Sono le ventotto canzoni che da qui a pochi giorni rivoluzioneranno tutte le chart nazionali e affolleranno le nostre playlist, brani che ci porteranno, successo dopo successo, fino all’estate. Martedì 7 febbraio in prima serata su Rai 1, Rai Radio 2 e RaiPlay, partirà la 73esima edizione della kermesse musicale più amata e attesa. Padroni di casa Amadeus e Gianni Morandi. Al loro fianco, sera dopo sera, Chiara Ferragni, Francesca Fagnani, Paola Egonu e Chiara Francini. E al termine della gara, da martedì a venerdì, sarà Fiorello, dal glassbox di via Asiago, a commentare nelle “notturne” di “Viva Rai 2”
Qualche ora ancora e il regista
Stefano Vicario “staccherà” la prima inquadratura dal teatro Ariston, dando
ufficialmente il via al 73° Festival della Canzone Italiana di Sanremo. I
maratoneti Amadeus e Gianni Morandi hanno attraversato lo Stivale, portando in
riviera un entusiasmo incontenibile e le 28 proposte musicali che ci faranno
cantare e ballare nei prossimi mesi. Sanremo una città in festa, dall’Ariston,
cuore della sfida canora, alle sale stampa del Casinò e del Palafiori, senza
dimenticare la coloratissima Piazza Colombo, con il grande palco esterno che
ospiterà i concerti aperti al pubblico (Piero Pelù, Francesco Renga e Nek,
Achille Lauro, Annalisa e La rappresentante di lista), e il green carpet di via
Matteotti, sul quale sfileranno ospiti e artisti in gara. Cinque gli
appuntamenti in diretta su Rai 1, Rai Radio 2 e RaiPlay, da martedì 7 febbraio
a sabato 11, quattro le co-conduttrici, compagne di viaggio attesissime dal
tele-pubblico: Chiara Ferragni (la vedremo nella serata di apertura e nella
finale), Francesca Fagnani, Paola Egonu e Chiara Francini. Canzoni ed emozioni
il menù, ricercatissimo, delle serate. E tra una portata e l’altra, nel segno
della tradizione sanremese, non mancheranno gli ospiti, annunciati dal
direttore artistico Amadeus, nome dopo nome, fino a poche ore fa: ecco quindi
crescere l’attesa per i Black Eyed Peas e per i Depeche Mode, per Mahmood e
Blanco, che apriranno l’edizione 2023 e per i Maneskin, che proprio dal palco
di Sanremo hanno spiccato il loro volo mondiale. Il Festival sarà anche momento
di celebrazione della grande musica italiana, con le esibizioni di Al Bano e
Massimo Ranieri, Peppino Di Capri e Gino Paoli, Ornella Vanoni e i Pooh.
Sanremo grande festa popolare, Sanremo casa della musica d’autore, Sanremo
fucina di nuovi stili e tendenze: il Festival è tutto questo e molto di più. Ospiti
musicali e non solo, a calcare il palco dell’Ariston anche i protagonisti delle
serie più popolari della Rai, da Elena Sofia Ricci al cast di “Mare fuori”. A
raccogliere il testimone da Amadeus, alla fine di ogni serata di gara, saranno
Fiorello, Biggio e il loro scoppiettante cast, con quattro puntate speciali di
“Viva Rai2… Viva Sanremo!” (ma su Rai 1) in diretta dal glassbox di via Asiago
a Roma. Quarantacinque minuti di notizie, curiosità dall’Ariston, collegamenti
conditi dall’inconfondibile ironia dello showman siciliano. A raccontare il
Festival, insieme ai telegiornali e ai tanti programmi della Rai che per
l’occasione si trasferiranno nella Città dei fiori, anche il portale Rainews.it
con una narrazione web molto innovativa: Rai
News Interactive Storytelling.
Confermatissimo coach nella terza edizione del talent in onda il venerdì in prima serata su Rai1, il cantautore napoletano racconta le sue emozioni seduto sulla poltrona girevole: «Tutto il programma è un’emozione. I no aiutano a crescere, mi hanno segnato. La musica italiana è in uno stato meraviglioso, ma le canzoni si dimenticano troppo in fretta»
Quest’anno l’asticella
è ancora più alta perché Clementino vuole vincere, i Ricchi e Poveri sono
combattivi e competitivi e Loredana Bertè è sempre più motivata. Come si sta
muovendo in questo quadro?
A differenza degli altri che vogliono vincere, io voglio far
vincere il programma perché alla fine sono i cantanti che vincono, non il team.
Noi diamo dei consigli, poi fondamentalmente quello che deve succedere lo
decide il pubblico. Certamente la gara c’è. A chi non fa piacere vincere? Io
però fondamentalmente cerco di portare a casa la vittoria di “The Voice
Senior”.
Come traduce questa
grande voglia di partecipazione e anche di sfida dei concorrenti?
Noto che si creano rapporti meravigliosi tra i concorrenti e
spesso si sentono tra di loro come in famiglia. Quando parliamo di over 60, poi,
è tutto un divertimento, perché non è che deve iniziare qui la loro carriera.
La partecipazione al programma è anche per togliersi qualche sassolino dalla
vita, con la musica. Molti hanno dovuto rinunciare a cantare da giovani per
problemi. Ci sono tante storie che lasciano senza fiato. Noi giudici non le
conosciamo, proprio per non essere influenzati, le vediamo direttamente in
trasmissione.
Che effetto le ha fatto
ritrovare cantanti che conosceva o riconoscere la loro voce?
Una forte emozione perché ci sono molti che hanno fatto cose
importanti in passato e che per vari motivi hanno dovuto abbandonare. La cosa
fondamentale è che il programma lo affrontano con divertimento per dimostrare
anche qualcosa alle loro famiglie, magari ai figli e ai nipoti. E’ un programma
di famiglia, di affetto, di emozioni, un programma vero senza trucchi e senza
inganni.
