Dario Aita

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Ricerco l’essenziale

 

“Ogni storia ti costringe a porti domande diverse, alle quali non sempre si ha una risposta” racconta l’attore siciliano, new entry nell’affiatata famiglia di “Un Professore”, il giovedì in prima serata Rai 1. Accolto con calore nel cast della serie, racconta il mestiere dell’attore come un continuo incontro – con gli altri e con se stessi – e condivide il senso profondo che guida il suo percorso artistico

 

 

Un ritorno a scuola per lei, nell’anno della maturità. Più emozione o più incubo?
Direi più emozione. Non ho vissuto la mia maturità come un incubo, pur non essendo stato un alunno “modello”. Ho sempre avuto però il coraggio di approfondire ciò che mi interessava. Anche all’esame ho portato davanti alla commissione le mie passioni, e questo è stato possibile grazie a figure di riferimento importanti: insegnanti molto validi che hanno capito subito chi fossi e quali potenzialità avessi. Invece di ostacolarmi, le hanno sostenute, alimentate. Non tutti hanno questa fortuna.

Come si è sentito dall’altra parte della barricata?

Molto bene (ride). Ho sempre pensato che, se non avessi fatto l’attore, sarei diventato un insegnante, soprattutto nei primi anni dopo il liceo. Ripensandoci, credo che le tante “fasi” di desiderio verso altre professioni fossero tutte, in un certo senso, sublimazioni del lavoro artistico.

In che senso?

Ho sempre visto l’insegnante come un intrattenitore, un divulgatore che parla a un gruppo di persone cercando di affascinarle con il proprio carisma, di contagiare i ragazzi con la sua passione. Il confine tra chi fa spettacolo raccontando storie e chi insegna è molto labile: anche l’insegnante deve raccontare, deve avvincere.

Parliamo di Leone Rocci e del legame con il professor Balestra…

Fin dalla prima puntata sappiamo che Leone è un ex allievo di Dante e che da lui ha ereditato un metodo d’insegnamento non convenzionale. E, come spesso accade alle nuove generazioni, avrebbe voluto fare un passo avanti rispetto al suo maestro, magari evitando i suoi errori. La verità, però, è che tutti sbagliamo, anche nelle valutazioni. Leone non fa eccezione, è fallibile. Ma è anche un insegnante appassionato, capace di guardare i suoi studenti come individui e non come una massa indistinta, uno strano animale a tante teste. Ogni ragazzo è un mondo a sé, con potenzialità e personalità uniche. E Leone questo lo ha compreso bene…

E poi insegna fisica…

Una materia che non ho amato molto a scuola. Forse avevo delle lacune, o forse non ho avuto la fortuna di trovare qualcuno che me la facesse amare. Grazie a questo ruolo, però, ho imparato a vedere la fisica non solo come il regno della razionalità, ma anche come quello dell’immaginazione. Le grandi scoperte sono nate da persone che hanno immaginato l’esistenza di qualcosa anche in assenza di prove, ipotizzando l’impossibile e cercando di dimostrarlo. La fisica è davvero il luogo in cui il mistero incontra la realtà.

Questo professore porta un cognome che gli studenti dei licei classici non possono dimenticare… Rocci come il Vocabolario di greco…

Avevo entrambi i vocabolari: il GI di Montanari e il Rocci ereditato da mio padre. A volte li portavo entrambi a scuola, sperando di essere “salvato” (ride), ma niente: neanche così riuscivo a tradurre le versioni come si doveva.

New entry nella terza stagione di una serie di successo. Come è stato accolto in questa famiglia?

Questa domanda mi emoziona, perché ho ricevuto dal cast e dalla troupe un’accoglienza splendida, e non è affatto scontato, soprattutto in gruppi così consolidati, che spesso tendono a essere un po’ esclusivi. Ho sentito un grande calore dai ragazzi, ma in modo particolare da Alessandro Gassmann e Claudia Pandolfi: li ho adorati, come colleghi e come persone. Un po’ di paura c’era, perché il pubblico delle serie è molto affezionato agli equilibri delle prime stagioni, e l’arrivo di un nuovo personaggio può non essere visto di buon occhio. Per ora, però, sta andando bene, l’entusiasmo per Leone si percepisce.

L’importante è che non porti scompiglio tra Dante e Anita… quello potrebbe essere rischioso…

Chissà (ride).

Cosa si aspetta da una nuova sfida professionale?

Mi auguro sempre di cambiare grazie all’incontro con le persone con cui lavoro, personaggi o interpreti che siano. E poi c’è sempre un incontro speciale: quello con me stesso. È sempre diverso, si rinnova ogni volta, perché ogni storia ti costringe a porti nuove domande, alle quali non sempre esiste una risposta.

Parliamo di Franco Battiato… un gigante

Sto girando proprio in questo periodo. Non posso dire molto, se non che sto imparando una quantità enorme di cose, una montagna. E allo stesso tempo una montagna piccolissima nell’universo, ma difficilissima da scalare. Credo che abbia a che fare con l’indicibile. Per questo è difficile spiegare cosa ho scoperto o imparato, perché, al di là dei dettagli quotidiani, appartiene al mondo delle sensazioni, dell’invisibile.

Cantava Battiato in “La stagione dell’amore”:
“Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore,
Nuove possibilità per conoscersi,
E gli orizzonti perduti non si scordano mai…”

Cosa fa pulsare il tuo cuore nella vita? Cosa ti fa sentire vivo?

