Barbara Carfagna
La sfida del Quantum
«Con l’intelligenza artificiale stiamo costruendo una nuova base su cui poggeranno la comunicazione, l’economia, la politica e perfino alcuni aspetti che appartengono tradizionalmente alla religione o alla cultura» afferma la conduttrice che nel 2027 celebra il decennale di “Codice”. La nuova stagione da venerdì 17 luglio in seconda serata Rai 1
Nuova stagione, nuove sfide. Qual è la sfida principale di questa nuova edizione di “Codice”?
Ce ne sono due, in particolare: le AI agentica e il Quantum. Per quanto riguarda la prima abbiamo realizzato una puntata in cui lo spettatore ha la possibilità di partecipare direttamente a un’esperienza immersiva, dialogando con un’intelligenza artificiale che non risponde in modo programmato, ma sulla base delle domande che le vengono poste. Non sono quindi dialoghi predefiniti, ma siamo di fronte a un sistema che reagisce e interagisce in tempo reale. Ho persino creato un mio avatar basato proprio su un’AI agentica, che risponde a domande come: «Che cosa è cambiato in questi dieci anni di Codice?» oppure «Che cosa ci aspettavamo dieci anni fa e che cosa c’è oggi?». L’ho addestrato esclusivamente sulle puntate della prima edizione del 2017 e, ogni volta, fornisce risposte diverse. La seconda grande sfida è il quantum, a cui abbiamo dedicato un’intera puntata, trasformando lo studio in un computer quantistico per spiegare come funziona questa tecnologia e quali potrebbero essere le sue conseguenze.
Se dovesse riscrivere oggi il codice sorgente della nostra società, quale riga pensa stia cambiando più velocemente? La politica, l’economia o la tecnologia?
In realtà stanno cambiando tutte contemporaneamente e noi stiamo assistendo a una trasformazione dell’infrastruttura stessa della società, non soltanto di quella umana. Con l’intelligenza artificiale stiamo costruendo una nuova base su cui poggeranno la comunicazione, l’economia, la politica e perfino alcuni aspetti che appartengono tradizionalmente alla religione o alla cultura. Oggi stiamo digitalizzando oggetti, aziende e organizzazioni e questo processo sta modificando radicalmente le fondamenta della società. Non esiste più soltanto un’infrastruttura fisica o di comunicazione, si sta formando un ecosistema basato sull’intelligenza artificiale, sempre più in grado di orientare e modificare i comportamenti umani, andando spesso al di là delle leggi nazionali. È un fenomeno che, per certi aspetti, sembra riguardare più la religione che la politica, ma rappresenta anche una grande sfida per quest’ultima. La vera differenza, rispetto alle rivoluzioni precedenti, è che oggi tutto è profondamente interconnesso, nessun ambito – politico, economico, tecnologico o persino religioso – può più essere considerato separatamente.
È più un vantaggio o un rischio?
Nel breve termine creerà inevitabilmente molti problemi, perché comporterà una profonda destrutturazione sociale, nel lungo periodo, invece, diventerà il nuovo ecosistema, proprio come accadde con l’arrivo dell’energia elettrica. Fino all’Ottocento, per esempio, gli orologi scandivano il tempo in modo completamente diverso, segnavano le sei ore, perché non esisteva la necessità di una sincronizzazione così precisa. Con l’energia elettrica sono cambiati radicalmente il concetto di tempo e di spazio, si è iniziato a lavorare anche di notte ed è venuta meno l’idea del ciclo naturale della giornata. Oggi, sempre di più nell’era del quantum e dell’intelligenza artificiale, la trasformazione sembra ancora più radicale: all’inizio ci saranno degli scompensi, ma nel tempo si darà vita a una nuova società e sarà una rivoluzione dalla quale non sarà più possibile tornare indietro.
Pensa che oggi i cittadini si fidino più degli algoritmi che organizzano la loro vita quotidiana oppure continuino a riporre maggiore fiducia nei governi?
