Sabato anch’io

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Servizio pubblico

Il racconto dei grandi fatti attraverso le voci dei protagonisti. Il sabato alle 8.30 su Rai Radio1 l’approfondimento in diretta con Enrica Belli e Pablo Rojas

“Sabato anch’io”, novità della stagione radiofonica in corso, è ormai un punto di riferimento per gli ascoltatori…

PABLO: Per Rai Radio1 era importante presidiare la fascia con un’informazione in diretta anche il sabato, stando sulle ultime notizie e proponendo due interviste di attualità, tagliate principalmente sulla politica.

ENRICA: In questo periodo è molto importante, alla mattina, dare conto di quello che sta succedendo nelle notti ucraine e quindi riprendere il filo del racconto con gli inviati, provare a fare un po’ di analisi. Nelle due interviste che proponiamo agli ascoltatori cerchiamo di avere, in diretta, i protagonisti della settimana.

PABLO: Chiamarci in modo simile a “Radio anch’io” dà conti-nuità a Radio1 rispetto a un marchio importante e ci rende più riconoscibili.

ENRICA: Il pubblico di Radio1 è attento, con opinioni forti, ha un grande interesse nei confronti dell’attualità, di quello che succede.

Che cosa significa raccontare questo inizio 2022?

PABLO: Siamo a cavallo tra la pandemia e il conflitto in Ucraina, in mezzo c’è stato il Quirinale, tre eventi che ci hanno consentito di avere un racconto molto denso. È nelle emergenze che il giornalista ha la possibilità di dimostrare l’importanza di questo mestiere. E ha il dovere di stare in prima linea.

ENRICA: La particolarità di questi tre fenomeni è che si sono mangiati tutto il resto. Prima, con i giornali radio, abbiamo fatto un’informazione tutta incentrata sul covid, quindi c’è stata una fase sulla dinamica politica, spiazzante nel suo finale. Adesso i nostri giornali sono tutti concentrati sull’Ucraina nelle sue varie declinazioni, nei suoi mille risvolti: il campo, il fronte diplomatico, l’economia, la questione profughi, quella culturale.

Argomenti che hanno monopolizzato totalmente l’attenzione dei media e del pubblico…

ENRICA: Dagli ascoltatori questo è stato in parte anche subìto. Nei giorni del Quirinale le persone meno appassionate di politica erano anche stufe di sentirne le minuzie. L’informazione veniva un po’ accusata di questo. Adesso no, la guerra in Ucraina si prende tutta l’attenzione e in questo momento viene riconosciuta la necessità di un racconto completo.

Che cosa vi deve lasciare un’intervista perché da giornalisti possiate considerarvi soddisfatti?

PABLO: Una notizia, siamo soddisfatti se l’ospite riesce a dirci qualcosa che non ha detto prima, ad annunciarci un evento che sta per accadere. Così come se ci fa entrare in realtà che conosciamo poco con un approccio emotivamente profondo, questo ci lascia qualcosa. Recentemente ci è accaduto con una ragazzina di Nettuno, che è un po’ la Greta Thunberg del Friday for future italiano, che ci ha raccontato tutti i suoi gesti quotidiani per contribuire al miglioramento dell’ambiente.

ENRICA: Mi piace quando accanto alle notizie emerge l’umanità delle persone, la loro singolarità. Il primo gennaio, in occasione di uno speciale dedicato ai vent’anni dell’euro, abbiamo ospitato il professor Romano Prodi. Insieme all’analisi sulla politica economica, sulla geopolitica, ci ha raccontato anche un aneddoto sul Capodanno di vent’anni prima, quello che vide l’entrata in circolazione della moneta unica, dicendoci che il primo acquisto che fece con l’euro fu un mazzo di fiori per la moglie Flavia. 

PABLO: È accaduto anche con il ministro Roberto Cingolani. Gli abbiamo chiesto come stesse il suo robottino, l’umanoide che aveva progettato in un laboratorio di Genova prima di diventare ministro. Ci ha risposto con nostalgia e affetto verso questa creatura.