Due cose, soprattutto: la capacità di creare e la capacità di fare. Quando vedo qualcuno che crea qualcosa con le proprie forze, con la propria energia, con la propria immaginazione, l’atto creativo mi fa pulsare il cuore. E poi l’idea che, nella nostra solitudine e piccolezza, pur essendo minuscole particelle dell’infinito, siamo parte di un grande organismo che ci comprende e che ci fa appartenere, in qualche modo, al divino. Questo mi piace.

Sul suo profilo Instagram c’è molta eleganza, molto stile. E la vita, spesso, è una questione di stile. Ha trovato il suo?

Anche questo tema riguarda la ricerca. La “questione di stile”, per dirla alla Battiato, per me è sempre stata una lotta tra pensieri convenzionali e non convenzionali. Forse a un certo punto si supera tutto questo e si arriva all’essenziale. Io, però, sono ancora nella fase in cui voglio colpire, trovare la mia originalità, stupirmi. Posso dire che l’essenziale, per ora, è ancora lontano.

Qualcuno diceva: “l’essenziale è invisibile agli occhi”.

 

68° ZECCHINO D’ORO

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La musica può…

 

Sta per tornare l’appuntamento, imperdibile, dedicato alla musica per bambini, condotto, in diretta su Rai 1 dal 28 al 30 novembre, dalla coppia Carolina Benvenga e Lorenzo Baglioni, per la finale, come di consueto, il direttore artistico Carlo Conti

 

 

Torna l’appuntamento tradizionale e imperdibile con lo Zecchino d’Oro, giunto alla sua 68ª edizione. Il programma sarà trasmesso in diretta su Rai 1 con le prime due puntate venerdì 28 novembre, dalle 17.05 alle 18.40, e sabato 29 novembre, dalle 17.10 alle 18.40. La finale, che decreterà la canzone vincitrice tra le 14 in gara, andrà in onda domenica 30 novembre, dalle 17.40 alle 20.00, e sarà condotta, come da tradizione, dal Direttore Artistico Carlo Conti. Le semifinali del 28 e 29 novembre vedranno invece il ritorno della coppia formata da Carolina Benvenga e Lorenzo Baglioni, due amatissimi presentatori, attori, cantanti e volti del web, già protagonisti dello scorso anno. In ciascuna delle prime due puntate si ascolteranno sette brani, votati da una giuria di grandi – composta da ospiti e amici dell’Antoniano – e da una giuria di bambini, con l’aggiunta del voto del Piccolo Coro dell’Antoniano. Nelle semifinali verrà assegnato lo Zecchino d’Argento alla canzone più votata, mentre in finale il voto ripartirà da zero per l’assegnazione dello Zecchino d’Oro. Le 14 nuove canzoni sono firmate da 28 autori: non solo esperti di musica per l’infanzia, ma anche attori, insegnanti, scrittori, produttori e grandi artisti, tra cui Giuliano Sangiorgi (Negramaro), Stefano Accorsi, Andrea Agresti ed Enrico Nigiotti. A interpretarle, 20 piccoli cantanti provenienti da 10 regioni italiane (Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lombardia, Marche, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana e Veneto), accompagnati dal Piccolo Coro dell’Antoniano, diretto da Margherita Gamberini. Anche quest’anno lo Zecchino d’Oro sostiene Operazione Pane, la campagna solidale dell’Antoniano, supportata da Rai per la Sostenibilità, per raccogliere fondi a favore delle 20 mense francescane in Italia e delle 5 attive nel mondo (1 in Siria, 3 in Ucraina e 1 in Romania). Dal 24 al 30 novembre sarà attivo il numero solidale 45588: con un semplice sms o una chiamata da rete fissa sarà possibile donare un pasto a chi è in difficoltà. L’edizione 2025 dello Zecchino d’Oro, intitolata “La musica può”, celebra ancora una volta il potere della musica: quella che diverte, che educa e che, grazie all’Antoniano, offre sostegno alle persone più fragili. Un patrimonio culturale che continua a unire generazioni e a diffondere valori di solidarietà e speranza.

 

I TITOLI DELLE 14 CANZONI IN GARA:

 

