Massimiliano Bruno

Posted on

Meglio insieme che da soli

Il RadiocorriereTv incontra il regista di “C’era una volta il crimine”, da giovedì scorso sul grande schermo, e parla di satira, risata, del cinema che cambia e del ruolo della commedia: «L’obiettivo è divertire e al tempo stesso parlare di argomenti importanti». Nel film lo stesso Bruno, Marco Giallini, Gianmarco Tognazzi, Giampaolo Morelli, Carolina Crescentini, Giulia Bevilacqua, Ilenia Pastorelli ed Edoardo Leo

Siamo al terzo atteso capitolo di una trilogia che sta appassiona il pubblico, in quale mondo ci porterà?

Vi porto all’8 settembre del 1943, durante la Seconda guerra mondiale, in un’Italia devastata, vi porto in mezzo ai partigiani, ai fascisti, ai nazisti, in un’Italia povera di una guerra ingiusta, ma allo stesso tempo vi porto nella commedia all’italiana, che ha la caratteristica di saper fare ironia e sarcasmo su qualsiasi argomento, anche il più atroce, e con il rispetto dovuto alla situazione. I miei interpreti hanno onorato la commedia all’italiana, Marco Giallini, Gianmarco Tognazzi, Giampaolo Morelli, Carolina Crescentini, Giulia Bevilacqua, Ilenia Pastorelli, lo stesso Edoardo Leo, sono stati dei protagonisti straordinari di questo tipo di film.

Perché ha scelto di ambientare la storia nel corso della Seconda guerra mondiale?

Il periodo storico mi permetteva di fare molte similitudini con il mondo attuale, non a caso in questi giorni vediamo ciò che accade. La guerra è sempre qualcosa che sembra lontana ma non lo è, è uno spauracchio che sembra sempre non debba riguardarci ma invece, incredibilmente, da un giorno all’altro, ci riguarda. L’obiettivo è divertire e al tempo stesso parlare di argomenti importanti.

Due componenti della banda sono dietro le sbarre, ma c’è l’innesto del professor Claudio Ranieri (Giampaolo Morelli), cosa significa fare una commedia corale? Quali sono i punti di forza e quali potrebbero invece essere i limiti?

Più di una volta ho diretto dei film corali che hanno il vantaggio di sviluppare il tema dell’amicizia e diverse sottotrame. Nel film a protagonista unico, probabilmente, riesci ad andare più a fondo nelle problematiche del personaggio. Non scelgo mai per partito preso un film corale, ma guardo all’impatto della storia. La saga di “Non ci resta che il crimine” era una storia d’amicizia, il tema è “è meglio insieme che da soli”.

Nel suo cast ci sono tanti numeri uno. Come sceglie i suoi interpreti?

Spesso parti dalla storia, spesso gli interpreti dei miei film sono miei amici dal 1990. Ci frequentiamo, ci sentiamo, chiedo la loro disponibilità. Altre volte penso ad attori e ne trovo altri, perché quello che vuoi è occupato, altre volte ancora scopri degli attori su cui avevi dei dubbi e che invece esplodono, sono giustissimi. La scelta del cast avviene a volte preventivamente, altre strada facendo a sceneggiatura ultimata.

La satira e la risata, qual è il punto d’incontro?

Penso che non ci sia limite. Ce lo ha dimostrato Charlie Chaplin ne “Il grande dittatore”, con una evidente parodia di Hitler, ce lo ha dimostrato Roberto Benigni ne “La vita è bella”, ma anche un film rumeno molto bello come “Train de vie”, piuttosto che “La grande guerra” di Monicelli. Film che trattano questo argomento ironizzandoci sopra. L’ironia deve sempre essere rispettosa della sofferenza, può raccontarla ma non deriderla. Noi, in questo tipo di rispetto, ci troviamo molto a nostro agio.

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.11 a pag.20

Carlotta Natoli

Posted on

Con leggerezza e ironia

Insieme a Neri Marcorè è protagonista della serie comedy in box set su RaiPlay. L’attrice racconta al RadiocorriereTv il suo personaggio, Teresa, moglie dell’antennista Enzo, “Il Santone”, del quartiere romano di Centocelle: “Un uomo che pratica l’accoglienza, una virtù femminile”

Qual è il mondo di Enzo e Teresa?

Nella loro back story sono entrambi due figurine ingenue, solo che Teresa è donna e ha un senso del reale, cosa che all’uomo sfugge. Lei si chiede come fare a pagare le bollette, come uscire da una situazione pericolosa. Però anche lei, per stare con uno così buffo, è ingenua. Dopo cinque mesi, ancora lo aspetta, certo, ha avuto paura che gli fosse successo qualcosa, ma è ancora innamorata di quest’uomo. Teresa non ha ambizioni, lei racconta la parte del sentimento, della concretezza, ma si stupisce. Tratta Enzo come un bambinone, a un certo punto gli dice “sei un carciofo”. Lo ha sempre amato proprio perché è dolce, semplice.

Come si è avvicinata al suo personaggio?