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.13 a pag.26

Nella grande famiglia di Don Matteo

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Al via la tredicesima stagione di una delle fiction più seguite di sempre. Insieme all’amatissimo prete-investigatore, interpretato dal grande Terence Hill, troviamo don Massimo, nei cui panni si cala Raoul Bova, sacerdote al primo impegno in una parrocchia. Con loro vecchi e nuovi amici: il maresciallo Cecchini (Nino Frassica), il capitano Anna Olivieri (Maria Chiara Giannetta), il colonnello Flavio Anceschi (Flavio Insinna), la perpetua Natalina (Nathalie Guetta), il pm Marco Nardi (Maurizio Lastrico). Da giovedì 31 marzo in prima serata su Rai1  

E tredici! Terence Hill e il suo don Matteo tornano sui teleschermi di Rai1 (e sulla piattaforma RaiPlay) per dieci serate e altrettante avventure straordinarie. Una stagione speciale, quella che entrerà nelle nostre case a partire da giovedì 31 marzo, che vedrà l’attesissimo debutto nella serie di don Massimo, interpretato da Raoul Bova. “Don Matteo” rimane fedele a se stesso, continuando il viaggio nella vita e nella società di oggi, ma al tempo stesso si rinnova, dimostrando di stare al passo con i tempi, mantenendo sempre lo sguardo positivo e la convinzione che sia sempre possibile cambiare e avere una seconda possibilità. I numeri della serie sono i veri testimoni di un successo planetario: 256 gli episodi realizzati, 1.659 (tra repliche e prime Tv) i passaggi solo su Rai1. A seguire Hill-don Matteo nelle sue indagini sono stati nel corso degli anni i telespettatori dell’America Latina e quelli degli Stati Uniti, del Giappone e dell’Australia e, ovviamente, del Vecchio continente. “Vorrei ringraziarvi tutti, – ha detto Terence Hill intervenendo da Los Angeles alla conferenza stampa di presentazione della tredicesima stagione – in particolare il pubblico perché senza di voi che seguite Don Matteo da tanti anni, Don Matteo non esisterebbe. Da quando ho lasciato il set, ancora vi penso. Un grande abbraccio a tutti, agli attori, alla troupe e a Luca Bernabei che mi ha sempre fatto lavorare bene”. La serie è prodotta da Lux Vide e da Rai Fiction. “La longevità di Don Matteo – ha affermato Maria Pia Ammirati, direttore di Rai Fiction – ci ha permesso di diventare un brand, un marchio che continuiamo a esplorare nella sua evoluzione, nel coraggio e nella possibilità di cambiare. Nel frattempo, ricordiamo che questa è stata una grande palestra per molti attori, per registi e anche per noi, perché 22 anni sono tantissimi. Un grazie davvero a tutti”. Dietro la macchina da presa, in questa tredicesima stagione, Francesco Vicario, Riccardo Donna e Luca Brignone.

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Livio Kone

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Io, Daniele, Noi

L’attore che nella serie di Rai1 interpreta il ruolo del figlio adottivo dei Peirò si racconta al RadiocorriereTv: «Non decidi tu dove nascere, ma decidi di quali persone circondarti: la famiglia può essere la scuola, l’oratorio, la comunità» 

© Jessica Guidi

Cosa l’ha portata a prendere parte a questo progetto?

La storia del mio personaggio, Daniele.

Cosa c’è di “speciale” in lui?

È un uomo realizzato, che a 34 anni decide di rimettersi in gioco cercando il suo vero padre. È sempre stato il suo chiodo fisso, nonostante sia stato abbandonato. Ha messo da parte l’orgoglio ed è andato a cercarlo. Questo l’ha reso molto umano.

Che cosa ha pensato una volta letto il copione e “conosciuto” Daniele?

Questo sono io (sorride), mi sono riconosciuto in tante sue caratteristiche. Ho capito che il personaggio poteva essere una mia versione 34enne.

Che cos’è per lei la famiglia?

Non deve esserci per forza un legame di sangue. La famiglia la puoi anche scegliere. Non decidi tu dove nascere, ma decidi di quali persone circondarti: la famiglia può essere la scuola, l’oratorio, la comunità.

Cosa significa per un attore dare forma a sentimenti potenti come quelli raccontati in “Noi”?

Vuol dire avere anche coraggio. Con Daniele ho dovuto affrontare aspetti che, come Livio, non avevo ancora indagato. Calandomi nei suoi panni sono stato costretto ad andare a fondo, a guardarmi allo specchio.

Cosa porterà con sé di questa esperienza?