  1. “Boomer boom boom” (Testo di Maria Francesca Polli; Musica di Marco Iardella) cantata da Ana Estela, 9 anni, Nerviano (MI) con Gioele, 5 anni, Bascapè (PV)
  2. “Il bacio nel taschino” (Testo di Irene Menna, Carmine Spera; Musica di Carmine Spera) cantata da Zoe, 5 anni, Lonate Pozzolo (VA)
  3. “Tu puoi essere” (testo di Mario Gardini; Musica di Andrea Casamento) cantata da Lara, 10 anni, Piano di Sorrento (NA)
  4. “Uffa le tabelline” (Testo e musica di Alessandro Di Battista) cantata da Alyssa, 8 anni, Lucca
  5. “Ci pensa il vento” (testo di Francesco Marruncheddu, Lodovico Saccol; Musica di Lodovico Saccol) cantata da Emma, 9 anni, Monza
  6. “Il lupo Duccio” (Testo di Enrico Nigiotti; Musica di Enrico Nigiotti, Enrico Brun) cantata da Mario, 5 anni, Praia a Mare (CS)
  7. “Viva le api” (Testo di Rondine, Stefano Accorsi, Filippo Gentili; Musica di Rondine, Matteo Milita, Filippo Gentili) cantata da Mattia, 9 anni, Bologna
  8. “Portafortuna” (Testo di Flavio Careddu; Musica di Alessandro Visintainer) cantata da Gioele, 10 anni, San Giorgio di Piano (BO)
  9. “Disco” (Testo e musica di Andrea Agresti) cantata da Ambra, 5 anni, Capoterra (CA)
  10. “Raffa la giraffa” (Testo e musica di Giuliano Sangiorgi) cantata da Gaia, 7 anni, Zeccone (PV)
  11. “Perché perché perché” (Testo di Maurizio Festuccia; Musica di Francesco Stillitano) cantata da Victoria, 5 anni, Verona con Nicolò, 6 anni, Montecassiano (MC), e con Gionsi, 5 anni, Bologna
  12. “Toc toc” (Testo e musica di Alessio Zini, Sara Casali) cantata da Beppe, 10 anni, Malta con Sofia, 5 anni, Castellaneta (TA)
  13. “Le galline fanno surf” (Testo e musica di Alessio Savocchio) cantata da Joy, 7 anni, Battaglia Terme (PD) con Diletta, 8 anni, Villafranca Padovana (PD)
  14. “Canta la conta” (Testo di Gianfranco Grottoli, Andrea Vaschetti; Musica di Gianfranco Grottoli, Andrea Vaschetti, Andrea Di Gregorio, Giuliano Capello) cantata da Anna, 10 anni, Ribera (AG) con Atena, 5 anni, Soliera (MO)

 

MARIA LATELLA

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Una risata ci salverà

 

Venerdì 21 novembre alle 15.15 su Rai 3 torna “La Biblioteca dei sentimenti” un programma pensato per chi ama i libri, per chi li scrive e per chi li legge, per chi vuole ascoltare le storie che custodiscono. Il RadiocorriereTv incontra la conduttrice, pronta a salpare per un viaggio alla scoperta delle nostre emozioni più intime

 

Cosa hai pensato quando ti è stato proposto di condurre “La Biblioteca dei sentimenti”?

La prima cosa che ho pensato è che posso finalmente leggere per lavoro. Sono un’avida lettrice sin da quando ero bambina, i miei genitori mi regalarono il primo libro a tre anni e mezzo, era con le figure e poche righe scritte. Poi mi ricordo che i miei scelsero il primo libro vero, che mi hanno regalato dopo una specie di conciliabolo tra loro. Si chiedevano: “Sarà troppo presto per regalarle Pinocchio?”. Lo fecero, era un’edizione molto bella, la ricordo ancora perché l’ho tenuta per anni e anni. La copertina era in marocchino rosso con le lettere in oro, ero molto compiaciuta della meraviglia della carta.

Fu da subito un amore travolgente…

Leggo da sempre e leggo tutto, non vado a dormire senza leggere. In questo momento ho per le mani il saggio di Marc Lazar, politologo francese, “Pour l’amour du peuple (Per l’amore del popolo)“, sui populismi in Francia. Mi piace anche poter esplorare un territorio nuovo in tv: parlare di libri e di sentimenti è una cosa molto bella. Il tema è quello della lettura, capace di una fascinazione unica, che prende a tutte le età. Speriamo che “La Biblioteca dei sentimenti” porti qualcuno che non ha mai preso in mano un libro a farlo.

Parlare di libri e di emozioni in tv, da dove si parte?

Da un sentimento esplicitato dal racconto di un ospite, dall’intervista a uno scrittore, a uno scienziato, a un uomo d’affari. Ogni sentimento è legato alla storia raccontata e ogni storia è frutto di un lungo lavoro di scrittura che dura anche mesi. Siamo contenti di raccontare un libro e un’emozione attraverso l’esperienza dell’autore.

Maria giornalista e Maria scrittrice, come cambia, se cambia, il tuo vivere la parola?

Io, soprattutto adesso, la parola ce l’ho realmente perché sto facendo radio e televisione. Mi riesce complicato ritagliarmi il tempo per scrivere, lo faccio appena posso per Il Sole 24 Ore. L’ultimo mio libro è stato “Fatti privati e pubbliche tribù”, un po’ il racconto dell’Italia nei diversi anni della mia vita: da bambina a Sabaudia, da giornalista prima a Genova poi a Milano, poi a Roma, poi di nuovo a Milano. Una bellissima occasione per andare a ritrovare con la memoria tante cose che mi erano successe. Ora, con Rai Libri, stiamo lavorando a una raccolta di interviste tratta dal programma “Il potere delle idee” che mesi fa ho realizzato per Rai Cultura.

C’è un libro che in qualche modo ha cambiato la tua vita?

Più di uno. Avevo dodici anni quando la mia professoressa di lettere a Sabaudia, Gloria Paoletti, che ho amato tantissimo, mi regalò “Un albero cresce a Brooklyn” di Betty Smith, un libro bellissimo, ed è proprio da quel momento che è nato il mio amore per gli Stati Uniti, un amore che regge tuttora. Gli USA sono il luogo dove dai vent’anni in poi sono sempre andata. Continuo ad andarci anche ora che ho una figlia che vive e lavora lì da tanti anni. L’altro libro che consiglio tutte le volte che vado a parlare agli studenti, soprattutto a quelli che vogliono fare i giornalisti, è “Bel – Ami” di Guy de Maupassant, racconto del potere del giornalista che si fa strada con tutti i mezzi: cinico, spietato, geloso. Trovo che “Bel – Ami” sia un perfetto ritratto della narrazione del potere che non è poi cambiato dall’Ottocento di Parigi a oggi.

