Due donne, con caratteri agli antipodi, unite dal destino e costrette a confrontarsi con un problema da risolvere, la casa ereditata dal padre dell’una e dalla madre dell’altra. Fabrizio Costa firma la commedia con Euridice Axen, Chiara Francini, Cristiano Caccamo, Mariangela D’Abbraccio, Roberto Alpi. Il 29 dicembre in prima serata su Rai 1D
Due amanti sessantenni, Mariella (Mariangela D’Abbraccio) e Domenico (Roberto Alpi), sono sul punto di raccontare alle due rispettive figlie, Diana (Euridice Axen) e Gaia (Chiara Francini), tutta la verità sul loro amore ma, prima di riuscire a farlo, muoiono in un incidente automobilistico nei pressi della loro bella villa in Sardegna. Le due donne, che non si sono mai viste prima, sono quindi costrette loro malgrado a recarsi sull’isola per occuparsi della casa che i due genitori hanno lasciato loro in eredità. Fin dal primo incontro le due ragazze si trovano cordialmente antipatiche. E non potrebbe essere altrimenti visto che Diana è un medico serio e ortodosso con la mania del controllo e la determinazione di un bulldozer, mentre Gaia è uno spirito libero senza fisse radici, tutta emozioni e sensibilità. «Nella storia, completamente al femminile, si confrontano il pragmatismo dell’una con la fantasia e il romanticismo lieve e ironico dell’altra – afferma il regista Fabrizio Costa – due caratteristiche, queste, che solo apparentemente sono agli antipodi». Sullo schermo due donne talentuose, ma che hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare completamente le loro personalità. «Euridice Axen interpreta quella apparentemente algida e inflessibile, Diana. Chiara Francini l’iperbolica piena di talenti ancora da scoprire, Gaia – prosegue Costa – entrambe hanno una caratterista subito evidente: sono donne sole che combattono la loro battaglia nella vita. Ma proprio la coscienza della propria solitudine e la condivisione del talento e l’amore per la musica, le costringerà ad avvicinarsi e a scoprire un terribile e meraviglioso segreto, nonché a diventare finalmente donne compiute e realizzate. È l’amore che sorriderà a entrambe e sarà il premio naturale che consentirà a Diana e Gaia di affrontare le asperità della vita con la consapevolezza che tutto finirà bene». Nel cast di “Una scomoda eredità” anche Cristiano Caccamo, Mariella Valentini, Brando Giorgi, Bernardo Casertano Mancinelli, Alessandro Pala, Riccardo Mori, Emanuela Fanni e con la partecipazione di Cesare Bocci. In onda su Rai 1 il 29 dicembre in prima serata.
Con il nuovo anno ritornano, attesissime, le grandi fiction firmate Rai. Si parte l’8 gennaio con “Le indagini di Lolita Lobosco”
Le indagini di Lolita Lobosco – Seconda stagione – Dall’8 gennaio in prima serata su Rai 1 Lolita Lobosco (Luisa Ranieri) è una donna del Sud, mediterranea, vivace, empatica, in carriera; vicequestore del commissariato di polizia a Bari, a capo di una squadra di soli uomini. In un mondo ostinatamente maschile, come quello dell’investigazione e della giustizia, Lolita sceglie di rimanere se stessa, un prezioso mix di esplosiva bellezza e intelligenza emotiva che le permette non solo di affermarsi, ma anche di combattere alcuni pregiudizi ancora esistenti nei confronti delle donne al comando. In questa seconda stagione Lolita è alle prese con nuovi casi di omicidio che saprà risolvere con acume e creatività, anche grazie alla collaborazione preziosa dei fidi Forte ed Esposito. Parallelamente, la vicequestore cerca di tener fede alla promessa fatta a suo padre alla fine della prima stagione, ossia quella di trovare il suo assassino. Chiarito infatti che l’omicidio di Petresine è opera della malavita organizzata che agiva nel porto di Bari, rimane da scoprire chi sia stato l’esecutore materiale del delitto. L’indagine si rivela tuttavia molto complessa, anche perché qualcuno sembra avere interesse a non far avvicinare Lolita alla verità. Se sul lavoro le difficoltà sono molte, la vita privata della nostra protagonista non è meno complessa: alla gestione del fidanzamento con un uomo molto più giovane, Danilo (Filippo Scicchitano), si aggiungono le preoccupazioni per Nunzia (Lunetta Savino) e il suo speciale rapporto d’amicizia con Trifone (Maurizio Donadoni), i dissidi di Forte (Giovanni Ludeno) con la moglie Porzia (Claudia Lerro) e la nuova sfida di Esposito (Jacopo Cullin) con la fidanzata Caterina (Camilla Diana), per non parlare dei disastri sentimentali dell’amica del cuore Marietta (Bianca Nappi). Come se non bastasse, nella vita di Lolita si affaccia una vecchia conoscenza, la sua prima cotta, l’affascinante Angelo Spatafora (Mario Sgueglia).
Il nostro Generale Il 9-10 e il 16-17 gennaio in prima serata su Rai 1
A quarant’anni dalla strage di Via Carini (3 settembre 1982), la serie racconta la storia del Nucleo speciale antiterrorismo creato dal Generale Carlo Alberto dalla Chiesa – interpretato da Sergio Castellitto – per combattere l’attacco delle Brigate Rosse allo Stato in quella che fu una vera e propria guerra per la difesa della democrazia. Da una parte il Generale e un gruppo scelto di giovani carabinieri sotto copertura, addestrati con metodi investigativi innovativi per l’epoca, e dall’altra ragazzi altrettanto giovani, i brigatisti, che coltivavano l’obiettivo di sovvertire lo Stato democratico attraverso sequestri, omicidi e attentati. Le vicende del Paese – raccontate anche attraverso immagini e filmati di repertorio originali – si intrecciano a quelle personali e familiari dei protagonisti. La serie si avvale della consulenza storica del giornalista Giovanni Bianconi e del coinvolgimento, in fase di produzione, dei familiari del Generale dalla Chiesa, di alcuni dei veri membri del Nucleo speciale antiterrorismo, di alcuni dei magistrati che hanno partecipato alle indagini e poi istituito i processi. Questo ha permesso di portare sullo schermo non solo la ricostruzione accurata di una vicenda storica ancora poco conosciuta, ma anche il racconto più intimo e personale della vita dei protagonisti. Realizzata con la collaborazione del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, con il sostegno del Mic e di Film Commission Torino Piemonte, la serie è stata girata anche in alcuni dei luoghi reali delle vicende narrate, tra cui la Caserma dei Carabinieri Pietro Micca di Torino e il cortile dove le Brigate Rosse uccisero Fulvio Croce, presidente dell’ordine degli avvocati di Torino. ν
Con “Linea Bianca”, il sabato pomeriggio su Rai 1, è tornato a raccontare le nostre montagne: «Ci insegnano a gestire l’energia, la stagionalità, a scegliere la calma, a vivere con serenità il nostro tempo»I
Il viaggio di “Linea Bianca” è ripartito, dove ci porterete nelle prossime puntate?
