La Compagnia è tornata

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Dopo il grande successo della prima stagione, da domenica 11 aprile le nuove puntate della fiction di Ivan Cotroneo, scritta con Monica Rametta, incentrata sull’amicizia, sul talento, sull’impegno, sulla salvezza che deriva dalla musica. Con Alessio Boni, Anna Valle, Mehmet Gunsur e i “Cigni” Leonardo Mazzarotto, Fotinì Peluso, Emanuele Misuraca, Hildegard De Stefano, Ario Nikolaus Sgroi, Chiara Pia Aurora, Francesco Tozzi “L

foto di Sara Petraglia

“La Compagnia del Cigno”, la serie diretta da Ivan Cotroneo scritta a quattro mani con Monica Rametta è tornata a regalare emozioni. E così il grande pubblico della rete ammiraglia ha ritrovato i sette giovani musicisti, sempre guidati dall’inflessibile maestro Luca Marioni (Alessio Boni), alle soglie dell’ingresso nel mondo accademico del Conservatorio, dove la competitività si fa più serrata. Tra i nuovi personaggi di questa seconda stagione, il ruolo dell’antagonista di Marioni, Teoman Kayà (Mehmet Gunsur). “È una seconda stagione che approfondisce e sviluppa con delle novità i temi della prima – dice Ivan Cotroneo – il racconto fatto con Monica Rametta, che ha scritto con me tutto il progetto, soggetti e sceneggiature, era quello della nascita e della costruzione di un’amicizia tra sette musicisti grazie al rapporto fondamentale con il loro maestro, responsabile della loro unione. La seconda serie, a distanza di due anni, li vede cresciuti, fisicamente cambiati. Abbiamo cominciato a lavorare con musicisti quindicenni e me li sono ritrovati tutti più alti, con le voci più grosse, fidanzati. Nella narrazione li ritroviamo due anni più avanti, alla soglia della maturità, pronti ad affrontare nuove sfide. La prima è quella di riuscire a rimanere amici quando le competizioni si fanno più dure, quando devono gareggiare per uno stesso posto in orchestra o per una borsa di studio, o quando anche le loro relazioni, sia sentimentali che familiari, si fanno complicate”. Per Alessio Boni “la componente amicizia è stato l’elemento vincente nella prima stagione della serie. L’Amicizia, quella con la ‘A’ maiuscola, è fondamentale, perché a volte quando sei in crisi, soprattutto a 14, 15, 16 anni, quando la vita si sta dipanando davanti a te, ci sono dinamiche talmente personali e intime che non riesci a parlarne con i genitori e figuriamoci con i maestri. Con l’amica o l’amico invece riesce a parlarci, riesci a confidarti. Lo scritto di Ivan e Monica rappresenta molto bene tutto questo”. Al centro della vicenda raccontata dalla serie, anche un’amicizia forse consumata dal tempo e dagli eventi, quella tra Marioni e Teoman Kayà (Mehmet Gunsur). “Erano studenti al conservatorio ed erano buoni amici – prosegue Boni – tra i due c’è stato un rapporto molto forte, fino a quando è subentrata Irene (Anna Valle), che ha fatto da spartiacque. C’è un monito interessante di Marioni ai suoi ragazzi: ‘È facile diventare amici quando si è giovani e i problemi sono risolvibili. È difficile mantenere l’amicizia quando la vita si complica’”. L’amicizia e la passione per la musica, le sfide del presente e un futuro da costruire. Un messaggio di forza e di speranza che Cotroneo rivolge a tutti i giovani telespettatori. “Avevamo cominciato a girare poco prima del primo lockdown e ci siamo fermati, è stata un’occasione per rivedere le sceneggiature, anche per questioni tecniche – afferma – in quel momento abbiamo dovuto scegliere se raccontare la cronaca di quello che stavamo vivendo, o lasciare che quello raccontato dalla serie fosse un universo aspirazionale, un mondo in cui le classi del conservatorio sono ancora affollate, in cui i concerti a cui i ragazzi prendono parte hanno tutte le poltrone occupate. Abbiamo scelto e abbiamo voluto che fosse così. A me e a Monica sembrava, rileggendo e mettendo in scena, che ogni movimento della sceneggiatura che avesse a che fare con il gruppo, con la concezione dell’orchestra, avesse assunto un valore più profondo”.