Come vive i “no” che
pronuncia?
I no fanno male a tutti. Difficile per noi giudici trovare un
motivo per dirli. A volte tutti e quattro non ci giriamo e ritengo che questo
sia mortificante per una persona. Difficile anche quando da dodici concorrenti,
dobbiamo farne restare sei, dopo che abbiamo fatto tanto per conquistarli. Però
è il gioco crudele del format.
Qual è il “no” della
sua carriera che l’ha segnata di più?
Tutti i no che ho ricevuto mi hanno segnato. Poi però sono
diventati sì. I no aiutano a crescere, sono fondamentali, aiutano a non
mollare, aiutano a migliorare. Poi ci sono i no detti con pregiudizi, senza
magari ascoltare, senza magari capire, quelli sono i no che non tollero. Quelli
motivati, invece, aiutano a crescere.
Qual è stato il momento
più emozionante vissuto a The Voice Senior?
Tutto il programma è un’emozione. Quando ascolti una voce,
immagini un viso, poi ti giri e ne trovi un altro. Poi ascolti la storia e
parte un altro tipo di emozione.
Cosa ha imparato da coach
in questo programma?
Ci sono tante persone che potrebbero stare al nostro posto.
Quello che ho imparato è che siamo davvero fortunati, che ci pagano per farci
divertire e comunque è sempre un arricchimento conoscere le storie degli altri.
Conoscerle ci fa apprezzare ancora di più la nostra, che spesso diamo per
scontata. Quando sentiamo che qualcuno per portare il pane a casa ha dovuto
rinunciare alla propria passione, è davvero brutto e ti rendi conto della
fortuna che abbiamo avuto. Poi, quando riesci a fare della tua passione un
lavoro, quello è il massimo della vita. Quella poltrona sulla quale sediamo è
per merito, ma anche per fortuna.
La motivazione più
convincente che ha detto ad un cantante per portarlo nel suo team qual è stata?
Loredana, ad esempio, è una che promette mari e monti
comprese le vittorie. Io non faccio mai promesse. Dico che faremo un bel
percorso insieme, o che non so dove potremo arrivare. Spesso aggiungo che per
me è un onore lavorare con quel concorrente. Non posso promettere, perché alla
fine non sono io che decido. Il pubblico decide, anche se quando c’è un
cantante che mi piace, faccio di tutto per portarlo nel mio team. Dopodiché
lascio fare al pubblico, senza false promesse.
Qual è lo stato di
salute della musica italiana oggi?
Lo stato di salute è meraviglioso. Oggi però ci sono canzoni
di successo che durano pochissimo. Ci sono pezzi che si cancellano dalla
memoria troppo velocemente. C’è tanta offerta e quello che dura è davvero poco.
Noto che c’è anche una grande rivalutazione della musica napoletana. Per me, ad
esempio, rompere quel muro, è stato come abbattere il muro di Berlino. Invece
adesso c’è una grande apertura alla musica napoletana.
Mercoledì 1 febbraio si conclude la terza e ultima stagione della serie ideata da Carlo Lucarelli e Giampiero Rigosi con la regia di Gianpaolo Tescari. Il RadiocorriereTv incontra Gabriella Pession, protagonista femminile, che nel racconto veste i panni dell’ex moglie di Cagliostro (Lino Guanciale), Anna Mayer
2022,La Porta Rossa terza stagione
Cosa
prova per la sua Anna?
Anna
Mayer è un personaggio al quale sono legatissima. Ora che siamo alla fine della
terza stagione posso dire che il suo percorso è stato avvincente, emozionante,
tenero e struggente. La vicenda avrà un grande finale.
Cosa
ha reso “La porta rossa” tanto amata dal pubblico?
Credo
che il successo di questa serie sia dato innanzitutto da una scrittura
importante: Carlo Lucarelli, Giampiero Rigosi e Sofia Assirelli le hanno dato
tridimensionalità, con una profondità dei personaggi abbastanza rara in un
prodotto televisivo. Ma credo anche che la cosa che più abbia colpito il
pubblico sia l’interregno tra la vita e la morte: la storia di un grande amore
interrotto dalla morte di Cagliostro.
Al
primo incontro con la sceneggiatura cosa la colpì?
Questa
perdita, questa assenza, queta memoria che si crea, nell’interregno nel quale
Cagliostro vive. È lì che cerca di comunicare con Anna, la moglie che ama
ancora, e questo è qualcosa di estremamente universale. L’amore e la morte sono
temi universali in assoluto particolarmente struggenti.
Una
serie che induce alla riflessione. Nel corso degli anni, delle tre stagioni,
cosa le ha lasciato?
Ha
messo ancora più a fuoco quella che è una mia speranza. Spero proprio che ci
sia qualcosa al di là della vita, anzi, lo credo proprio. Questo tema è il
cuore della narrazione, ed è qualcosa di estremamente poetico e magico,
di profondo e inusuale, sono felice di averlo potuto raccontare.
Tanti
mesi sul set con lo stesso gruppo di lavoro. Cosa le lascia questa esperienza?
Grandi amicizie. Rapporti che si
sono approfonditi e cementati negli anni, con Lino Guanciale e con Elena
Radonicich, con Gaetano Bruno e Valentina Romani. Siamo veramente un bellissimo
gruppo. Ci divertiamo, non ci prendiamo mai troppo sul serio, adoriamo questo
mestiere. Raccontiamo qualcosa che deve arrivare al cuore. Lo facciamo tutti con
lo stesso entusiasmo e la stessa generosità.
Nella seconda stagione de “Le indagini di Lolita Lobosco”, la domenica in prima serata su Rai 1, interpreta un Pm dal carattere simpatico e peperino. «Il mio personaggio si metterà molto in discussione – spiega l’attrice – Difficilmente nella vita reale una situazione come la sua può durare a lungo e portare serenità»
La sua può essere considerata
una carriera prodigio e oggi è apprezzatissima da pubblico e critica. Quando ha
capito che questa sarebbe stata la sua strada?