Continuiamo a raccontare il territorio montano che costituisce circa il 70 per cento della superficie nazionale, mentre troppo spesso diamo visibilità alla sola parte costiera. Capendo la montagna possiamo anche imparare a convivere con l’emergenza energetica, a ridurre gli sprechi. In montagna sono molte le località non ancora raggiunte dal metano, nelle quali si usano le bombole del gas, si cucina con legna e cippato. Nel corso della storia l’uomo ha imparato a immagazzinare calore, facendo uso tra l’altro della terracotta, dell’argilla. Le famose olle, ad esempio, consentono la massima efficienza. Sono conoscenze che dobbiamo portare nelle nostre città, nel rispetto dell’ambiente, per risparmiare ed evitare sprechi. La montagna ci insegna anche a rispettare la stagionalità, a scegliere la calma, a vivere con serenità il nostro tempo.
Un invito a riappropriarci dei nostri ritmi naturali…
L’essere umano ha necessità di ritrovare il proprio tempo e di farlo in ogni situazione. Parlo del tempo che ci dedichiamo per una passeggiata, per una lettura. In passato ci si distraeva con un libro o guardando fuori dalla finestra, sognando a occhi aperti. Oggi la distrazione è data dal telefonino e così il tempo non è più solo nostro. In montagna questo recupero del tempo ce l’hai per una serie di cose che devi fare, per spostarti. I monti ti chiamano, ti fanno ammirare tante cose. Domenica, in esterna per la trasmissione, ho perso il treno perché distratto e attratto da un tramonto…
Dove è successo?
A Prato Piazza, in Alto Adige, a 2 mila metri. Ero lì per la seconda puntata di “Linea Bianca”. Nel primo pomeriggio, dopo una nevicata durata ore, il cielo ha iniziato ad aprirsi, aveva un colore rosso forte, sembrava un dipinto. Quel momento mi ha dato tanta energia.
Nel programma vi occupate da tempo di cambiamenti climatici, cosa capiamo con l’osservazione delle nostre montagne di ciò che sta accadendo al Pianeta?
Che il cambiamento è molto più veloce di quello che abbiamo raccontato fino a ora. La fusione dei ghiacciai è esponenziale. Pensavamo che in alcuni decenni non ne avremmo più trovati alcuni, ma i tempi sono ben più stretti e potrebbe trattarsi anche di pochi anni. Penso al Calderone del Gran Sasso in Abruzzo, che è anche stato declassato. In città ti accorgi meno del cambiamento, accade con la siccità, con la pioggia improvvisa, ma in montagna è tutto ben più visibile. La mia preoccupazione è che sia già troppo tardi per tornare indietro, spero che madre natura possa ritrovare equilibrio. Possiamo solo non aggravare una situazione complessa.
Le storie di montagna sono prima di tutto storie di persone, ce n’è una che nel corso di questi anni ti ha toccato di più di altre?
Di storie ce ne sono tante, ma mi viene in mente una parola ed è coraggio. Ci sono persone che hanno avuto il coraggio di cambiare la propria vita andando alla ricerca dello star bene, senza limitarsi e accontentarsi, ma vivendo al massimo il proprio tempo.
Montagna come risorsa?
Non dico che tutti dobbiamo trasferirci in montagna, ma che gli italiani sono fortunati. A pochi chilometri dalle case di gran parte di noi c’è un’area montana che ci può regalare una passeggiata, un po’ di relax tra i colori e i profumi della natura.
Con la montagna hai un rapporto indissolubile…
La montagna per me è passione e lavoro. Ogni volta che vado mi sento a casa, sono ben accolto, perché l’accoglienza è una caratteristica comune a chi vive sui monti. Nell’indole delle popolazioni montane c’è l’aiuto: ho trovato tantissimo volontariato, cosa che in città un po’ si perde. Se rimani a piedi con l’auto su una strada montana non esiste che qualcuno non si fermi a darti una mano.
Una stagione di grande impegno televisivo, con “Unomattina”, come sta andando?
Sono molto contento di avere un rapporto quotidiano con il mio pubblico, di potere condividere esperienze e racconti. Al tempo stesso sono felice del rapporto sereno che c’è in redazione, in studio, con gli inviati. “Unomattina” ha un approccio positivo, propone esperienze di condivisione, di confronto tra le persone e va alla ricerca di buona energia. Vogliamo fornire un altro punto di vista e questo ha pagato.
Come ti vedi nel futuro?
Mi piacerebbe vedermi così, proprio come sono ora. Con questa voglia di fare, con questa energia, cercando di portare sempre il sorriso a chi segue i programmi che faccio. Un approccio alla Fabrizio Frizzi, di un uomo felice della vita. Mi piacerebbe rappresentare un po’ una bombola d’ossigeno capace di fare sciogliere le tensioni.