C’è invece un libro che ti racconta per quella che sei oggi?

Sono una che tende sempre a smitizzare, che ha piacere di farsi una risata anche di se stessa. Per fortuna nella mia famiglia hanno tutti il senso dell’ironia, mio marito ha più che altro il “sense of humour” essendo per metà britannico: tendiamo spesso a non prenderci sul serio. Di questi tempi credo che la cosa più salvifica sia farsi una risata, possibilmente con un minimo di pensiero dietro. Se mi chiedi un libro che in questo momento citerei in relazione a quello che è un po’ il mio stato d’animo, dico la raccolta delle narrazioni di Nora Ephron, la commediografa americana che ha creato dei film meravigliosi, ne cito solo uno “Harry ti presento Sally”. Ha scritto cose che ti tirano su il morale in una giornata di pioggia (sorride). Nel ‘68 si diceva “una risata vi seppellirà”, oggi si dovrebbe dire “una risata ci salverà”. Ed è anche questa la chiave con la quale vorrei raccontare i sentimenti. Ci sono dei sentimenti passionali che ti fanno perdere anche il lume della ragione, come l’amore e l’invidia. Sono sentimenti forti. Ma l’essere umano si salva se anche nei momenti più tremendi c’è qualcuno che riesce a farlo sorridere, o almeno a fargli vedere qualcosa in un orizzonte di ironia. Il prendersi in giro è l’unica cosa che differenzia gli umani dagli altri esseri. I cani e i gatti non si prendono in giro, l’essere umano ha questa facoltà.

Che cosa ti aspetti dai tuoi ospiti?

Quando facevo le interviste politiche le mie domande erano costruite per fare notizia, per trovare un titolo, qui parliamo di sentimenti e di libri, per questo amerei moltissimo che al termine di un incontro l’intervistato si fosse lasciato andare a dire qualcosa di non preparato di sé, e a casa fosse arrivata questa sensazione.

 

Alessandro Gassman

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Un caos meraviglioso

 

Da giovedì 20 novembre, dopo essere stata presentata con successo alla Festa del Cinema di Roma, torna su Rai 1 la terza stagione di “Un Professore”. Il RadiocorriereTv ha incontrato l’attore romano: «La filosofia non è una materia polverosa, ma uno strumento vivo per orientarsi nella complessità dell’esistenza»

 

 

Riapre la scuola de “Il Professore”: come suonerà stavolta la campanella per Dante?

Quest’anno la campanella suona in una casa più affollata del solito. Sono costretto a trasferirmi da mia madre, Virginia, insieme a mio figlio Simone. Questo riavvicinamento forzato, unito al delicato equilibrio ormai incrinato con Anita, rende il mio ritorno a scuola più complesso. Mi troverò a gestire non solo le sfide dei miei studenti, ma anche questioni personali irrisolte, come l’arrivo di Leone Rocci (interpretato da Dario Aita), un mio ex allievo ora collega, che riporta con sé il mistero legato ad Alba, una studentessa dal passato difficile. La mia vita, come sempre, resta un caos meraviglioso.

È l’anno della maturità per la classe: come affronterà questo tema il terzo capitolo della serie?

Per la 5ªB la Maturità non è soltanto un esame, ma un vero e proprio rito di passaggio. Il mio compito, come sempre, è usare la filosofia per aiutarli a dare un senso a questo cambiamento. Come ha anticipato Nicolas Maupas (Simone nella serie), per la prima volta i ragazzi cominciano a interrogarsi davvero sul proprio futuro. Io sarò accanto a loro mentre provano a capire chi vogliono diventare.

Cosa significa per il Professor Dante – e per l’uomo Alessandro – “accompagnare” qualcuno nella vita?

Per me accompagnare non significa indicare una strada già definita. Vuol dire esserci, ascoltare, offrire strumenti e non risposte, confidando che ognuno possa trovare il proprio percorso. Da attore, considero questo il valore più grande della serie.

Qual è il prezzo da pagare per essere autenticamente sé stessi?

Essere sé stessi significa esporsi, mostrare le proprie fragilità e, talvolta, andare controcorrente. Dante, stagione dopo stagione, è maturato e ha imparato a riconoscere i propri limiti. È diventato più fragile e, forse proprio per questo, più umano. Il prezzo più alto che rischiamo di pagare è rinunciare alla nostra identità per compiacere gli altri. Viviamo in un’epoca che semplifica tutto in “giusto o sbagliato”, “buono o cattivo”, ma l’essere umano è molto più complesso. Accettare questa complessità è il primo passo verso l’autenticità.

Quale massima filosofica può rappresentare al meglio questa nuova stagione?

Per questa stagione mi affiderei a Socrate: “So di non sapere”. È l’umiltà di chi, come me e come Dante, riconosce di non avere tutte le risposte, nonostante l’età o il ruolo. È lo stesso smarrimento che vivono i ragazzi davanti al futuro. È una dichiarazione di apertura al dubbio e alla ricerca continua: l’essenza stessa della filosofia e della vita.

Ogni fine puntata apre uno spazio di riflessione tra gli spettatori. Su quali temi speri si possa dialogare di più nella società?

