«È stata la prima a smuovere le coscienze femminili, affermando che non era normale accettare condizioni discriminatorie, ma che al contrario era ed è normale aspettarsi la parità con i colleghi maschi» racconta la protagonista del film “Tina Anselmi. Una vita per la democrazia”
L’esempio di Tina Anselmi, a 16 anni schierata dalla parte
della democrazia…
È uno degli aspetti più affascinanti di questa donna, al
giorno d’oggi è quasi impossibile da ritrovare. A sedici anni, un giorno,
tornata a casa dopo aver visto dei giovani partigiani impiccati sul vialone
principale della sua città, si rende conto che era arrivato il momento
dell’azione per provare a cambiare le cose. Da quel momento non si è mai
fermata, è diventata una giovanissima staffetta dei partigiani, ha studiato e
mentre lo faceva è diventata sindacalista, affrontando tra le sue prime lotte
il problema dei diritti delle giovani operaie, insegnando loro che non avevano
solo doveri, ma che potevano e dovevano lottare per questi diritti.
Che cosa l’ha affascinata di questa donna?
Una delle cose che più mi ha attratto di Tina è stata la sua
ferma convinzione che lo studio e la scuola fossero fondamentali nella vita di
un essere umano, gli unici veri strumenti di conoscenza. Fu la prima a lottare
per le pari opportunità, a insegnare alle lavoratrici che dovevano percepire lo
stesso stipendio degli uomini, che una donna poteva ambire a diventare
qualsiasi cosa nella vita. All’epoca alcune professioni erano precluse alle
donne, non potevano diventare dottori, avvocati, avevano un coprifuoco. Oggi,
anche solo pensarlo, sarebbe una follia, almeno nel nostro Paese, ma non stiamo
nemmeno parlando di molto tempo fa. Prima una donna veniva licenziata perché si
sposava o rimaneva incinta. Ecco, Tina Anselmi è stata la prima ad affrontare
questi problemi, a smuovere le coscienze femminili, affermando che non era normale
accettare condizioni discriminatorie, ma che al contrario era ed è normale
aspettarsi la parità con i colleghi maschi.
Cosa significa per il pubblico di oggi immergersi nella vita
quotidiana di Tina Anselmi?
Sono molto orgogliosa di questo film, mi auguro che a
guardarlo ci siano tanti ragazzi che potranno conoscere la storia di una donna
eccezionale, purtroppo quasi del tutto sconosciuta tra le nuove generazioni.
L’avventura umana di Tina Anselmi è stata straordinaria, ricchissima, è stata
una donna forte e coraggiosa, non aveva paura e si batteva per i propri
principi. Per tutti è un grandissimo esempio. Anche il semplice fatto di non
badare all’estetica, ma di concentrarsi solo e soltanto su quello in cui
credeva fosse importante, è un valido motivo di riflessione. Era una donna
integra, i valori in cui credeva sono difficili da ritrovare nella società di
oggi.
Cosa le ha lasciato questa esperienza professionale e umana?
È stato un regalo straordinario. Luciano (Mannuzzi, il
regista) ha creduto in me immediatamente, mi ha chiamata e all’inizio ho
pensato fosse matto (ride). Ha visto qualcosa, non si è fermato semplicemente
a un fattore estetico, è andato oltre. Nonostante le mie perplessità, la mia
iniziale insicurezza, è andato avanti, sapendo che avrei potuto fare qualcosa
di buono. Mi ha regalato, forse, il primo ruolo in cui ho potuto concentrarmi
sullo spirito del personaggio e nient’altro. È stata una libertà straordinaria.
Sono davvero orgogliosa di questo lavoro e anche molto grata di aver vissuto
questa esperienza.
