Con la Tedeschi? Un colpo di fulmine

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Alice Arcuri

«Dal primo provino avevo capito il suo punto di vista sulle cose, il ritmo con il quale avrebbe parlato, l’espressività del corpo». Così l’attrice genovese, nei panni dell’ambiziosa e gelida primario in conflitto con Andrea Fanti. “DOC”, il giovedì in prima serata su Rai1


© Erika Kuenka

La dottoressa Tedeschi ha sparigliato le carte e ha portato tempesta in “DOC”, come è stato il vostro incontro?

Immediato, di imprinting selvatico animale. Dal primo provino avevo capito il suo punto di vista sulle cose, il ritmo con il quale avrebbe parlato, l’espressività del corpo, i retropensieri e il piano d’ascolto. È stato un colpo di fulmine, l’ho interpretata di pancia, è stato qualcosa di magico.

Una virologa determinata e scaltra, cosa le ha dato di suo per renderla così credibile?

La parte più razionale, più fredda e meno emotiva di me. Cecilia Tedeschi è a disagio nelle relazioni umane, è anche un po’ goffa in questo. Ho dato di me la parte più esteriore e spigolosa.

È entrata in “DOC” con un ruolo di primo piano, che avventura è stata?

Entusiasmante. Ho fatto una carriera di altro genere rispetto alla maggior parte degli attori del cast, ho lavorato tantissimo in teatro per scelta, per cui è stato interessante portare il mio strumento più tarato su altre musiche. Sono stata accolta un po’ come il primo violino della filarmonica (sorride). È stato interessante portare qualcosa di sé, della propria esperienza, in un gruppo di persone assolutamente eterogeneo. È stato come se mi avessero fatto sentire che mancavo anch’io, uno strumento arrivato da fuori. Il modo migliore di lavorare, senza pregiudizio. L’umanità che si respira, che traspare dalla serie e piace al pubblico, è quella del cast, persone che si divertono tanto insieme.

Come ha vissuto il set?

Benissimo. Per sette mesi ho aperto gli occhi all’alba, a orari incredibili, anche alle quattro del mattino, ma prendendo il caffè mi dicevo: che bello, ora vado a lavorare. E questo nonostante io non sia particolarmente mattiniera. In sala trucco, prima di cominciare, si cantavano Rino Gaetano o la musica da discoteca. Era come andare in gita scolastica. Un tempo ero gufo, ora sono diventata allodola.

Spezzi una lancia a favore della Tedeschi…

Dentro ha un mondo incredibile, vi sorprenderà…

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Oscio arriva su RaiPlay

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Novità

Dal 25 febbraio, in esclusiva sulla piattaforma Rai, “Il Santone – #lepiùbellefrasidiOscio”, la serie comedy ispirata al fenomeno social creato da Federico Palmaroli. Con Neri Marcorè, Carlotta Natoli, Rossella Brescia

Il fenomeno social più dirompente, comico e amato degli ultimi anni, creato da Federico Palmaroli e seguito da oltre un milione di follower, diventa una serie comedy in dieci puntate prodotta da Stand by me in collaborazione con Rai Fiction e disponibile in esclusiva su Raiplay dal 25 febbraio. Nel cast de “Il Santone – #lepiùbellefrasidiOscio” Neri Marcorè, Carlotta Natoli, Rossella Brescia. Marcorè veste i panni di Enzo Baroni, un antennista di Centocelle che scompare improvvisamente. Quando torna, diversi mesi dopo, perfino la moglie Teresa (Carlotta Natoli) fatica a riconoscerlo: indossa un mundu indiano, ha la barba lunga e l’aria serafica di un santone. Nessuno sa dove sia stato né lui lo spiega e forse lo ignora. Ma, ora che ha questo aspetto, gli abitanti del quartiere sembrano ascoltarlo, anzi pendono tutti dalle sue labbra: le vecchie frasi di saggezza popolare romana che Enzo pronunciava da una vita ora appaiono come massime di acuta profondità. Queste e una fortuita serie di coincidenze trasformano l’antennista prima in un guru di quartiere, poi di tutta Roma. La vicenda attira l’attenzione di Jacqueline (Rossella Brescia), agente televisiva che fiuta l’affare e vorrebbe far diventare Enzo una star.

