Che musica il venerdì!

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Carlo Conti

Hanno risposto con entusiasmo all’annuncio di Rai1 da tutta Italia e ora sono pronti a mettersi in gioco per l’ambito titolo di “The Band”. Dal Tetro Verdi di Montecatini condurrà il nuovo talent dedicato ai gruppi musicali, in giuria Carlo Verdone, Gianna Nannini e Asia Argento. Dal 22 aprile in prima serata

© Assunta Servello

Come sarà “The Band”?

Un talent in cui non si vince niente, in cui non ci sono contratti discografici, non ci sono soldi (sorride). Si vince solo la soddisfazione di essere sul palco. Vogliamo stimolare la voglia a questi ragazzi, a queste band, di fare musica dal vivo, di riprendere a suonare nei locali, nelle feste paesane, nei matrimoni. Quelle in gara sono band non professioniste che saranno seguite da otto grandi professionisti. “The Band” è un talent atipico, si vince la soddisfazione di essere eletti la band più forte.

Cosa deve avere una band per essere vincente?

I componenti devono capirsi tra loro, sapere fare squadra, essere parte integrante l’uno dell’altro, non viaggiare da solisti, ma sapersi amalgamare trovando il clima giusto, il mood giusto, quell’originalità che ti fa diventare forte.

Come è andata la selezione dei gruppi in gara?

Siamo rimasti sorpresi, temevamo di essere un po’ in ritardo. Con la messa in onda dello spot sono arrivate più di due mila iscrizioni, di queste ne abbiamo selezionate sedici, nella prima puntata saranno scelte le otto band che proseguiranno la gara. Siamo andati al di là delle più rosee aspettative, questo significa che c’è un mondo che ha un bel fermento musicale. Alcuni gruppi erano troppo bravi e non li abbiamo selezionati anche per questo. Il nostro programma deve stimolare band giovani e più acerbe, ma che hanno la voglia di fare musica, di imparare grazie all’intervento dei nostri tutor.

Andrete in onda da Montecatini, dalla sua Toscana, e le band si esibiranno davanti a una platea gremita, cosa significa tutto questo per lei?

Abbiamo cercato nel centro Italia la disponibilità di un luogo in cui si facesse musica abitualmente, questo per avere un pubblico reale, vero, e per dare alle band la sensazione di qualcosa straordinario, che va oltre lo studio televisivo. Degli otto tutor tutti hanno fatto un concerto al teatro Verdi, che è un luogo in cui i concerti si fanno abitualmente. Tutto questo, per le nostre band, è uno stimolo in più.

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Stefano Piccirillo

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Una volta ancora. L’originale

Non è un’autobiografia, eppure sembra di leggere la storia di Stefano Piccirillo, professionista della voce che, oltre alla lunga carriera radiofonica nei principali network nazionali, ha collezionato numerose esperienze in qualità di docente, radio coach, giornalista, attore ed opinionista. E’ il suo sesto libro e racconta la storia d’amore tra Stefano e Alessia.

“Una volta ancora. L’originale” è il suo sesto libro. Nasce come evoluzione del precedente. Perché “L’originale”?

Quando nel 2020 ho scritto a “Una volta, ancora una volta”, ho dato vita a due personaggi. Lui è legato alla mia figura professionale, Stefano, speaker radiofonico, lei è Alessia che è invece un avvocato. Ho voluto darle questo ruolo perché la storia riguarda due persone che hanno un carattere completamente diverso l’uno dall’altro. Un incontro molto particolare, diverso da tutti gli altri. L’originale è perché è un’evoluzione del precedente, con un sentimento più chiaro, qui i protagonisti svelano la loro vera personalità.

Il libro non è un’autobiografia, ma la sensazione quando lo si legge è proprio quella. Quanto è distante (o quanto è vicina) dalla sua realtà questo racconto?

