | CLEMENTINO | COEZ | COMA_COSE | CRISTIANO MALGIOGLIO | DIODATO | EMIS KILLA | ERMAL META | EUGENIO IN VIA DI GIOIA | FABIO ROVAZZI, PAOLA IEZZI e DANI FAIV | FEDEZ | FINLEY e NINA ZILLI | FRANCESCA MICHIELIN | FRANCESCO GABBANI | FRANCESCO RENGA | FRED DE PALMA | FUCKYOURCLIQUE | FULMINACCI | GABRY PONTE | GAIA | GHALI | GIGI D’ALESSIO | JACOPO SOL | JOAN THIELE | LDA | LEO GASSMANN | LEVANTE | LORELLA CUCCARINI | LORENZO FRAGOLA | LUCHÈ | LUDWIG e SABRINA SALERNO | MARCO MASINI | MICHELE BRAVI e MIDA | NEGRAMARO | NEK | NOEMI | OLLY | ORIETTA BERTI | PATTY PRAVO | PLANET FUNK | RAF | RIKI | RKOMI | ROCCO HUNT | ROSE VILLAIN | SAL DA VINCI | SANGIOVANNI | SARAH TOSCANO | SAYF | SERENA BRANCALE | SETTEMBRE | SHABLO + GUESTS | TANANAI | THE KOLORS | TREDICIPIETRO | TRIGNO | TROPICO | VALE LP e LIL JOLIE | VENERUS.

TIM Summer Hits andrà in onda in contemporanea su Rai Radio2 con le interviste e i contenuti esclusivi dal backstage di Carolina Di Domenico, e sarà disponibile anche su RaiPlay. Firmato da Direzione Intrattenimento Prime Time, TIM Summer Hits è un branded content di Rai Pubblicità e TIM, prodotto da Friends Tv, in collaborazione con Roma Capitale – Assessorato ai Grandi Eventi.

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MILO INFANTE

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Dalla parte della verità… anche di sera

Dopo ottocento puntate trasmesse con un successo crescente nel pomeriggio di Rai 2 nel corso di cinque edizioni, “Ore 14” conquista la prima serata. Il conduttore al RadiocorriereTv: «Non sarà un “processo televisivo”, ma un’analisi delle indagini che partirà dall’esame delle prove. Consapevoli che, come insegna l’esperienza, non c’è mai niente di certo». Da giovedì 12 giugno alle 21.30

Dopo una lunga stagione di successo nel daytime “Ore 14” arriva in prima serata…

È un progetto che in realtà ci viene proposto da diverso tempo. Non si tratta di una nuova trasmissione, ma dei temi, delle storie di “Ore 14”, che arrivano in prima serata. Proporremo una versione serale del programma, con una narrazione sempre molto attenta alle sensibilità ma che si concederà qualcosa in più sul crime, sulle indagini. Certo, arriviamo in un momento non facile, in cui tutti i programmi di tutte le emittenti, nazionali e locali, si sono gettati sulla cronaca.

Come saranno strutturate le puntate serali?

Per storie. Ognuna avrà un proprio approfondimento che nasce dal materiale raccolto durante la quotidiana e altro inedito. Avremo momenti in cui proporremo testimonianze a favore e contrarie alle tesi, ma sempre nell’ottica del confronto. Non sarà un “processo televisivo”, bensì un’analisi delle indagini: esamineremo le prove. L’esperienza, anche recente, insegna che non c’è niente di certo, che certe prove, anche scientifiche, che venivano presentate come inoppugnabili, a distanza di anni vengono demolite, ricostruite, ripresentate.

Come è cambiato, nel tempo, il tuo vivere la cronaca e il modo di raccontarla?