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SANREMO2021

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Una kermesse storica

Cala il sipario sul 71° Festival della Canzone Italiana. Il direttore artistico Amadeus: «C’è stato un passaggio epocale nella storia della manifestazione, un voltare pagina, prendere un’occasione al volo per cambiare qualcosa, e questo è accaduto»

foto di Maurizio D’Avanzo

Cinque serate di grande musica, tra innovazione e tradizione, un pubblico televisivo, radiofonico e web che si amplia e si rinnova, un Festival che sempre meglio racconta un mercato musicale in piena evoluzione. Un successo che si ripete per i conduttori, Amadeus e Fiorello, un’occasione straordinaria per gli artisti, Nuove Proposte e Campioni, per la discografia. Sanremo 2021 ha raccontato la voglia di ripartenza del Paese, la speranza del ritorno a una piena normalità di artisti e pubblico. La gara e la celebrazione della musica, anche attraverso i grandi ospiti che hanno calcato il palco dell’Ariston, sono state al centro dell’edizione più attesa e complessa di sempre. Del 71° Festival, che ha visto i Maneskin sul gradino più alto del podio, non potremo dimenticare le esibizioni di mostri sacri della canzone come Loredana Bertè, Ornella Vanoni e Umberto Tozzi, i festeggiamenti per il Golden Globe a Laura Pausini, le performance di Negramaro, Elodie, Mahmood, Alessandra Amoroso ed Emma, così come i quadri di Achille Lauro. Insieme alla musica l’ironia e le parole, gli interventi del campione del pallone Zlatan Ibrahimovic, le storie e le testimonianze delle compagne di viaggio dei conduttori, da Matilda De Angelis a Barbara Palombelli, da Giovanna Botteri a Vittoria Ceretti a Serena Rossi. Uno spettacolo televisivo di altissimo livello entrato nelle case degli italiani attraverso le telecamere della Rai guidate da Stefano Vicario. “Sono felicissimo per aver realizzato un Sanremo diverso dagli altri. Pensare che 13, 14 milioni di persone hanno seguito la finale, con dati quasi più alti delle edizioni normali, rende il nostro sforzo ancora più immenso” afferma il direttore artistico Amadeus, che prosegue: “Sono orgoglioso di tutto quello che è accaduto, complimenti a tutti i ragazzi, a tutti i cantanti. C’è stato un passaggio epocale nella storia del festival, un voltare pagina, prendere un’occasione al volo per cambiare qualcosa e questo è accaduto”. Da Amadeus il ringraziamento più sentito è per l’amico Fiorello: “In un momento in cui intorno c’erano incertezza, confusione, paura, dubbi, non avrei mai potuto fare il Festival senza di lui al mio fianco, mio fratello, il più grande showman che abbiamo. Insieme abbiamo cercato di fare intrattenimento, una cosa difficilissima senza pubblico”. Grande la soddisfazione dell’amministratore delegato della Rai Fabrizio Salini: “Senza lo sforzo e la dedizione di tutti i lavoratori della Rai, nessuno escluso, e anche la città di Sanremo compresa, questo Festival non sarebbe stato possibile. Un ringraziamento particolare ad Amadeus e a Fiorello. È stato un anno maledettamente difficile e complesso e loro sono andati in gol tutte le sere, e lo stesso hanno fatto artisti e gruppi che si sono susseguiti nelle cinque serate”.

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La bambina che non voleva cantare

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Come Nada e Viviana

Tecla Insolia e Carolina Crescentini sono le protagoniste del film per la televisione diretto da Costanza Quatriglio che racconta l’infanzia e gli esordi della cantante livornese attraverso il rapporto con la madre. Il 10 marzo in prima serata su Rai1

foto di Fabrizio Di Giulio

Tecla: Ho iniziato prima a cantare che a parlare

Girando questo film per la Tv che idea si è fatta degli anni Sessanta?