Come ho detto alla Festa del Cinema di Roma, “la serie apre la discussione e il ragionamento su noi stessi”. Il fatto che, dopo ogni puntata, molte famiglie si ritrovino a parlarne insieme è la mia più grande soddisfazione. In una società dominata dal “muro contro muro”, riportare il dialogo tra generazioni è un atto quasi rivoluzionario. Spero si possa discutere soprattutto del rapporto tra generazioni, perché oggi il dialogo tra genitori e figli è più necessario che mai.

E poi…

Vorrei si affrontassero anche grandi questioni sociali: dai cambiamenti climatici ai temi internazionali, come la Palestina, con la profondità che meritano. Viviamo immersi nei conflitti, e la filosofia può aiutarci ad aprirci, ad accogliere la complessità del mondo. Vorrei inoltre che si parlasse dell’impossibilità di ridurre una persona a un’etichetta. La vita è fatta di sfumature: riconoscerle ci rende più comprensivi. La filosofia non è una materia polverosa, ma uno strumento vivo per orientarsi nella complessità dell’esistenza.

Musica

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La chitarra nella roccia

 

Il cantautore toscano, secondo al Festival di Sanremo 2024 con “Volevo essere un duro”, regala al pubblico una performance incredibile dal vivo all’Abbazia di San Galgano, disponibile su RaiPlay dal 22 novembre. La regia è di Tommaso Ottomano, fratello artistico, regista e co-autore di Lucio Corsi

 

 

Una performance irripetibile che sfida aspettative e convenzioni. Dal 22 novembre arriva su RaiPlay “La chitarra nella roccia – Lucio Corsi dal vivo all’Abbazia di San Galgano” (una produzione Sugar per Rai Contenuti Digitali e Transmediali). L’artista porta la sua musica in un’incantevole cornice della provincia di Siena, un luogo in cui la modernità sembra non avere mai fatto ingresso. Con le stelle come tetto e il silenzio spirituale dell’abbazia come scenografia naturale, prende vita un concerto a cielo aperto, interamente filmato su pellicola per restituire la più autentica verità del suono e delle immagini. Il docufilm racconta non solo la musica, ma anche la tensione poetica tra la sacralità del luogo e la potenza elettrica del rock’n’roll. Un concerto che non è solo spettacolo, ma esperienza: un momento in cui arte e spiritualità, tradizione e innovazione si incontrano in un contesto unico e senza tempo, capace di catturare l’energia di Lucio Corsi che, attraverso le sue canzoni, si racconta in uno dei luoghi più intensi e incontaminati d’Italia. «Siamo molto contenti di avere Lucio Corsi protagonista di un nostro original – afferma Marcello Ciannamea, Direttore Rai Contenuti Digitali e Transmediali. – “La chitarra nella roccia” è un prodotto primordiale, sospeso nel tempo, girato interamente in analogico, in grado di coinvolgere e affascinare lo spettatore, che si ritrova teletrasportato in una cornice suggestiva come quella dell’Abbazia di San Galgano. L’assenza del tetto diventa una via di fuga per la musica, che così arriva direttamente nelle case degli italiani». Il film, che sarà disponibile anche come album live dal 14 novembre, è interamente registrato in pellicola 16mm e racconta un’esibizione speciale in un luogo d’eccezione, carico di storia, che rafforza ancora di più il legame dell’artista con la sua terra.

 

Lucio Corsi, cantautore toscano, riesce a rendere armonioso il rock d’autore e le sonorità folk insieme, trasformando le sue atmosfere surreali in poesia e legando un mondo a tratti grottesco ad una struttura musicalmente ricchissima. Ha debuttato alla 75esima edizione del Festival di Sanremo con il singolo “Volevo essere un duro”, classificandosi secondo e vincendo il Premio della Critica “Mia Martini”, entrando nel cuore del pubblico, per poi rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest 2025 di Basilea, ottenendo il quinto posto. Il singolo è stato primo tra i brani indipendenti più suonati dalle radio per 10 settimane (Earone) ed è certificato disco di platino. Durante i Tim Music Awards 2025, Lucio è stato inoltre premiato con il Singolo Platino per il brano “Volevo essere un duro”, il Disco Oro per l’omonimo album e il Live Oro per aver totalizzato oltre 100mila presenze nel corso del suo tour nei club italiani della scorsa primavera – che ha registrato il tutto esaurito – ed estivo, terminato lo scorso settembre.

Fabio Fognini

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Andiamo, come se fosse un match

 

«Nel tennis c’è timing, l’equilibrio, lo swing… e nel ballo è lo stesso, solo che qui l’avversario diventa la tua compagna» racconta al RadiocorriereTv il tennista italiano che con il suo talento e la sua grinta ha conquistato titoli su ogni superficie. Ora la sfida è sulla pista di Milly Carlucci, il sabato sera su Rai 1

 

Come l’ha convinta Milly Carlucci?

Quando ho fatto il “ballerino per una notte” l’anno scorso, Milly mi aveva detto che credeva nelle mie potenzialità. Da quel momento è iniziato un lungo lavoro, soprattutto durante l’estate, quando ho annunciato il mio ritiro dal tennis a Wimbledon. Mi ha fatto capire che questo poteva essere un nuovo modo per raccontarmi, diverso ma sempre competitivo.

Cosa sta rappresentando la sfida di “Ballando” in questo momento della sua vita?

È un’occasione per rimettermi in gioco, ma in un modo totalmente diverso. È un po’ come tornare a competere, ma con il sorriso e in un contesto completamente nuovo. Divertente, ma davvero molto faticoso!