Siamo stati una bellissima famiglia sul set e anche fuori. Finito il lavoro ci si ritrovava a casa dell’uno o dell’altro per stare insieme, per mangiare una pizza. Tutti, anche dopo dieci ore di lavoro. Ho amato girare la serie, ma molte emozioni sono proprio legate ai momenti di condivisione. Di fronte a tutto questo, a questa grande sintonia, ho ricordi davvero bellissimi.

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Matteo Oscar Giuggioli

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Recito per sentirmi libero

Gli inizi a teatro, il cinema e poi tanta Tv per costruire esperienza. Il RadiocorriereTv incontra il giovane attore milanese, protagonista con Accorsi di “Vostro Onore” su Rai1: «È stata una grande prova. Stefano è stato molto generoso con me, mi ha levigato mantenendo integro il mio modo di lavorare e di essere»

© Francesca Cassaro

Così giovane e così tanta esperienza. Com’è andata in “Vostro Onore”?

È stata una grande prova, forse il personaggio che ho scavato più a fondo. Impegnativo perché andava a toccare delle corde molto basse che mi hanno portato a lavorare su livelli emotivi molto delicati.

Cosa è rimasto in lei di Matteo Pagani?

Non è un personaggio che alza mai la voce, non è fuoco, piuttosto acqua, mite, ferma in superficie, ma che nel profondo è attraversata da grandi scossoni, non sempre facili da controllare.

Ha mai pensato “se questa esperienza umana fosse capitata a me”?

Quando si parla di vita e di morte non ci sono più scelte giuste, ma solo quelle per la sopravvivenza. Davanti al commissariato padre e figlio ci arrivano con l’intento di fare la scelta “giusta”, costituirsi, ma quando Vittorio comprende che la vita di suo figlio è in pericolo, fa un passo indietro. In gioco c’è qualcosa di più grande per cui sei disposto a fare qualsiasi cosa.

Il suo personaggio è chiamato a prove dure nella vita, come si pone lei davanti agli ostacoli della vita?

Vanno affrontati, ci devi un po’ parlare. Se hai paura di viaggiare, devi prendere un aereo, se hai paura di uscire devi prendere le scale e andare. Una volta un amico mi ha detto che si cresce quando in vacanza, in un Paese straniero, ti si rompe una ciabatta e non potendola ricomprare riesci comunque ad aggiustarla con un filo interdentale. Solo affrontando un problema puoi provare a superarlo.

Una produzione visivamente molto bella, un cast di altissimo livello. Qual è stato lo scambio professionale con Stefano Accorsi? 

Stefano è stato molto generoso con me, mi ha levigato mantenendo integro il mio modo di lavorare e di essere. Quando sei un attore così grande e affermato, aiutare un collega giovane a essere credibile è certamente un punto di arrivo importante. Non vedo l’ora di arrivare anch’io a questo livello, di avere un’esperienza tale da permettermi di dare dei consigli a qualcuno. Non è scontato fare quello che ha fatto Stefano, avrebbe potuto pensare “non devo insegnare niente a nessuno, mica siamo a scuola”. Lui invece è un uomo molto dolce.

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Generazione Z

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Storie dei nostri ragazzi

Da sabato 26 marzo per sei puntate alle 14.50 su Rai 2. Conduce Monica Setta

© Assunta Servello

Un nuovo programma dedicato ai giovanissimi sta per andare in onda su Rai2 (dal 26 marzo alle 14.50), è “Generazione Z” condotto da Monica Setta. Uno spazio che racconta la generazione stretta tra pandemia e guerra in Ucraina, tra didattica a distanza, nuovi rapporti con le famiglie, la scuola e gli amici. Sei puntate per approfondire il grado di conoscenza che esiste fra genitori e figli dei rispettivi mondi, con l’obiettivo di cogliere che cosa le ragazze e i ragazzi sanno oggi della politica, delle guerre o dell’economia. Verranno inoltre interpellate le istituzioni per capire che cosa sono pronte a fare concretamente per i cittadini del futuro. Per Monica Setta è un periodo intenso perché, oltre a “Uno mattina in famiglia” su Rai1 e “Generazione Z” su Rai2, è in onda quotidianamente su IsoRadio, mentre è in uscita il 31 marzo il suo ultimo libro “Italia, domani” economia, famiglie e conflitti (Rai Libri). “C’è un filo conduttore tra la TV e il libro” dice Monica Setta “racconto nel libro la grande occasione del Piano nazionale di ripresa e resilienza e come sarà il futuro dei nostri figli tra ambiente, economia, famiglie allargate e lavoro”.