Come cambia l’Inghilterra fuori dall’Unione Europea. Lo racconta Marco Varvello, corrispondente della Rai da Londra, nel volume edito da Rai Libri
Come nasce questa tua fotografia del Regno Unito’
Dal mio lavoro quotidiano di corrispondente e dai profondi cambiamenti che sono di fronte ai nostri occhi. Sono tornato a Londra nel 2014, dove ero già stato negli anni Novanta, dopo un lungo periodo berlinese. In quegli anni cominciarono a farsi sentire alcuni nodi della vita di questo Paese, poi venuti al pettine. Proprio nel 2014 ci fu il referendum sull’indipendenza scozzese, bocciata, l’anno successivo la riconferma a premier di David Cameron. Sono qui da un numero sufficiente di anni da avere potuto testimoniare il nuovo corso della politica e della vita pubblica britannica, di cui ora sono chiare le conseguenze, i risultati. Il terremoto più profondo è stato ovviamente quello della Brexit. Oggi, finita la pandemia, che aveva tenuto tutto quanto sotto una cappa che non consentiva di leggere con chiarezza la situazione, non c’è dubbio alcuno su quanto accaduto.
Come sta oggi il Paese?
Non è messo molto bene. La scelta di uscire dall’Unione Europea era già un po’ bizzarra di suo, viste le molte deroghe concesse da Bruxelles ai governi britannici nel corso dei decenni, tenendo anche conto della peculiarità, dell’eccentricità del Regno Unito rispetto al progetto europeo. Qui non è mai piaciuta l’idea di un’Europa sempre più politica. Anche Margaret Thatcher, che non ha mai ritenuto che fosse una buona idea uscire dall’allora Comunità Economica Europea, pensava principalmente all’aspetto economico. Riconosciuta questa peculiarità, Londra ha sempre ottenuto esenzioni, a partire dalla non adesione alla moneta unica. L’uscita dal mercato unico europeo non è stata un’idea brillante, la UE rappresenta il più grande mercato del pianeta per potere d’acquisto medio dei cittadini, un mondo che dista solo 35 miglia dalle bianche scogliere di Dover. Tutte le statistiche danno il Regno Unito nelle retrovie dei Paesi geograficamente europei per crescita del prodotto interno lordo.
Dal referendum del 2016 a oggi com’è cambiato lo sguardo dell’opinione pubblica britannica?
La Brexit è stata una scelta totalmente divisiva alla quale ha fatto seguito un vero e proprio marasma. Ricordiamo che i britannici, con la decisione di lasciare l’Unione sostenuta da poco meno del 52 per cento dei votanti, si sono letteralmente spaccati a metà. Negli ultimi anni l’opinione pubblica è sotto stress e disorientata, anche a causa di leader politici molto disinvolti che hanno in parte perso standard fondamentali, a partire dall’integrità morale. Con Boris Johnson il degrado, dalla testa, è sceso verso il resto della società. Il Regno Unito oggi è un Paese che sta cercando di ridefinire il proprio ruolo, anche internazionale. È considerato un esempio, poi gratti un po’ l’apparenza sfavillante e luccicante, e ti trovi in una realtà che sta perdendo un po’ di smalto, illusa di essere ancora una grande potenza economica, strategica. Brexit ha aperto gli armadi della storia e sono usciti gli scheletri: in Nord Irlanda si è riaccesa la tensione con Londra, in Scozia si è riaperto il tema dell’indipendenza.
E ora?
I britannici sono pragmatici, dopo avere compiuto un passo falso lo riconoscono e sono pronti a cambiare direzione. Dopo la pandemia i sondaggi hanno visto la maggioranza dell’opinione pubblica (60-65 per cento) affermare che andar via dall’Europa non è stata un’idea brillante. Ci vorrà tempo, perché il vulnus, il passo falso, è stato molto pesante.