Penso di appartenere molto alla scia degli anni Settanta, più che degli anni Sessanta, per il modo libertino di vivere la vita. Ho scoperto e ho capito che sono stati anni meravigliosi dal punto di vista culturale, musicale, però c’erano molte limitazioni. Pur nella magia e nella meraviglia di quel periodo, riconosco che sono fortunata a essere nata in un’epoca in cui l’informazione è al passo con tutto e con tutti.

Quando ha scoperto Nada e la sua musica?

La musica di Nada mi ha accompagnato nella crescita. Avendo iniziato a studiare canto a cinque anni, oltre alla musica che mi facevano ascoltare i miei genitori, fatta prevalentemente di canzoni popolari, ho cominciato a cantare i brani di Mina, canzoni d’amore importanti. Anche la musica di Nada ha avuto il suo ruolo nel mio percorso di studi, e poi c’è stata questa bella occasione.

Nada, da bambina e ragazza, era inconsapevole del proprio talento. Che emozione prova nel pensare a quella giovane artista?

In conferenza stampa è stato mostrato un video messaggio realizzato da Nada e guardandolo mi stavo emozionando. Non credo di avere realizzato del tutto l’importanza del personaggio che sono andata a rappresentare e la responsabilità che mi sento addosso. Spero che venga apprezzato e capito il modo in cui Nada è stata raccontata.

Che rapporto ha con la musica?

Credo di avere iniziato prima a cantare che a parlare. La musica e l’arte hanno fatto sempre parte di me. Negli ultimi anni sono riuscita a raggiungere un livello di consapevolezza per la passione che provo che mi sta aiutando a capire molte cose degli altri e di me.

Nella musica e nella recitazione ha punti di riferimento?

Cambio artisti musicali di riferimento ogni settimana (sorride), passo dal cantautorato italiano del passato a quello più moderno, come Lucio Corsi o Mannarino, dalla musica jazz sperimentale, a quella classica, balcanica, elettronica. Nella recitazione volgo invece lo sguardo al cinema d’autore, a quello francese.

Cos’è per lei il talento?

È un mix di cose diverse, di tante capacità messe insieme. Talento è una parola che racchiude più concetti, che nasce dal bisogno di esprimere qualcosa e di riuscirci.

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Lunetta Savino

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Senza tacco… (ma con la gioia di stare in scena)

L’amore per la sua città, la lunga gavetta e la consapevolezza che per affermarsi ci vogliono talento e pazienza, soprattutto se sei una donna: «Nel nostro mondo però ci sono tante combattenti, bisogna insistere, continuare a parlarne e, anche se il cammino è ancora lungo, l’importante è avere scarpe comode». L’attrice barese, la domenica su Rai1 con “Le indagini di Lolita Lobosco”, si racconta al RadiocorriereTv

foto di duccio giordano

Si è parlato molto della modernità di “Lolita Lobosco”, dove la ritroviamo?

Sicuramente in Lolita, una donna del Sud che fa ritorno nella sua città, Bari, dopo una lunga esperienza al Nord, una dimensione che anch’io conosco molto bene da barese che ha vissuto in molte città diverse. È una donna che si fa strada in un ambiente maschile, che non cede a mascolinizzarsi per integrarsi, mantiene la sua femminilità, naturalmente prorompente. Un personaggio di oggi, con le sue contraddizioni, provvisoriamente single e con una madre che non si spiega la situazione sentimentale poco stabile della figlia.

Al centro della serie la sua città…

Bari, una città alla quale sono molto legata, nonostante sia andata via molto giovane, un luogo che sorprende ogni volta che ritorno, con in suoi cambiamenti, la sua modernità e vivacità. Un posto bello da vivere che mi restituisce, con il passare del tempo, nostalgie, ricordi, soprattutto ora che pezzi importanti della vita vengono a mancare, e che mi permette di riappropriarmi della memoria, di riappacificarmi con le mie radici. Quando si è giovani ci sono più conti aperti con una città che non ti ha dato esattamente quello che tu cercavi.  