Il ballo sta a Fabio come…?

…l’erba a Wimbledon. All’inizio scivoli, poi impari a muoverti e inizi a divertirti.

Con il tennis ha danzato su tutte le superfici. C’è qualcosa in comune tra questo sport e il ballo?

Sì, il ritmo. Nel tennis c’è timing, l’equilibrio, lo swing… e nel ballo è lo stesso, solo che qui l’avversario diventa la tua compagna.

In pista non scende da solo, ma con Giada Lini. Che squadra siete?

Una squadra tosta. Lei ha una pazienza infinita, io tanta voglia di imparare. Ci bilanciamo bene: lei dirige, io cerco di non pestarle i piedi. Ma ogni tanto la faccio arrabbiare!

Un pregio (e un difetto) della sua partner…

Il pregio è senza dubbio la professionalità, il difetto… non molla mai, anche quando io lo farei (ride).

A “Ballando con le Stelle” tutti siete sottoposti al severo giudizio della giuria. In platea gli occhi di sua moglie. Chi teme di più?

Bella sfida… Con Selvaggia Lucarelli è un match aperto, aspetto ancora che scenda in campo con me o contro di me! Carolyn Smith, invece, mi sprona, mi segue e spesso, con lo sguardo, mi fa capire se ho fatto bene o se ho sbagliato qualcosa. Poi ci sono tutti gli altri giudici, sempre puntigliosi, ma anche capaci di valorizzarti quando meriti. Il vero giudice è Flavia (Pennetta, sua moglie): a volte basta che mi guardi negli occhi e capisco tutto.

Il complimento/giudizio che le ha fatto più piacere tra quelli ricevuti dalla giuria?

Quando hanno detto che mi sto divertendo e che si vede. È il complimento più bello, perché vuol dire che arriva la verità.

Cosa prova di fronte all’affetto e all’applauso del pubblico che la scopre in una veste diversa?

Mi emoziona. Sono abituato al tifo, ma qui è diverso. Non è per un punto, è per una parte di me che la gente non conosceva.

Ha un gesto scaramantico prima di andare in scena?

Mi sistemo e faccio un respiro profondo. Poi guardo Giada e dico: “Andiamo, come se fosse un match”.

Pensi al podio di “Ballando”, chi ci vede sopra?

Beh, spero di esserci anch’io (ride)! Ci sono tanti concorrenti bravi, diciamo che la partita è ancora lunga. È un match al meglio dei cinque set!

A chi dedica questa avventura?

Alla mia famiglia. A Flavia, ai bambini, e a chi mi segue da sempre. Perché anche quando non gioco, il mio tifo migliore è loro.

ORIGINAL RAIPLAY

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Quelli che il cinema

 

Storie, maestri e segreti della cinematografia più amata al mondo. Condotto da Andrea Piersanti e Federica Gentile dal 14 novembre su RaiPlay

 

 

La storia del cinema italiano è, prima di tutto, la storia delle persone che lo hanno reso grande. Sono stati i “cinematografari” — artigiani del set, registi, sceneggiatori, tecnici, attori, produttori — a costruire, film dopo film, inquadratura dopo inquadratura, quell’unicità irripetibile che ha fatto del nostro cinema uno dei più studiati e ammirati al mondo.  “Quelli che il cinema”, dal 14 novembre su RaiPlay, condotto da Andrea Piersanti e Federica Gentile, raccoglie racconti e avvenimenti che hanno caratterizzato un patrimonio che si riflette anche nell’albo d’oro degli Academy Awards, dove figurano ben 14 film italiani premiati come Miglior film straniero: un primato che testimonia la forza e la qualità della nostra tradizione cinematografica. In questo lungo viaggio che intreccia memoria e attualità, grandi maestri e nuove generazioni,  effettuato anche attraverso le aule storiche del Centro Sperimentale di Cinematografia e con il supporto dei preziosi materiali d’archivio della Rai,  si ripercorre il genio e la sapienza di chi ha reso il cinema italiano un punto di riferimento internazionale: Giuseppe Tornatore, Marco Bellocchio, Costanza Quatriglio, Pupi Avati, Stefano Fresi, insieme a grandi maestri dei reparti tecnici e produttivi come Francesca Calvelli, Daria D’Antonio, Alfredo Betrò, Emiliano Novelli, Roberto Pedicini. E ancora, con gli interventi di esperti come Manuela Cacciamani, Tonino Pinto, Gabriella Buontempo, Marcello Foti e molti altri, il pubblico potrà ascoltare storie, aneddoti e curiosità che hanno segnato oltre un secolo di cinematografia italiana. “Quelli che il cinema” è una produzione Rai Contenuti Digitali e Transmediali, direttore Marcello Ciannamea, ideata da Andrea Piersanti, scritto con Mariano D’Angelo e Vittorio Simonelli, con la regia di Lorenzo Di Majo.

 

ANNA CHERUBINI

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Un Professore. Prima che tutto abbia inizio

 

Rai Libri pubblica il romanzo che racconta l’anno precedente agli eventi narrati nella serie di Rai 1 e svela le ferite, le scelte e le contraddizioni di Dante, Anita, Manuel e Simone prima del loro incontro al liceo Leonardo. Il libro intreccia tensioni familiari, desideri inespressi e vite sospese, mostrando l’umanità dei protagonisti e il momento esatto in cui tutto stava per cominciare

 

Come nasce l’esigenza narrativa di esplorare l’origine emotiva dei personaggi della serie?