Sono contento che si colga questo, perché la mia scrittura riflette il mio modo di condurre la radio. Scrivere è per me come parlare, il linguaggio è diretto e scrivo di pancia. Sono sempre stato uno che ha dichiarato ed espresso i suoi sentimenti, magari non nel momento giusto, e non sono la persona più adatta per dire che l’amore funziona così. La storia si avvicina molto ad uno dei miei più grandi amori, forse il più grande, ma non l’ho raccontata esattamente com’è per rispetto di noi due. C’è qualcosa di me e c’è anche un valore che ho ereditato dai miei genitori e cioè quello di riportare l’amore a dei canoni di rispetto altrui, di divertimento, di complicità, ma anche alla capacità di superare insieme fasi difficili. Oggi è molto facile lasciarsi rispetto al passato ed è cambiato il modo di approcciarsi. La storia riguarda due persone che hanno anche una differenza di età, che però si annulla paradossalmente perché Stefano è una persona dinamica, naturalmente portata alla vita, mentre Alessia lo è altrettanto, ma è più tranquilla e i suoi silenzi sono molto più maturi.

Se l’amore fosse un paio di scarpe sarebbero delle sneakers? Le ha scelte anche per la copertina…

Ho voluto dare un senso a questo. Unendo i lacci viene fuori un cuore, come si vede nella foto. Le scarpe sportive per me rappresentano la quotidianità. Quando siamo chiamati ad un impegno importante, anche di lavoro, ad un evento o ad una serata diversa dalle altre, indossiamo le nostre scarpe migliori. Invece il senso dell’amore è quello di portare le scarpe da ginnastica, toglierle l’uno all’altra quando si è sul divano a casa, per esempio, per stare più comodi. Ho identificato le sneakers come le scarpe di chi cammina insieme.

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Il sesso degli Angeli

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Cinema

Il film è la storia di don Simone, prete di provincia che eredita un bordello in Svizzera. Dal 21 aprile sul grande schermo la quattordicesima commedia di Leonardo Pieraccioni. Protagonisti, insieme all’attore-regista toscano, Sabrina Ferilli e Marcello Fonte

A quattro anni da “Se son rose” Leonardo Pieraccioni torna al cinema con una nuova divertente commedia scritta con Filippo Bologna, interpretata insieme a Sabrina Ferilli, Marcello Fonte e Massimo Ceccherini. Pieraccioni è Don Simone, sacerdote di provincia che riceve una fantastica notizia: l’eccentrico zio Waldemaro (Ceccherini) gli ha lasciato in eredità un’avviatissima attività in Svizzera attraverso i cui proventi potrà risollevare le sorti economiche del suo oratorio. Solo al suo arrivo a Lugano, accompagnato dal sacrestano Giacinto (Marcello Fonte), il prete scoprirà di avere ereditato un bordello in cui lavorano cinque splendide ragazze: Margò (Gabriela Giovanardi), Ameriga (Eva Moore), Bella (Maite’ Yanes), Alessia (Valentina Pegorer) e Mimì la muta (Giulia Perulli). A gestire la casa d’appuntamento è l’affascinante Lena (Sabrina Ferilli). “Sia con ‘Il sesso degli angeli’ che con il mio precedente ‘Se son rose’ mi sembra di essere tornato ai miei esordi – afferma Pieraccioni – sono film nati più facilmente degli altri, si tratta in entrambi i casi di storie pensate e girate con grande libertà. Questa volta credo che anche il copione ne abbia risentito in meglio mentre invece in passato, nel tentativo di raggiungere un risultato di pubblico importante, c’era stata maggiore fatica nella scrittura alla ricerca, qualche volta, di ripetere meccanismi che avevano precedentemente funzionato”. Prodotto da Levante e Rai Cinema, distribuito in 400 copie da 01, il film sarà nelle sale a partire da giovedì 21 aprile. Di seguito stralci dell’intervista al regista realizzata dal produttore cinematografico.

Dove ci porta la sua nuova pellicola?