Lolita Lobosco è un universo femminile molto variegato…

Tante donne e tutte diverse. C’è Lolì, ma anche l’amica Marietta – interpretata molto bene da Bianca Nappi -, una donna realizzata, certamente più disinvolta a livello sentimentale, la sorella (Giulia Fiume), e poi c’è il mio personaggio. Si raccontano i legami stretti di Lolita, quelli familiari che, tra alti e bassi, arricchiscono la sua vita. Nunzia è una donna decisionista, una vedova che da tempo si è dovuta rimboccare le maniche, ancora profondamente legata a un marito che venera e con cui parla come se fosse ancora lì con lei, nonostante tutte giuste non le avesse fatte.

Una donna a tratti spigolosa e molto comica…

Sono gli spigoli di un tipo di donna barese, gli stessi che ritroviamo nella nostra lingua, un po’ dura, ma anche molto divertente, proprio come Nunzia, un personaggio che ben si presta alla commedia, alla risata, senza trascurare il suo romanticismo.  

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I pesci (combattenti) della Televisione

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IDEE PER LA TV

Tra i suoi successi ci sono programmi per il piccolo schermo come “Le Ragazze”, “Onorevoli confessioni”, “Puck” e le conversazioni di “Sette Storie”. Nata nel 2005 è oggi uno dei laboratori televisivi più vivaci e innovativi. Rai RadioLive incontra Cristiana Mastropietro, che insieme a Riccardo Mastropietro e a Giulio Testa guida la società di produzione

Nel 2017 il Financial Times ha inserito Pesci Combattenti nella classifica delle mille aziende europee con il maggior tasso di crescita nel triennio precedente, una bella soddisfazione…

La notizia ci ha sorpresi, emozionati e riempiti d’orgoglio, al tempo stesso ci ha anche spronati a fare ancora meglio. Quando è arrivata era inaspettata, ma eravamo anche consapevoli di essere cresciuti tanto e rapidamente. Non immaginavamo che il Financial Times ponesse questa attenzione sulla nostra azienda.

Come siete arrivati a quel risultato?

Uno dei grossi vantaggi è che facciamo tutto “in house”, dall’ideazione alla confezione finale dei programmi televisivi, passando dalla produzione alla postproduzione. È tutto realizzato in casa, cosa che ci permette di avere un controllo maggiore sul prodotto e di fare realmente ciò che abbiamo in testa, ovviamente assumendocene le responsabilità. Altra caratteristica è che siamo sostanzialmente un’azienda a conduzione familiare, ci sono io, mio fratello Riccardo Mastropietro e c’è Giulio Testa, parente acquisito e insieme a noi socio fondatore, poi ci sono altre persone con cui lavoriamo da tantissimo tempo. L’azienda è un pezzo di noi, siamo una squadra coesa, cosa di cui abbiamo avuto conferma anche nel corso di un anno difficile come quello appena passato.

Pesci combattenti è un laboratorio di idee per la televisione, cosa è cambiato nell’ultimo anno?

Il 2020 ci ha imposto tante riflessioni, quanto accaduto ci ha obbligato a cambiare, a diventare più flessibili, a cercare ogni giorno delle soluzioni per continuare a produrre e a farlo in sicurezza, in osservanza di tutti i protocolli. Una sfida che, a questo punto, mi sento di poter dire che abbiamo vinto. Abbiamo dovuto cambiare l’assetto produttivo, abbiamo spesso lavorato in remoto, ma siamo riusciti, anche grazie alla tecnologia, a farlo.

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PRESA DIRETTA

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Adesso, non dopo

La squadra di Riccardo Iacona ha ripreso a viaggiare in giro per il mondo con le inchieste, i reportage, le testimonianze esclusive, le interviste ai grandi esperti e l’attualità con gli ospiti in diretta nello studio. Da lunedì 1° febbraio, su Rai3, otto nuovi appuntamenti per affrontare le grandi emergenze di questo periodo, dalla pandemia da Covid-19 alla crisi economica, dall’emergenza sociale a quella ambientale

FOTO DI MAURIZIO D’AVANZO

Com’è cambiato il modo di raccontare i fatti nell’anno pandemico?