Grazie per questi complimenti che accetto volentieri. Li
considero un augurio per il futuro. Ho iniziato a pensare a questo lavoro da
piccolissima, non ho mai avuto un piano b. Ho sempre desiderato fare questo
lavoro. Sono sempre stata attratta dall’arte in generale e in particolare dal
cinema e dal teatro, non ho mai preso in considerazione seriamente un altro
tipo di lavoro o un altro tipo di studio.
Torna da protagonista nella
seconda stagione in Lolita Lobosco. Marietta sarà sempre tanto seria nel lavoro
quanto tanto fantasiosa nella vita privata?
In questa seconda stagione a Marietta succederanno molte
cose. Senza anticipare nulla, però, posso dire che va un po’ in crisi perché
questo sistema perfetto di vita relazionale con marito e figli da una parte e
amante e lavoro dall’altra, ad un certo punto entra in discussione. Dovrà
quindi escogitare altri modi per soddisfare la sua voglia di vita.
Marietta è un
personaggio libero da cliché. Come si sente nelle sue vesti? E cosa pensa di
Marietta?
Mi piace molto interpretarla. Per un’attrice è veramente un personaggio
liberatorio, da commedia e quindi anche divertente. E’ un personaggio che
libera da cliché. Io cosa ne penso? Che la vita di Marietta in realtà sarebbe
per me infernale. Difficilmente nella vita reale una situazione come la sua può
durare a lungo e portare serenità.
Tra le sue interpretazioni,
ricordiamo quelle dirette da Ferzan Ozpetek. Com’è stato lavorare nel suo mondo
narrativo?
Molto bello, perché nel lavorare con un regista bravo come lo
è lui, si incontra un mondo narrativo nel quale bisogna entrare e ci si deve
affidare, nel senso dell’ascolto più che altro. Penso che questo valga tutte le
volte che si incontra un regista, vale sempre la pena mettersi in ascolto di
quello che è il mondo narrativo per poterne trarre sempre il meglio.
Quanto c’è di Bianca
Nappi nei vari ruoli interpretati?
Una domanda a cui è difficile rispondere. Penso che ci sia un
po’ tutto e niente. Tutto, perché alla fine sono io che li interpreto. Dando il
proprio corpo e la propria voce, ci si mettono anche sfumature di sé. Però,
fino ad ora, non posso dire di aver interpretato un personaggio che davvero mi
assomiglia o nel quale mi identifico. In fondo, ci si conosce, ma sempre fino
ad un certo punto. E’ difficile dire che un personaggio è proprio come me,
perché significherebbe avere una conoscenza di sé profondissima. Io ci sto
ancora lavorando su.
Torniamo a Lolita
Lobosco. Il legame tra Lolita e Marietta è un inno all’amicizia tra due donne
con caratteri molto diversi, ma sorprendentemente così compatibili. È tutta
interpretazione o c’è anche del reale?
Tra me e Luisa Ranieri c’è stata sin da subito una bellissima
sintonia che continua. Il racconto fra Lolita e Marietta è un’amicizia sana. Molto
spesso nelle serie e nei film, il rapporto tra donne viene declinato o in
termini di rivalità o in termini di legami strettissimi, quasi morbosi. Il loro
rapporto invece è libero come sono loro due. Un rapporto sano tra persone
diversissime e realizzate. Proprio per questo è possibile che tra loro ci sia
un’amicizia scevra da competizioni e altro.
Si sta delineando una
stagione di Lolita Lobosco ancora più bella della prima. Che atmosfera avete
respirato sul set con tutto il cast?
Molto gioiosa, amichevole. Poi quest’anno essendo la seconda
stagione non solo ci conoscevamo meglio, ma avevamo tutti le idee un po’ più
chiare su quello che stavamo facendo e su quello che dovevamo ottenere.
Un’atmosfera da gita scolastica. Bari è una città stupenda e in primavera-estate
esplode come tutte le città di mare. Ci siamo goduti anche quella parte.
Com’è stato rivivere
per alcuni mesi nella sua terra d’origine?
Molto bello. Io sono di origini napoletane, ma sono cresciuta
a Trani. Bari è una grande città che ha un fascino marino fortissimo. Sono
contenta che sia diventata una meta turistica, cosa che non era molti anni fa,
inspiegabilmente, anche se ha davvero tanto da offrire. Non conoscevo molto
bene Bari e questa è stata una buona occasione.
La storia di Fernanda Wittgens, prima direttrice della Pinacoteca di Brera e artefice, durante la guerra, del salvataggio di tante opere d’arte e di molti ebrei destinati alla deportazione. Martedì 31 gennaio in prima serata su Rai 1
La storia della primadirettrice
della Pinacoteca di Brera e tra le prime donne in Europa a ricoprire un ruolo
così prestigioso, non è solo la vicenda di una donna diversa e osteggiata dal
clima sociale e politico dell’epoca, ma anche quella di una donna coraggiosa
che, per le sue idee e decisioni, divenne, suo malgrado, una eroina.
Durante gli anni della guerra Fernanda
Wittgens si è prodigata ininterrottamente per aiutare amici, familiari e
persone di origine ebraica a trovare un rifugio oltre confine in modo da
sfuggire alle persecuzioni razziali. “Sarebbe troppo bello essere
intellettuali in tempi pacifici, e diventare codardi, o anche semplicemente
neutri, quando c’è un pericolo” scrive la stessa Fernanda in una lettera
alla madre, rivelando la parte più etica e autentica di sé, come i tanti che
nell’Italia oppressa da una guerra devastante, non smisero di avvertire il
dovere di partecipare alla Storia forzandone il corso che pareva consegnare la
civiltà alla barbarie.
Decise, rischiando la sua stessa
vita, di salvare “capolavorissimi”, quei dipinti che al di là della esperienza
estetica custodivano la forza delle radici culturali di un Paese.