L’étoile del Teatro alla Scala pronta ad accompagnarci il 1° gennaio in prima serata su Rai 1. «Danzare è un arricchimento per la vita, per le sensazioni che si possono ricevere» dice il grande ballerino, che sulla sesta edizione dello show anticipa: «Abbiamo preparato uno spettacolo di intrattenimento, di leggerezza, che possa fare sorridere ed emozionare»I
Danza con me
Il 2022 sta per concludersi, cosa le lasciano questi dodici mesi, da artista e da cittadino?
Per me è stato un anno molto importante, di rinascita, che ha visto il riprendersi di molte cose, a iniziare dai viaggi: sono stato a ballare per la prima volta in Australia, per la prima volta a Cuba, adesso ho ballato in Oman, a Muscat. Tanti luoghi nuovi che ho potuto toccare con la danza. Li ho vissuti in maniera diversa, facendo esperienze nuove. Penso anche ai tanti spettacoli in Italia, non posso non ricordare un evento particolare come il “Ballo in bianco” in piazza Duomo a Milano durante “OnDance”, evento che ha segnato il mio 2022. È stato un anno segnato dalla guerra, dal conflitto nato vicino a noi, vedere queste tragedie è stato umanamente difficile. La guerra è stato il buio di questo periodo.
Ci presenta l’edizione 2023 di “Danza con me”?
Sarà un’edizione con tanti ospiti nuovi. Avremo Luca Zingaretti e Cristiana Capotondi alla conduzione, due grandi attori molto amati dal pubblico di Rai 1. Ci affiancheranno Virginia Raffaele che ritorna per la terza volta, Alberto Angela per la seconda. Tanti nuovi amici come Elio, Paola Minaccioni, Blanco, Dardust, avremo Claudia Gerini, Edoardo Leo, Dargen D’Amico. Un parterre molto ricco, ma soprattutto avremo tanti numeri di danza, perché è sempre la danza, di livello internazionale, a essere il cuore del programma. Vogliamo costruire uno spettacolo di intrattenimento, di leggerezza, che possa fare sorridere. In questo momento il pubblico ha bisogno di serenità.
C’è una cifra che accomuna i protagonisti di “Danza con me”?
Ognuno porta qualcosa. Quello che mi piace, soprattutto di Luca e Cristiana, ma anche di altri, è il sapersi mettere in gioco, essere a disposizione del programma. Molte volte chiediamo complicità alle nostre idee, alle nostre invenzioni. È la complicità con gli ospiti a fare la differenza.
C’è un giusto punto d’incontro tra l’alto e il popolare?
Il punto d’incontro è questa trasmissione, che riesce a veicolare l’alto, come i passi a due di repertorio classico, neoclassico, contemporaneo, in un contesto di intrattenimento. Ma il passo a due è quello, è intatto e si vede in tutta la sua bellezza. Momenti di danza pura inseriti in un contesto di leggero.
Alla prima edizione pensava che il programma sarebbe diventato un appuntamento tanto atteso dal pubblico televisivo?
Sinceramente non me l’aspettavo, non pesavo proprio che saremmo arrivati alla sesta edizione e devo dire che la cosa mi rende tanto felice e orgoglioso. Significa essere riusciti a entrare nelle case di tantissimi italiani e questo vuol dire anche avere la possibilità di fare conoscere la danza a tanti giovani. Magari iniziano proprio da questa trasmissione ad amarla, poi arrivano a teatro. È ciò che di più bello possono fare il programma e la Tv.
La danza per raccontarci e per esprimere le nostre emozioni, un esercizio che consiglierebbe anche a chi non balla per professione?
Sicuramente sì. “OnDance”, la manifestazione che organizzo ogni anno, invita le persone a provare a ballare ogni genere di danza. Non ce n’è un solo tipo, non ci sono solo la classica o la break dance. Le scelte sono innumerevoli. Ballare vuole dire prendere consapevolezza del proprio corpo e lasciarsi andare, o controllarlo seguendo una musica. La danza è liberatoria e al tempo stesso ti fa sentire il corpo come poche altre cose, unendo il movimento con la musica. Chi lo fa ha un grandissimo giovamento, anche persone che non diventeranno mai ballerini. È un arricchimento per la vita, per le sensazioni che si possono ricevere.
Dopo avere raggiunto traguardi immensi, cosa può ancora sognare Roberto Bolle?
Una bella domanda a cui può essere difficile rispondere (sorride). In questo momento le soddisfazioni sono molte e giungono da tanti progetti che sto seguendo. Mi auguro di farlo il più a lungo possibile. Spero di provare sempre gioia, passione e desiderio di andare avanti, di creare cose nuove. Il bello, anche in “Danza con me”, è essere fedele a un format senza smettere di rinnovarsi.
Cosa legge negli occhi dei giovani che coltivano il sogno della danza?
In trasmissione abbiamo avuto un pubblico di ballerini, di studenti della danza. Nei loro occhi ho visto entusiasmo, passione, il desiderio di nutrirsi di danza. Nello sguardo di molti ho visto anche la preoccupazione di non avere un futuro nel nostro Paese, perché le possibilità di lavoro sono poche. È un tema su cui mi batto in prima linea.
Quali sono le priorità per l’arte e la cultura in Italia?
Abbiamo il tavolo della danza istituito nel maggio scorso. Nel frattempo, il governo è caduto, c’è stato un grande ritardo. Ora si cerca un’interlocuzione con il ministro Gennaro Sangiuliano per capire se sia disponibile ad accogliere le idee per cambiare le regole della formazione e della produzione di spettacoli. Sono i due grandi temi che hanno bisogno di nuove regole, per andare avanti e rinnovarsi.
Che cos’è per lei la bellezza e dove la ritrova nella quotidianità?
È un valore importante che rende speciale la nostra vita, che altrimenti sarebbe piatta. È anche qualcosa che ci dà un brivido, un’emozione, che ci fa sognare. La ritrovo nella danza come nella natura, la ritrovo nei viaggi, mi piace scoprire le bellezze architettoniche delle città. La bellezza è intorno a noi, bisogna trovarla, scoprirla, nutrirsene.
L’ultimo brivido che ha provato?
