Carlo Lucarelli

Vittime dimenticate

“Ciò che raccontiamo non è un romanzo giallo” perché, come afferma lo scrittore, la realtà ha tempi diversi. Da sabato 19 settembre torna in prima serata su Rai 3 “Misteri dimenticati. Blu notte”, Sei puntate che affrontano “cold case” accaduti dalla fine degli anni Settanta fino agli anni Duemila

Dal 19 settembre ritorna in tv. Che stagione sarà?

Speriamo molto interessante. Per noi si tratta di un ritorno, in cui ci è piaciuto sperimentare un modo diverso di raccontare le nostre storie, prendendo spunto anche da tutto quello che avevamo già fatto in passato. Dal mio punto di vista, però, sentivo che mancava qualcosa e poi avevo molto altro materiale che mi sarebbe piaciuto continuare a raccontare. Mi ero dimenticato della fatica che si fa (ride), ma è stato un lavoro ben risolto, che spero sia appassionante anche per il pubblico, che possa creare emozioni rispetto alle storie e alle vittime. Se poi riuscissimo a suscitare l’interesse anche di qualcuno che ha voglia di ripetere le indagini, saremmo molto contenti.

Una missione da servizio pubblico…

Sì.

Come si racconta un crimine attraverso la televisione?

Esistono diverse possibilità, il nostro si basa sul porre l’attenzione su un personaggio in particolare, che non è tanto l’assassino, sul quale ci sarà, come sappiamo, un punto interrogativo. Per noi non è lui il centro della storia, lo è la vittima, il suo vissuto, il perché si sia ritrovata in quella situazione. Bisogna mettere in scena tutto quello che c’è a disposizione e farsi continuamente delle domande: “Come faccio a dire questo? Perché lo dico? Chi me l’ha detto? Su che basi?”. Può sembrare un atteggiamento esagerato, ma questo modo di procedere è sempre stato la nostra chiave di racconto. Se ho bisogno di sapere quante coltellate ha ricevuto una ragazza, dove le ha ricevute, devo guardare anche io l’autopsia, contare i buchi. Perché? Non certo perché l’horror attiri di più, ma per capire la dinamica di ciò che è avvenuto. Non mi basta che qualcuno me la racconti, devo vederla, sentirla, comprendere esattamente se una persona si è difesa o no. E se si è difesa, immaginare che cosa può aver pensato. Solo dopo posso raccontarla con un coinvolgimento emotivo. Questo è, in realtà, un lavoro da scrittore, i giornalisti fanno un altro lavoro, giustamente, che io non saprei fare. Il mio è creare un coinvolgimento emotivo, partendo dalle emozioni che io ho sentito.

È un po’ come un romanzo visivo?

Esattamente. Io sono un romanziere e anche quello che faccio in televisione è sempre raccontare una storia, come farei con un libro.

Perché il crimine, il crime, affascinano così tanto il pubblico?

Ci sono diversi motivi. Il primo è che si tratta di “gialli”, nel senso che sono storie misteriose, avvincenti, che hanno il ritmo e l’attrattiva dei romanzi gialli e, proprio per questo, ci catturano. Se comincio a raccontare una storia, qualunque storia, abbasso la voce, rallento la narrazione e inevitabilmente scatta una domanda: «Adesso cosa succede?”. Molte volte, inoltre, sono storie popolate da “personaggi” che sembrano uscite da un giallo, ma non dobbiamo mai dimenticare che stiamo parlando di persone reali. Eppure, spesso, finiamo per guardarle come se fossero protagonisti di una storia: c’è la giovane donna uccisa, il presunto assassino misterioso… e così via. Nasce inevitabilmente il desiderio di sapere che cosa sia successo dopo. Al di là di questo, però, sono storie che ci fanno paura, e la paura non ci lascia mai indifferenti. Sono vicende realmente accadute, in luoghi reali, a persone che avrebbero potuto essere noi o qualcuno che conosciamo. Di fronte alla paura possiamo fare due cose: scappare, chiuderci, oppure andare a vedere. Ecco, noi siamo quelli che scelgono di andare a vedere. Il problema, secondo me, nasce quando i meccanismi del giallo prendono il sopravvento sulla storia e, soprattutto, sulle persone che quella storia racconta.

Letteratura e vita…

Ciò che raccontiamo non è un “romanzo giallo”, ha tempi diversi. In un libro io trovo un elemento a pagina 30, un altro a pagina 60 e a pagina 120 arriva la soluzione. Non possiamo trattare e raccontare la realtà in questo modo, come si farebbe in un crime, perché se cominciamo a pensare ai casi di cronaca in questo modo, finiamo per sbagliare. Per ottenere un DNA, per esempio, ci vuole molto tempo, anche un anno. Per non parlare della verità giudiziaria, che magari arriva dopo cinque anni.