Molte le ripercussioni del dopo Brexit anche a casa nostra…
La Gran Bretagna è un Paese di destinazione di molti dei nostri giovani e con Brexit è cambiato tutto, a partire dalle università, dove le iscrizioni degli europei sono dimezzate a causa dell’aumento delle rette. Nelle città universitarie, da Cambridge a Oxford, il referendum del 2016 aveva visto un plebiscito per rimanere in Europa. Ora sono rimasti fuori da Erasmus, da Horizon Europe, il programma dei fondi europei per la ricerca. Le ripercussioni non sono mancate nemmeno nel mondo del lavoro. Mentre prima i giovani italiani ed europei venivano qui, lavoricchiavano per mantenersi, si guardavano intorno e imparavano l’inglese, oggi questo non accade più. Chi viene per lavorare, anche per fare il barista al pub, deve avere un contratto con cui chiedere il visto di lavoro, proprio come per gli Stati Uniti. Quanto accaduto ha cambiato le prospettive di migliaia di giovani.
In questo scenario che ruolo ricopre la Royal Family?
Nel libro racconto la famiglia reale, la monarchia, soprattutto per il grande interesse che l’opinione pubblica italiana ha verso di loro e per il fatto che nel 2022, prima con il giubileo dei 70 anni di regno di Elisabetta II, poi con la sua morte, la famiglia reale inglese è stata al centro dell’attenzione mediatica.
E Re Carlo?
Da principe è stato deriso, anche per le sue vicende private, travagliate e dolorose. È stato deriso anche per la sua visione ambientalista. Il suo primo discorso contro il rischio di inquinamento da plastiche lo fece davanti agli agricoltori del Galles sbigottiti, a Cardiff, quando aveva vent’anni. Carlo è una persona colta, la sua statura è assolutamente adeguata a quello che si è preparato tutta la vita a essere, il Re del Regno Unito, che vuol dire il Capo dello Stato. Credo che Carlo farà bene, è all’altezza del suo ruolo e modernizzerà un apparato monarchico che con la Regina era rimasto paralizzato. Negli ultimi vent’anni a Buckingham Palace non si era cambiato nemmeno un servizio da tè. Elisabetta II aveva fermato l’istituzione monarchica. La riorganizzazione non sarà soltanto ornamentale e cerimoniale, ma funzionale ai compiti pubblici. Con il passare del tempo i cittadini del Regno Unito cominceranno a chiedersi se la monarchia abbia ancora un senso.
Il tuo libro evidenzia come la monarchia britannica sotto certi aspetti sia anacronistica…
Affronto gli aspetti più arcaici e ingiustificabili della monarchia, a partire da una chiesa anglicana che è chiesa di Stato, con il Re che nomina i vescovi, con i vescovi senior che sono membri della Camera dei Lord e hanno un ruolo politico. Tutto questo in un Paese sempre più laicizzato, multietnico e multireligioso, con milioni di persone che non sono anglicane e nemmeno cristiane. È anche lecito chiedersi se rimarranno ancora Paesi del Commonwealth che riconosceranno come capo di Stato il sovrano britannico, il re inglese che vive a migliaia di chilometri di distanza. Durante il regno di Carlo assisteremo a grandi cambiamenti: detto questo, la monarchia rimane identitaria dell’essere inglesi e britannici.ν
Dal 25 aprile Stefano De Martino riaccende l’insegna del suo locale che alza la saracinesca nel clima tra il leggero e il familiare della seconda serata di Rai 2
2021,”BAR STELLA” Rai2,con Stefano De Martino
Un
bar caldo e accogliente in cui parlare, cantare e ridere con amici speciali.