Su queste considerazioni, Teresa ha un certo tipo di romanità che conosco. Sono nata e cresciuta a Trastevere e avendo la mia età ricordo questi personaggi molto romani, veraci, e molto buoni. Mi interessava dare contemporaneamente veracità, una romanità istintiva, e ingenuità, non legata al sentimento, ma nella gestione del reale. È anche lei sotto scacco di una forma di povertà, perché loro non hanno una lira.

Anche Teresa vive una fase di trasformazione…

Si rende conto che forse il sogno è tutto, che se si può sfruttare questa situazione per fare sognare le persone, allora, perché no. A me è piaciuto interpretarla così. Teresa si diverte con questo uomo, lo accetta anche così strampalato. Il primo impulso a muoverla è quello dell’amore e dell’essere moglie. Sono personaggi di una Roma semplice, ma non per questo stupida.

Il suo personaggio dà ritmo alla narrazione…

Enzo è imbambolato in queste nuvole che gli sono intorno, per questo Teresa doveva avere un ritmo incalzante, anche una forma vagamente aggressiva nei modi, ma con ingenuità e cuore. 

Dietro la macchina da presa Laura Moscardin, cosa può dare di più e di diverso uno sguardo registico femminile?

L’entusiasmo. Laura è una donna che si entusiasma, ci mette quella gioia tipicamente femminile che non ha a che vedere con lo schematismo dell’uomo.  È una regista che ti suggerisce e che lascia grande apertura agli attori. Con lei ho improvvisato di sana pianta una scena: mi ha dato carta bianca, non dava lo stop. Sono nata e cresciuta con la pellicola e con il cinema di mio papà (l’attore e regista Piero Natoli) che mi diceva: “se non ti dico stop vai avanti”. Per un attore poterlo fare è un grande regalo. Questo è possibile solo con una donna alla regia, un uomo non te lo fa fare, perché deve controllare. La donna quando vede talento lo prende, non lo giudica e lo lascia andare. L’uomo ha paura di uscire dallo schema e che tu, con un tuo suggerimento, possa sovrastare.

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.11 a pag.14

Ugo Tognazzi

Posted on

La voglia matta di vivere

Nel centenario della sua nascita, un docufilm, scritto e diretto dal figlio Ricky, ricorda l’incontenibile vitalità di un attore simbolo del cinema italiano e internazionale. Una prima serata di Rai Documentari giovedì 17 marzo su Rai 2

Per celebrare i cento anni dalla sua nascita, Rai Documentari dedica a Ugo Tognazzi una prima serata speciale con “La voglia matta di vivere” in onda il 17 marzo su Rai Due. Scritto e diretto dal figlio Ricky, e raccontato insieme ai suoi fratelli e agli amici più intimi, il documentario è un omaggio a un grande attore, ma soprattutto a un uomo, con le sue debolezze e la sua forza, attraverso le interviste, i racconti intimi e affettuosi, le immagini dei super8 di famiglia. Una coproduzione Rai Documentari e Ruvido Produzioni, Dean Film, Surf Film e Mact Productions in collaborazione con il Comune di Cremona e i Salumi Negroni, con il sostegno di Regione Lazio e Roma Lazio Film Commission, che racconta in un lungo flashback il profilo e la carriera di uno dei più grandi volti del cinema italiano: dal cimitero di Velletri – città in cui Ugo Tognazzi ha vissuto gran parte della sua vita e dove adesso riposa – alla sua città natale Cremona. Dalle stelle di Negroni, nella cui azienda ha lavorato, alle stelle del cinema: Ugo Tognazzi ha collezionato più di 150 film, dal cult “Amici miei”, a “La tragedia di un uomo ridicolo” di Bernardo Bertolucci – che gli è valsa la tanto agognata “Palma D’Oro” a cui era stato candidato per ben otto volte – senza dimenticare i grandi successi internazionali de “Il vizietto”, “Barbarella”, “Romanzo popolare”, “Il federale”, etc. A testimonianza della sua poliedricità e della sua capacità camaleontica di muoversi tra generi diversi, dal varietà ai film d’autore, al fianco di talenti del calibro di Marcello Mastroianni, Nino Manfredi, Vittorio Gassmann, Alberto Sordi e Raimondo Vianello, Monica Vitti, che, come lui, continuano a vivere nella memoria collettiva.

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.11 a pag.16

Dario Aita

Posted on

Il potere salvifico del NOI

E’ Claudio Peirò nella serie “Noi”, adattamento dell’americana “This is us”. L’attore siciliano racconta al Radiocorrieretv la sua esperienza in un progetto così ambizioso: «Questa storia ha centrato la specificità della nostra società»

“This is us” in America un cult, in Italia un progetto molto ambizioso…

È stata una sfida fin dall’inizio. Quando ho saputo che avrei preso parte a questa serie, ne ho avvertito immediatamente la pressione, perché è una storia celebre, apprezzata e amata da fan distribuiti in tutto il mondo, e ovviamente anche in Italia. Mi sono rasserenato dopo aver letto il riadattamento di Sandro Petraglia, che è riuscito a trasportare questa storia universale di rapporti umani, familiari, nel nostro contesto. Il mercato delle serie è ormai un remake continuo e, a volte, capita che alcuni superino l’originale. La versione italiana della norvegese “Skam” ha avuto un successo pazzesco, quasi superiore a quello originale. Mi sembra che nel caso di “Noi” il pubblico abbia risposto molto bene.