Questo
film per la televisione, attraverso la vita esemplare di Fernanda, offre ancora
una volta l’occasione di raccontare la Resistenza, il coraggio dell’impegno
civile, il difficile cammino dell’affermazione femminile e di come l’arte e la
bellezza parlino al cuore delle persone e custodiscano un valore salvifico, in
un capitolo della nostra memoria collettiva ancora inedito: «Ed è per questo che oggi, in un’epoca altrettanto buia e
drammatica come quella che stiamo vivendo, abbiamo voluto riportare fra noi Fernanda.
Perché è proprio del suo esempio che l’umanità ha oggi un estremo bisogno» afferma il regista Maurizio Zaccaro.
Alimentazione, attività fisica, un sano stile di vita. Come trovare il giusto equilibrio? Il RadiocorriereTv incontra la dottoressa Monica Germani, dietista e nutrizionista, ospite fissa di “Domenica Dribbling – Salute”, programma di Rai Sport curato e condotto da Cristina Caruso. La domenica alle 16.10 su Rai 2
Quale equilibrio si può trovare, tra attività fisica e alimentazione, per
essere in forma?
Se siamo degli sportivi l’equilibrio
si mantiene in maniera naturale, in caso contrario l’attività fisica non deve
essere mai estremizzata. I neofiti dovrebbero abbandonare gli schemi
tradizionali: inizio la dieta e mi distruggo in palestra, estrema dieta, estrema
attività fisica. Questo atteggiamento non ci aiuta affatto a trovare
equilibrio. Lo sport deve essere un punto di scarico, l’attività fisica ci deve
dare il sorriso, il piacere. Solo in questo modo lo sport diventa stile di
vita. Fondamentali sono la costanza e la continuità nel tempo. Che siano tre
volte, due volte o una volta a settimana non importa, la regolarità ci aiuta a
trovare equilibrio anche con il cibo, perché lo sport è un equilibrante
naturale anche dell’appetito: modula gli orari, la cadenza dei pasti, dà un
ordine inconscio.
Facendo sport cosa accade nel nostro fisico?
Si liberano le endorfine, i recettori
DOPA, una serie di neurotrasmettitori che danno benessere. Bisogna arrivare
alla percezione di questo benessere, se lo sforzo è troppo alto sento solo la
fatica. Percependo il benessere vengono meno la ricerca del comfort food e gli
attacchi di fame. A tutti gli effetti cambia il modo di approcciare il cibo.
Avviene in automatico, è quasi come se ci si mettesse a dieta. In più, per chi
deve dimagrire, la muscolatura comincia a crescere, i recettori dell’insulina,
che nelle persone sedentarie si chiudono e predispongo il corpo all’aumento di
grasso, si riaprono tutti. Bisogna modulare l’alimentazione e lo sport,
facendoli diventare qualcosa di veramente personale.
C’è un’alimentazione giusta per ogni età?
Da un’età all’altra l’alimentazione
cambia radicalmente. Nella prima fase della vita, da dopo lo svezzamento fino
all’adolescenza, abbiamo un fabbisogno proteico e di calcio leggermente più
alto. Si fa meno attenzione alla quota di carboidrati assunta, anche se non
bisogna andare in over. In età adulta, dai 25 ai 45-50 anni, si trova una
minima stabilità, a meno che non ci siano, nel caso delle donne, gravidanza e
allattamento. Se si vive una vita sedentaria dobbiamo togliere almeno 600
calorie al giorno. Il corpo ha bisogno di un mantenimento equilibrato per
arrivare alla fase critica, quella dei 50. Ogni dieci anni, a partire dai 30,
la massa grassa aumenta fisiologicamente del 10 per cento. Quando arrivo ai 50
il corpo sta producendo più grasso rispetto a quello che accadeva prima. Grasso
che può diventare pericoloso, perché si aumenta di peso più facilmente e si va
incontro alle patologie cardiovascolari. Bisogna arrivare a quell’età nella
miglior forma possibile. Se ci si arriva bene, la fase tra i 50 e i 60,
delicatissima, si affronta con piccoli accorgimenti, altrimenti bisogna
utilizzare l’alimentazione come se fosse terapia.
E nella fase successiva?
Dopo i 60 il rischio maggiore è
quello della disidratazione perché lo stimolo della sete viene meno. A livello
chimico l’acqua è fondamentale per farci funzionare, è un intermedio
metabolico, chimicamente cede l’elettrone e si tiene l’ossigeno. Senza acqua si
bloccano le varie macchine. Se rallenta il sistema biologico, il processo di
invecchiamento e le patologie collegate accelerano. Bisogna cercare di bere di
più. Altra cosa importante è che dopo i 50 si inizia a perdere massa muscolare.
È un momento che va sostenuto con l’alimentazione e con l’attività fisica,
anche per evitare le fratture precoci.
Quanto è necessario bere nel corso di una giornata?
Due litri, ed è sbagliato eccedere se
non si è sportivi. Certo, se ho una fuoriuscita di liquidi importante posso
arrivare anche ai 3 litri, o, se sono un maratoneta, ai 4.
Vale lo stesso discorso per le bibite gassate?
In quel caso non parliamo di
idratazione, ma di sfizio. L’acqua frizzante va bene, ma dalle bibite, anche le
zero, la quota d’acqua che prendiamo è pari al 10-15 per cento. Questo perché
in presenza di additivi e conservanti l’assorbimento di acqua viene meno.
Quanti pasti devono essere consumati in una giornata?
Per mantenere il metabolismo in
movimento si deve mangiare ogni tre ore, per questo dobbiamo capire quante ore
stiamo svegli. Se si dorme tra le 6 e le 7 ore, possiamo mangiare anche 7
volte. Se si è sportivi si può arrivare
anche a nove.
Quali sono gli alimenti che non possono mai essere consumati insieme?