Raccontiamo un prete in trincea, quelli degli oratori, non quei graduati a cui ci si affeziona davvero poco. Lo abbiamo fatto attraverso le vicende di Don Simone, il mio personaggio, sacerdote “di frontiera” di una piccola cappella toscana, che vediamo all’inizio alle prese con mille difficoltà per tirare avanti in un momento in cui i refettori e gli oratori sono da tempo deserti e mentre cerca, come può, di invogliare a frequentare la comunità cristiana i ragazzi del suo paese troppo distratti dal mondo dei social. Al suo fianco il fedele sacrestano Giacinto (Marcello Fonte).

Un bel giorno però Don Simone riceve una notizia…

Quella dell’eredità lasciatagli da un eccentrico zio piuttosto sui generis, Valdemaro (Massimo Ceccherini) una casa, a Lugano, con un’attività molto redditizia ma non meglio specificata. Una volta informato del lascito, don Simone riunisce i parrocchiani dicendosi felice di poter aiutare la sua comunità con l’inaspettato denaro in arrivo e convinto di poter comprare tutto il necessario per attirare i ragazzi a fare sport si precipita col fido Giacinto in Svizzera ignaro di tutto quello che lo aspetta.

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Bangla – La serie

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L’amore non fa differenze

Phaim Bhuiyan, Carlotta Antonelli, Simone Liberati, Pietro Sermonti sono i protagonisti di “Bangla – La serie” prodotta da Fandango in collaborazione con Rai Fiction. Otto episodi già disponibili in box set su RaiPlay e dal 27 aprile al 6 maggio alle 20.20 su Rai3

Cosa vuol dire per un giovane italiano di seconda generazione e musulmano praticante vivere in un mondo così lontano dai precetti dell’Islam? Come affronta le relazioni amorose? Cosa accade quando il desiderio bussa forte alla sua porta? Queste le domande a cui sono chiamati a rispondere Phaim e i suoi amici, un gruppo di ragazzi di origine bengalese. Nati e cresciuti in Italia, si sentono italiani a tutti gli effetti, pur conservando un forte sentimento di appartenenza alla propria cultura di origine. La serie racconta i conflitti religiosi, familiari, sentimentali di cui Phaim è protagonista e il suo tentativo, non sempre facile, di conciliare queste due diverse identità: l’urto con il mondo occidentale, il difficile equilibrio da trovare con la famiglia che vorrebbe vederlo conservare la propria cultura di provenienza e l’arrivo dell’amore con Asia, un’intraprendente e curiosa ragazza di Roma nord che scombina le carte e crea più di una complicazione. “Nella serie ritroviamo la storia d’amore tra Asia e Phaim, ma ci saranno anche i temi della famiglia, della comunità, della religione – dice Phaim Bhuiyan, protagonista e regista – credo che sia fondamentale spaziare su temi diversi e la serialità ci dà la possibilità di farlo. Il messaggio è che non bisogna mai avere paura del diverso. Ciò che ci ha spinto a realizzare la serie, era l’esigenza di approfondire il mondo delle seconde generazioni. Un mondo ancora tanto conflittuale, in cui le radici tradizionali sono ancora profonde, i valori sono solidi, ma con l’apertura di abbracciarne di nuovi”. I mondi di Phaim e di Asia appaiono subito inconciliabili. Ma lo sono davvero?

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Con una lacrima e un sorriso

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Fausto Brizzi

© Federica Di Benedetto

Dietro la macchina da presa e da sceneggiatore ha firmato le commedie di maggior successo degli ultimi vent’anni. Il RadiocorriereTv ha incontrato il regista romano, nelle sale da giovedì scorso con “Bla bla baby”, la divertente pellicola interpretata da Alessandro Preziosi, Matilde Gioli e da tanti imprevedibili neonati

Ci stupisce e ci diverte con una commedia che propone un punto di vista non consueto, quello dei bambini, come è nato “Bla bla baby”?