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Il mio viaggio nelle contraddizioni del Paese

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Al timone di “Mi manda Ra3”, la storica trasmissione della terza rete, il giornalista racconta al RadiocorriereTv le sue origini, le scelte di vita e di lavoro, le grandi inchieste, ma anche le passioni del, poco, tempo libero.

Conosciamo meglio Federico Ruffo. Ostia, il luogo in cui è cresciuto e che menziona spesso, non è l’origine della sua famiglia. Ci racconta?

La mia famiglia arriva dall’Aspromonte. Mio nonno era un pastore, muratore, falegname ed emigrò a Roma e quindi ad Ostia dove siamo cresciuti tutti in un alloggio popolare. Vivevamo in sette, otto in una casa in cui oggi fatico a pensare. Tutti guardano Ostia come un posto pericoloso, io invece la trovo bellissima ed è uno dei motivi per i quali non mi sono mai voluto trasferire. Quello che ho imparato ad Ostia aiuta a percepire lo stato reale del Paese.

Voleva occuparsi di calcio. Quale evento ha cambiato tutti i suoi piani?

Lavoravo per un settimanale locale. Accadde un fatto di cronaca tremendo, la scomparsa di un bambino e le telecamere arrivarono da tutte le parti del mondo. Il bambino fu ritrovato morto dopo un tentativo di violenza. Scoprii in quei giorni che il piccolo era il fratello di una mia cara compagna di scuola delle elementari che vidi lanciare un appello televisivo e che in quei giorni trovò il coraggio di denunciare il padre per violenza ai carabinieri. Ricordai quanto fosse taciturna e mi domandai all’improvviso se, quando non parlava, avesse vissuto abusi a casa. Ma soprattutto mi chiesi cosa noi compagni avremmo potuto fare per comprendere meglio. Questo mi portò a ripensare il mio mestiere e chiesi di occuparmi di cronaca.

Che viaggio è stato quello verso “Mi manda Rai Tre”?

Lunghissimo, a volte interminabile, complicato, perché quando vieni da un posto come il mio, le possibilità sono più ristrette, come per tanti miei colleghi. Il mio viaggio in Rai, però, iniziò proprio con una collaborazione con “Mi manda Rai Tre”, dove guardavo Andrea Vianello chiedendomi se ci fosse per me una possibilità un giorno. Ecco, oggi tutto questo mi porta ad un senso di circolarità. In mezzo ci sono tanti chilometri e tanta fatica. Anche a “Report” ero molto felice. Un viaggio bellissimo.

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Arrossisco ancora per un complimento sincero

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Nella serie di Rai1 è l’infermiera dal grande cuore che si prodiga per i bambini e i ragazzi ricoverati in un reparto di pediatria. La protagonista di “Lea un nuovo giorno” si racconta al RadiocorriereTv: «Come il mio personaggio metto grande passione nel mio lavoro». Il martedì in prima serata su Rai1 

© P. Bruni

Lea è un personaggio diverso da quelli che ha interpretato sino a ora. Cosa le piace di lei e cosa le ha dato di suo?

Ad affascinarmi è stato vedere come Lea sia molto appassionata di ciò che fa, come sappia stare con le persone malate, dedicarsi ai bambini. Ha per istinto la voglia di far stare bene le persone di cui si occupa. A volte esagera (sorride), va al di là di quello che dovrebbe essere il suo dovere, e ogni tanto finisce dal direttore dell’ospedale che la rimprovera perché non è stata deontologicamente corretta, pur agendo a fin di bene. Si impiccia un po’ troppo, è un’istintiva, con una grandissima carica empatica, riesce a entrare in simbiosi con le persone, non solo con i ragazzini che assiste come infermiera, ma anche con le famiglie. Laddove c’è da strigliare un genitore lo fa, ma è sempre pronta anche ad aiutarli, a consolarli. E poi non guarda mai all’orario di lavoro. Nella passione che dedica a ciò che fa non stento a riconoscermi in lei.

La vita si può amare al punto da andare avanti anche quando sembra che sia proprio lei a girarti le spalle?