In ordine di tempo mi riporta a pochi giorni fa, in Oman. Penso alla bellezza del deserto, delle dune, della sabbia con la sua policromia di colori, penso a tutte le variazioni del beige, del rosso, del giallo, o alle architetture del teatro della grande moschea.
Alberto Angela torna il 25 dicembre in prima serata su Rai 1 con “Stanotte a Milano”. Da mercoledì 28 le nuove puntate di “Meraviglie” che ci porteranno per la prima volta oltre i confini nazionali. I due programmi sono realizzati in 4k
Una serata evento prodotta da Rai Cultura e dedicata a Milano, per raccontare i luoghi d’arte e
la storia della città dopo il calar del sole, quando l’assenza di folle e
turisti lascia spazio a dettagli e suggestioni più raccolte e intime. Dopo
aver omaggiato le più belle città d’arte italiane, da Napoli a Venezia, dal
Vaticano a Torino, il 25 dicembre alle 21.25 su Rai1, Alberto Angela ci
presenta “Stanotte a Milano”.
Partendo dalla
guglia maggiore del Duomo, proprio sotto la Madonnina, Alberto attraversa la
città di notte, alla scoperta dei tesori più o meno nascosti del capoluogo
lombardo: dal palcoscenico del Teatro alla Scalaallabasilica di
S. Ambrogio, dalla pinacoteca di Brera alla biblioteca Ambrosiana, custode
dell’inestimabile Codice Atlantico di Leonardo. Un viaggio nell’arte che porta
lo spettatore al cospetto del Cenacolo Vinciano, ma anche tra i “Sette Palazzi
Celesti “, la gigantesca installazione di Anselm Kiefer custodita nel Pirelli
Hangar Bicocca, o tra i futuristi del Museo del 900. Un viaggio nella storia
della città, già capitale dell’Impero Romano, orgoglioso comune medievale e
signoria tra le più splendide con i Visconti e gli Sforza. In questo percorso
non mancano i luoghi più rappresentativi della vita milanese di oggi, come la
Stazione Centrale, la Galleria, i Navigli e i grattacieliche negli
ultimi decenni ne hanno ridisegnato l’orizzonte.
Nel suo viaggio
Alberto Angela è guidato dal racconto di grandi ospiti, che vivono a Milano e
che con questa città hanno un rapporto particolare: Zlatan Ibrahimović,
Domenico Dolce e Stefano Gabbana, Javier Zanetti si uniscono a lui per
tracciare un ritratto della città e della sua evoluzione negli anni. Giancarlo
Giannini, presenza fissa negli speciali di “Stanotte”, interpreta stavolta il
sommo poeta milanese Alessandro Manzoni. Sonia Bergamasco dà voce e volto alla
poetessa dei Navigli, Alda Merini.I primi ballerini del Teatro alla Scala Nicoletta Manni e
Timofej Andrijashenko danzano nell’inconsueto palcoscenico dei laboratori di
scenografia negli ex stabilimenti Ansaldo,Elio con i suoi musicisti
omaggia la canzone di Enzo Jannacci e Malika Ayane è protagonista di un’intensa
performance musicale in Galleria.
Arte, musica,
storia e costume si intrecciano per offrire un punto di vista notturno su
questa città fatta di contrasti, che ha trovato la sua cifra nel continuo
rinnovarsi per essere sempre nel presente.
E’ inveceun viaggio che attraversa
l’Europa da Est a Ovest e da Sud a Nord, alla ricerca delle bellezze più
rappresentative di ciascun Paese, ma anche delle linee di una storia comune e
di una comune identità, “Meraviglie” che, in questa nuova serie
intitolata “Stelle d’Europa”, in onda da mercoledì 28 dicembre, varca
per la prima volta i confini nazionali per esplorare, oltre a quelli italiani,
anche i siti Unesco più spettacolari del nostro continente. Oltre al racconto
di Alberto Angela, alle splendide immagini girate in 4K con l’uso di audaci
droni acrobatici, la serie si arricchisce delle testimonianze di ospiti celebri
e di performance artistiche in alcuni dei luoghi più significativi del
viaggio. Nella prima puntata il viaggio
parte da Mont Saint-Michel, nel nord della Francia, isolotto che sembra danzare
tra terra e mare al ritmo delle maree. Sede di una celebre abbazia benedettina,
sorge al centro di un’immensa baia aperta sul canale della Manica, dove le
maree sono tra le più potenti d’Europa. Nelle fasi più intense il mare si
ritira di una ventina di chilometri, per poi ritornare isolando l’abbazia dalla
terraferma. Prosegue poi per Lisbona, in Portogallo, porta occidentale d’Europa
aperta verso l’immensità degli oceani. Dalla torre di Belém, ai ricami del
monastero dei Jéronimos, Angela racconta questa affascinante città adagiata
sulle sponde del Tago e affacciata all’oceano. Ci guida in tram tra le viuzze
dell’Alfàma, l’antico quartiere arabo, e alla scoperta dei magnifici azulejos
del palazzo dei marchesi di Fronteira, fino alla chiesa del Carmo dove una
magnifica Dulce Pontes, canta sulle note del maestro Ennio Morricone. La tappa
italiana di questa edizione è Verona, la città scaligera che ha ispirato
l’amore letterario di Romeo e Giulietta. All’Arena, l’antico anfiteatro nato
per ospitare i gladiatori e oggi divenuto uno dei più grandi teatri lirici del
mondo, Alberto Angela incontra Roberto Bolle, leggendario Romeo della danza. Al
balcone di Giulietta, Riccardo Cocciante interpreta un brano della sua opera
popolare dedicata ai due tragici amanti. Il viaggio si conclude a Chartres,
cittadina francese sede della più antica e meglio conservata cattedrale gotica
del vecchio continente. Le sue celebri vetrate, che si conservano intatte da
nove secoli, hanno dato il nome ad un colore, il celebre “blu di Chartres”. Un
enigmatico labirinto al centro della navata è in realtà un percorso iniziatico
che conduce il fedele alla salvezza. “Stanotte a Milano” e “Meraviglie –
Stelle d’Europa” sono produzioni realizzate da Rai Cultura in 4K, dirette
da Gabriele Cipollitti con la fotografia di Vincenzo Calò. Scritte da Alberto
Angela con Fabio Buttarelli, Ilaria Degano, Vito Lamberti, Aldo Piro, Emilio
Quinto.