È sbagliato abbinare carboidrato e
carboidrato, come pasta e dolcetto, senza una fibra intermedia. Se mangio
quella dose di carboidrato tutta insieme, e non mi alleno, il corpo non sa che
farne e la cosa che gli viene più facile è trasformarla in tessuto adiposo. Non
conviene nemmeno abbinare due proteine, come la carne con il formaggio.
Come si calcola il peso forma?
Secondo quattro fattori. Quello
classico, con il rapporto peso-altezza attraverso il BMI (Body Mass Index): il
valore tra 18,5 e 24,9 indica la fascia di normopeso. A livello domestico si
può anche fare la misurazione del rapporto vita-fianchi. Altro indicatore è
quello della corporatura con il calcolo dell’Indice di Grant, che mette in rapporto
la circonferenza del polso e l’altezza. L’ultimo fattore è quello della
quantità di grasso e di muscolo.
È vero che mangiare sano ci fa spendere di più?
È
il contrario. Se compro la carne e la verdura a km zero e se acquisto i
biscotti dal fornaio spendo probabilmente di più. Al tempo stesso se consumo
cibo sano e genuino, ha anche un sapore decisamente diverso e più gratificante
da un punto di vista sensoriale e non crea dipendenza. In tal modo esalto il
sapore e, in assenza di componenti che mi portano a mangiare e a comprare di
più, a fine mese spenderò di meno. La gratificazione data dal sapore ci
consente di mettere il punto e di non abbuffarci.
Al via la terza stagione della serie diretta da Ivan Silvestrini che ha appassionato milioni di telespettatori in Italia e nel mondo. Tornano la direttrice dell’IPM Paola Vinci e il comandante di polizia penitenziaria Massimo Esposito, Filippo e Carmine, Edoardo e Pino, e ancora Naditza e Viola, Silvia e Gemma. Da mercoledì 1 febbraio su RaiPlay e da mercoledì 15 su Rai 2
«L’Istituto di detenzione minorile è una
bolla in cui ‘ragazzi interrotti’ hanno la possibilità di capire chi sono e
cosa vogliono al di là di cosa sono stati fuori da quelle mura». Sono l’ideatrice Cristiana Farina e il cosceneggiatore
Maurizio Careddu a presentare la terza stagione della serie prodotta da Rai
Fiction e Picomedia, in onda su RaiPlay da mercoledì 1 febbraio e da mercoledì
15 in sei serate su Rai 2. «È una parentesi di sospensione in cui hanno
la possibilità di navigare nel loro mare interiore, fare nuove scoperte e
conoscere nuovi mondi. Luoghi che fuori non hanno mai esplorato – proseguono –
alcuni dei nostri detenuti questo viaggio lo hanno compiuto con coraggio,
affrontando la paura di scoprirsi deboli o incapaci di soddisfare i desideri
dei propri familiari. Altri pensano ancora che il coraggio sia quello di
aggredire la vita e prendersi tutto passando sopra ad ogni tipo di sentimento». Nella terza stagione di Mare Fuori i
protagonisti sono cresciuti e molti di loro si trovano a dover compiere la
scelta di come affrontare il loro ruolo di adulti nel mondo. «La scoperta dell’amore è la rotta che li
conduce alla scoperta di nuovi aspetti di se stessi. Continenti sinora
inesplorati – concludono gli sceneggiatori – qualcuno di loro si troverà perso
a causa di questa emozione sconosciuta, qualcun altro invece vivrà questo
sentimento come fosse un faro nella notte e si farà guidare dalla sua luce
abbagliante. Nuovi personaggi faranno il loro ingresso nell’IPM, come Giulia,
una trapper appartenente ad una gang milanese. O i fratelli Di Meo che insieme
a Dobermann, un amico extracomunitario di colore, entrano in prigione per aver
devastato un ospedale. Le pagine di cronaca nera si riempiono di tragici eventi
che vedono protagonisti ragazzi giovani e spietati. Il fallimento di un minore
è il fallimento di un adulto». Nel
cast adulti e ragazzi, Carolina Crescentini, Carmine Recano, Lucrezia Guidone, Nicolas Maupas,
Massimiliano Caiazzo, Vincenzo Ferrera, Antonio De Matteo, Anna Ammirati, Valentina Romani.
Insieme a loro Matteo Paolillo, Artem, Domenico Cuomo, Alessandro Orrei, Maria
Esposito, Kyshan Wilson, Clotilde Esposito, Serena De Ferrari, Serena Codato. «Dirigere
la terza stagione di Mare Fuori è stata un’avventura indimenticabile – dice il
regista Ivan Silvestrini – dopo aver contribuito a raccontare le storie di
questi personaggi nella scorsa stagione non vedevo l’ora, per primo, di sapere
come sarebbero andate le cose. Credo che la serie abbia raggiunto ormai la sua
piena maturità, ed è stato un privilegio essere al timone di una squadra così
devota e inarrestabile in ogni reparto. La storia punta sempre più in
alto, il cast ha ormai un affiatamento e un’alchimia che mi hanno permesso di
approcciarmi alla narrazione visiva libero da qualsiasi canone. Ho mosso la
macchina da presa cercando di attenermi al mio principio guida, ovvero di
essere sempre, in ogni momento alla ‘distanza perfetta’ dai personaggi, con uno
stile fluido alla continua ricerca dell’emozione, attraverso spesso coreografie
articolatissime dove ogni cosa doveva essere al suo posto, avvenire in un
momento precisissimo affinché il ritmo non inciampasse».