Ci sono fatti, come quelli accaduti a Lea, che non si possono superare del tutto. Ti rimane una sorta di vuoto. Un pezzo della tua vita si è rotto e devi convivere con una crepa che non si può cancellare. Però, se lo vuoi, puoi andare avanti, un passo dopo l’altro.

Le è capitato di conoscere donne simili a Lea?

In qualche modo sì, pur non avendo vissuto lo stesso tipo di dramma. Ci sono persone, anche a me vicine, che hanno trasformato un loro problema, un loro dolore, in qualcosa d’altro, e si dedicano alle persone che sono loro intorno. Basta anche dedicarsi a che si ama, a un figlio, a un amico.

L’essere anche una mamma l’ha aiutata nel trovare il personaggio di Lea?

Quando diventi genitore si ampliano delle sensazioni, conosci un tipo di amore nuovo. In qualche modo è come salire di gradino nella conoscenza di sensibilità, di emozioni.

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Tonica come me

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La conduttrice al timone del late show musicale di Rai2, da martedì 15 febbraio in seconda serata: «Vedrete molti ospiti che difficilmente passano in televisione». E ancora «La musica è di tutti, non devi essere per forza un critico musicale, un musicista, un direttore d’orchestra»

© Assunta Servello

Raccontare la musica e i musicisti con uno sguardo curioso e irriverente, frizzante e pungente proprio come lei. Tutto passa dalla musica: gli amori, le delusioni, le passioni, i tradimenti, il gioco, la vita. La musica è trasversale, è di tutti, non ha genere, proprio come vuol essere “Tonica”, un programma senza etichette, uno spazio sospeso dal giudizio. In studio, una resident band pronta a suonare con gli artisti che si esibiranno live sul palco di “Tonica”. In ogni puntata tanti ospiti – dai giovani talenti ai musicisti più affermati della scena musicale italiana – racconteranno ad Andrea il loro lato più interessante, quello più creativo, quello più personale, quello più ‘tonico’. E poi ancora attori, influencer, conduttori. Da martedì 15 febbraio, in seconda serata su Rai2, Rai Radio2 e RaiPlay.

Partiamo dal titolo…

Ma quanto è figo il nome “Tonica”…

Fighissimo…

Tonica è come affronto la vita, tonica è una nota, tonica è una bibita che tu ordini quando vai a ballare, anche se ce lo siamo un po’ dimenticati, ma a breve speriamo che si ricominci… e “Tonica” è il mio primo programma a conduzione unica.

Cosa vedremo?

Un late show musicale con un taglio molto veloce. Vi posso dire che sarà un montaggio televisivo rapido, senza mai tralasciare la profondità. Voglio che in “Tonica” si racconti l’artista, non il pezzo che ha cantato, a quello ci pensa già la radio. Voglio sapere perché un musicista ha scelto questo mestiere.

Uno spoiler sugli ospiti della prima puntata?

Se lo facessi mi verrebbero a prendere, mi incappuccerebbero e mi porterebbero via (ride). Vedrete molti ospiti che difficilmente passano in televisione, quelli che si concedono poco, e questo mi fa pensare che è bello come negli anni si sia sparsa fiducia.

Come nasce il rapporto confidenziale che ha con la musica?

La musica è di tutti, non devi essere per forza un critico musicale, un musicista, un direttore d’orchestra. Il mio ascolto della musica è pari a quello di qualsiasi altra persona che magari l’ha studiata e ne capisce di più, ma l’ascolto è di tutti.

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Benvenuto maschio

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Il sabato su Rai1, poco dopo la mezzanotte, conduce il talk dedicato all’universo maschile: «Un viaggio che aiuterà un po’ tutti a comprenderci, accettarci e rispettarci di più»

© Assunta Servello

Con l’esperienza di “Ciao Maschio” è cambiato il suo approccio all’“italico maschio”?

C’è un’evoluzione. Ho avuto alcune conferme rispetto a quanto mio marito mi ha sempre detto, ossia che il maschio in certe occasioni è più lineare di noi donne. Questo l’ho solidificato nella mia testa, esattamente come ho capito che i maschi sono capacissimi di fare squadra fra di loro quando si ritrovano in un contesto a tre. Accade nella fase del programma che si chiama “spogliatoio” in cui loro affrontano i temi con un piglio maschile, e anche persone che non si conoscono entrano in grandissima sintonia. Noi donne abbiamo più difficoltà.