Sono cambiati la nostra vita e il nostro modo di vedere la realtà, c’è una dose di preoccupazione in più determinata dal fatto che siamo in un momento veramente drammatico per l’Italia, l’Europa, il mondo intero. Con il nostro racconto, abbiamo sempre cercato di mettere nell’agenda dell’opinione pubblica temi che ci sembravano importanti per lo sviluppo del Paese, per la democrazia. Ora abbiamo l’obbligo di essere ancora più determinati. Ci sono cose che dobbiamo assolutamente fare, non solo per uscire dalla pandemia, ma soprattutto per cercare di tenere aperta una finestra sul futuro. Quello che abbiamo perso nell’ultimo anno in termini di sofferenza, di persone ammalate, di morti, di pezzi di economia, va totalmente ricostruito, adesso, non dopo. Ecco, potessi mettere uno slogan a questa serie di “PresaDiretta” direi: Adesso, non dopo.

Da dove si ricomincia?

Noi ricostruiamo il futuro se veramente accettiamo la sfida che questa pandemia ci ha lanciato, faccio un esempio che ha a che fare con la prima puntata di “PresaDiretta” dedicata a Lombardia e Calabria. Ci siamo ritrovati nella seconda ondata, che ci ha colpito più della prima, un’altra volta impreparati, nonostante avessimo capito un sacco di cose di quello che dovevamo fare per contenere il virus, a cominciare dal tracciamento, dai tamponi, dalla costruzione di presidi esterni agli ospedali, proprio perché avevamo capito che l’assalto agli ospedali di marzo e aprile aveva portato un sacco di morti e che questo Covid non si combatte nelle corsie ospedaliere, ma nelle case. Quando poi è partita la seconda ondata tutto ciò che avremmo dovuto mettere in campo non è stato fatto. Dobbiamo considerare questo momento come un’occasione straordinaria per fare le cose, se non le facciamo non solo siamo colpevolmente in ritardo, ma poi ci troveremo in un deserto, considerando anche che i tempi della vaccinazione di massa sono incerti e che dovremo convivere ancora con la presenza di questa infezione.

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Lui è peggio di me

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Marco e Giorgio Show

Per la prima volta insieme in uno show televisivo disegnato apposta per loro.  Monologhi, interviste, canzoni e gag in un clima informale e scanzonato. “Lui è peggio di me”, quattro appuntamenti imperdibili da giovedì 4 febbraio in prima serata su Rai3. Il RadiocorriereTv ha incontrato i due protagonisti

Marco, perché un programma con Giorgio Panariello?

Ci siamo incontrati, ci siamo conosciuti e ci siamo stati simpatici. Stiamo preparando il programma, ci divertiamo e stiamo lavorando in modo sereno, senza l’assillo di non dovere sbagliare.

Giorgio, perché un programma con Marco Giallini?

Perché no… ci siamo incontrati per caso e abbiamo capito che c’era un feeling che andava al di là della stima professionale, era soprattutto umano. Volevo che questo show raccontasse la verità, e per farlo dovevo avere accanto una persona con cui ci fosse questo tipo di connessione. Ci siamo sentiti, Marco si è fidato di me e ci siamo lanciati in questa avventura.

Come ci spiazzerete il giovedì sera su Rai3?

MARCO: Non sapevo che andasse in onda il giovedì (ride). Cercheremo di sorprendere i telespettatori con uno spettacolo non usuale, che credo non si sia visto molte volte in Tv. Anche la scenografia è molto curiosa, il palco è diviso in due, condiviso da Giorgio e da me, ma non posso dire di più.

GIORGIO: Chi lo sa? (ride) Questa è la prima volta che faccio una cosa da cui non so cosa aspettarmi. Sarà uno show innovativo, un varietà, ma anche una sitcom. Dal momento che accanto a me avrò un attore come Marco, è inevitabile che ci sia anche parecchia recitazione. Vedrete una sorta di sit-show in cui ci sarà anche molta improvvisazione.