Qual è la specificità italiana di questo racconto?

“This is us” racconta un sistema socioculturale consolidato da tempo, con tematiche già abbastanza scandagliate nella drammaturgia americana. In Italia, invece, una serie come “Noi” mi sembra innovativa, i temi affrontati, contemporanei in America 15, 20 anni fa, da noi lo sono diventati adesso. Parlare di una famiglia mista, di un bambino nero adottato negli anni Novanta, è un argomento “nuovo” dal punto di vista del racconto, ben legato alla nostra società. Negli Stati Uniti le generazioni afroamericane sono molto più presenti da anni, il processo di integrazione è a un livello più avanzato rispetto al nostro Paese che lo sta affrontando ora. Credo che questa storia abbia centrato la specificità della nostra società.

Un esempio?

Uno dei punti più rischiosi dell’adattamento, secondo me, è stato aver scelto per Daniele (interpretato da Livio Kone) una famiglia mista, mentre nell’originale è afroamericana. In Italia è un’eccezione trovare una famiglia nera perfettamente integrata, con posizioni sociali alto borghesi, mentre è molto più facile trovare una famiglia mista. Di specifico, poi, ci siamo “noi”, regista, attori, gruppo, siamo italiani, la nostra memoria lo è. Tutti gli anni raccontati nei flashback hanno un’estetica italiana nella quale il pubblico può riconoscersi. È come vedere una vecchia foto di famiglia.

In questo andirivieni temporale, com’è stato “guardarsi” nel passato e nel futuro?

Nella serie ci sono alcuni attori che interpretano se stessi in un ampio arco temporale, penso per esempio a Rebecca interpretata da Aurora Ruffino, che segue il suo personaggio fino ai 70 anni. Nel mio caso, il percorso di vita è affidato a tre interpreti differenti, una scelta davvero ben fatta da parte del casting director che ha scovato somiglianze eccezionali tra gli attori. Ho conosciuto il mio piccolo me e mi sono emozionato (ride). 

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.11 a pag.10

C’era una volta il crimine

Posted on

Al Cinema

Il terzo capitolo della saga firmata da Massimiliano Bruno. Con Marco Giallini, Gian Marco Tognazzi, Giampaolo Morelli, Carolina Crescentini e con Giulia Bevilacqua, Ilenia Pastorelli, Edoardo Leo e lo stesso Bruno. Nelle sale dal 10 marzo

Dopo “Non ci resta che il crimine” e “Ritorno al crimine”, Massimiliano Bruno ci porta ancora una volta indietro nel tempo per assistere a una nuova e rocambolesca impresa dell’improbabile banda di criminali che sbarca nel 1943 per rubare la Gioconda ai francesi: ad aiutarli nella difficile impresa Claudio Ranieri (Giampaolo Morelli), professore di storia pignolo e iracondo che insieme allo spaccone Moreno (Marco Giallini) e al timoroso Giuseppe (Gian Marco Tognazzi) affronterà mille pericoli. Mentre fuggono col quadro i tre sono costretti a rifugiarsi a casa di Adele (Carolina Crescentini), la giovane nonna di Moreno, dove l’uomo incontra anche sua madre Monica da bambina. Quando la piccola finisce nelle mani dei nazisti la banda è obbligata a un cambio di programma: se vogliono tornare nel presente dovranno prima salvarla, attraversando in lungo e largo un’Italia devastata negli ultimi, caotici giorni della seconda guerra mondiale. Un viaggio che li porterà a incontrare alcuni dei personaggi che hanno fatto la storia del Paese e ritrovare molti amici delle avventure precedenti.

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.10 a pag.32

DOC, una grande famiglia

Posted on

Sara Lazzaro

È Agnese nella serie con Luca Argentero e Daniela in “Volevo fare la rockstar” (prossimamente su Rai 2), personaggi popolari e amati dal pubblico della Rai. L’attrice italoamericana si racconta al RadiocorriereTv: «Sono determinata, idealista, ironica. A tratti anche un po’ malinconia, nostalgica». E confida, «dopo 14 ore di set ritrovo me stessa stando in silenzio sul divano»

© Erika Kuenka

Come ha vissuto questo nuovo capitolo della storia, il nuovo tempo della sua Agnese Tiberi?

La sensazione è quella di avere ereditato un’aspettativa dalla prima stagione, una grande attesa.  Abbiamo avuto l’occasione di andare un po’ più a fondo con i nostri personaggi, ed essendoci assunti la responsabilità di raccontare il contemporaneo, anche di attraversare il covid. Agnese si è trasformata, è il risultato di diverse cose che le sono capitate. Lei è una donna molto più vulnerabile, fragile, che sta facendo i conti con un’emotività con cui non si era mai confrontata. Questo è accaduto anche da un punto di vista lavorativo, perché il fatto di tornare in corsia l’ha posta in una posizione di vulnerabilità diversa.