Oggi ci troviamo a dover salvaguardare la narrazione corretta da una contaminazione spaventosa di fake news, di personaggi che si inventano professionisti, che inventa storie e che propinano menzogne spesso costruite ad arte, a volte riportate in maniera inopportuna, ma che attirano l’attenzione del pubblico. Mai come in questo momento ci sarebbe bisogno di una grande pulizia. Mi riferisco soprattutto al web dove dilaga il peggio, dove presunti esperti si mascherano dietro false lauree, diplomi, specializzazioni, curricula da investigatori, ma in realtà sono poco più di mitomani che fanno un danno devastante all’informazione. Mai come in questo momento una notizia ascoltata o letta sul web, viene percepita come una notizia vera. E da lì in poi è un disastro.

Cosa deve avere un caso di cronaca per colpire l’immaginario collettivo?

Una volta c’erano le tre “s” di Nino Nutrizio, mitico direttore de “La Notte”: sesso, sangue e soldi. In realtà a colpire è oggi la straordinaria banalità del male, l’orrore del male che colpisce il nostro quotidiano, i nostri figli. Una volta c’era il “giallone”, c’era la mantide della Brianza, c’era la ballerina del night che riusciva a sedurre, ingannare e armare la mano di un uomo, oggi scopriamo che l’assassino di nostra figlia è il coetaneo, è il fidanzatino, un ragazzo di poco più grande. Oggi scopriamo che l’assassino è il coinquilino che abbiamo accolto in casa perché avevamo bisogno di affittare una stanza, è la persona che ti uccide per poche decine di euro, è il vicino a cui dai fastidio perché fai il barbecue, è il fratello con il quale contendi l’eredità di un genitore. Questo è ciò che ci colpisce e che non riusciamo a spiegarci, che terrorizza e ci spaventa. Credo che mai come in questo momento, soprattutto i genitori, guardino con attenzione i propri figli, e li vedano non solo nei panni della vittima ma anche del carnefice. Dobbiamo ripartire dai nostri figli.

Quale caso porterai con te dell’anno televisivo che va a concludersi?

Sempre Denise, mi accompagna perché è proprio l’emblema dell’ingiustizia, della vittima che resta sola. È questo che anche autorevoli critici a volte non capiscono, ossia che quello che loro chiamano il giallo, la cronaca nera, sono storie di grande sofferenza. Che tu devi conoscere dal di dentro, non da fuori. La grande ingiustizia del caso di Denise è rappresentata dai genitori rimasti soli, laddove lo Stato ha smesso da tempo di cercarla. La storia devastante di questi ultimi mesi è sicuramente quella di Giulia Tramontano, di questa ragazza che sta per partorire massacrata dal compagno, dal padre del bambino che porta in grembo, che peraltro ha cercato di avvelenarla nel corso della gravidanza. Quando tu racconti queste storie ti chiedi quanta umanità possa esserci in un uomo che fa una cosa del genere. E non la vedi perché non c’è un briciolo di umanità.

Alla base del successo di un programma di Servizio Pubblico c’è sempre la grande determinazione…

È un gruppo di lavoro composto da ragazzi molto giovani che stanno imparando a una velocità impressionante quello che i vecchi professionisti come me cercano di trasmettere. Il più giovane dei miei collaboratori, entrato due anni fa nella squadra, senza esperienza, è oggi uno degli autori di prima serata. La cronaca è una palestra dura, ruvida, il nostro non è il salotto buono. Vivo nella mia redazione quello che ho vissuto per molti anni nei giornali, è un mestiere in cui lavori sempre, le storie le porti con te, solo così riesci a raccontarle.

Un invito al pubblico di “Ore 14” a proseguire insieme a voi questo lungo viaggio…

Sono anni che ci chiedete di andare in prima serata (sorride). Adesso che ci siamo guai a voi se non ci sarete. Non fate scherzi, giovedì alle 21.30 circa su Rai 2.