Dalla volontà di fare un film nel tempo del covid, pensando anche a fruizioni familiari. Nel frattempo, i cinema hanno riaperto e siamo felici che abbia un percorso cinematografico. È nato da un’idea di mia moglie che mi ha suggerito di fare una specie di “Ted” all’italiana. Abbiamo provato, ma non con un orsetto, un animale, bensì con un umano, la sfida tecnica più complicata. Dopo un anno di test e tanti studi di computer grafica, abbiamo girato, quindi siamo stati impegnati in post produzione per un anno.

Una commedia che strizza l’occhio a tutta la famiglia e che ha in sé anche i toni della favola…

Tra i coautori ho chiamato anche un autore di cartoni animati che ha fatto sì che tutto fosse piacevole per gli adulti ma codificabile per i bambini. Questo attraverso una serie di sequenze, l’ultima delle quali, la più complicata, ha visto i bambini andarsene in giro da soli per l’edificio in cui è ambientato il racconto.

Un film che ha avuto una lavorazione particolare, perché sono stati i bebè a dettare i tempi. Come è andata?

Facevamo due film, quello di scena e quello reale, in cui c’erano i venti bambini che componevano il cast. I cinque personaggi protagonisti sono stati interpretati da coppie di gemelli, in modo da poterli scambiare quando uno dormiva o aveva altre esigenze. E poi ci siamo adattati a loro. Non è facile tenere due bambini sul set nello stesso momento, per questo ogni scena in cui si vede più di un bambino, è frutto di un effetto speciale. Effetto speciale non è soltanto il fatto che loro parlino, che facciano espressioni, ma è tutto il film (sorride). Nel montato originale non c’era una scena con più di un bambino. È stata la prima volta che mi è capitato di fare un film così scientificamente studiato in fase di pre produzione. Quando fai una commedia classica ti affidi agli attori, alla loro recitazione, e un po’ cerchi di seguirli. In “Bla bla baby” la regia è stata studiata a tavolino.

Per Alessandro Preziosi un ruolo inedito, come è stato costruito?

Con Alessandro avevamo già lavorato insieme in “Maschi contro femmine”, l’unica commedia che ha nel suo curriculum. Sapevo però che la commedia la padroneggia, la sa fare, semplicemente non gli capita. Per questo eravamo rilassati entrambi, sapevamo che poteva fare questo ruolo da rubacuori un po’ cialtrone. Sul set si è adattato ai bambini, che dettavano i tempi. Doveva essere pronto a recitare in qualsiasi momento e in qualsiasi varco di attenzione che i piccoli ci regalassero.

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In viaggio con la musica

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GINO CASTALDO

Tra le firme più apprezzate del giornalismo musicale e conduttore, insieme a Ema Stokholma, di “Back2Back” e di “Back2Back Speciale Let’s Play!”, in prima serata su Rai Radio2. Della radio dice: «Si adatta ai tempi, non invecchia. L’essenza non cambia e questa penso sia la sua bellezza»

Dal 2017 ai microfoni di “Back2back”, ora sono tornati i live… cosa rappresenta per te questo programma e come vivi questo momento…?

“Back2back” continua a rappresentare uno spazio di libertà, di avventura. Il dialogo con Ema, che va avanti da qualche anno nella quotidianità, è per entrambi un modo di crescere insieme, e di farlo viaggiando con la musica e con gli ascoltatori con i quali c’è un feedback continuo. Osserviamo quello che succede in musica, ci rendiamo conto delle reazioni, lo facciamo anche attraverso gli ospiti musicali che ci vengono a trovare a “Back2Back Speciale Let’s Play!”, che hanno davvero tanta voglia di suonare.

Cosa hanno dato (o tolto) alla musica gli ultimi due anni?