Il rapporto diretto con i pazienti è per Agnese una sfida quotidiana…

Ogni storia che incontra è un’occasione per riflettere su se stessa. Molti pazienti la mettono in difficoltà, la portano a confrontarsi anche con il suo percorso. Lei ha affermato di non riuscire a empatizzare con la sofferenza di qualcun altro, cosa difficile anche da ammettere.

Cosa le ha insegnato in questi anni il suo personaggio?

Pur essendo una donna molto diversa da me, la difendo a spada tratta. Agnese mi ha trasmesso forti principi di resilienza, di determinazione, di senso del dovere. Le sue posizioni sono spesso contraddittorie, ma proprio grazie a lei ho accolto la contraddittorietà, che in verità c’è in tutti noi, è un aspetto che caratterizza l’essere umano, perché siamo tutti in costante trasformazione, in evoluzione.

Cosa significa costruirsi addosso un personaggio, da dove si parte?

Nel caso di Agnese è stato fondamentale il training all’ospedale Gemelli di Roma nel reparto di Medicina interna, così come trascorrere delle settimane in corsia e “annusare l’aria” dell’ospedale, capire le dinamiche. Personalmente, dovendo interpretare una direttrice sanitaria, ho cercato anche di interagire con le persone degli uffici, a partire dalle donne. Dopo il training c’è stata l’analisi delle sceneggiature, che mi ha fatto capire che parole avrebbe detto, che conflitti avrebbe avuto, i diversi movimenti dei personaggi.

Di Agnese Tiberi non ne ha portato in scena una sola…

Dovevo partire dalla mia Agnese della prima stagione per poi lavorare sulla sua trasformazione: è stato un lavoro molto interessante, fatto di dettagli, di sfumature, cercato insieme ai registi sul set. In ogni momento c’è la coesistenza di due elementi, insieme alla durezza c’è sempre l’eco di una fragilità passata. Il suo è un darsi che non ha mai un unico colore. Per esempio, in una scena di litigio, di difficoltà, ho cercato di non tirar fuori solo la rabbia o il dolore, ma anche l’opposto, talvolta solo attraverso uno sguardo.

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.10 a pag.22

Passaggio a Nord Ovest

Posted on

Un viaggio lungo 25 anni… e oltre

Un appuntamento che nel corso degli anni è entrato nelle abitudini e nel cuore dei telespettatori. Primo programma su Rai1 condotto da Alberto Angela ha toccato quota 1095 puntate. Il conduttore: «Portiamo il mondo nelle case dei telespettatori». Il regista Giampaolo Tessarolo: «La nuova scenografia sposa un modello sostenibile di creatività»

 © Barbara Ledda

Venticinque anni di successo per “Passaggio a Nord Ovest”, la cui prima puntata andò in onda su Rai1 il 16 gennaio 1997. Alberto Angela, ideatore e conduttore, ricorda così la nascita del programma: “Inizialmente si chiamava ‘Nautilus’, così era stato presentato ai giornalisti, ma all’ultimo cambiammo il nome. In realtà si trattò di un esperimento, ci si accorse infatti che c’era una grande quantità di documentari che si poteva mandare in onda, e che forse unirli in modo coerente sarebbe stata un’idea particolare. Li vidi e mi accorsi che c’era un filo conduttore che si poteva seguire. Era un’epoca in cui c’erano tanti documentari sulla natura e sugli animali, scelsi di seguire un solo animale, l’uomo, declinandolo al presente, su come la gente vive in diverse parti del mondo, al passato con l’archeologia, e ancora popolazioni, esplorazioni, insomma, la dimensione umana. Nessuno, a quell’epoca, avrebbe mai scommesso su una simile longevità. Dell’equipaggio d’allora ci sono ancora tante persone, come il regista Giampaolo Tessarolo, che permette di dare un senso, una logica, un ritmo al programma, un ritmo che supera i vent’anni, periodo in cui la televisione è cambiata molto”. Un traguardo importante, frutto del lavoro di un gruppo coeso. “Un gruppo che rimane così a lungo assieme, un programma che supera questo traguardo, è una cosa rarissima – prosegue Angela – è stato il mio primo programma fatto in Rai, il primo passo che ha portato a tutto ciò che è venuto dopo, da ‘Ulisse’ a ‘Stanotte a’, a ‘Meraviglie’. Lì si muovevano i primi passi, lì abbiamo capito come si vola in questo cielo. “Passaggio a Nord Ovest” continua a portare il mondo a casa degli spettatori. Cerchiamo di portare il respiro dell’umanità e il cuore della gente, ovunque si trovi su questo pianeta”.

In regia, sin dalla prima puntata, Giampaolo Tessarolo. Lo abbiamo intervistato.

Venticinque anni di Passaggio a Nord Ovest come vivete questo traguardo? 

Bene, direi gioiosamente! Mai stati turbamenti o invidie. Sempre tanto entusiasmo e pronti a collaborare. Per quanto mi riguarda sono pronto a farne altri 25 anni… vista la mia età!