Cosa troveremo del film di Celentano e Pozzetto nel vostro “Lui è peggio di me”?

GIORGIO: Ci piaceva come titolo e lo abbiamo trovato calzante con le dinamiche che si instaureranno sul palco, non ci sono riferimenti diretti al film, ma a quello che era il rapporto tra i due personaggi. È una sorta di ispirazione e di omaggio a due grandi come Celentano e Pozzetto.

MARCO: Sicuramente un omaggio affettuoso a una pellicola che vidi quando avevo poco più di vent’anni. Alcune battute del film sono state riprese nei promo che abbiamo girato per il programma, anche qualche diverbio tra me e Giorgio evocherà quelli tra Adriano e Renato.

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Milly Carlucci

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Vi aspetto in un mondo fantastico

Stanno per accendersi i riflettori sulla seconda edizione de “Il cantante mascherato”, dal 29 gennaio in prima serata su Rai1. La conduttrice al RadiocorriereTv: «Ci stiamo preparando con grandissimo entusiasmo e con la voglia di portare dentro le case uno spettacolo pieno di energia, di gioia, di sorriso»

foto di IWAN PALOMBI

Dopo l’impresa quasi impossibile di “Ballando con le stelle”, che lo scorso anno, in piena emergenza Covid, ha messo in campo tutto il talento di una squadra, come si appresta a vivere questa nuova sfida?

Non abbiamo avuto modo di fermarci, ma meno male! Vista l’epoca lavorare ti aiuta a sentirti vivo, utile, ad allontanare almeno un po’ l’alone di tristezza che in questo momento sta avvolgendo tutti. Ci stiamo preparando con grandissimo entusiasmo e con la voglia di portare dentro le case uno spettacolo pieno di energia, di gioia, di sorriso, e anche di un po’ di follia, perché questo è “Il cantante mascherato”. Credo che faccia bene potere passare una serata così.

Come ha scelto le nuove maschere?

Nascono da tanti ragionamenti fatti per rendere un po’ più italiano il programma. L’anno passato ci siamo ispirati a delle references internazionali, questa volta, invece, siamo partiti dal concetto che l’idea della maschera la portiamo nella nostra mitologia, nella tradizione, in racconti che sono proprio nostri, latini. Da lì si sono sviluppati tanti pensieri, e poi c’è stata la scelta dei concorrenti. A un certo punto avevamo avuto un abboccamento con un concorrente che non rivelerò, perché potrebbe entrare in gioco un altro anno, che per sua scelta voleva come maschera la testa dell’asino. Le maschere sono dunque anche ciò che interessa al concorrente, o perché lì c’è una parte della propria personalità, o perché è profondamente lontana dal suo modo di essere.

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Gabriele Ciampi

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Opera: dal passato per costruire il futuro

Il quarto album di Gabriele Ciampi, musicista, compositore e direttore d’orchestra, eccellenza italiana in America, è composto da sonorità contemporanee e classiche. “Unisco due mondi antitetici – racconta – Questo album non è una transizione, ma un nuovo inizio”.

Il suo nuovo album è composto da sonorità contemporanee, elettroniche e vintage. Ce lo descrive?

Il concetto dell’album è quello di unire due mondi sostanzialmente antitetici: la rigidità, a volte eccessiva ma necessaria, della struttura classica e la libertà del suono moderno, elettronico. Quindi la ricerca sonora che mi ha permesso di portare queste sonorità molto libere all’interno di un tessuto rigido, è stata poi la base per sviluppare il progetto di “Opera”.

Questa sorta di sperimentazione, dove la conduce?

Questo è il mio quarto album, da un punto di vista compositivo raggiungo quella maturità giunta dopo anni di studio e di ricerca. Non è una transizione, ma un nuovo inizio e penso che anche il futuro sarà quello di contaminare il più possibile, pur rispettando delle regole classiche molto severe. Questo è un nuovo inizio, un nuovo modo di concepire la musica, un  nuovo modo di scrivere musica polifonica. In questo album gli strumenti elettronici entrano a far parte dell’orchestra sinfonica tradizionale. Si apre un po’ un mondo dal punto di vista della scrittura.