Quando una serie viene molto amata, cresce naturalmente il desiderio di approfondire i personaggi. Essendo sceneggiatrice, per me è stato spontaneo immaginare anche il loro “prima”. Nei libri tratti dalle serie ha senso evitare la semplice riscrittura della trama televisiva: nessuno leggerebbe ciò che ha già visto. Per questo ho scelto un tempo precedente, più libero e senza il rischio di anticipare elementi futuri. Il romanzo mi ha permesso anche di introdurre personaggi nuovi, situazioni non presenti nella serie e zone d’ombra che si possono esplorare solo conoscendo a fondo il mondo narrativo di partenza.

Dante vive un dolore che non si è mai davvero sedimentato. Quanto è stato complesso entrare nelle sue fragilità senza scivolare nella retorica?

Il dolore legato alla perdita del figlio è ancora vivo e non elaborato, e l’ex moglie ha contribuito a tenerlo nascosto, generando in lui una forte inquietudine. Nel libro questo trauma è ancora più fresco: Dante fugge da tutto, dalla famiglia, dai ricordi e soprattutto da se stesso. Prova a soffocare il dolore attraverso relazioni leggere che non lo salvano mai davvero. Emotivamente resta un uomo errante, capace però di ritrovare un equilibrio solo nella scuola, l’unico luogo in cui si sente autentico. Anche quando infrange le regole, come accade con Mimmo, lo fa sempre per un senso profondo di responsabilità verso i ragazzi.

Anita si muove tra sacrifici, lavori precari, maternità totalizzante. Perché era importante raccontare questa sua dimensione prima dell’incontro con Dante?

Anita nasce in un contesto familiare fragile e questo la rende una donna abituata a cavarsela da sola. Cresce il figlio senza una base professionale solida e si muove tra molti lavori, seguendo talenti e passioni, ma senza una direzione stabile. Nel libro è ancora in bilico: frequenta un corso per diventare traduttrice, vive momenti quasi adolescenziali e perfino una relazione senza peso con un ragazzo molto più giovane. Raccontare questa instabilità era fondamentale per capire il suo incontro con Dante: due solitudini che si riconoscono prima ancora di avvicinarsi.

Manuel e Simone sembrano due pianeti destinati a collidere fin dall’inizio. Da cosa nasce il loro conflitto profondo, che precede anche la narrazione della serie?

Il loro contrasto nasce soprattutto dalle differenze sociali e familiari. Manuel cresce con una madre imperfetta ma presente, con cui ha un dialogo spontaneo e continuo. Simone, invece, vive in una famiglia piena di non detti, segnata dalla perdita del fratellino gemello, un dolore che lui stesso ha rimosso ma che continua a pesargli dentro. È intelligente, sensibile, ma fragile e alla ricerca di un’identità che non ha ancora definito. Manuel è più diretto, più immediato. Due mondi distanti che si attraggono e si respingono allo stesso tempo.

Mimmo è uno dei personaggi più delicati, sospeso tra il fascino della filosofia e il richiamo dei traffici illegali. Che cosa rappresenta per lei questa sua “doppia traiettoria” morale?

Mimmo è un ragazzo brillante, molto più di quanto il suo contesto sociale riesca a sostenere. Vive circondato da stimoli criminali, ma ha una sensibilità e un’intelligenza che potrebbero portarlo altrove. Cammina su un filo sottile: basta un passo falso per ricadere nell’ambiente da cui vorrebbe emanciparsi. È la storia di molti ragazzi delle periferie, che spesso sono migliori del luogo in cui nascono ma non sempre riescono a liberarsene. La sua delicatezza nasce proprio da questa lotta continua contro un destino che non sente suo.

Nel romanzo compaiono nuovi personaggi e nuove dinamiche. Come ha lavorato sulla loro costruzione?

Ho lavorato molto sulle sfumature linguistiche e culturali, anche consultando dizionari napoletani per evitare stereotipi, soprattutto per i personaggi legati a Torre del Greco. Elena, la psicologa scolastica, è un esempio di figura complessa: una donna etica, rigorosa, con problemi familiari importanti. Tra lei e Dante c’è attrazione, ma vivono secondo codici diversi: lui infrange le regole per proteggere un ragazzo, lei non può ignorare l’illegalità. Questo crea una distanza interessante, anche nella loro vicinanza.

Che cosa spera che il lettore porti con sé dopo aver letto il libro, al di là del rapporto con la serie?

Spero che il lettore trovi una storia autonoma, capace di vivere anche senza il riferimento televisivo. Il romanzo regge da sé, con personaggi completi e coerenti. Chi conosce la serie ritroverà sfumature nuove; chi non l’ha mai vista potrà comunque entrare in un mondo narrativo che funziona anche da solo.