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ANDREA DELOGU

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La mia vita nella musica

È al timone del “Tim Summer Hits” (anche quest’anno con Carlo Conti) sin dalla prima edizione. La sua cifra è quella del divertimento, della passione per la musica e dell’energia. La conduttrice romagnola al RadiocorriereTv: «L’energia! La musica, le piazze… sono già di per sé una combinazione esplosiva. E poi c’è Carlo, che mi fa morire dal ridere dietro le quinte. E senti che l’estate è iniziata»

Con l’estate tornano il Tim Summer Hits e la grande musica…

Ci sono tutti gli artisti che il pubblico ha imparato ad amare, ma anche tanti nuovi volti che si sono fatti conoscere e riconoscere in questo ultimo periodo. In realtà la musica è sempre nuova, perché riflette l’attualità. E poi ci sono anche grandi nomi perché l’obiettivo è quello di accontentare tutti. Chiunque segua il “Tim Summer Hits”, qualsiasi età abbia, deve trovare qualcosa che lo faccia emozionare.

Cosa la entusiasma di più di questo grande show musicale?

L’energia! La musica, l’estate, le piazze… sono già di per sé una combinazione esplosiva. E poi c’è Carlo Conti, che mi fa morire dal ridere dietro le quinte: è un burlone, fa scherzi a tutti! È divertente. E senti proprio che l’estate è iniziata. Per me, che sono di Rimini, è il massimo.

La cifra dello show è la spontaneità…

Tutto quello che si vede in onda succede davvero in diretta, a braccio.

Qual è il segreto per portare l’energia del palco direttamente nelle case degli italiani?

Conoscere bene quello che si sta facendo e divertirsi, sempre. Se non ti diverti davvero, non funziona. Noi siamo dei privilegiati a stare sul palco, ed è giusto che ce lo godiamo anche per chi in quel momento è a casa. Dobbiamo portare entusiasmo per tutti coloro che rappresentiamo in quell’istante.

Qual è il suo rapporto con la musica?

Sono nata e cresciuta nella musica, si può immaginare: vengo da una regione dove i concerti all’aperto, le discoteche, fanno parte della cultura. Poi mi sono trasferita a Roma, dove ogni giorno c’è un evento: una festa, un concerto, un DJ set, un’opera.  Lavoro in radio, quindi la musica è davvero la mia quotidianità.

C’è un momento di queste quattro edizioni che le è rimasto nel cuore più di altri?

Quando ho fatto venire tutta la mia famiglia nel backstage. Essere lì, sul palco, e sapere che le persone con cui sono cresciuta erano lì con me è stato davvero emozionante. Un momento che non dimenticherò.

Negli ultimi anni è diventata un volto sempre più amato della TV: c’è stato un momento in cui ha capito che anche il piccolo schermo sarebbe stato “il suo posto”?

Quando i miei vicini di casa hanno cominciato a dirmi: “Ti ho vista, mi è piaciuto quello che hai fatto.” Hanno iniziato a riconoscermi! È stato lì che ho capito che le persone stavano davvero guardando il mio lavoro. È stato emozionante, perché una cosa è quando te lo dice tua madre, ma quando arrivano questi segnali dall’esterno, capisci che stai lasciando il segno.

Quanto conta per lei l’espressione estetica nella comunicazione?

Per me è importantissima, ma attenzione: non parlo solo di bellezza, che è un altro discorso. Parlo proprio dell’estetica del look, dei vestiti. C’è un lavoro dietro enorme. Mi affido a professionisti, ma seguo sempre il mio gusto. È un modo per raccontare anche l’epoca che stiamo vivendo. Se guardo una foto di quattro anni fa, ricordo esattamente cosa stava succedendo in quel momento. Trovo stimolante avere più strati di comunicazione.

Un tormentone che non dimentica?

“Estate 1992” di Jovanotti. Adesso Jova tra l’altro è in tour, quindi ci sta tutto!

Com’era il ritornello?

Estate 1992, anno dell’Europa Unita, delle mie delle tue vacanze, automobili giù tutti i finestrini, anche i più grandi che ritornan bambini (sorride).