«Filumena è un testo vivo. E come è giusto che sia, vuole essere rappresentato. Vuole continuare a essere vissuto. Dagli interpreti e dal pubblico» afferma Francesco Amato, regista della trasposizione televisiva della “Filumena Marturano” di Eduardo De Filippo. Il film vede riunita la coppia Scalera – Gallo che ha fatto brillare “Imma Tataranni – Sostituto Procuratore”. Il 20 dicembre in prima serata su Rai 1 e in streaming su RaiPlay
FRANCESCO
AMATO, regista
Come ci
si confronta con Eduardo De Filippo?
Non ci si confronta con De Filippo, né con De Sica, né con Zeffirelli,
o con tutti coloro che frequentano e hanno frequentato la sua arte, e questa
storia in particolare. Si parte sconfitti
e si cerca di realizzare il proprio film. Da ragazzino giocavo a pallone nella
squadra del mio paese in Piemonte, qualche volta capitava di sfidare la
Juventus e perdevano dodici a zero, pur giocando bene. Nei limiti delle nostre
capacità, abbiamo cercato di dare conto dell’attualità della storia, una
vicenda ancora viva che è legittimo mostrare e rivisitare. Noi l’abbiamo fatto secondo
i canoni dell’attualità e della nostra sensibilità, mettendo al centro il
rapporto erotico tra Filumena e Domenico, illuminando quello che sarebbe
accaduto tra loro, da ben venticinque anni una coppia con una dipendenza
affettiva molto forte.
VANESSA SCALERA
Che viaggio
artistico e umano è stato quello con Filumena Marturano?
È stato il viaggio, il ruolo dei ruoli… senza Francesco Amato,
il mio regista eletto (ride) e Max (Massimiliano Gallo) come
protagonista, sarebbe stato più difficile da intraprendere. Mi sono sentita a casa
con loro, pur facendo, come attrice, un viaggio solitario. Le più grandi del
cinema italiano si sono confrontate con questo ruolo, non vi dico quindi cosa
ho provato quando mi è stato proposto. Un misto di adrenalina e ansia che mi ha
fatto passare nottate insonni. Francesco però mi ha dato una chiave importante,
partire sconfitti e non avere paura. Ci siamo buttati in questa avventura, affrontandola
con estrema serietà e abnegazione, dedicando più di tre settimane di prove come
si fa a teatro, precedute da un eccellente lavoro di scrittura del regista con
gli sceneggiatori.
MASSIMILIANO
GALLO
Ci
racconta il suo incontro con Filumena Marturano…
Per me è stato uno splendido regalo. Quando affronti Eduardo
De Filippo e questi macrotesti, nell’immaginario collettivo c’è sempre qualcosa
di grande, in questo caso si pensa immediatamente a Marcello Mastroianni e
Sophia Loren, oltre a “I fantasmi” di Eduardo e Titina (i fratelli De
Filippo legati da un sodalizio familiare e artistico). Penso però che, in
generale, non si faccia un buon servizio all’autore quando si afferma che Eduardo
non si possa toccare. È l’autore italiano più rappresentato nel mondo, si deve
continuare a mettere in scena per la sua grandezza. Sarà il pubblico a decidere
se bene o male. Abbiamo affrontato questo lavoro con grandissima dedizione e
umiltà, consapevoli di avere a che fare con un testo straordinario. La
sensazione è di aver fatto un ottimo lavoro.
LA COLLECTION DE FILIPPO
La collectionDe Filippo è un ambizioso
progetto di trasposizione filmica dei capolavori teatrali di Eduardo De
Filippo, immenso protagonista del teatro italiano e internazionale, che impegna
la Rai nel suo ruolo centrale di Servizio Pubblico dedicato a custodire e
rinnovare la memoria culturale del nostro Paese. Le sue commedie fondono perfettamente
comicità e inquietudine, ritmo dell’azione e riflessione che, sotto
un’apparente leggerezza, come uno specchio amaro e ironico, riflettono la
nostra società.
Dopo “Natale in Casa Cupiello” e “Sabato, Domenica e Lunedì”
il progetto si arricchisce di una commedia eccezionale, scritta per la sorella
Titina: “Filumena Marturano”, una donna che combatte per la sua dignità di essere
moglie e madre. Ancora una volta, come in quelle precedenti, il centro del
racconto è la famiglia e la ricerca dell’armonia che Eduardo non ha mai avuto
nella sua vita personale. Per essere se stessa Filumena costruirà una vita
senza lacrime e ingannerà non solo Domenico, ma l’intero mondo in cui vive. Su
questa figura straordinaria di donna ha lavorato Francesco Amato raccontando
anche quello che accade al di fuori del testo teatrale, in una messa in scena
di una città governata dagli uomini dove Filumena combatte perché “E ffigli so’
ffigli. E so’ tutte eguali”.
LA STORIA
Filumena Marturano è una donna con un passato da prostituta
che da anni convive con Domenico Soriano, un ricco pasticciere. È lei a
governare i suoi affari e l’amministrazione della casa, mentre l’uomo continua
a fare la bella vita, illudendosi di essere ancora giovane. Per costringerlo a
sposarla, Filumena si finge in punto di morte, ma appena dopo la celebrazione del
matrimonio, Domenico scopre l’inganno e chiede l’annullamento. Solo allora la
donna gli rivela che uno dei suoi tre figli, cresciuti in segreto, è in realtà
suo. Le certezze dell’uomo vacillano e il desiderio di scoprire quale dei
ragazzi è sangue del suo sangue inizia a consumarlo.
I
PERSONAGGI
Filumena
Marturano (Vanessa
Scalera)
Una donna con un passato da “malafemmina” che combatte per la conquista della
sua dignità di moglie e di madre.
Domenico
Soriano
(Massimiliano Gallo)
Un uomo che non vuole crescere, ricco e distratto. Scoprirà grazie a Filumena
l’importanza di essere padre.