Come è cambiato il maschio dopo la pandemia?

Non è una questione di genere, siamo un po’ cambiati tutti. In una prima fase si diceva che la pandemia ci avrebbe migliorati, poi abbiamo scoperto che in alcune occasioni ci ha addirittura peggiorati, siamo rimasti più individualisti, sono aumentati i nostri problemi, molte persone hanno perso il lavoro, alcune frustrazioni si sono ingigantite. Ho anche visto un peggioramento della specie, molta più rabbia. Però abbiamo imparato a gestire meglio il tempo, le priorità, abbiamo capito quanto sia preziosa la libertà, fare cose che prima ci sembravano ordinarie e che oggi sono diventate una concessione. Temo che questa pandemia abbia segnato un po’ tutti: maschi, donne e soprattutto i bambini ai quali abbiamo tolto spensieratezza, e gli anziani, ai quali stiamo sottraendo anni di vita preziosi.

Quanto il programma la sta aiutando a capire meglio i maschi che incontra nella quotidianità?

Spesso, in trasmissione, al maschio che mente dico: “Fatte accattà ‘a chi nun te sape”, ossia “fatti comprare da chi non ti conosce” (sorride). Spesso ci si nasconde dietro a finzioni rappresentative o di parola, noto poi, un po’ in tutte le interviste, anche un certo maschilismo di fondo.

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Leonora addio

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Nel film di Paolo Taviani la rocambolesca avventura delle ceneri di Pirandello e il movimentato viaggio dell’urna da Roma ad Agrigento, fino alla tribolata sepoltura avvenuta dopo quindici anni dalla morte. Con Fabrizio Ferracane, Matteo Pittiruti, Dania Marino, Dora Becker, Claudio Bigagli. Unica pellicola italiana in concorso al Festival di Berlino, sarà nelle sale dal 17 febbraio

Luigi Pirandello muore a Roma il 10 dicembre 1936 e nel suo testamento lascia precise disposizioni: “Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui”.  Ma le cose non andarono proprio così… “Leonora Addio” racconta l’incredibile avventura delle ceneri di Pirandello nel viaggio verso Agrigento, fino alla sepoltura avvenuta dopo quindici anni. A chiudere il film, l’ultimo racconto di Pirandello scritto venti giorni prima di morire: “Il chiodo” dove il giovane Bastianeddu, strappato in Sicilia dalle braccia della madre e costretto a seguire il padre al di là dell’oceano, non riesce a sanare la ferita che lo spinge a un gesto insensato.

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Quanta verità dietro a una maschera

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Dopo l’atteso debutto, “Il cantante mascherato” si appresta a vivere una seconda emozionante e avvincente puntata. «Dietro il mascheramento puoi essere folle, puoi tirare fuori ciò che il pubblico di te, se ci fosse la tua faccia, non accetterebbe» dice la conduttrice, che al RadiocorriereTv confida: «Se partecipassi come concorrente mi piacerebbe vestire la maschera della Strega dell’Ovest de “Il mago di Oz”»

2022, Milly Carlucci, Il cantante Mascherato – foto di Assunta Servello

Cominciamo dalla sera del debutto e dall’affetto che il pubblico di Rai1 ha tributato al programma… soddisfatta?

C’era la tensione di andare in onda dopo un periodo turbolento. Fare un programma nell’era covid implica che, improvvisamente, metà squadra possa diventare positiva, quindi che si fermino i lavori di costruzione dello studio. Ci è capitato tutto questo (sorride). Siamo arrivati affannati, abbiamo finito le prove alle sette di sera. Siamo andati in onda come una valanga che continuava a rotolare. Poi è andato tutto bene, con il sollievo di essere riusciti a portare a casa il programma, questo ci ha dato gioia e ci siamo congratulati con noi stessi.

Si aspettava lo svelamento di Gallina Bluebell?