Hanno tolto una delle cose essenziali per i musicisti, i live, e hanno dato sicuramente una possibilità di maggiore riflessione sul ruolo della musica. Molti artisti hanno capito ancora di più l’essenza del loro lavoro, anche nella privazione di parte di questo. La mancanza dei concerti dal vivo ha avuto un effetto paradossale, è avvenuta in un momento di grande trasformazione della nostra musica, con un tasso di cambiamento che non si percepiva da molti anni. Il paradosso è questo: una rivoluzione musicale che ha avuto pochi sbocchi dal vivo.

I giovani artisti quanto hanno pagato tutto questo?

Alcuni sono diventati delle star nel giro di due anni, ma magari non si sono mai esibiti in pubblico, o lo hanno fatto pochissime volte. Ce ne sono alcuni che hanno il dono di Madame, quando è arrivata a Sanremo credo che fosse la seconda volta in tutta la sua vita che si esibiva davanti a un pubblico. Lei è dotata naturalmente, ed era come se l’avesse sempre fatto. Altri sono cresciuti nel pensare, nello scrivere e nell’incidere la musica, ma sono immaturi per l’esibizione live.

Per chi la musica la racconta, cosa vuol dire stare “back”?

In questo momento più che la critica musicale mi piace raccontare la musica. Penso sia la forma più adatta ed efficace in questo momento storico. Mi piace farlo in tanti modi, attraverso libri, le serate, grazie alla radio.

Quando hai capito che la musica sarebbe stata la colonna portante della tua vita…?

Tutto questo è avvenuto in un’epoca in cui il mio lavoro non esisteva (sorride). È stata un’equazione venuta fuori naturalmente, nulla era previsto. Amavo scrivere e mi vedevo proiettato in quello, e poi ero appassionatissimo di musica, pur non suonando o cantando. La musica sui giornali era un fatto di cronaca, non esisteva un giornalismo musicale. Quando mi chiamarono da Repubblica, che ancora doveva uscire in edicola, mi chiesero se volessi collaborare con il loro progetto. La cosa bella fu che ringraziai e dissi di doverci pensare. Non lo feci per presunzione, ma perché in quel momento si dava un’enorme importanza ai valori, all’etica, quindi la prima cosa da pensare era se fosse giusto o meno farlo. Ne parlai con gli amici, per fortuna alla fine accettai. Da lì lo scrivere di musica divenne gradualmente il mio lavoro. È stato un po’ romanzesco, erano anni in cui le cose erano più avventurose di oggi.

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Una coppia che spacca

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Made in Sud

Lorella Boccia e Clementino sono i nuovi padroni di casa dell’attesissimo programma di Rai2. Si parte lunedì 18 aprile in diretta in prima serata. I conduttori sono pronti alla sfida: «Felice di tornare a fare lo showman come un tempo nei villaggi turistici» dice lui. Lei prosegue: «In questo pazzo mondo della comicità dovrò impegnarmi a contenere le risate» 

© Porcarelli

Anteprima(si apre in una nuova scheda)

La partenza di “Made in Sud” si avvicina, come state vivendo l’attesa e come vi preparate al debutto?

CLEMENTINO: Ho fatto il capo animatore nei villaggi turistici per quasi dieci anni e non vedevo l’ora di vestire nuovamente i panni dello showman. Dopo il villaggio ho sempre avuto una vita da rapper, pensando alle rime, alle canzoni, alla musica, al disagio della società da raccontare nei testi. Passare dalle canzoni che possono affrontare problemi, alla super comicità di “Made in Sud”, mi fa sentire bene. Sono davvero contento di questa esperienza, non vedo l’ora che arrivi il 18 aprile per andare in diretta.

LORELLA: Con estrema ansia e allo stesso tempo con determinazione. Sono una donna che vive le emozioni intensamente, ho deciso di accettare con gioia anche la mia ansia (sorride). Dal punto di vista professionale sto cercando di provare il più possibile, di stringere i denti e di dare il massimo. Sono entrata nel pazzo mondo della comicità, è anche un modo per imparare cose nuove, mi diverto tantissimo.