Dal 25 aprile, il martedì, mercoledì e giovedì in seconda serata su Rai 2 riapre
il “Bar Stella”. Ci si entra per bere un caffè o uno degli improbabili cocktail
preparati dal barista Luciano (Herbert Ballerina), un “Gin Tonio”, una
“Tachipirinha” e si finisce col rimanere seduti su una delle poltroncine
vintage della sala, coinvolti dai temi e dai dibattiti, ora paradossali, ora
surreali suggeriti da Stefano e alimentati dalla figura dell’ospite serio della
puntata, portatore sano di un briciolo di cultura, altrimenti latitante. Nelle
scorse stagioni si è discusso d’arte contemporanea con Francesco Vezzoli, di
fascino del marketing con l’imprenditore Oscar Farinetti, di guerra e/o pace
con il giornalista Riccardo Iacona. Non è stato da meno il contraltare
musicale, gestito dalla piccola orchestra residente, la Disperata Erotica Band
del Maestro Pino Perris, che ha offerto momenti di classe con le versioni
originali, create per l’occasione, di capolavori della musica cantati da
Fiorella Mannoia, Mario Biondi, Arisa. Incontreremo di nuovo i clienti fissi
del Bar, che sono entrati con le loro storie ed i loro caratteri nel cuore
degli spettatori: il cameriere Franco (Franco Castiglia), la cassiera Ambrosia
(Vincenzo D’Ambrosio), la prof sapiosessuale Marta (Marta Filippi), la svanita
MezzaLuna (Adelaide Vasaturo) e il primo corpo di ballo statico della storia
della tv, i Contenuti Zero. Fra le novità di questa terza stagione, la presenza
di un grande attore di teatro impegnato, che guarda con altezzosità alle celie
del tubo catodico (Ernesto Lama) e l’Esperto di Mestieri Alternativi (Massimo
Bagnato), che suggerirà le professioni più richieste per trovare velocemente
un’occupazione.
Cantautrice e batterista, è tra i protagonisti dello show più innovativo della Tv. La incontriamo di fronte al glassbox di via Asiago a Roma, quartier generale di “Viva Rai 2!” «Partecipo, imparo, non mi annoio mai – racconta al RadiocorriereTv – La mia musica, i miei testi, raccontano quella parte di me capace di vivere le emozioni forti che non lascio trapelare»
Una grande passione per lo spettacolo e la
musica, due lauree in Culture e Formati della TV e Business TV e Cross Media. Chi è Beatrice De Do?
Una ragazza che non smette di avere il cuore
in gola dall’emozione ogni volta che si arrampica sulla scaletta per andare a
cantare sul tetto del glass, e che si precipita alla batteria tra la folla
quando serve. Sono io, insomma, che ho la fortuna di vivere un’avventura
esclusiva dentro una specie di pullman di cristallo, capace di andare a
velocità supersonica pur rimanendo immobile. Adoro la gente e, per stare bene,
ho bisogno di sentirmi impegnata. Mi deprimo quando le giornate non
scorrono secondo i ritmi sostenuti cui ho fatto l’abitudine. In questo
particolare momento della mia vita, mi aiutano a prendere le distanze da
episodi molto dolorosi. Gli studi e il sacrificio innegabile che comportano,
per me come per tutti, mi permettono di provare a costruire un ponte tra le mie
passioni, cioè la televisione, lo spettacolo, e una professione nel settore.
La musica invece?
Rappresenta il rifugio. È “casa”. A
quattordici anni ho esordito come conduttrice-dj nel programma in diretta
streaming “Radio DeDo”, dove intervistavo ospiti dal vivo insieme a un
enorme peluche, davanti alla consolle. Nel frattempo, scrivevo racconti e
testi, sui quali componevo la melodia strimpellando il piano. Recentemente, Iva
Zanicchi ha voluto inserire un mio brano intitolato “Appunti di
viaggio” nel suo ultimo album, “Gargana”: un grande onore. Dopo la
maturità, mi sono presentata al provino per entrare nell’orchestra di “Domenica
In” come vocalist e percussionista, diventando elemento fisso del cast.
Successivamente, ho ricoperto il ruolo di “giudice del muro” nelle quattro
edizioni di “All Together Now”.
Ci racconta il suo primo incontro con
Fiorello?
Il “discorso Fiorello” merita un
capitolo a parte: ero in prima elementare e ogni sera all’ora di cena, cascasse
il mondo, obbligavo l’intera famiglia a sorbirsi la video-cassetta di “Mary
Poppins”. Un rito straziante e irrinunciabile fino al sabato in cui il
video-registratore si inceppò e la linea tornò alla prima rete nazionale. Dopo
un secondo di fermo immagine, vidi la faccia di un giovane uomo sorridente
trasformarsi completamente sullo schermo. Il pubblico in sala non smetteva di
ridere e di applaudire. Era la prima puntata di “Stasera pago io –
Revolution” e ne fui veramente colpita. Ero letteralmente conquistata da
quell’umorismo così dirompente. Poi, un giorno, il destino mi mise
letteralmente sulla strada del mio mito. A distanza di anni accade che Rosario,
vedendomi suonare il cajón durante un’esibizione, decide di prendermi nel suo
programma “Edicola Fiore”.