Qual è il legame tra i casi che avete scelto di raccontare in questa nuova stagione?

Ne avevamo tanti a disposizione. Il primo criterio è stato scegliere casi che raccontassero le diverse declinazioni del giallo: omicidi molto classici, quelli avvenuti in una stanza o comunque in un ambito ristretto, ma anche storie di gangster, di noir, di spionaggio e di serial killer. All’inizio volevamo raccontare delle storie facendo in modo che stessero dentro il contenitore, cioè esplorare in ogni puntata un certo mondo di raccontare le storie di questo genere. Poi c’è un elemento che li accomuna tutti: sono cold case, cioè casi chiusi da un po’ di tempo, anche se magari sono ancora un po’ raccontati. Ma come dico spesso, noi non raccontiamo “Garlasco”, non per snobismo o perché lo raccontano tutti, ma semplicemente perché non è un caso dimenticato: è aperto, è cronaca. Quello lo raccontano i giornalisti, nei talk show e molti lo fanno benissimo. Noi ci concentriamo sulle vecchie storie, sui casi dimenticati, in un certo senso.

Che cosa dicono di noi questi casi?

Raccontano storie che potrebbero accadere a ciascuno di noi e che mettono in evidenza i meccanismi di quella metà oscura che, purtroppo, ci circonda ovunque: l’avidità, il senso di possesso, la “cattiveria”, la ferocia, la violenza. Sono cose che esistono da qualche parte e raccontano anche un certo modo di affrontarle. L’invito è quello di affrontare sempre tutte queste storie con serietà. Raccontiamo vicende avvenute anche negli anni Ottanta o Novanta, quando c’era una concezione diversa dell’indagine. Per esempio, prima sulla scena del delitto trovavi tutti, non era come adesso, le cose sono cambiate. L’invito, allora, è questo: bene, possiamo riprendere quelle storie e rivederle con gli occhi di oggi, per capire se c’è qualcosa che adesso possiamo dire.

Lei ha posto l’attenzione sulla vittima. Non le è mai capitato, però, di essere particolarmente colpito dai meccanismi psicologici o dalle scelte di un assassino?

Sì, tutte le volte. L’assassino non è la persona più importante, ma è una persona che ci interessa, ovviamente, e raccontiamo anche la sua storia. Penso a due casi di serial killer, o presunti tali, perché non sono mai stati indagati fino in fondo: una serie di ragazze uccise a Udine e una serie di ragazze uccise a Modena. Lì, ovviamente, hai a che fare con una mente che vorresti capire: perché succedono certe cose? Diventa importante anche perché si tratta di vittime dimenticate, quando sono state uccise c’era una sensibilità diversa. Forse una serie di prostitute che morivano in un certo posto veniva attribuita al fatto che, se sei una prostituta, prima o poi può capitarti. Ecco, questo ovviamente è sbagliato. In tutte le situazioni, alla fine, le domande che mi pongo sono sempre le stesse: Perché è successo? Qual è il movente? Va bene, volevi i soldi? Ma perché sei arrivato fino a quel punto? Perché hai esercitato la violenza in quel modo?

Come si diventa maestri del giallo? Quando questa passione è diventata una professione?

Non sono un “maestro”, il giallo è riconosciuto da tutti, non è una cosa mia (ride). Da ragazzo sono diventato un lettore di gialli perché mia madre mi proponeva i romanzi che leggeva senza dirmi mai: “È un giallo”, “è un romanzo storico o d’amore”. Dopo un po’ mi sono accorto che mi piacevano di più i romanzi che avevano a che fare con qualcosa di misterioso all’inizio, non necessariamente un omicidio, ma qualcosa di inquietante, che mi facesse un po’ paura e, soprattutto, che non mi venisse raccontato subito. Questa è la chiave di questo genere: raccontare storie misteriose, ma non subito. Quel “non subito” è importante. Poi l’ho imparato e l’ho studiato. Alla fine, è diventato quasi un istinto: c’è un modo di fare le cose e, soprattutto, leggendo e osservando come le facevano gli altri, mi chiedevo: “Perché in questo momento ho paura al cinema?”. Oppure, leggendo un libro: “Che cosa mi stai facendo provare?”. Si impara, ma la componente istintiva deve essere presenti. Quando le mie figlie erano piccole, le portavo a letto e, quando toccava a me, raccontavo loro una storia. Non era mai una mia storia, ci mancherebbe, erano bambine piccole, non volevo che crescessero come serial killer (ride), ma se anche era quella di un cagnolino che incontrava un gattino, a volte mi fermavano e mi dicevano: “Basta, babbo, perché ci fai paura?”. “Come paura?”, rispondevo. Mi chiedevano il perché, nel raccontare, facessi “quella voce”… Istintivamente, dicevo: “Un cane incontra un gattino, apre una porta… trova…” (Lucarelli racconta con voce profonda). Non è una cosa razionale, è un meccanismo emotivo. E alla fine ho capito che il mio punto di forza nel raccontare era proprio quello: riuscire a far avere paura.