Ha già preso le misure con i comici, suoi compagni di viaggio?

LORELLA: Sì ma loro me le cambiano dopo pochi secondi, è una lotta continua (sorride).

Sarete in diretta dall’Auditorium della Rai di Napoli, a due passi dalle vostre case, rispettivamente a Torre Annunziata e Nola, nelle vostre famiglie si fa già festa?

LORELLA: Decisamente. Io, mamma e mia sorella siamo molto legate, la soddisfazione di una è quella di tutte e tre. Sono felice, è il raggiungimento di un sogno, una bella sorpresa per me e per la famiglia.

CLEMENTINO: Devo semplicemente prendere la tangenziale e arrivo (sorride). Stare nella propria città è tutta un’altra cosa. A casa sono contenti, sanno che mi piace fare casino e che “Made in Sud” è l’occasione giusta per tirare fuori tutta la mia verve, insieme a un ottimo staff. A testa alta, ma con i piedi per terra, vediamo cosa succederà.

“Made in Sud” ha le sue radici all’ombra del Vesuvio, quanto c’è della vostra terra in ciò che siete?

CLEMENTINO: Il cento per cento. Le radici sono Napoli, il Sud. Vengo dalla musica, ma non bisogna dimenticarsi che Napoli ha dato al mondo grandi artisti, attori, registi. E poi Napoli e la sua gente mi danno tantissimo.

LORELLA: Vivo da anni a Roma, ma il legame con la terra in cui sono cresciuta è fortissimo, le radici non puoi tagliarle. Non vedevo l’ora di tornare nella mia terra, circondata da persone che parlano la mia lingua. Anche se ormai mio marito capisce e parla correntemente il napoletano (sorride). In me ci sono la passione e la voglia di stare insieme tipici della mia terra.

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Sul palco mi sento vivo

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Maurizio Lastrico

Il RadiocorriereTv ha incontrato l’attore genovese che nella serie “Don Matteo” interpreta il ruolo del PM Marco Nardi: «Come avete visto dalle prime puntate, il mio personaggio si butta subito nei casini». E a proposito del suo futuro dice: «mi auguro di essere pronto ad accogliere le sorprese della vita»

Bentornato PM Nardi, com’è andata a Spoleto?

Bello, bello… la prima cosa che ci siamo chiesti è se ci fosse ancora ciccia da raccontare nella serie e, ovviamente, la risposta è stata sì. Siamo davvero molto soddisfatti, gli sceneggiatori si sono sbizzarriti e, come avete visto, già nelle prime puntate sono successe tante cose grosse (ride). Marco Nardi si butta subito nei casini.

Un’edizione importante, con tante novità e il saluto a Terence Hill…  

Terence è una persona fantastica, ha un’apertura umana verso tutti e una forma di lavoro quasi sacra, prende il suo mestiere con impegno ed estrema devozione.

I social sono impazziti per la coppia Nardi-Olivieri, tifano per loro. Cosa succederà in questa nuova stagione?

Il sentimento che lega queste due persone è quello dell’amicizia, si è lavorato per rendere questo legame sempre più forte, cercando di rubare anche la sintonia che unisce me e Maria Chiara nella vita. Abbiamo provato a creare un’amicizia vera, non superficiale o di goliardia e basta.  

Un legame “artistico” con la sua collega che abbiamo ammirato anche sul palco di Sanremo. Ci racconta le emozioni di quel momento?

Devo confessare che tutto quello che c’è stato prima dell’esibizione l’ho patito molto, l’ansia era davvero tanta, abbiamo provato con tante persone prima di salire su quel palco per capire se il pezzo funzionasse. Alla fine, quello che mi ha stupito, è che il palco di Sanremo, appena abbiamo iniziato a recitare, somigliava a tutti gli altri, il pubblico reagiva bene ed è stato davvero meraviglioso.

Avete raccontato di come “Don Matteo” sia diventato una sorta di palestra importante per tanti giovani attori. Per lei, invece, cosa significa?