Quando si crede di aver perso tutto, spesso si ritrova se stessi e il coraggio di combattere per ciò che conta davvero. Lunedì 23 gennaio arriva su Rai 1 il mistery-drama diretto da Riccardo Donna con Alessandro Preziosi, Rike Schmid, Marco Rossetti, Aurora Ruffino, Caterina Shulha, Maria Roveran
“Black Out” è un mistery-drama ambientato in alta quota che mescola
scenari mozzafiato, suspence e sentimenti. I protagonisti sono i clienti di un
lussuoso albergo nel piccolo ed esclusivo polo sciistico nella Valle del Vanoi,
in Trentino. Una valanga isola la valle e, quella che avrebbe dovuto essere una
piacevole vacanza, diventa una trappola che porta a galla segreti, identità
celate, ambigui professionisti pronti a tutto e la presenza di un assassino. La
valanga costringe vacanzieri e residenti del piccolo paese a vivere
un’esperienza unica che li obbligherà a fare i conti con se stessi e con gli
altri: potranno venirne fuori, solo se supereranno le loro paure, i loro
pregiudizi e impareranno a essere una comunità. Quando si crede di aver perso
tutto, spesso, si ritrova se stessi e il coraggio di combattere per ciò che
conta davvero. Questo il filo conduttore dell’intenso mistery, diretto da
Riccardo Donna, che vede protagonista Alessandro Preziosi affiancato
dall’attrice tedesca Rike Schmid, Marco Rossetti, Aurora Ruffino, Caterina
Shulha, Maria Roveran, l’attore francese Mickaël Lumière e, tra gli altri, i
giovani Federico Russo, Riccardo Maria Manera e Juju Di Domenico. «Girare un
film in montagna d’inverno non è semplice, ma eravamo preparati bene e pronti a
superare le difficoltà – afferma il regista – purtroppo la neve non la
controlli, a volte c’è, a volte no, a volte è troppa e ti arriva all’ombelico e
a volte fa caldo e inesorabilmente si scioglie. Nei luoghi scelti per le
riprese, a pochi giorni dal primo ciak, la neve, prima abbondante, si era via
via sciolta e non si prevedevano nevicate. Passavano i giorni e la situazione
si stava facendo drammatica… Che fare? Soltanto chi ha esperienza
cinematografica può capire il dilemma che ci siamo trovati ad affrontare. Ma
alla fine lo abbiamo risolto. La neve non arrivava e allora siamo andati noi da
lei. In tre giorni abbiamo fatto nuovi sopralluoghi, cambiato programmi,
locations, e abbiamo cambiato il famoso piano di lavorazione… insomma abbiamo
ripensato molte cose e siamo andati dove la neve c’era… anche troppa». Girato
in grande formato 6K, con una troupe di più di cento persone, ottanta attori e
tante figurazioni scelte sul territorio, “Black Out” è una coproduzione Rai
Fiction – Èliseo Entertainment, con la partecipazione di Viola Film, in
collaborazione con Trentino Film Commission, prodotta da Luca Barbareschi.
La prima puntata
È la Vigilia di Natale. Un gruppo di sconosciuti rimane intrappolato in
una valle, dopo che una valanga ne blocca l’unico accesso impedendo le
comunicazioni con il mondo esterno. Tra loro ci sono Claudia, medico, testimone
sotto protezione, che vive in una baita appartata con la figlia Anita; Marco,
ex marito di Claudia che è giunto con la sua nuova fidanzata, Irene, nella
speranza di poter portare via con sé Anita; e Giovanni, ricco imprenditore in
vacanza con i figli Riccardo ed Elena, entrambi ancora provati dalla recente
scomparsa della madre. Ma c’è di più. Giovanni ha un segreto: è legato alla
cosca contro cui Claudia dovrebbe testimoniare. Per ordine del clan, Giovanni
deve uccidere la donna, ma durante la valanga sua figlia rimane seriamente
ferita, e Claudia diventa l’unica speranza di Giovanni per tenere in vita la
piccola Elena.
La serie dedicata a
Carlo Alberto dalla Chiesa “Il nostro Generale” è stata un successo su Rai 1 ed
è disponibile su RaiPlay: «è stata un’avventura incredibile. Ci siamo letteralmente
catapultati in una parte di storia che, almeno per me, ragazzo del 1988, era
totalmente sconosciuta». In attesa di vederlo nella quarta stagione de “I
Bastardi di Pizzofalcone”, della sua città l’attore dice: «Per me Napoli è uno
stupore continuo, tutte le volte che torno è come un bagno di umiltà»
La Rai ha raccontato la
vicenda umana e professionale del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Che
esperienza è stata?
Incredibile, ci siamo letteralmente catapultati in una parte di storia che, almeno per me, ragazzo del 1988, era totalmente sconosciuta. Con la serie abbiamo considerato gli anni dal ‘73 all’’82, affidandoci a un grandissimo lavoro di ricostruzione storica, dalla sceneggiatura ai costumi di Gaia Calderone, al trucco e il parrucco.
Un lavoro incredibile…
È stata fondamentale la consulenza storica di Giovanni Bianconi, ma soprattutto il confronto con quelli che allora furono i ragazzi del Nucleo del Generale dalla Chiesa. Abbiamo trascorso con loro una bellissima mattinata, ascoltando i loro racconti, entrando nella loro psicologia. Mi ha colpito molto la facilità con cui ci hanno reso partecipi della loro storia, ancora ricordo lo sguardo di Domenico di Petrillo nel ricordare il Generale. Gli occhi gli brillavano. O le parole piene di adrenalina di Luciano Seno nel ricordare il momento dell’arresto di Alberto Franceschini e Renato Curcio (due dei fondatori delle Brigate Rosse). Per tutti Carlo Alberto dalla Chiesa è stato come un padre.
Ma anche un innovatore…
Grazie a lui, il Nucleo è stato il primo a usufruire di mezzi all’avanguardia per le indagini, il primo ad avere le carte di credito grazie alle quali stare al passo delle Br, gruppi ben organizzati e ben finanziati.
Che riscontro ha avuto
la serie tra i giovani?