Quali sono gli elementi che hanno reso vincente e così longevo il programma? 

Vincente perché trasmettiamo dai 4 ai 5 documentari nell’arco di 35-40 minuti di programma, con varietà di argomenti interessanti e luoghi di tutto il mondo. I documentari attentamente selezionati, anche se ridotti, sono qualitativamente notevoli sia per le riprese sia per i contenuti.

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.10 a pag.14

E’ sempre una sfida bellissima

Posted on

Aurora Ruffino

La protagonista femminile di “Noi”, la serie con Lino Guanciale in onda la domenica su Rai1, al RadiocorriereTv: «In Rebecca c’è l’amore di una donna per la famiglia e per un uomo, Pietro. Una storia che  potrebbe essere attuale ovunque e in ogni epoca, perché in ciascun personaggio possiamo immedesimarci, riconoscerci»

© Jessica Guidi

Aurora, che avventura è stata “Noi”?

Sono una fan di “This is us” da prima di prendere parte a questo progetto, è la mia serie preferita e, quando è arrivata la proposta per il ruolo di Rebecca, non potevo crederci. Ho dato il meglio di me, quando ho ricevuto la notizia di essere stata scelta ho provato una gioia incredibile, ma subito dopo sono stata investita dal panico (ride). La prima cosa che ho pensato è stata: “E adesso come faccio?”.

E dopo il panico?

Dopo un primo periodo di buio durante il quale ha prevalso la paura del confronto, mi sono imposta di non pensare più alla serie americana, mi sono buttata nel lavoro, dedicandomi solo al personaggio e al progetto. Cambiato atteggiamento, tutto è andato liscio. Speriamo che il pubblico possa apprezzare i nostri sforzi.   

“This is us” in America, e nel mondo, un cult. Una sfida importante questo remake…

La vera sfida per noi è appassionare il pubblico, facendo dimenticare l’originale per immergerlo in questa storia tutta italiana. Tutti conosciamo la vicenda di Romeo e Giulietta, la storia è sempre la stessa, ma a teatro, al cinema, in tv, ciascuno ne rappresenta una versione differente. Ogni volta è una nuova esperienza. L’obiettivo è creare un legame tra lo spettatore e i nostri personaggi, coinvolgendo tutti nelle loro emozioni.

Rebecca, una bella anima da esplorare. Com’è stato l’incontro con lei?

Ho avuto la fortuna di affrontare questo personaggio in maniera totale, esplorando questa vita profondamente, in tutte le fasi della sua età. È una bellissima opportunità per un attore che, in questo modo, può far risaltare le sfumature del ruolo, il percorso emotivo e la trasformazione. Ho fatto questo lavoro pensando sempre a un personaggio diverso, cercando di mettere in evidenza le diverse urgenze. Di solito il lavoro di analisi sul personaggio si fa una volta, in questo caso è stato ripetuto più volte. È stato il ruolo più bello e più difficile che mi sia capitato finora. Sapevo che tutto quello che stavo vivendo io, le mie emozioni, erano anche le sue. Mi sono sempre sentita al sicuro.  

Con Lino Guanciale, suo partner in “Noi”, quale rapporto si è creato?

Lino è fantastico, auguro a tutte le attrici italiane di avere l’opportunità di lavorare almeno una volta con lui, straordinario professionista. Quello che però mi ha colpito è la sua generosità, una bellissima qualità umana e professionale, il suo aiutare un collega a lavorare nelle migliori condizioni e farlo splendere ancora di più.

Tra le sfumature di Rebecca, qual è quella che ha fatto sua?

C’è una fase della vita di Rebecca che ha risuonato molto nella mia, quella in cui lei è incinta e poi madre di tre bambini. Sono in una fase della vita in cui il pensiero di una maternità è molto forte, anche se durante le riprese ho avuto un rifiuto importante su questo argomento. Pensavo a quello che questa donna aveva vissuto, così forte e doloroso, che l‘idea di diventare madre non solo mi terrorizzava, ma provavo repellenza. Poi qualcosa è cambiato e l’amore ha prevalso sulla paura del dolore. Ho camminato anch’io con il mio personaggio.

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.10 a pag.18

Verso la quinta dimensione

Posted on

Barbara Gallavotti

Le grandi sfide della scienza e gli interrogativi dell’umanità. Da sabato 12 marzo alle 21.45 su Rai 3 il nuovo programma di approfondimento e divulgazione scientifica. «Conoscenza come dimensione umana e desiderio di raccontare quello che avviene alle frontiere della ricerca» afferma la conduttriceC

Che cos’è la quinta dimensione?

Albert Einstein ci ha mostrato un universo in quattro dimensioni, le tre dello spazio e la quarta del tempo, però i fisici già ritengono che possano esistere delle dimensioni aggiuntive. Abbiamo chiamato il programma “Quinta dimensione” per esprimere la nostra intenzione di raccontare quello che avviene alle frontiere più avanzate della ricerca, ma allo stesso tempo, per come la intendiamo noi, la quinta dimensione è anche quella della conoscenza, del desiderio degli esseri umani di indagare la natura, di capire come funziona quello che ci circonda, della curiosità che ci rende umani. 