Alfredo
Amoroso (Marcello
Romolo)
Il portiere del palazzo dei due protagonisti, sempre coinvolto da Domenico
Soriano nella sua disperata ricerca di un’improbabile giovinezza.
Rosalia (Nunzia Schiano)
La serva fedele di Filumena, a lei deve tutto ed è l’unica a sapere cosa nasconde
il passato della sua padrona.
I FIGLI
DI FILUMENA
Michele (Francesco Russo)
Idraulico. Si è sposato molto giovane ed ha già 3 figli che non sanno chi è la
nonna. Accoglie Filumena quando decide di andare via di casa.
Riccardo (Massimiliano Caiazzo)
Camiciaio. Ha un’attività commerciale a Via Chiaia, che utilizza non solo per
vendere la sua merce, ma per provare a conquistare quante più donne possibile.
Umberto (Giovanni Scotti)
Studente. È l’unico che ha voluto studiare, lavora in una piccola redazione
giornalistica e scrive di tutto, soprattutto annunci mortuari.
Avv.
Bruno Nocella (Vittorio
Viviani)
Un senatore che ha la legge dalla sua parte nel tentativo di concludere un
matrimonio conveniente per una delle sue figlie, Diana.
Diana (Anna Iodice)
La rivale di Filumena. Ha dalla sua la giovinezza e la bellezza.
Il 25 dicembre, in seconda serata su Rai1, il docufilm sulla vita di Luciano Pavarotti nel quindicennale della sua scomparsa. Materiale curioso, esclusivo, inedito, a cura del giornalista Leonardo Metalli. «Documenti che neanche Nicoletta Mantovani e Adua Veroni conoscono – ci rivela l’autore – perché sono raccolti negli archivi Rai, dove nessuno di noi immaginava fossero»
INTERVISTA A LEONARDO METALLI
Un docufilm con
immagini inedite. Com’è iniziato e quanto è durato questo minuzioso lavoro di
ricerca?
Ho contattato Nicoletta Mantovani per avere i diritti e la
possibilità di usare “Caruso”, interpretata da Luciano Pavarotti, dato che
stavo realizzando uno speciale su Lucio Dalla. In quell’occasione è nata l’idea
di narrare l’artista che non conosciamo, non vediamo, facendolo rivivere in una
sorta di racconto attualizzato. Un sogno per me. Il lavoro di ricerca e di
produzione è durato quasi un anno.
Nel docufilm emerge più
Luciano Pavarotti tenore, oppure la sua parte meno conosciuta come la grande
umanità, la sua passione per la pittura, il tennis, l’equitazione?
La particolarità è stata il suo modo di vivere e di
affrontare la vita. Il racconto che gli amici fanno di lui è quello che emerge
al primo posto, non sono la sua meravigliosa voce e le sue opere, ma la sua
grande personalità, la sua forza, la passione che metteva in tutte le cose che
faceva, come nella cucina e nello sport. Un’altra chiave di lettura, un
tassello importante per chi ama Luciano Pavarotti.
Tony Renis racconta
come ha convinto Celine Dion a duettare con Pavarotti. Immagini esclusive di
Bono Vox che canta in italiano al suo matrimonio. Zucchero svela i segreti
dietro al duetto di ‘Miserere’. Spaccati della vita di Luciano Pavarotti, con
eventi per la prima volta raccontati dagli amici più stretti…
Un’altra delle particolarità di questa narrazione è proprio
quella di cercare documenti filmati e raccontati dalla viva voce anche di
persone che non ci sono più. Documenti che neanche Nicoletta Mantovani e Adua
Veroni, la prima moglie, conoscono, perché sono raccolti negli archivi Rai,
dove nessuno di noi immaginava fossero. Ad esempio, ci sono immagini dei primi
incontri preparatori tra Zubin Mehta, Plácido Domingo, José Carreras, Luciano
Pavarotti, proprio negli studi Rai. Un documento storico indimenticabile. Altre
immagini esclusive sono quelle di Bono Vox al matrimonio blindato di Pavarotti,
che canta in romanesco “Stand by me” italianizzando la canzone. Ma anche altri
video sportivi molto particolari, girati in America.
Gli amici hanno
rappresentato un punto fermo della vita di Luciano Pavarotti. Ha trovato qualcosa
che anche a lei, che ne è un profondo conoscitore, ha suscitato sorpresa?
Continuamente. Perché andando a scandagliare la vita dell’artista,
anche se lo conoscevo bene, mi sono reso conto che la parte che riguarda l’opera
è quella più piccola. Emergono la sua grande inventiva e il suo modo di
interpretare la vita.
La tecnica di racconto
fonde immagini di repertorio ad interviste con un restauro dei filmati. Tutto
questo, grazie alla qualità, renderà le immagini del docufilm più attuali?
C’è un piccolo segreto che è anche una fortuna. Praticamente,
quando cercavo il materiale con i bravissimi ricercatori del Tg1 negli archivi
Rai, che ritengo sia la più grande custode della storia, mi sono accorto che
c’erano documenti talmente vividi che potevano essere valorizzati semplicemente
per quello che erano. Ad esempio, ci sono la madre e la sorella di Luciano
Pavarotti che sembrano attuali. Le tecniche Rai di quarant’anni fa erano già
avanzate e ci hanno reso il lavoro meno complesso.
Vedremo anche l’omaggio
della National Italian American Foundation, la più grande associazione di italo
americani presente negli Stati Uniti, che lo ricordano con una pergamena che
hanno consegnato a lei. Quali immagini
ha scelto per questa occasione?
Luciano è stato due volte ospite dell’Associazione e venne
festeggiato come italiano dell’anno. Ho scelto il momento in cui Luciano
Pavarotti cantava l’inno nazionale. Nel docufilm sembra che l’attestato venga consegnato
come se Luciano fosse ancora qui. Il premio, creato in occasione del documentario
per far sì che rimanga agli atti, lo ritiro io. Nel documentario c’è anche
Nicoletta Mantovani, che ricorda il grande concerto che lui aveva tenuto al
Central Park.