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Volevo fare la Rockstar 2

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Tutte le emozioni di Olli

Divertente, ironica, romantica. Su Rai 2 la seconda stagione della family comedy diretta da Matteo Oleotto. Con Giuseppe Battiston, Valentina Bellè, Angela Finocchiaro, Emanuela Grimalda. Dal 23 marzo in prima serata

“Sono passati quasi due anni dall’ultima volta che Francesco mi ha dato un bacio. Non che mi sia annoiata nel frattempo eh! C’è stato il casino di Vittorio, che prima mi ha rubato una canzone e poi ha pensato bene di rubare anche al fisco inglese, finendo in galera e coi beni sequestrati giusto un nanosecondo prima che potessi chiedergli un risarcimento. C’è stata la luuuunga trasformazione di Nice da arpia divora-proletari a dolcissima nonnina… e io faccio tanto la mona a prenderla in giro, ma … meno male che c’è lei, visto che senza i suoi “aiutini” non avrei saputo come mantenere i due alieni consumisti taglia extralarge che hanno preso il posto delle mie bambine”. È Olivia, interpretata da Valentina Bellè, a riportarci nel mondo di “Volevo fare la rockstar 2”, serie al via dal 23 marzo in prima serata su Rai 2. Dietro la macchina da presa, Matteo Oleotto. “Raccontare questa storia è stata una scommessa – afferma il regista – perché partivamo da un racconto di vita vera, un blog scritto da una mamma single con tre figlie ed era quindi fondamentale riuscire a non contaminare troppo la realtà con la finzione; perché avevamo scelto di raccontare personaggi umani, sfigati e nevrotici, per suscitare più l’empatia del pubblico che non l’astrazione in una dimensione edulcorata della vita; infine, perché abbiamo scelto di impiantare il racconto nella provincia del nord-est, una porzione di Italia che nasconde storie ed atmosfere incredibili ancora da scoprire.

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Cambiare pelle, un grande privilegio

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Lunetta Savino

È uno dei volti più popolari del grande e del piccolo schermo. Per l’attrice barese una nuova sfida (vinta): vestire i panni della cinica avvocata Marina Battaglia nella serie del martedì sera su Rai1. «Mi ha conquistato per il suo atteggiamento verso la professione, nei confronti della vita, delle figlie, per il suo modo di porsi» afferma. E aggiunge: «Quando un racconto è ben scritto, ben diretto, riesce a comunicare la complessità degli esseri umani, che non sono mai solo bianchi o solo neri»

© Matteo Graia

Come è stato il suo incontro con Marina Battaglia e con il copione della serie?

Sicuramente un incontro felice, come lo sono quelli con i personaggi non ancora incontrati sulla strada, per lo meno non così ben delineati e ben scritti. Marina Battaglia mi ha subito conquistato per il suo atteggiamento verso la professione, nei confronti della vita, delle figlie, per il suo modo di porsi. Noi, da attori, non giudichiamo i personaggi che interpretiamo, ma quello di Marina è finalmente un po’ scorretto, un po’ cinico, un po’ diverso da quelli che ho fatto sino a ora. Lei è una donna borghese, appartenente a un ambiente nordico. Tutto si svolge a Milano e per questo ho provato a utilizzare una leggerissima cadenza milanese.

Dal copione al set…

Un copione può essere scritto bene, poi ci vuole un bravo regista che riesca a metterlo in opera. Anche quello con Simone Spada è stato un primo incontro, ed è stato felice. Lui ha portato energia e positività sul set, mettendo insieme un gruppo di attrici così diverse l’una dall’altra e che non avevano mai lavorato insieme. Si è creata un po’ alla volta la famiglia Battaglia.

Quanto è divertente, per un’attrice, calarsi nei panni di una donna così determinata e “battagliera” come Marina Battaglia?

Lo è molto. Marina fa parte di quella tipologia di personaggi che appartiene all’immaginario collettivo de “Il diavolo veste Prada”, interpretati da attrici come Glenn Close che hanno avuto occasione di mettere in scena donne forti, ciniche, scorrette.