Dove ci porterete con la prima puntata?

La prima puntata sarà un po’ un tirare le fila di tutto quello che ci è accaduto negli ultimi anni, quelli della pandemia, per fare il punto sulle grandi domande, che in molti casi sono rimaste in sospeso, anche perché i fatti si sono succeduti in modo molto veloce. Ci chiederemo come abbia avuto origine tutto, se saremo costretti a vivere altre emergenze di questo tipo, come si sono sviluppati i vaccini e i farmaci. Affronteremo le grandi questioni sullo sviluppo della pandemia, ma cercheremo anche di capire cosa abbiamo imparato e cosa potrà portarci dei buoni frutti in futuro. Infine, ci domanderemo quali altre emergenze potremmo dovere affrontare e come sapremo affrontarle alla luce di quello che abbiamo vissuto.

Il suo libro “Le grandi epidemie” (Donzelli) è stato quasi profetico alla luce di quanto accaduto, e così ci chiediamo a che punto siamo nella lotta al covid? Questa lezione a cosa ci è servita? 

Ho sempre pensato che, tutto sommato, questa pandemia ci sarebbe servita a capire che le grandi emergenze. Le difficoltà, in particolare quelle dei cambiamenti climatici, si vincono solo compatti come esseri umani, vedendo però ciò che sta accadendo in questo momento del mondo, da questo punto di vista si perdono un po’ le speranze. Credo che l’insegnamento principale della pandemia avrebbe dovuto essere che abbiamo nemici comuni, come umanità, e che vanno affrontati in maniera compatta. Penso che, dal punto di vista strettamente dell’epidemia, la parte peggiore sia dietro di noi, perché adesso abbiamo dei vaccini, sappiamo come farne eventualmente aggiornati se dovessero comparire delle mutazioni particolarmente preoccupanti del virus, cominciamo ad avere dei farmaci. Insomma, è finito l’effetto sorpresa, quello che ci ha messo più in difficoltà. Cominciamo a essere ragionevolmente immunizzati come umanità, quindi, starà probabilmente succedendo quello che i ricercatori hanno previsto sin dall’inizio, ossia che saremmo andati incontro a ondate epidemiche sempre meno forti e dalle conseguenze sempre meno gravi. Credo che possiamo augurarci di essere sulla via d’uscita. Il problema è che in qualche modo questa epidemia non è stata che un assaggio della grande emergenza rappresentata dai cambiamenti climatici, che dobbiamo affrontare tutti insieme.

Sottotitolo del programma è “Il futuro è già qui”, ma il futuro nasce dai successi e dagli insuccessi del presente, del passato recente. Quali sono le grandi conquiste degli ultimi cinquant’anni e quali, invece, le occasioni perdute?

Il futuro è già qui perché, effettivamente, quello che accadrà nel nostro futuro lo stiamo decidendo e impostando adesso. Quello che ha messo in luce l’epidemia è che se si fanno degli sforzi molto grandi e con grande determinazione la conoscenza accelera in maniera veramente straordinaria. Possiamo pensare che i semi per i vaccini a RNA che stiamo utilizzando adesso, siano stati messi trenta, quaranta anni fa, ma probabilmente farmaci a RNA paragonabili a questi li avremmo ottenuti fra diversi anni, se non ci fosse stata la straordinaria accelerazione data dai fondi e dalle energie profusi per far fronte alla pandemia. Negli ultimi decenni abbiamo perso l’occasione a livello planetario di affrontare molto meglio il problema energetico, che porta all’emissione di una quantità di gas serra che mette in crisi la nostra possibilità di sopravvivenza sul Pianeta come specie. Credo sia il grande rimpianto che possiamo avere come comunità. D’altro canto, se guardiamo alle conoscenze scientifiche che avevamo nel 1970 e a quelle che abbiamo oggi, agli strumenti che abbiamo dal punto di vista medico, tecnologico, dell’efficienza energetica, è chiaro che di occasioni ne abbiamo colte moltissime.

In un altro suo libro, “Confini invisibili” (Mondadori), ci ricorda come l’uomo non sia il padrone della Terra ma un ingranaggio, forse anche uno dei più fragili. Oggi sembriamo avere maggiore consapevolezza della necessità di affrontare le emergenze, quali sono le priorità del pianeta Terra?

La grande emergenza ha a che fare con il fatto che qualcosa come il 70 per cento degli uccelli che abita sulla Terra è pollame per la nostra alimentazione. Allo stesso tempo, una percentuale impressionante di mammiferi presenti nel Pianeta è rappresentata da noi stessi e dai nostri animali da allevamento. Nell’ultimo secolo abbiamo plasmato, con una grande accelerazione, l’intero ecosistema Terra, di cui siamo una componente. Un ecosistema funziona quando tutte le componenti godono di buona salute. La grande sfida è quella di non tornare a un passato in cui le persone avevano una speranza di vita di 26 anni, se eravamo nell’Impero romano, o di 42 se eravamo nel 1901 in Italia. Vogliamo raggiungere una condizione in cui ci sia una qualità della vita che reputiamo accettabile e allo stesso tempo sostenibile.