E quello con il cast di “Viva Rai2!”?
Con Ruggiero, ci siamo conosciuti all’epoca di
“Edicola Fiore”, mentre con Biggio e Casciari al bar Ricci, postazione di “aspettandovivarai2”.
Con l’intero cast di “Viva Rai2!” si
è creato un clima di complicità che ha facilitato i rapporti interpersonali,
anche al di fuori della trasmissione. Serena Ionta e io, per esempio, siamo
diventate davvero amiche, ci frequentiamo, usciamo spesso insieme. Fiorello
tiene in maniera particolare a favorire armonia e collaborazione all’interno
del suo gruppo di lavoro, indispensabili ai fini della miglior riuscita del
programma.
Porta la sua musica nell’edicola più popolare
d’Italia, come sta vivendo questa esperienza e cosa le sta
insegnando?
A me piacciono le sfide, mi piace interagire
con altre persone… Sono curiosa, socievole e, per fortuna, piuttosto
autoironica, quindi, il glass è un posto in cui mi diverto e mi trovo a mio
agio. “Viva Rai2!” mi sta allenando a una convivenza artistica che, in uno
spazio ridotto sia come luogo che come tempo, in un attimo diventa spettacolo,
ovunque, in ogni angolo. È un sofisticato meccanismo a orologeria, di cui
Fiorello aziona il detonatore quando lo ritiene opportuno. Noi cerchiamo a modo
nostro di amplificarne l’effetto esplosivo.
Il glass di Rai 2 è un microcosmo in cui è
d’obbligo sapersi mettere in gioco. Quanta ironia c’è nella sua vita? E nella sua
musica?
Il motore del glass è la capacità di
improvvisazione di Fiorello, quella rapidità di battuta senza eguali… Il suo
cogliere al volo un dettaglio, magari insignificante per altri, e riuscire a
renderlo divertentissimo. Lui ha una tale naturalezza nella gestione dei tempi
comici che diventa impossibile non esserne coinvolti, non seguirlo. È un corso
accelerato di ironia e, soprattutto, di autoironia. Ognuno di noi arriva da una
realtà mediale diversa, ma si mette alla prova senza problemi: Biggio danza
come una libellula, Casciari recita in un napoletano impeccabile, io mi trovo
perfettamente a mio agio nel cantare le sigle di Teleminkia… Partecipo,
imparo, non mi annoio mai. La mia musica, i miei testi, invece, escludendo i
brani dance scritti in inglese, raccontano quella parte di me capace di vivere
le emozioni forti che non lascio trapelare. Quella meno buffa e spiritosa, più
vulnerabile e nascosta.
Di quale musica si nutre e cosa le dà il
confronto con Enrico Cremonesi?
Sono una consumatrice di soul e rock, nella
sua contaminazione con la musica degli anni ’90. Di Enrico Cremonesi posso dire
che è un “Maestro”, nel vero senso della parola. Ha uno straordinario
bagaglio di cultura musicale, è uno sperimentatore aperto a ogni tentativo di
innovazione, un rivoluzionario pieno di intuizioni improvvise. In sala proviamo
spesso a fondere generi diversi, considerando anche che Serena si sente
particolarmente vicina all’indie, per trovare soluzioni originali. A volte
utilizziamo strumenti fatti a mano. Lavoriamo con entusiasmo, perché il
confronto regala continuamente delle idee, degli stimoli diversi.
Nel glass sono passati grandi protagonisti
dello spettacolo, chi l’ha colpita di più e perché?