Qual è stato il suo
rapporto con il maggior tenore di tutti i tempi e cosa ha significato oggi,
attraverso la realizzazione di questo documentario, entrare negli aspetti più
intimi della sua vita?
Ho conosciuto lui e Nicoletta a Capri negli anni ’90. Lui era
stato invitato alla prima di una manifestazione che si chiamava “Capri
Hollywood” con cui collaboravo. Gli feci un’intervista sulla figura della
Madonna e sul suo modo di intendere la religione, ritrovata e inserita nel
docufilm. Pavarotti spiega il suo rapporto con la religione, le figure carismatiche
della Chiesa. L’ho rivisto ad una serie di eventi, anche a New York, ma era
inavvicinabile. Con lui restavano i suoi amici intimi per giocare a briscola.
Li faceva venire da Modena, organizzava il loro viaggio e si faceva portare il
Lambrusco. Per me, scoprire e poi raccontare tutto questo, è stato davvero
unico. Abbiamo vissuto settimane di montaggio, soprattutto di notte, nelle
quali sembrava ad un certo punto di stare con l’artista, sembrava davvero di
stare in famiglia.
La
storia di un grande editore, un “self made man” che ha creato una delle
maggiori industrie culturali d’Europa, partendo da un grande sogno: portare
la lettura nelle case di tutti gli italiani. Con la regia di Francesco Miccichè
e Michele Placido nel ruolo del protagonista, in prima serata su Rai 1
mercoledì 21 dicembre
Per
la prima volta una docu-fiction racconta la storia di un grande editore
italiano, il primo ad aver creduto nel concetto di “editoria popolare”. E’
“Arnoldo Mondadori. I libri per cambiare il mondo”, diretta da Francesco
Miccichè, che Anele in collaborazione con Rai Fiction propone in prima serata
su Rai 1 mercoledì 21 dicembre.
Intrecciando narrazione
fiction, documenti di repertorio e interviste a importanti testimoni,la
docu-fiction racconta la grande storia imprenditoriale e umana di Arnoldo
Mondadori, interpretato da Michele Placido, un “self made man”, figlio di un
ciabattino di Ostiglia, costretto all’età di dieci anni ad abbandonare la
scuola, che con la sua straordinaria visione imprenditoriale ha creato una
delle maggiori industrie culturali d’Europa, partendo da un grande
sogno: portare i libri e la lettura nelle case di tutti gli italiani. L’infanzia
segnata dalla deprivazione, gli esordi come ragazzo di bottega in una
tipografia, l’incontro con la moglie Andreina Monicelli, interpretata da
Valeria Cavalli, e infine la maturità e il successo come editore che coinvolgerà
anche il rapporto conflittuale con il figlio primogenito Alberto,
interpretato da Flavio Parenti.
Una
storia che si intreccia inevitabilmente con le vicende dell’intero Paese,
coprendo un arco narrativo che parte dall’ultimo decennio dell’Ottocento
passando per il ventennio fascista e la Seconda Guerra Mondiale, fino agli anni
della ricostruzione e del boom economico, con l’ideazione nel 1965 degli “Oscar
Mondadori”, gli innovativi libri tascabili venduti nelle edicole, che
rappresenteranno una vera e propria rivoluzione nel mercato editoriale
italiano, rendendo la lettura accessibile a tutti.
«Per raccontare questa storia epica, di un uomo
venuto da povertà e fame che con la sola forza delle proprie idee ha creato un
vero e proprio impero culturale, – spiega il regista Francesco Miccichè – abbiamo
ricostruito scene ambientate in quasi tutto il XX secolo. Abbiamo messo in
scena luoghi e costumi che raccontano un periodo che va dai primi del 900,
quando Arnoldo era bambino, fino al 1971, anno della sua morte. In questo senso
questa è stata una docufiction certamente impegnativa e ambiziosa».
La sceneggiatura è scritta da Francesco
Miccichè con Salvatore De Mola, e Michele Placido, che ha aderito con
entusiasmo al progetto, con la sua partecipata interpretazione ha dato umanità
al personaggio di Arnoldo Mondadori: «Le relazioni
familiari che raccontiamo, – dice al proposito il regista – da quella con la
moglie Andreina Monicelli a quella più sofferta ma sempre affettuosa con il
figlio Alberto, grazie a lui hanno acquisito corpo e sostanza in maniera
appassionata».
«Abbiamo inteso il nostro lavoro – conclude il
regista – come un omaggio ad un uomo che ha fortemente inciso sulla diffusione
della cultura italiana, ad un protagonista della nostra storia grazie al quale
siamo diventati quello che siamo».
Un ritratto intimo e intenso di un’infanzia nell’America del Novecento, “The Fabelmans” di Steven Spielberg ripercorre gli eventi che hanno scandito la vita e la carriera del regista. Questo racconto di formazione, incentrato sul desiderio di un ragazzo di riuscire a realizzare i propri sogni, ha un’eco universale nella sua esplorazione dei temi dell’amore, dell’ambizione artistica, del sacrificio, nonché di quei segreti inconfessabili che consentono di fare luce su se stessi e sui propri cari, con chiarezza ed empatia. Nelle sale dal 22 dicembre, con Gabriel LaBelle, Michelle Williams, Paul Dano, Seth Rogen, Judd Hirsch
(from left) Sammy Fabelman (Gabriel LaBelle), Mitzi Fabelman (Michelle Williams), Burt Fabelman (Paul Dano), Natalie Fabelman (Keeley Karsten), Reggie Fabelman (Julia Butters) and Lisa Fabelman (Sophia Kopera) in The Fabelmans, co-written, produced and directed by Steven Spielberg.