L’energia, la gestione delle risorse, i conflitti a Est rischiano di farci fare scelte repentine, quali strade seguire?

I problemi complessi non hanno purtroppo soluzioni semplici, e questa è una cosa a cui dobbiamo in qualche modo rassegnarci. Ci troviamo di fronte a moltissime scelte da compiere, anche come cittadini, che hanno dei contro, oltre ad avere dei pro, e dobbiamo imparare a bilanciare pro e contro. Dal punto di vista della gestione energia c’è un problema enormemente complesso. In questi giorni si è parlato di riattivare le centrali a carbone che erano in via di dismissione in Italia. Ce ne occuperemo nella puntata sulla sostenibilità, in cui un esperto ci spiegherà come questa sia una soluzione sicuramente possibile ma non pensabile a lungo termine, una soluzione di emergenza. A lungo termine, invece, dovremo evidentemente trovare un bilanciamento di produzione di energia che ci porti a rinunciare ai combustibili fossili entro pochissimo tempo per ridurli drasticamente entro il 2030 e cercare di eliminarli entro il 2050. Questo ci porta a fare delle scelte: o puntare moltissimo sulle rinnovabili, o valutare se utilizzare per esempio certe forme di nucleare, che nel frattempo si stanno sviluppando. Sono decisioni che comportano pro e contro.

Il nucleare oggi è più sicuro che in passato? 

È una tecnologia che diventa sempre più sicura, ma soprattutto, entro dieci anni e in un passo successivo entro venti, dovrebbero essere disponibili sistemi che permettano una drastica riduzione delle scorie, una maggiore sicurezza rispetto alle centrali tradizionali, parlo ad esempio di piccole centrali nucleari come quelle che alimentano alcuni sottomarini. Un sistema di centrali più sicuro, che produca meno scorie e che sia più efficiente. Però è cruciale capire se la cittadinanza le vorrà utilizzare.

La scienza è al centro della sua vita, alla vigilia dell’8 marzo possiamo dire che il ruolo e le capacità delle donne siano sempre più determinanti nel terreno della ricerca? 

Credo che possiamo dire che anche nella scienza non si può fare a meno delle donne, che non ci si può permettere di rinunciare a quel 50 per cento di creatività e di intelligenza che rappresentano nella popolazione mondiale. Ne parleremo in una delle puntate, in cui racconteremo la figura di Rosalind Franklin e la scoperta della struttura del DNA. Lei è diventata un po’ l’emblema del mancato riconoscimento, nella storia, del ruolo delle donne nella scienza, situazione che tuttavia il mondo della scienza affronta ormai da anni in maniera molto seria. Questo dovrebbe avvenire anche in altri campi, con la consapevolezza che le donne a volte incontrano ostacoli ingiustificati nella loro carriera.

A chi dedica la “Quinta dimensione”?

Mi piacerebbe dedicarla alle nuove generazioni, perché il futuro è già qui, ma il futuro è soprattutto loro. Contribuiranno molto presto a cominciare a costruirlo perché, per come siamo strutturati come società, facciamo sin da piccoli delle scelte importanti. Sarebbe bello coinvolgere da subito i giovani nel dibattito sulla scienza. ν

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.10 a pag.10

Incontri Sottovoce

Posted on

Gigi Marzullo

È il volto della notte di Rai 1, ma è anche ospite fisso di programmi popolarissimi come “Che tempo che fa” e “Dedicato”. Giornalista e scrittore, racconta nel libro “La vita è un sogno” (Rai Libri), alcune delle sue interviste televisive con le più grandi star del cinema, dello spettacolo, della cultura, da Monica Vitti a Richard Gere, da Ennio Morricone ad Alberto Sordi: «Volevo fare lo psichiatra, ero affascinato dall’analisi della mente delle persone»N

MILANO 28 GIUGNO 2017 PRESENTAZIONE DEI PALINSETI TELEVISIVI RAI PER L’ ANNO 2017 2018 NELLA FOTO GIGI MARZULLO

Nella prefazione al libro Dacia Maraini parla di “ritratti affabili”. La sua narrazione, le sue interviste hanno sempre un tono lieve, anche di fronte a tematiche importanti, profonde…

Perché per avere risposte vere, sincere, costruttive, bisogna sapere chiedere. 

Il segreto è dunque nella domanda giusta…

Bisogna chiedere non per scoprire qualcosa di strano nella vita degli altri, per un puro gusto di gossip, ma per la curiosità di sapere com’è la vita degli altri. La risposta deve arricchire anche un tuo modo di essere. Attraverso le risposte degli altri si diventa migliori, si arricchisce il proprio modo di essere. Questo è il metro che mi ha aiutato in tutti questi anni di incontri. Non mi comporto così solo davanti a una telecamera, ma anche nella vita di tutti i giorni. Mi sforzo di capire gli altri per capire meglio me stesso. Se vedo qualcosa che non va, chiedo come mai e mi vengono date risposte, credo, molto sincere.

