BEPPE CONVERTINI

Nel cuore dell’Italia che resiste: un viaggio tra riti, memoria e identità

 

Nel libro “Il Paese delle tradizioni”, edito Rai Libri, l’autore attraversa borghi, riti antichi e feste popolari per raccontare un’Italia che custodisce le sue radici con passione. Tra cortei storici, dialetti, cerimonie ancestrali e il lavoro instancabile di volontari e Pro Loco, emerge un Paese vivo e autentico

 

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Nel libro parla di un’Italia che resiste. Qual è stato il primo momento, durante questo viaggio, in cui ha davvero percepito questa resistenza viva?

L’ho percepita in tanti luoghi e in tanti momenti. Mi sono trovato davanti a persone che mettono passione, amore e anche spettacolo nelle tradizioni che custodiscono. È un’attrazione spontanea, unica. In Italia c’è una grande voglia di mettere al centro le proprie radici, di non rinunciarci, perché le radici sono vita: ti danno forza, ti fanno andare avanti, sono un elemento fondamentale per tutti noi.

Le tradizioni popolari hanno un forte valore identitario. Ce n’è una che l’ha emozionata più delle altre?

Sì, più di una. Sulmona, ad esempio, mi ha colpito molto: è una città affascinante non solo per la sua bellezza, ma per la giostra cavalleresca che rievoca un passato lontano. Essere lì, in mezzo agli abiti d’epoca, ai figuranti, ai cavalieri, ai musici e agli sbandieratori, è stato come vivere un’altra epoca. C’è un corteo storico con migliaia di persone in costume, frutto di un lavoro minuzioso che dura un anno intero. È straordinario vedere quanta cura ci sia dietro ogni abito, ogni dettaglio. Mi è capitato qualcosa di simile anche a Oria, con le rievocazioni legate a Federico II, e in altre città come Salerno. Queste tradizioni emozionano perché sono vive, sono comunitarie, sono una parte della nostra storia che continua a camminare.

Molti dei riti che racconta sono mantenuti vivi da volontari e Pro Loco. Che immagine dell’Italia emerge dal loro impegno quotidiano?

Emerge un’Italia che crede profondamente nelle proprie tradizioni. I volontari portano avanti riti e mestieri che altrimenti rischierebbero di scomparire. Io stesso racconto anche i “misteri”, che oggi si praticano meno rispetto al passato, ma che sono parte della nostra identità. L’Italia è un Paese che deve tornare a valorizzare questi patrimoni: i volontari e le Pro Loco fanno un lavoro enorme, spesso invisibile, ma preziosissimo.

Nel libro ha inserito molte fotografie. C’è uno scatto che, più di tutti, racconta l’essenza del suo viaggio?

Sì, uno legato a un gruppo di suonatori popolari. Stavamo in un posto magnifico sulla costa, e loro hanno iniziato a intonare canti della tradizione, improvvisando anche degli stornelli in dialetto. È stato un momento potentissimo. Il dialetto, infatti, è un elemento fondamentale del mio libro: è una lingua che va tramandata. Io, quando posso, mi diverto a parlare il mio dialetto martinese. Una sola parola dialettale racchiude un mondo, ti porta subito in un luogo preciso. Viaggiando e ascoltando i dialetti, ti rendi conto di quanto siano identitari: ti fanno capire dove sei.

Si è trovato davanti a cerimonie molto particolari, anche ancestrali. Come ha gestito, da narratore, il confine tra spettacolo e spiritualità?

La spiritualità è un modo di vivere, non è mai solo spettacolo. È un momento di introspezione, di riflessione. Io, ogni volta che inizio un viaggio o uno spettacolo, mi affido alla Croce. La spiritualità accompagna ogni tappa e ogni luogo. Ricordo che da bambino seguivo le processioni del mio paese: erano affascinanti non solo per la religiosità, ma per i personaggi, i costumi, le tradizioni che ogni comunità custodisce. Ogni regione ha le sue “pezze”, come le chiamo io, i suoi simboli, i suoi dettagli unici. È questa la bellezza dell’Italia: tradizioni che regalano momenti di preghiera, di gioia, di commozione, ma anche di festa, di condivisione e di umanità.

Nella sua carriera ha viaggiato molto per raccontare il Paese. In che modo questo libro completa o arricchisce il lavoro fatto con “Paesi Miei” e “Il Paese Azzurro”?

Questo libro mi ha permesso di rivedere alcune tradizioni che avevo già conosciuto grazie alla televisione, ma con un altro sguardo. Alcune le ho rivissute, altre le ho scoperte da zero. Ho avuto la fortuna di immergermi nelle sagre, nei cortei storici, nelle vocazioni popolari, e ogni volta l’emozione è nuova. Il libro mi ha dato l’occasione di mettere tutto insieme, di raccontare non solo ciò che ho visto, ma ciò che ho sentito. Le tradizioni ci fanno pensare a chi eravamo, al nostro passato, e a quello che ci portiamo dentro. E se non avessi viaggiato così tanto, forse non avrei capito quanto questo patrimonio sia vasto. L’Italia è meravigliosa: dall’infiorata alle fiere artigiane, dalle sagre più intime alle celebrazioni più grandi. Mi sento davvero fortunato per aver potuto raccontare tutto questo ne “Il Paese delle Tradizioni”.