Ho iniziato questa avventura dopo la fine della mia partecipazione a “Zelig”, ho accettato questo ruolo perché mi mancava un tipo di visibilità, fondamentale per andare a teatro. All’inizio ero un po’ snobistico nei confronti della serie, devo dire però che, appena abbiamo iniziato, sono stato accolto benissimo in questa famiglia e ho riscoperto la bellezza di condividere il lavoro con tante persone. Fino a quel momento ero stato un solitario nel mestiere.

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Nei panni dell’altro

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Riccardo Maria Manera

«Un tempo da capo scout, oggi da attore, mi piace fare star bene gli altri e raccontare personaggi diversi da me». Il RadiocorriereTv incontra l’attore genovese, interprete di Eros in “Volevo fare la rockstar 2”. Il mercoledì in prima serata su Rai2

Com’è stato tornare sul set e immergersi in questa seconda stagione?

È stato come tornare un po’ a casa. Non era tutto sconosciuto come nella prima stagione, anzi, era tutto familiare: i luoghi, le persone. Siamo stati felicissimi di ritrovarci per potere raccontare questa avventura.

Ed Eros?

È rimasto molto fedele alla prima stagione, nonostante sia cresciuto, più adulto, più pronto ad aprirsi.

La sua età anagrafica è diversa da quella del Eros, questo l’ha aiutata ad approfondirne la lettura?

Penso che le esperienze che facciamo tutti i giorni, nella nostra quotidianità, possano aiutare sul set. È chiaro che se mi fosse stato chiesto di interpretare un quarantacinquenne sarebbe stato difficile, non avendo avuto ancora la possibilità di vivere, nella vita vera, quel tipo di mondo, quei pensieri.

Se Eros fosse una persona e non un personaggio, che consiglio gli darebbe?

Beh, cercherei di incontrarlo prima di quando l’abbiamo conosciuto noi nella prima stagione, a 17 anni. Gli direi di vivere la vita per quello che è, di godersela. Siamo nel 2022, non bisogna avere preoccupazioni di alcun tipo. Anzi, se ci sono, bisogna affrontarle.

C’è una caratteristica di Eros che vorrebbe fare sua?

Forse la spensieratezza. Per quanto lui abbia portato una maschera per tanto tempo è molto più spensierato di me.

Questa è una serie che inneggia a essere se stessi, che cos’è per lei la libertà?

È potere esprimere il proprio pensiero senza avere la preoccupazione che qualcun altro possa darti contro a prescindere. Sono per lo scambio libero di vedute.

È figlio d’arte, cosa l’ha portata sulla strada della recitazione?

Da piccolo i miei genitori, poi ho fatto il percorso scolastico come qualsiasi ragazzo. Mi sono sempre divertito a fare stare bene gli altri recitando. Da capo scout, attraverso una serie di interpretazioni molto grottesche di diversi personaggi dei cartoni animati, si creava spensieratezza nei bambini. Questa cosa mi ha coinvolto e progressivamente è diventata un lavoro.

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La scogliera dei misteri

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Serie Tv

Da martedì 12 aprile in prima serata su Rai1 il thriller-drama diretto da Grégory Ecale e interpretato da Garance Thénault

© Rémy GRANDROQUES – FTV

In una località costiera della Bretagna arriva Lola Bremond, una ragazza di Bordeaux, invitata per un colloquio di lavoro che si rivela falso. Lola viene a sapere che, esattamente 25 anni prima, proprio in quella cittadina è stata uccisa una ragazza, Manon Jouve, che le assomiglia in modo straordinario. Poco dopo, con un messaggio telefonico che le promette chiarimenti, viene attirata a casa di un certo Rémi Perec, ma giunta lì lo trova moribondo… Inizia così la serie diretta da Grégory Ecale in onda in tre serate su Rai1 il martedì, a partire dal 12 aprile.

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