È evidente che la politica e i governi stiano rincorrendo l’intelligenza artificiale, che già oggi organizza e regola molti aspetti della nostra vita molto più rapidamente delle istituzioni. In alcuni Paesi il processo è già iniziato e politica e intelligenza artificiale stanno progressivamente fondendosi. Quello che colpisce è che questo processo sia stato accolto soprattutto nelle autocrazie, ma qualcosa di simile sta accadendo anche negli Stati Uniti, e fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile. Bisognerà capire se la direzione presa condurrà verso realtà completamente tecnocratiche oppure se questa integrazione sarà possibile anche all’interno di un sistema democratico. La vera sfida sarà proprio trovare un equilibrio che non comprometta i principi della democrazia.
Racconta la tecnologia da molti anni. C’è una narrazione che la infastidisce più delle altre?
Mi infastidisce soprattutto la semplificazione, perché rischia, anche involontariamente, di favorire la diffusione di fake news o di trasmettere concetti sbagliati, alimentando entusiasmi o paure eccessive. La complessità non può essere ridotta a uno slogan, né in positivo né in negativo. Le persone devono comprendere l’importanza di informarsi, e il nostro obiettivo è raccontare temi complessi nel modo più chiaro possibile, senza tradirne il significato.
Come riuscite a farlo a “Codice”?
La fortuna del programma è avere settanta minuti a disposizione per ogni puntata, un tempo che favorisce l’approfondimento degli argomenti. A questo si aggiunge il fatto che fin dalla prima edizione abbiamo svolto un enorme lavoro di ricerca iconografica per trovare immagini che aiutassero a comprendere temi e concetti complessi. Abbiamo inoltre creato personaggi, come all’interno di Speciale Tg1, che il pubblico ormai conosce e segue con continuità, fidelizzandosi a questo tipo di racconto sia in televisione sia sulle piattaforme digitali. La fortuna è anche che un programma come “Codice” si rivolge a un pubblico che ha voglia di capire il mondo in cui vive per non restare indietro. Per questo durante la trasmissione utilizziamo parole chiave, soprattutto quando introduciamo termini inglesi o concetti nuovi destinati a entrare successivamente nel linguaggio comune. In questo modo facilitiamo la comprensione e permettiamo agli spettatori di approfondire in un secondo momento gli argomenti affrontati. Creiamo, in sostanza, una trasmissione aumentata, e in questo RaiPlay ci offre un supporto fondamentale.
Uno dei temi che affrontate è quello della neurodivergenza. Parole come ADHD e spettro autistico sono ormai entrate nel linguaggio comune. C’è il rischio di trasformarle semplicemente in nuove etichette?
Perché Alex Karp, CEO di Palantir, ha affermato che «il futuro sarà dei neurodivergenti»? Perché molti dei leader di questo tipo di aziende non appartengono alla categoria dei neurotipici – come lo stesso Karp – ma a quella dei neurodivergenti, profili oggi tra i più ricercati nel campo della cybersecurity o nei settori tecnologici. Senza voler romanticizzare la neurodivergenza, nel programma cerchiamo di analizzare e spiegare questo fenomeno, sul quale gli esperti esprimono opinioni molto diverse. La neurodivergenza è però strettamente collegata anche allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Esiste, infatti, una teoria secondo cui alcune forme di neurodivergenza rappresenterebbero una naturale evoluzione della specie, una sorta di processo di “speciazione”, favorito anche dall’AI generativa, che negli ultimi anni è stato oggetto di studi sempre più approfonditi. Accanto a questo, però, ci siamo affidati al parere dello psichiatra del Policlinico Gemelli, Gabriele Sani, che spiega con chiarezza la differenza tra ciò che costituisce una caratteristica biologica e ciò che invece rappresenta una patologia, evitando semplificazioni che rischiano di creare ulteriore confusione nelle famiglie e nell’opinione pubblica.
Se tra dieci anni dovesse realizzare una puntata speciale intitolata “Avevamo capito tutto”, quale previsione spera di aver azzeccato e quale, invece, si augura di essersi sbagliato?
Mi auguro di aver avuto ragione sulla possibilità di eliminare molte malattie genetiche grazie ai progressi della ricerca. Quello su cui invece spero sinceramente di essermi sbagliata riguarda il futuro delle democrazie. Mi auguro che, tra dieci anni, le democrazie come le conosciamo oggi siano ancora solide e capaci di affrontare questa trasformazione senza perdere la propria identità.