Al “Cantante” non sai mai che cosa accadrà. C’è la volontà dello smascheramento dei giurati-investigatori, c’è il pubblico in sala con Sara Di Vaira che ha la possibilità di confermare, poi c’è il voto social. Le parti in causa sono tante. L’eliminazione, quella vera, è fatta sempre dal pubblico a casa, sono loro che per curiosità, non votando qualcuno, lo indicano come quello da smascherare. La maschera di Gallina Bluebell incuriosiva perché insolita.

I duetti hanno contraddistinto la prima puntata, da venerdì cosa accadrà?

Sembrerà incredibile a dirsi, ma ci stiamo ancora lavorando. Abbiamo preparato le canzoni, la parte artistica è pronta, dobbiamo capire come coniugarla, se in duetto o canzone singola.

È opinione diffusa che dietro a SoleLuna canti Cristiano Malgioglio, potremmo trovarci di fronte a un depistaggio?

Al “Cantante mascherato” tutto può essere, pensate al fatto che l’anno scorso il pubblico era convinto che dentro Lupo ci fosse Gigi D’Alessio e così non era. È il mondo della fantasia dove può essere tutto: alfa o omega, qualunque cosa.

Cosa spinge un personaggio dello spettacolo a dire di sì al suo invito di cantare sotto la maschera?

Nel caso del “Cantante mascherato” è la grande libertà che ti dà la maschera. Dietro il mascheramento puoi essere folle, puoi tirare fuori ciò che di te il pubblico, se ci fosse la tua faccia, non accetterebbe. Pensiamo a Coniglio (vincitore della prima edizione del programma) che ha fatto il romanticone per tutto il tempo. Sotto la maschera c’era Mammuccari, conosciuto dal pubblico per non essere romantico ma ironico, beffardo, a volte addirittura oltraggioso. E invece lui è un romantico, cosa che gli ha consentito di fare vivere Coniglio, amato disperatamente dalle signore a casa. Questo perché siamo spesso molto veloci nel mettere etichette addosso alla gente per poi non offrire più la possibilità di cambiamento. Ognuno di noi è tante cose, si evolve. Nella vita cambi perché ti fa cambiare la vita, anche artisticamente. Al “Cantante” hai l’occasione di cambiare.

I costumi sono un grande esempio di artigianato di casa nostra, come sono cambiati nel corso delle tre edizioni?

Abbiamo cercato di renderli più agevoli per chi ci sta dentro. Se sei una persona allenata e sportiva non hai fastidio ad avere un peso sulla testa perché hai una muscolatura tale da reggerla. Se sei una persona sedentaria fai più fatica. Il nostro tentativo è quello di rendere la maschera vivibile. Certo, oltre un certo limite non si riesce ad andare, perché la persona deve ovviamente essere mascherata.

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Il ritorno (e l’addio) di Margherita e Gaia

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Il RadiocorriereTv incontra le interpreti della serie diretta da Daniele Luchetti tratta dalla quadrilogia bestseller di Elena Ferrante. La domenica in prima serata su Rai1

Elena e Lila, inseparabili, pronte a perdersi e a ritrovarsi. Figlie della stessa terra, dello stesso contesto sociale. A dare loro anima nella serie “L’amica geniale”, le giovani attrici partenopee Margherita Mazzucco e Gaia Girace.

Come avete vissuto questa terzo capitolo de “L’amica geniale”?

MARGHERITA: È andata molto bene. Quest’anno per Elena la storia è molto più dinamica, al tempo stesso io sono più consapevole del mio personaggio, del mio lavoro. Sono stata più tranquilla sul set, sono andata molto bene con Daniele (Luchetti) sono contenta.

GAIA: Una bellissima esperienza, anche perché ho vissuto il set in modo completamente diverso. Conosco meglio il mio personaggio, questo mi ha permesso di godermela di più. Daniele è una persona fantastica, un regista bravissimo che ci ha lasciato grande libertà.

Come avete ritrovato i vostri personaggi?

GAIA: Lila diventa più grande, crescerà un figlio da sola, ad aiutarla c’è Enzo ma lei non si affida mai completamente, e si troverà davanti molte difficoltà, a partire dal lavoro. Farà molta tenerezza in questa stagione, è costretta a fare molti sacrifici per suo figlio. A sottostare a cose a cui prima non avrebbe mai sottostato.