Una madre tutta d’un pezzo e il rapporto non facile con le tre figlie…

Anna (Barbora Bobulova), Nina (Miriam Dalmazio) e Viola (Marina Occhionero) sono diverse l’una dall’altra e hanno un rapporto non semplicissimo con la madre, anche perché Marina non è di certo una che fa passare le cose in silenzio, si capisce che ha formato e cresciuto le proprie figlie con affetto e con l’atteggiamento di chi non accetta la resa, la fragilità. È una madre che svicola dai sentimentalismi, vuole forgiare le figlie secondo il suo modello di donna, che corrisponde a quello che è lei. Anna, da un certo punto di vista, è la più forte, tanto è vero che va via dallo studio della madre per andare a lavorare in quello rivale.

Le sarebbe piaciuto avere un po’ del cinismo di Marina da usare al momento giusto nella vita?

(sorride) Mi diverte farla, ma non so se mi sarebbe piaciuto. È vero che ci sono momenti in cui avresti bisogno di essere un po’ più fredda rispetto agli incidenti di percorso. Non lo sono molto nella vita, mi faccio forse ancora un po’ ferire. Anche se poi, man mano che vai avanti, impari a farti scivolare addosso un po’ le cose. Non dico di essere come lei, ma forse un pochino ho imparato a essere più simile a Marina.

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Amica delle donne

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Miriam Dalmazio

Bocca cucita sul nuovo progetto Rai che la vede impegnata in questi giorni, il RadiocorriereTv incontra la talentuosa attrice siciliana che presta anima e corpo all’avvocato Nina Battaglia: «È facile giudicarla severamente, dire che sia la classica borghesotta milanese, antipatica e snob. Sono andata a cercarla proprio nei suoi pochi momenti privati, andando a scovare la sua fragilità»

© Matteo Graia

Una siciliana a Milano, com’è andata?

Un viaggio emozionante che ci ha impegnato molto nel riadattamento di una serie inglese, quasi introvabile in Italia. Uno dei motivi che mi ha spinto ad accettare è stato proprio il non dover fare la siciliana, è un ruolo completamente nuovo per me, quello della milanese in carriera, divisa tra tailleur e aperitivi. È stato tosto, soprattutto dal punto di vista della dizione, anche perché sono una siciliana che vive da anni a Roma e ho dovuto compiere un doppio sforzo di correzione. Per me Milano è come New York, e dopo la serie ancora di più. Abbiamo girato tra i grattacieli della città, tra prospettive, linee così dritte e molto grigio a me sconosciuto.

Che esperienza è stata sul set di “Studio Battaglia”?

Un’esperienza molto serena, quando ti ricapita di lavorare con tutte queste donne? Ci siamo fatte simpatia subito, è stato molto facile entrare in sintonia. Devo ringraziare poi il regista, Simone Spada, professionista pazzesco, una persona davvero simpatica e aggregante. La novità è il racconto di una famiglia al femminile, ricrearla non è stato difficile grazie a tutte le condizioni favorevoli. Il pubblico, credo, non farà fatica a riconoscersi nei temi affrontati, trasversali e che riguardano tutti noi.

Qual è stato il punto di incontro tra la scrittura ricca di Lisa Nur Sultan e il ritmo visivo di Simone Spada?

La storia della famiglia, che appartiene alla cultura italiana. Su questo c’è stato accordo da parte di tutti, cast, sceneggiatori, regista. Abbiamo lavorato sul ritmo, ma soprattutto sull’ironia. È una serie che unisce molti generi, il family, il legal, il drammatico, quello che abbiamo voluto evitare è stato il mélo. L’aspetto ironico doveva essere il collante, il regista è stato molto bravo a orchestrarci e indirizzarci in questa direzione, tenendo un’ironia molto asciutta, stile british.

Qual è stato il suo incontro con Nina, dalla prima lettura alla messa in scena?

Nina ha bisogno di tempo per essere realmente compresa. Nella serie ci sono molti momenti in cui sta davanti alla gente, pochi invece quelli privati. Potrebbe essere facile giudicarla severamente, considerarla la classica borghesotta milanese, antipatica e snob. Anche io l’ho fatto, poi però le ho dato fiducia e sono andata a cercarla proprio nei suoi pochi momenti intimi, andando a scovare la fragilità. È questa forse la caratteristica che accomuna tutte le donne Battaglia, non rinunciare mai alla propria femminilità in un contesto prettamente maschile, quello dell’avvocatura. Sono donne che si fanno strada e costruiscono la loro identità e forza non dimenticando fuori dal lavoro quell’universo caldo, amorevole, fragile. All’inizio non riuscivo proprio a trovare il cuore di Nina, quando è successo l’ho accolta.