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Visioni disegnate, realtà generate

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Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ, ha ricevuto il prestigioso Premio Sergio Bonelli nel corso della 29esima edizione del Festival di Cartoons on the Bay promosso da Rai e organizzato da Rai Com a Pescara. Autore visivo, fumettista, animatore e pioniere dell’arte generativa digitale, racconta al RadiocorriereTv il suo rapporto con il disegno, l’animazione e l’intelligenza artificiale, senza rinunciare a uno sguardo critico sul futuro della creatività

Tra i tanti linguaggi che attraversa ce n’è uno che sente più suo, o le piace abitare quel territorio di confine dove tutto si mescola?

Mi definisco un autore visivo: tutto ciò che ruota intorno alle immagini mi affascina profondamente. Se dovessi individuare un elemento cardine attorno al quale si muove tutto il mio lavoro, direi senza esitazione: il disegno. È il punto di partenza di ogni mia attività creativa. Il disegno è il mio strumento primo, la mia lingua madre. Da lì parte tutto.

Che rapporto ha con la sperimentazione?

Mi piace spaziare, cambiare medium, misurarmi con tecniche diverse, purché ci sia una componente visiva forte e significativa.

A cosa sta lavorando in questo periodo?

Al secondo volume della mia trilogia “Geist Maschine, che sarà composta da tre volumi “assoluti”, come mi piace definirli, ognuno con una forte autonomia ma anche legati tra loro da un percorso narrativo e simbolico. La trilogia si concluderà con il terzo volume, ovviamente.

Com’è arrivato all’animazione e al cinema?

Il mio primo vero progetto lungo nel campo dell’animazione si chiama “The Dark Side of the Sun”, realizzato insieme a Carlo Hintermann tra il 2012 e il 2013. È stato coprodotto da Rai Cinema, NHK, e altre realtà internazionali. Un documentario ibrido, metà live action, metà animazione, che raccontava la storia di un bambino affetto da xeroderma pigmentoso, una malattia rarissima che impone l’assoluta assenza di esposizione alla luce solare. L’animazione, per me, è un campo affascinante ma anche complesso: la vivo in modo laterale, quasi tangenziale. Il mio lavoro principale resta legato al disegno e al fumetto, che sono linguaggi più solitari, più autonomi, con tempi e costi molto diversi.

Preferisce lavorare da solo o in team?

Il fumetto è un lavoro solipsistico, autarchico, sei solo con te stesso e con la tua immaginazione. Non hai limiti di budget: puoi disegnare un’esplosione nucleare o l’universo intero senza chiedere finanziamenti. Nell’animazione, invece, entri in una dimensione corale, collaborativa. I progetti diventano più grandi, più ambiziosi, ma anche più faticosi, fisicamente e mentalmente. Ogni volta che entro in un progetto di animazione lo vivo come una boccata d’aria fresca, ma so anche che sarà uno sforzo titanico.

Quali sono i suoi modelli estetici?

Essendo un disegnatore, i miei riferimenti sono spesso statici, anche se ho lavorato molto con la motion graphics. Mi sento vicino alla visione giapponese dell’animazione: pochi disegni, ma ben scelti, capaci di dare potenza al movimento. Non ho mai amato la fluidità esasperata. Preferisco l’impatto visivo, l’essenzialità. Anche nei miei lavori animati, tendo a mantenere frame rate bassi, ma con un’attenzione estrema alla bellezza del singolo fotogramma.

Come vive il rapporto tra l’animazione e l’intelligenza artificiale? Spesso si è espresso in maniera piuttosto netta…

Si tratta di un tema che mi sta molto a cuore. Faccio arte generativa dagli anni Novanta, sono un autore digitale della prima ora. L’arte generativa non è una novità per me. Però bisogna distinguere tra tecnica e industria. In pratica, le IA generative commerciali funzionano in un modo che io trovo problematico. L’artista, in questi casi, non ha alcun controllo sui dati usati per addestrare il sistema. È semplicemente un cliente di una piattaforma chiusa, che non sai cosa usa né come è stata costruita. È un prodotto industriale, non un dispositivo artistico.