Lei è stato, tra l’altro, il primo a portare in Italia questo tipo di narrazione…

Non sono stato io, non ho inventato nulla. Nel 1998, mi sembra, mi hanno chiamato dalla Rai. Il direttore Carlo Freccero mi disse: “Vuoi venire a raccontare casi di cronaca come fossero romanzi gialli?”. Ho provato. All’inizio ha funzionato, e così ho continuato. Avevo due modelli: “Telefono Giallo” (condotto da Corrado Augias e Donatella Raffai), in cui il pubblico poteva intervenire in diretta, “Totem” di Alessandro Baricco. In questo caso, uno scrittore arrivava in scena e cominciava: “C’è un uomo, attraversa la strada…”. Da questi modelli abbiamo sviluppato le nostre idee, fatto la nostra strada e tanti altri hanno realizzato percorsi paralleli. Adesso è un genere molto di moda.

Lei, tra l’altro, è presidente della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime di reato. Come vive questo ruolo?

È una cosa bellissima. Ho la fortuna di fare tante cose, mi piacciono tutte, ma questa è una delle più belle, perché mi dà proprio l’impressione di fare concretamente qualcosa di utile per gli altri. Per uno scrittore, molte volte, non è così automatico. Attraverso la Fondazione stanziamo fondi per le vittime dei reati in Emilia-Romagna, o per gli emiliano-romagnoli dovunque si trovino, anche all’estero. Ogni tre mesi ci riuniamo, esaminiamo i casi proposti dai sindaci, che ci spiegano cosa sia successo, chi è la vittima, di quale aiuto hanno bisogno i parenti. Anche un piccolo contributo a una persona che in quel momento sta male è un po’ come quando perdi un caro e arriva un parente che ti dice: “Guarda, a questa cosa ci penso io”. È un sollievo, ti fa sentire meno solo. Ecco, noi siamo quelli che dicono: “Guardate, a quella cosa ci pensiamo noi”. Personalmente, questo ruolo mi aiuta a vedere e provare a capire cosa succede nel mondo. Non siamo un osservatorio privilegiato, però vedo, sento, e siccome l’80% dei casi di cui ci occupiamo, per i quali stanziamo i fondi, ha a che fare con la violenza sulle donne e la violenza sui minori, è un gran brutto mondo quello che vediamo.

Che mondo si osserva, quindi, da questo “spioncino”?

È un mondo curioso da questo punto di vista. Lo sappiamo ormai, per carità, però quel tipo di criminalità a cui ogni tanto ci sentiamo immuni non riguarda soltanto qualcun altro. Non è una cosa che succede ogni tanto, è un fenomeno molto più ampio. Noi ne vediamo tante e ce ne sono tante. Ci ricordiamo soprattutto il femminicidio: muoiono tante donne, una ogni tre-quattro giorni, uccise da uomini. Succede in tutta Italia, anche in Emilia-Romagna. Ma non è solo quello. Ci sono anche i casi che non vanno sui giornali: violenze, abusi, riduzione in schiavitù e così via. Tutto questo ci fa pensare che ci sia un buco da qualche parte nella testa del maschio, e parlo da rappresentante della categoria, quindi da essere umano di sesso maschile. C’è un buco nella nostra testa da qualche parte, anche in quelli come me, che per carità mai e poi mai farebbero certe cose, ma faccio parte di quella categoria. Evidentemente c’è qualcosa che, culturalmente, ci spinge a essere, se vogliamo, portatori sani di un virus che fa male alle donne. E delle donne non parliamo abbastanza.

Qual è, allora, la sfida che le manca ancora?

Ce ne sono tante. Io sono soprattutto uno scrittore di romanzi, quindi è lì che mi viene in mente la prima idea. Da quel punto di vista, vorrei riuscire ad andare ancora più a fondo. Ho raccontato sempre storie piuttosto pesanti, nell’ultimo libro (“Almeno tu”, Einaudi), ho provato a spingermi ancora più in profondità. L’obiettivo è scrivere libri capaci di disturbarmi abbastanza.

La sfida è andare sempre più a fondo…

… e anche andare avanti con questi programmi e scoprire sempre nuovi modi per perfezionare il nostro lavoro. Mi piacerebbe fare una seconda serie e dire: cominciamo a evolverci anche noi.