Sammy Fabelman (Gabriel LaBelle) è appassionato di cinematografia, un
interesse alimentato in lui anche da sua madre Mitzi (Michelle
Williams), donna dalla spiccata vena artistica. Suo padre Burt (Paul Dano), invece, un uomo di scienza dalla
brillante carriera, pur non opponendosi alle aspirazioni del figlio, le
considera alla stregua di un hobby. Nel corso degli anni, Sammy continuerà a
documentare le vicende della sua famiglia, girando film amatoriali sempre più elaborati,
interpretati da sua sorella e dai suoi amici. A 16 anni è già un acuto
osservatore e narratore della sua realtà familiare, ma quando i suoi si
trasferiscono altrove, Sammy scoprirà una verità sconvolgente che riguarda sua
madre e che cambierà per sempre il suo rapporto con lei, con ripercussioni sul
suo futuro e su quello dell’intera famiglia. “The Fabelmans”, nei cinema dal 22
dicembre, è diretto da Steven
Spielberg e scritto da Spielberg in collaborazione con il commediografo
vincitore del Pulitzer Tony Kushner. La musica è opera di John Williams,
compositore premiato con cinque premi Oscar.
«Non avrei potuto realizzare questo film senza il
contributo di
Kushner, una persona a me vicina, che ammiro profondamente, che mi conosce bene
e che rispetto enormemente – spiega Spielberg – per dare una forma a questa
storia, è stato fondamentale potermi aprire senza riserve con qualcuno,
abbandonando qualsiasi imbarazzo o vergogna. Quando ero molto giovane, è accaduto
qualcosa, un evento che racconto nel film, che ha cambiato la mia percezione di
mia madre: improvvisamente non era più solo un genitore, bensì una persona». Un racconto intimo che avvolge lo
spettatore. «Ho avuto il privilegio di raccogliere le confidenze di Steven, di
aiutarlo a scavare nella sua memoria – racconta Kushner
– Steven aveva appena perso suo padre, e penso che tutto ciò che ha esternato
in quel momento sia scaturito anche dall’elaborazione del dolore e del lutto.
In alcuni momenti pensavo che, anche non avessimo realizzato nulla, sarebbe
stata comunque stata un’esperienza straordinaria». “The
Fabelmans” è la storia di una famiglia ebrea-americana a cavallo fra gli
anni ‘50 e ‘60. Il film cattura anche un momento specifico della cultura
cinematografica. Il personaggio di Sammy, che vive una crisi di identità a
causa di un filmino amatoriale girato in casa, che ridefinirà la sua visione
dei suoi genitori e scuoterà la sua fiducia nel mondo, è raccontato sullo
sfondo della Hollywood degli anni ’50, un’industria che si lasciava alle spalle
l’epoca dei roadshow e dei B movies per inaugurare la Nuova Hollywood degli
anni ’70, con film originali, meno patinati, da un lato più realistici,
dall’altro più sensazionali, a volte entrambe le cose. Il rapporto di Sammy con
la cinepresa anticipa la cultura dell’auto documentazione e dei social media.
La sua incessante ricerca di emozioni e di momenti catartici riflette una più
complessa consapevolezza di come il cinema possa intrattenere e illuminare,
esibire e manipolare, mitizzare e demonizzare. Le riprese sono state
accompagnate da un vortice di emozioni inaspettate, sia per Spielberg che per
tutti i suoi collaboratori. «Mi ero ripromesso che sarei stato il
più professionale possibile – dice il regista – cercando di mantenere una
distanza fra me e il soggetto. Tuttavia, è stato veramente difficile mantenere
questa promessa. La storia mi trascinava costantemente verso i ricordi più
personali. Ricreare situazioni realmente accadute nella mia vita, vederle
svolgersi davanti ai miei occhi, è stata un’esperienza molto strana, quasi
dolorosa. Non avevo mai vissuto niente di simile».
Dal 23
dicembre un nuovo original di RaiPlay che ha per protagonisti quattro studenti
universitari ventenni che vivono insieme nella stessa casa. Una real comedy dal
linguaggio smart per raccontare la generazione Z
Quattro studenti universitari, tre ragazze e un ragazzo, insieme
nella stessa casa: sono i protagonisti di “Confusi”, il nuovo original di
RaiPlay in boxset dal 23 dicembre sulla piattaforma Rai. Quando cominciano
l’università, Nicole, Maria Grazia, Stefania e Ludovico si trovano per caso a
condividere lo stesso appartamento a Milano. I ragazzi hanno vite diverse alle
spalle, individualità differenti, sogni e bisogni distanti, ma sono tutti e
quattro ugualmente… confusi! La real comedy parla di loro, ma nella serie tutti
i ventenni di oggi possono ritrovarsi, anche grazie ad un linguaggio veloce,
smart e contaminato dai social network. La generazione Z, allergica alle
definizioni e alle etichette, è raccontata con taglio ironico ma sguardo
lucido. I protagonisti, infatti, sono aperti, curiosi, inclusivi, fluidi,
liberi, ma anche incerti su chi sono e chi diventeranno. Cercano la loro strada
e si confrontano con le prove della vita con ‘orgogliosa’ confusione. Nella
casa in cui vivono ogni giorno accade qualcosa che fa confrontare i quattro
coinquilini. Non ci sono adulti, ma una chat di gruppo per parlare di amori,
amicizie, sesso, lavoro, delusioni e sogni.
«L’idea di raccontare la vita di quattro ventenni che si
ritrovano a vivere insieme e si misurano con la vita senza più
l’intermediazione dei genitori – sottolinea Elena Capparelli, direttrice di
RaiPlay – è nata dal desiderio di rappresentare con leggerezza il momento in
cui si inizia a diventare ‘grandi’ e, anche se ci si sente talvolta un po’
‘confusi’, è un momento di crescita unico e bellissimo, anche per dare voce ai
propri desideri, alle proprie idee, alle proprie paure».
La serie è prodotta da Blu Yazmine e accompagnata dalle
musiche e dalla sigla di Alfa, giovane e promettente cantautore della scuola
genovese.
Per conoscere meglio i protagonisti, sono già disponibili su
RaiPlay le loro backstories. Ognuna delle dieci puntate previste è accompagnata
da un contenuto extra che permette di approfondire i temi chiave dell’episodio,
aggiungendo piccoli tasselli al puzzle del racconto finale, e di restituire il
vero punto di vista della generazione Z.
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