“Opera” è un album scritto e composto a distanza. Come è stato possibile?

E’ stata un po’ l’esigenza della vita. Quando succede qualcosa di brutto, bisogna sempre trovare le opportunità, così come faccio nel mio lavoro di analista finanziario con il  trading e quindi la ricerca delle opportunità. E questo nella musica è bello, cioè trovare modo di cambiare. Ero abituato a lavorare in studio con una orchestra di quarantacinque elementi. Una produzione a distanza cambia tutto. Un lavoro difficile come produttore che però mi ha permesso di crescere, perché alla fine è come aver intrapreso un’altra strada dalla quale non torni più indietro. Il futuro della musica rimane un po’ questo, cioè lavorare con musicisti di tutto il mondo.

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Giorgio Pasotti

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Gli errori servono a migliorare

Nella serie di Rai1 “Mina Settembre” è Claudio, l’uomo che vuole a tutti i costi riconquistare sua moglie dopo averla tradita: “E’ una storia d’amore dove non ci sono buoni e cattivi. E’ uno spaccato di vita reale” spiega l’attore bergamasco. E, a proposito della pandemia, aggiunge “E’ stato un momento di grande sofferenza e mi auguro che le persone prendano tutto questo con grande rispetto e serietà. Bisogna rispettare le regole e non demordere”.

foto di Anna Camerlingo

E’ la prima volta che gira a Napoli e che lavora con Serena Rossi. Insomma una serie di prime volte?

Napoli è una città che conosco bene, ma dove non avevo mai lavorato. Così come con Serena, pur conoscendola da diversi anni, è la prima volta che recito con lei ed è stato tutto molto facile. Quando si lavora tra professionisti che hanno fatto tanta gavetta, è tutto molto piacevole, anche quando, come in questo caso, è molto faticoso.

Napoli è travolgente in questa serie…

Napoli è protagonista, come ogni singolo attore. E’ una città che non riesce a nascondere, prepotentemente tende a prevaricare qualsiasi cosa e, anche se si gira nell’angolo più sperduto e remoto, ha una sua personalità, una sua storia che vale la pena di essere guardata, citata, filmata. Napoli diventa non solo visivamente ma anche acusticamente, con i suoi rumori, i clacson, il vociare, lo sciabordio dell’acqua, grande protagonista del film.

“Mina Settembre” è un racconto d’amore, ma mostra anche tante ombre. Possiamo dire che è uno spaccato di una realtà variegata e spesso contradditoria?

Assolutamente sì. E’ una storia d’amore dove non ci sono buoni e cattivi. Ci sono solo persone che vivono, sbagliano, che tendono a migliorarsi, a correggere i propri errori, la propria vita. E’ proprio uno spaccato di vita reale.

Il suo personaggio all’inizio risulta abbastanza antipatico. Poi, ad un certo punto, muta la sensazione. Cosa accade?

Accade che le persone possono sbagliare. Io credo che nella vita sbagliare sia umano e anche giusto, perché solo attraverso gli errori si può capire quando si sbaglia, come e dove si può migliorare. Claudio non è un personaggio che tradisce per il gusto di farlo. E’ chiaramente un errore, e andando avanti si capiranno anche i motivi che lo hanno spinto a questo errore, che comunque non è giustificabile e lo condanno. E’ una persona che tende a migliorare e che crede fortemente in questo amore. In questo senso mi è molto simpatico, prende un sacco di porte in faccia che fanno piuttosto male, ma non demorde.

Cosa ha trovato in Claudio di comune con lei?

Poco in realtà, anzi nulla. Fa un lavoro lontanissimo da me e da quello che io avrei mai potuto immaginare nella mia vita. Io sono più orgoglioso e non accetterei di essere trattato come lui. Ci vuole grande equilibrio e tanta sicurezza. Forse in questo senso sono più schivo e timido, meno spavaldo. Un personaggio diametralmente opposto a me.

Continua a leggere sul RadiocorriereTv N. 4 a pag.22