Ho ricevuto molti messaggi di ragazzi che si sono appassionati alla vicenda, a quel periodo storico così avvolto nell’ombra e che, purtroppo, non si studia a scuola. Conoscerlo però è fondamentale per comprendere quello che siamo diventati oggi. Credo che la Rai con questa serie abbia offerto un grandissimo servizio pubblico.
Un racconto che non dà
giudizi, ma scatta una fotografia. Cosa pensa di quegli anni?
Di quel periodo storico mi è rimasto impresso un fattore oggettivo, la straordinaria quantità di avvenimenti accaduti e le tantissime morti. Parlando con gli ex membri del Nucleo, ho chiesto se mai avessero messo in discussione il loro operato, se avessero mai cercato di comprendere le ragioni di quel che accadeva nel Paese. La loro risposta è stata netta: mai. Credevano nei loro valori, si fidavano del Generale, dello Stato e della democrazia.
Cosa rappresenta
umanamente per lei il Generale dalla Chiesa?
Ho incontrato Rita e Nando, i suoi figli, durante la presentazione della serie, ed è stato molto emozionante. Il loro sacrificio non può passare inosservato. Per me dalla Chiesa è stato un eroe, un uomo che ha lottato per la democrazia.
Dove cerca i punti di
riferimento nella sua vita?
L’esempio arriva dallafamiglia, dall’educazione ricevuta: rispettare se stessi, il prossimo, dare valore a quello che si fa, farlo con passione. Credo che sia una buona base di partenza, nella speranza di migliorare.
Alle spalle il teatro,
tanto cinema e tv. Qual è la sua ambizione?
È difficile rispondere, mi auguro di poter fare sempre questo mestiere nella maniera più libera possibile.
Ci racconta di quando ha scoperto la passione per la
recitazione?
Ho iniziato a vent’anni, ho frequentato a Roma una piccola scuola di teatro – Teatro Azione – e successivamente mi sono iscritto all’Accademia Silvio D’Amico. Nessuno della mia famiglia ha a che fare con questo mondo, l’amore però è scattato guardando con mio nonno i film di Totò, Troisi, Sordi, Mastroianni, attori e opere che mi hanno completamente rapito. Io volevo essere come i personaggi che ammiravo. Mi sono reso conto che quello dell’attore è un mestiere complesso, come dice Castellitto, “è un po’ come prendere i voti”.
Cosa deve scattare per
farle accettare un progetto?
La storia, se questa mi parla, se il personaggio mi comunica subito qualcosa e io posso contribuire a farlo crescere, mi butto.
Ha terminato da poco le
riprese della quarta stagione de “I Bastardi di Pizzofalcone”. Cosa rappresenta
nella sua carriera questo progetto?
Sono molto legato ai Bastardi, un lavoro che mi ha permesso di collaborare con una squadra di attori fantastici, è stata un’avventura lunghissima, ormai si è creata una famiglia. Quando abbiamo iniziato conoscevamo la grande attenzione dello zoccolo duro dei lettori di Maurizio De Giovanni, questo poteva mettere anche un po’ di pressione, perché è un pubblico esigente. Ma è andato tutto bene. Sento l’affetto della gente, è un pezzo del mio cuore.
Non solo casi di
risolvere, ma una squadra…
… che esprime la sua forza nello stare insieme, nel supportarsi. Al di là delle indagini, che sono le linee guida di ogni episodio, mi sono reso conto che, i lettori prima, gli spettatori poi, si sono affezionati alle vicende personali di ciascun personaggio.
Un napoletano che vive
la propria città anche nella professione…
Per me Napoli è uno stupore continuo, tutte le volte che torno è come un bagno di umiltà. Eduardo De Filippo diceva che questa città “è un teatro a cielo aperto”, è luce. Colpisce ogni volta il meraviglioso modo in cui un napoletano affronta una giornata, nonostante tutte le difficoltà. Sorrido pensando a una battuta di Troisi in “Scusate il ritardo”, alla frase “’a vita s’adda piglià comme vene!”, risponde “Io ’a piglia comme vene, ma guardacaso a mme vene sempe ’na chiavica, guarda ’a combinazione!”. Questo esorcizzare anche le sfortune quotidiane, gli inciampi della vita è una possibile, bella filosofia di vita.
Come gestisce l’affetto
del pubblico, la popolarità?
Cerco di ricambiare dando tutto me stesso, facendo al massimo delle mie possibilità il mio lavoro. Quando qualcuno si interessa a ciò che faccio, sono felice perché è un atto di stima. Ce la metto tutta a non tradire il pubblico (ride). Le critiche non mi spaventano, provo a rimanere con i piedi per terra di fronte ai complimenti, non mi abbatto quando i giudizi su di me sono meno esaltanti. Una volta all’Accademia, Sergio Castellitto disse che la vita di un attore è fatta a scale, c’è un periodo in cui si sale e nemmeno ci si accorge, momenti di stallo e altri in cui si scende. È per questo che si deve provare a tenere i piedi per terra, non per falsa umiltà, ma per salvaguardare proprio il mestiere.
Ha mai pensato di fare il regista?
In questo momento no, è un lavoro di troppe responsabilità, preferisco essere diretto. Non sono bravo a comandare (ride). Ci sono delle storie personali che mi piacerebbe raccontare, ma è ancora troppo presto.
In quali progetti sarà impegnato prossimamente?
Quasi contemporaneamente a “I Bastardi di Pizzofalcone” ho girato la seconda stagione della serie di Gabriele Muccino, ho dei progetti di cui ancora non posso parlare. Nel futuro imminente c’è stare insieme alla mia famiglia, anche perché nell’ultimo anno ho lavorato molto: ho finito di girare a marzo “Il nostro Generale” e a maggio ero sul set di “Shukran” di Piero Malegori con Syrus Shahid. Ora è arrivato il momento di fermarsi per ricaricare le energie.