The Voice Senior

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Torna il talent show condotto da Antonella Clerici. Con i coach Loredana Bertè, Clementino, Arisa e le new entry Nek e Rocco Hunt. Da venerdì 14 novembre in prima serata su Rai 1

 

 

È ormai un cult della televisione italiana premiato da milioni di telespettatori. Da venerdì 14 novembre arriva in prima serata su Rai 1 la nuova edizione di “The Voice Senior”, il talent show condotto da Antonella Clerici che premia le più belle voci over 60 del Paese. Grandi novità per la sesta stagione: accanto ai confermatissimi Loredana Bertè, Arisa e Clementino, fanno il loro ingresso come coach nella giuria due tra le voci più amate della musica italiana: Nek e Rocco Hunt, quest’ultimo in coppia con Clementino, con il quale condividerà l’ambita poltrona. Invariata la formula che ha decretato il successo del programma e che, anno dopo anno, ha regalato al pubblico indimenticabili storie di vita e musica. Si inizia con le avvincenti “Blind Auditions”, le tradizionali “audizioni al buio” dove i giudici, di spalle, ascoltano i concorrenti senza poterli vedere. Sarà solo la loro voce a doverli conquistare: in quel caso, il coach potrà voltarsi per aggiudicarsi il concorrente in squadra. Se più coach si volteranno, invece, sarà il concorrente a decidere in quale team gareggiare.  Anche quest’anno, nella fase delle “Blind”, i coach potranno contare su due preziose “armi”: il tasto “Blocco”, che impedisce a un altro coach di scegliere un concorrente, e il tasto “Seconda Chance”, che permette a ciascun coach di far esibire nuovamente, in una delle puntate successive, un artista che non è riuscito a convincere nessuno al primo tentativo. Al termine della quarta e ultima puntata di “Blind”, i quattro coach dovranno selezionare i 24 concorrenti prescelti – 6 per team – che passeranno al “Knock Out”, la semifinale, in cui i talenti di ciascuna squadra si sfideranno con un brano assegnato dai rispettivi coach. Saranno sempre i coach a decidere, in questa puntata, chi far andare avanti nella gara e solo 3 concorrenti per team accederanno alla spettacolare “Finale” dove sarà il pubblico da casa, tramite il televoto, a decretare chi vincerà la sesta edizione di “The Voice Senior”. Sei nuove puntate per un’edizione che si preannuncia ancora più ricca di musica, emozione e divertimento. Oltre alle straordinarie performance dei concorrenti – che proporranno al pubblico una selezione del miglior repertorio canoro italiano ed internazionale – non mancheranno, come di consueto, le esibizioni delle “guest star” di puntata e gli ormai irrinunciabili duetti dei coach con i concorrenti impreziositi quest’anno dall’arrivo di Nek e Rocco Hunt. Ancora una volta il palco di “The Voice Senior” si prepara a trasformarsi in una grande festa della musica, dove ogni storia è fonte di ispirazione ed ogni esibizione è la testimonianza che nella vita non è mai tardi per seguire le proprie passioni.

 

LE STELLE DI BALLANDO

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Il ritmo del nuoto, le emozioni del ballo

 

Dal nuoto alla pista da ballo con la stessa determinazione. L’ex campione Filippo Magnini al RadiocorriereTv: «Il pubblico mi dà una grande energia. Se nel nuoto non si sente granché, in pista l’ovazione ti carica a fare ancora di più»

 

Cosa le ha fatto dire di sì alla proposta di Milly Carlucci?

La curiosità di imparare una disciplina così lontana da me e provare a fare il massimo. In più “Ballando”, senza tanti giri di parole, è un programma in prima serata, è seguitissimo e per me questo è lavoro.

Cosa stanno portando “Ballando” e il ballo nella sua vita?

Mi stanno mettendo alla prova perché devo superare la difficoltà più grande, che non è ballare, ma stare spesso lontano dalla mia famiglia.

Il nuoto e il ballo, c’è qualcosa che li unisce?

Forse il ritmo che serve in entrambe le discipline, la costanza nell’allenamento.  Ma molte cose sono opposte, nel ballo devi lasciare andare le emozioni, nel nuoto le devi trattenere.

Nel nuoto si gareggia da soli, a “Ballando” in coppia… cosa cambia per un atleta?

Si pensa che il nuoto sia uno sport individuale ma insieme all’atleta ci sono una squadra, un allenatore, un compagno di allenamento. La differenza è che nel ballo l’allenatore scende in gara con te. Ti dà proprio una mano durante la gara.

Un pregio (e un difetto) della sua partner Alessandra Tripoli…

Il pregio è che è molto precisa ed esigente. Un difetto? Studia bene la coreografia più bella e difficile da propormi, dimenticandosi a volte che sono un nuotatore (sorride).

Cosa le ha insegnato, in queste sei prime settimane di gara, “Ballando con le Stelle”?

Che ogni settimana si deve cominciare con un nuovo ballo, apparentemente sconosciuto, ma che le cose che hai imparato la settimana prima ti servono, quindi è un percorso continuo.

Cosa prova di fronte all’affetto e all’applauso del pubblico che la scopre in una veste diversa?

Il pubblico mi dà una grande energia. Se nel nuoto non si sente granché, in pista l’ovazione ti carica a fare ancora di più.

Il complimento/giudizio che le ha fatto più piacere tra quelli ricevuti dalla giuria?

La prima puntata Ivan Zazzaroni mi ha detto che potevo essere un vincitore e questo mi ha dato una grande carica.

Quando la giuria la fa “arrabbiare”?

Provo a farmi scivolare le cose addosso. Sto comunque facendo un programma tv dove tutti vogliono fare show.

Ha un gesto scaramantico prima di andare in scena?

Do il cinque a Massimiliano Rosolino in camera delle stelle.

Pensi al podio di “Ballando”, chi ci vede sopra?

Chiunque, ovviamente mi farebbe piacere essere tra quei tre.

A chi dedica questa avventura?

A mia moglie e alle mie figlie, che sono sempre con me nel mio cuore.