Qual è la prima cosa che la incuriosisce di un suo ospite?

L’aspetto estetico è il primo segnale che ti arriva. Poi c’è il suo modo di parlare, di porsi, c’è il look, sono tante informazioni che mi consentono di formulare domande per capire per davvero chi ho di fronte.

Cosa significa raccontare la vita degli altri?

Volevo fare lo psichiatra, ero affascinato dall’analisi della mente delle persone. Poi non ho fatto lo psichiatra, anche se sono laureato e abilitato in medicina, ma sono riuscito a farlo, in un certo senso, davanti alle telecamere. Senza fare diagnosi e terapie (sorride), ma facendo raccontare all’ospite, complice anche la telecamera, cose che, a detta dell’ospite stesso, non avrebbe mai raccontato a nessuno. Forse nemmeno allo psichiatra.

Come nasce questo “La vita è un sogno”?

Da un progetto che volevo fare, e in sintonia con l’amministratore delegato di Rai Libri, che mi ha detto di non fermarmi all’intervista ma di raccontare gli incontri con un prima, un dopo, un durante, con le mie impressioni, tenendo presenti anche le risposte degli intervistati. Abbiamo dato al libro un profilo internazionale, tenendo presenti anche numeri uno italiani conosciuti nel mondo, dando spazio anche a persone che oggi non ci sono più, da Gigi Proietti a Franco Battiato. Penso che la memoria sia un qualcosa che non ci debba mai abbandonare. Si può costruire il futuro e vivere il presente tenendo presente il passato, non abbandonandolo o cancellandolo.

Le chiedo di associare un aggettivo ad alcuni personaggi che lei racconta nel libro… partiamo con Sofia Loren.

Semplice e divina.

Massimo Troisi.

Massimo è il massimo, in ogni manifestazione, professionale e umana. Sincero, vero, sempre se stesso.

Alda Merini.

Affascinante, eccezionale, eccelsa. 

Luciano Pavarotti

Semplice e complesso allo stesso tempo. Un grande artista e un grande uomo, che con la sua arte può arrivare a tutti.

Franco Battiato.

Eccezionale come artista, come filosofo, come autore. Una persona che non amava molto parlare di sé, ma che con me ha avuto un incontro che ha meravigliato entrambi. Si è raccontato con il cuore in mano.

Claudia Cardinale

Meravigliosa, forte e coraggiosa allo stesso tempo.

Quali sono gli incontri che le hanno lasciato qualcosa di davvero speciale?

Penso a quelli con Fanny Ardant, Laetitia Casta, Glenn Ford. Fanny mi ha fatto sempre sognare, sia al cinema che come donna. Incontrai Laetitia Casta a Sanremo, quando condusse il Festival con Fabio Fazio: piccola, ma con un cervello apertissimo e di una bellezza acqua e sapone. Glenn Ford è un uomo di grande esperienza ed umanità. L’unica persona che al temine dell’intervista mi chiese, senza sapere: “Ma perché lei non fa lo psichiatra?”.

C’è qualcosa che non chiederebbe mai a un suo intervistato?

Cerco di non mettere mai in imbarazzo la persona con la quale parlo. Appena vedo che si può creare imbarazzo cambio strada, devio. Se l’ospite vuole dirti tutto lo farà, ma non devi mai istigarlo.

Cosa prova di fronte alla simpatia, all’affetto, alla fiducia che il pubblico le riconosce da così tanto tempo?

Ne prendo atto con molto piacere (sorride). Ho fatto sempre e soltanto il mio lavoro, poi sono arrivate tante gratificazioni e, ovviamente, qualche dispiacere. Specie in questa stagione della mia vita sto raccogliendo i frutti e ho scoperto con grande piacere che la gente mi vuole bene. Forse gli invidiosi no, ma l’invidia è qualcosa che non mi appartiene.

Quanto la popolarità dà forza alla sua vita?

Non ho mai pensato alla popolarità, ma a fare il lavoro che mi piace fare. La popolarità è qualcosa di interiore, non qualcosa di esterno a te.

Citandola… Se la vita è un sogno, qual è il sogno della sua vita?

Continuare per sempre a fare quello che faccio e non morire mai (ride). Impossibile, ma mi piacerebbe.

Quando iniziò a fare televisione pensava che sarebbe arrivato un successo così pieno?

No. Non ho mai pensato al traguardo. Penso che ognuno di noi debba essere felice durante il percorso, poi se ne arriva uno ne prendi atto.

Nella vita cosa le dà più gioia?

L’amore, fare il mio lavoro, frequentare le porche persone che mi piace frequentare, fare una passeggiata, fare shopping. 

Marzullo, siamo certi che i lettori del RadiocorriereTv, incontrandola, le chiederebbero di farsi una domanda e di darsi una risposta… 

Le domande che potrei farmi sono tante. Ma vedendo che ho atteso tanti anni prima di sposarmi, mi chiedo: ho fatto bene a sposarmi? La mia la risposta è sì. ν

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.10 a pag.6