Non è però una posizione contraria, giusto?

Assolutamente no. Noi come collettivo di artisti non siamo contro l’intelligenza artificiale in sé, sarebbe ridicolo. Siamo contro il modello di business di certe aziende private che sfruttano dati per addestrare i loro modelli, e poi vendere servizi sul nostro stesso mercato. Questo è inaccettabile. Usano opere d’arte, stili, dati personali, violano diritti d’autore e poi ti fanno concorrenza usando il tuo stesso lavoro. È una violazione brutale.

Come sta vivendo questa esperienza a “Cartoons on the Bay” dal punto di vista professionale?

Per me è la prima volta. Non ero mai stato qui prima e, facendo il fumettista, mi capita più spesso di partecipare a fiere del fumetto piuttosto che a eventi legati all’animazione. Ogni volta che metto piede in un contesto come questo, resto colpito dal livello di organizzazione industriale che lo caratterizza: è un mondo molto strutturato, distante dalla mia esperienza, che è invece più sporadica, occasionale, e fatta spesso di progetti che si aprono e si chiudono rapidamente. Per questo sono curioso di girare tra gli stand, scambiare due chiacchiere con gli addetti ai lavori, che stimo profondamente. I cartoni animati sono una cosa meravigliosa, mica solo per bambini!

Si è detto sorpreso dell’assegnazione del “Premio Sergio Bonelli” ricevuto…

Sì, una sorpresa totale, non me l’aspettavo affatto. Ricevere un premio così importante è qualcosa di speciale e sono profondamente grato alla giuria e alla manifestazione. Ogni volta che mi capita un riconoscimento, lo accolgo con felicità, anche se confesso che non capisco mai fino in fondo perché sia toccato proprio a me: ci sono tantissimi autori bravissimi. Però, come si dice, un premio non si rifiuta mai!

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La sinistra che non c’è

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Rai Libri presenta il nuovo lavoro di Fausto Bertinotti, disponibile anche negli store digitali

Fausto Bertinotti, una delle figure più influenti della politica italiana degli ultimi decenni, racconta, dalla prospettiva di un protagonista e di un osservatore in prima linea, la parabola della sinistra contemporanea. L’inizio del declino si può far risalire storicamente al crollo dell’Unione Sovietica, quando – insieme con il socialismo reale e le sue storture – viene meno un mito della sinistra: la possibilità di un’alternativa al capitalismo. Dalla lotta rivoluzionaria si è passati così alla sinistra riformista, che ha accompagnato il consolidamento dell’Europa sulla base delle ragioni del mercato e dei vincoli di debito, abbandonando Marx (senza superarlo) e la lotta di classe. Il neoliberismo e la globalizzazione hanno fatto il resto, relegando ai margini le voci dei lavoratori e delle lavoratrici. Intanto, in Italia e nel mondo, la politica annegava nella spettacolarizzazione e sceglieva di parlare non secondo giustizia e verità ma alla “pancia del Paese” oppure facendo propria la lingua del mercato. Non più una politica di alti ideali ma una politica servile e di corto respiro: quando i partiti progressisti si sono allineati a questa tendenza, è venuto meno anche l’impegno in favore delle rivendicazioni del lavoro. Cosa rimane allora della sinistra? Da dove è necessario ripartire e a cosa si può mirare? Fausto Bertinotti prova a spiegarcelo in questa lucida e penetrante analisi, attingendo alla sua esperienza diretta e alla visione maturata nella lunga militanza politica.

Fausto Bertinotti, sindacalista e politico, è stato segretario nazionale della CGIL, segretario del Partito della Rifondazione Comunista dal 1994 al 2006, presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008, europarlamentare e presidente del Partito della Sinistra Europea. Nel 2013 è stato insignito della Legion d’onore, la più alta onorificenza attribuita dalla Repubblica francese.

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