Tre dei
personaggi più amati della serie raccontano al Radiocorrieretv la meraviglia di
far parte del Convento più famoso della tv italiana. Il giovedì in prima serata
su Rai 1
Francesca
Chillemi… più Azzurra che mai
Per
il suo personaggio è arrivato dunque il momento della maturità?
Non
so se Azzurra sia pronta per la maturità, di certo questa ragazza è, suo
malgrado, costretta a compiere un’evoluzione e dovrà farlo da sola, contando
solo sulle sue forze. In questa settima edizione il mio personaggio viene messo
alla prova in maniera brutale, si trova ad affrontare il proprio percorso di
vita senza quello che fino a poco tempo prima era stato il suo sostegno, il
bastone che l’ha accompagnata in tutti questi anni e su cui lei ha sempre fatto
affidamento. Questa sarà la sua sfida più grande.
Qual
è il sentimento che tiene uniti pubblico e personaggi?
L’amore,
la comprensione, il non essere giudicati. Alla fine, è quello che spinge tutti
noi a rimanere nel luogo in cui ci si sente meglio e a proprio agio.
Tra
lei ed Elena Sofia Ricci un passaggio di testimone emozionante…
Tutto
è avvenuto in maniera molto organica, sia dal punto di vista emotivo, sia professionale.
Non nascondo che a Elena voglio un bene davvero particolare, è una di quelle
persone che incontri nel tuo percorso di vita perché evidentemente era destino
che accadesse. Il nostro legame è iniziato con il lavoro e alla fine ci siamo
volute bene semplicemente come Elena e Francesca. Anche il rapporto tra Azzurra
e Suor Angela in alcune cose ci assomiglia, in questi anni io ho fatto molto
affidamento su di lei, è stata una persona estremamente generosa professionalmente,
ma soprattutto dal punto di vista umano. E questo mi ha toccato profondamente. È
una persona che ammiro, che stimo, parte di lei vorrei che mi appartenesse.
Pierpaolo
Spollon… Che bellezza vivere in convento
Come
sta il suo Emiliano?
Quest’anno
per lui è stata una gestazione, un po’ come la durata delle riprese, otto mesi.
Se non è una gestazione questa, poco ci manca (ride). In questa edizione
assistiamo a un bel cambiamento e, attenzione, non farò nessuno spoiler, forse
sto crescendo anch’io. Rispetto a come lo avevamo lasciato nella passata
stagione, Emiliano è più fermo, rigido, più consapevole di se stesso e del
percorso di crescita intrapreso, un pochino più maturo, anche se rimane il “pirla”
di sempre, forse anche di più (ride).
Qual
è secondo lei la forza della serie…
Ritornare
ad Assisi è una meraviglia, la città ci accoglie sempre in maniera straordinaria, la gente viene
apposta a salutarci, questo per me è già un unicum. Credo che in poche serie
televisive succeda che le persone, anche straniere, riempiano pulmini per
venire a vedere il set. È una serie molto pop, nella sua accezione più
positiva, condivisa dalla coscienza collettiva. È una bella avventura, a me
tutto questo piace molto.
Ci
dica la verità, come si vive nel Convento degli Angeli Custodi?
Non
si sta poi così male in un convento, la mattina, ridendo e scherzando ti
preparano la colazione, a pranzo è tutto servito, la sera ti rassettano anche
la stanza… alla fine queste suore mi cacceranno (ride). Il Convento
degli Angeli Custodi offre una bellissima compagnia! Devo fare i complimenti al
casting che per i nuovi personaggi ha scelto attrici veramente molto brave. Il
gruppo è davvero forte, solido, abbiamo “perso” una Elena Sofia Ricci che
faceva da capocomico, però lo scettro, l’onore e l’onere è ora su Francesca
Chillemi, che dovrà accompagnare queste ragazze per mano.
A
Spollon piace “Che Dio ci aiuti” perché…
…
come dice il nostro regista Francesco Vicario, un genio del settore, è
l’equivalente italiano di “Friends”, un progetto che si basa solo sugli scambi
umani, che ha bisogno di tempistiche narrative ed editoriali ben precise e si
basa su modelli recitativi che richiamano la commedia all’italiana. È difficile
essere pretenziosi, tutto deve essere semplice e veloce.
Valeria
Fabrizi… Brontolo per rendervi felici
Ben
ritrovata Suor Costanza…
Il
brontolio di Suor Costanza alla fine è sempre buono. È una suora positiva, dà
consigli a tutti, anche se non glieli chiedono, cerca sempre di impicciarsi di
tutto, ma sempre a fin di bene. Quando si ha una certa età come lei, e come me,
è facile dare dei consigli e in qualche modo i più giovani devono farne tesoro
perché c’è l’esperienza della vita. Io mi arrabbio se non lo fanno (ride).
Perché
tutti amiamo questa serie?
Dopo
tutto quello che abbiamo passato in questi anni è proprio arrivato il momento
di dire “Che Dio ci aiuti”! Nonostante tutto dobbiamo essere ottimisti, e io lo
sono. Questa serie è un prodotto leggero e rilassante che, come spesso mi
dicono, ci manda a letto felici e contenti. Le storie che raccontiamo sono
ispirate alla realtà, alla fine vince sempre il bene, questo fa piacere e fa
bene anche al pubblico. Anche i miei amici che vivono all’estero non vedono
l’ora di vederla.
La
ricetta della felicità…
Basta
essere se stessi, io lo sono sempre, è un dono. Tutti mi vogliono bene, mi
amano, me lo dimostrano e io mi sento appagata. Quando guardo indietro, a quello
che è stato, non ho rimpianti e al futuro penso sempre con molta filosofia. Mi
sento una persona molto fortunata, sono ancora qua che lavoro… i giovani non
devono mollare mai, devono insistere e perseverare nei loro sogni.
Il sito Rai Com utilizza cookie tecnici o assimilati e cookie di profilazione di terze parti in forma aggregata, per rendere più agevole la navigazione e garantire la fruizione dei servizi. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.Leggi di piùOk