Dietro i personaggi “antipatici” a volte si nascondono belle sorprese…

È vero, infatti sono andata a scovare la sua bellezza proprio dietro le crepe interiori.

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La risposta giusta

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Novità

Veronica Maya conduce un nuovo programma che parla di ambiente, sociale e cultura. Da sabato 19 marzo alle 9.50 su Rai 2

Il racconto di un’Italia che non si ferma sarà al centro del nuovo programma di Rai 2, “La risposta Giusta”, condotto da Veronica Maya.  In onda da sabato 19 marzo alle 9.50, il programma racconterà l’Italia più attiva in progetti di solidarietà, cultura, salvaguardia dell’ambiente: iniziative concrete e meritevoli, storie ed esperienze di buone pratiche del nostro Paese, nel solco della sostenibilità, con testimonianze in studio, e il supporto di filmati originali ed esclusivi. Veronica Maya guiderà gli ospiti in un game ricco di domande e curiosità: un gioco avvincente in cui la “risposta giusta” sarà quella che i protagonisti delle storie e dei progetti hanno saputo mettere in campo con iniziative legate alla sostenibilità, e con storie di associazioni, fondazioni, aziende che con il proprio operato creano un impatto positivo per le comunità e per l’ambiente. “La Risposta Giusta” è lo spin off del programma “L’Italia che fa”, branded content andato in onda nel 2020 dedicato agli enti non profit e alle aziende impegnate sul fronte della responsabilità sociale di impresa, condotto dalla stessa Veronica Maya.

Continua a leggere sul Radiocorriere Tv N.11 a pag.18

Studio Battaglia

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Serie TV

Dal 15 marzo debutta su Rai1 l’adattamento di “The Split”, serialità di successo della BBC. Scritta da Lisa Nur Sultan è diretta da Simone Spada. Nel cast Barbora Bobulova, Lunetta Savino, Miriam Dalmazio, Giorgio Marchesi, Marina Occhionero, Michele Di Mauro, Carla Signoris, Thomas Trabacchi e Massimo Ghini

© Matteo Graia

Sono le migliori avvocate divorziste di Milano. Donne in carriera, madri, figlie, mogli, tutte decisamente calate nel loro e nel nostro presente. Il racconto, adattamento del britannico “The Split”, intreccia, con un linguaggio e un’estetica contemporanei, un lungo caso orizzontale (la separazione dei coniugi Parmegiani) a numerosi casi di puntata dai risvolti inediti riguardo gli aspetti più attuali del diritto di famiglia: unioni civili, accordi di riservatezza, tutela dell’immagine, famiglie omogenitoriali, congelamento degli embrioni, uso dei social media, diffamazione, eredità digitale, insomma tutto l’universo in costante espansione dei rapporti coi nuovi media. A dirigere la serie scritta da Lisa Nur Sultan, in onda da martedì 15 marzo in prima serata su Rai1, Simone Spada. “‘Studio Battaglia’” può essere definito un legal drama con linee di comedy familiare molto raffinate e personalmente è stata l’occasione per mettermi alla prova su un genere che non avevo mai affrontato da regista – afferma Spada – Ambientata in una ricca città del nord come Milano, in cui classico e moderno si mescolano in armonioso contrasto, con un cast eccellente, di cui vado fiero e che non smetterò mai di ringraziare, è una serie che parla d’amore perché parla di rapporti, di famiglia, di padri e madri, di figli, di mogli e mariti. Il mio obiettivo è stato da subito quello di trovare il giusto equilibrio tra la ricchezza della scrittura e il ritmo del racconto visivo, tra l’alternanza delle storie personali delle protagoniste e i casi di puntata, mescolando generi ma non linguaggio e accompagnando con maggior eleganza possibile e semplicità le tante vicende che caratterizzano questa storia che mi piace definire ‘popolare’, ma che allo stesso tempo porta con sé un’originalità e modernità che mi hanno entusiasmato da subito”.

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