MARGHERITA: Elena è cresciuta sia d’età, perché arriva a 32 anni, che interiormente. Diventa una madre, una moglie, e questo per lei è una grande sfida.

Cosa rende geniale il legame tra queste due giovani donne?

MARGHERITA: Il loro legame parte da una promessa fatta da bambine e che si portano dietro per tutta la vita. Un legame speciale, un’amicizia non comune, loro si compensano. Una si allontana l’altra si avvicina, poi una si allontana e l’altra la insegue, tra loro è sempre una rincorsa.

GAIA: Lila e Lenù sono due personaggi completamente opposti. Nascono nella stessa situazione sociale, ma poi prendono strade diverse. È per questo che la loro amicizia è speciale. Si separano, ma restano sempre unite.

Siete pronte a lasciare Elena e Lila?

GAIA: Io e Lila siamo cresciute insieme, ho cominciato a fare casting per “L’amica geniale” a 13 anni, ora ne ho 18. Sono cresciuta con lei. Resterà sempre dentro di me, ma ora è giusto lasciarla andare e che io faccia altro.

MARGHERITA: Sono pronta, sono anche contenta di farlo. Non avrei potuto portare avanti il personaggio, è giusto così.

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Recitare, che passione

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Marco Rossetti

Il RadiocorriereTv incontra l’attore romano, già entrato nel cuore del pubblico di Rai1 con il personaggio del dottor Damiano Cesconi in “DOC”.  «Il primo giorno di lettura del copione ero spaventato – afferma – ma ho trovato subito una famiglia che mi ha aperto le porte di casa con una semplicità e un’umanità genuine e positive»

© Erika Kuenka

Un romano al policlinico Ambrosiano di Milano in “DOC”, chi è Damiano Cesconi?

Cesconi è un infettivologo, viene da Roma, dallo Spallanzani e adotta un cambiamento così drastico nella sua vita perché è stanco, deluso dalla sanità pubblica post covid, dalle promesse non mantenute. Decide di cambiare completamente aria e va all’Ambrosiano dove adotta uno stile di cura in cui i pazienti sono solo numeri, praticamente l’antitesi rispetto al metodo di Doc.

Com’è stato l’incontro con il suo personaggio?

Bello e diverso. Non mi era mai capitato di interpretare un medico, ancor più interessante farlo in un periodo così difficile, in cui tutti provano ad allontanare i propri pensieri da quanto accaduto. Concentrarmici, dovere affrontare le dinamiche dell’ospedale, dovermici soffermare realmente, è stato complesso e anche doloroso. Il fare cinico di Cesconi è un qualcosa che non avevo mai portato in scena, in realtà lui è, come me, una persona molto dedita al suo lavoro: la disillusione l’ha portato a essere diverso dalla sua natura.

C’è chi definisce Cesconi cinico e chi un po’ paraculo, Doc fa bene a non fidarsi troppo di lui?

Non mi ricordo (sorride). Chi lo sa… Quello che posso dire è che grazie agli autori la serie è una montagna russa molto interessante. Complimenti agli sceneggiatori, portare avanti sedici episodi è una cosa non facile.

Come ha vissuto l’ingresso in una serie già di grande successo?

Una sana paura, entri per forza in punta di piedi. Il primo giorno di lettura del copione ero spaventato, ma ho trovato subito una famiglia che mi ha aperto le porte di casa con una semplicità e un’umanità genuine e positive. È stata una bella emozione, ancor più vedendo i risultati dopo tanti mesi di set. Sono grato di far parte di un progetto tanto ambizioso e fortunato.

Diviso tra cinema, Tv e teatro, cosa significa fare l’attore oggi?

Sono fortunato di potere campare di quella che è la mia passione. Fare questo mestiere oggi è difficile, oltre il talento è importante il coraggio di non mollare mai. È un lavoro che ti sottopone a un giudizio continuo, un’analisi personale forte.

Come vive il giudizio del pubblico, della critica…

Sono aperto a tutto, non mi spaventa la critica, il giudizio degli spettatori come quello degli addetti ai lavori, che ti fa crescere. La più severa tra tutti è mia mamma, la prima a dirmi senza timore se qualcosa non le è piaciuto.

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