In realtà, mi viene da rispondere
“cosa” mi ha colpito di più e quale insegnamento può essere arrivato
da ognuno di loro a chi, come me, è in fondo solo una debuttante… Ho visto
Laura Pausini ignorare la pioggia per fermarsi a stringere la mano alle persone
che erano lì ad aspettarla, per salutarle a una a una, con riconoscenza. Mi
sono meravigliata che Giorgia, dopo aver cantato in modo straordinario, sia venuta
a complimentarsi per la mia esibizione, preoccupata che avessi preso freddo sul
tetto… Ho apprezzato la gentilezza e la simpatia di Pierfrancesco Favino e la
disponibilità dei Pooh, che sono già “storia”, ma certo non lo fanno
pesare, e la semplicità di Tananai che, alla sua età, non si è montato la
testa. Il successo, quello vero, che rimane, non è un caso. Si compone di tanti
elementi e, se il primo è il talento, il secondo è lo studio, unito a rispetto
e umiltà.
Cosa la rende veramente felice?
Sto cercando di superare un periodo veramente
durissimo e il lavoro mi aiuta molto. Nel giro di pochi mesi ho perso il mio
papà, in circostanze ancora da chiarire, e mio nonno, colonna portante di una
famiglia folle e piena di allegria, di cui ero orgogliosissima. A rendermi
felice bastava un piatto di rigatoni alla carbonara… Vorrei che tornasse quel
tempo.
Salite e discese, foreste e cascate, sentieri e autostrade. Le 22 puntate della serie raccontano una pedalata lunga 3500 km e 50mila metri di dislivello. Un viaggio di Lorenzo Jovanotti che ci porta dall’Ecuador alla Colombia, dalle Ande all’Amazzonia e dall’Oceano alla mitica Macondo. «Gli ultimi tre anni hanno cambiato la prospettiva – dice l’artista – dopo la pandemia, che è stata una tragedia collettiva e personale, era tempo di riformattare e di ripartire». Dal 24 aprile su RaiPlay
Jovanotti torna in sella alla sua bici con un nuovo e suggestivo viaggio
in Sud America. “Aracataca” è il titolo dell’original, pedalato e filmato dal
cantautore romano, su RaiPlay dal 24 aprile. E attraverso mari e oceani,
villaggi e periferie, pueblos e città, racconta la magia di questa avventura al
ritmo di tanta, tantissima musica. «Ho fatto tanti viaggi in bicicletta, ho girato veramente
mezzo mondo – dice Jovanotti – però solamente da qualche anno c’è la
possibilità di raccontarlo con uno strumento tecnologico come il cellulare. La
qualità ti permette di essere da solo, di non avere nessun supporto tecnico che
renderebbe televisiva la comunicazione. La sensazione di essere sempre in
soggettiva è per lo meno una novità». “Aracataca” è stato
girato in autonomia dall’artista con una piccolissima action camera e un
cellulare. Non un format ma un docutrip che fa scorrere immagini, pensieri,
emozioni con una colonna sonora completamente originale scritta, suonata e
cantata da Lorenzo Jovanotti. «Anche la musica è fatta con questo tipo di spirito –
prosegue l’artista – una volta tornato a casa, il viaggio è continuato
musicalmente. Mi sono chiuso in studio e ho realizzato una colonna sonora in
soggettiva, un po’ sgangherata, un po’ sbagliata». “Aracataca” segue il successo del 2020 di #nonvogliocambiarepianeta (nei primi 30 giorni 5,5milioni di
visualizzazioni e 600mila ore di visione), quando in piena pandemia
Lorenzo pedalò tra Cile e Argentina. Un Jovanotti che si mette a nudo, davanti
alla fatica e alla curiosità, per raccontare e raccontarsi in un ambiente
sempre nuovo e sempre diverso, nel segno della libertà, della spontaneità,
dello sguardo aperto e ingenuo, del gioco e della consapevolezza. «Questo è proprio un racconto – conclude – non
c’è nessuno che vince, che perde, nessuno viene eliminato. È un ‘on the road’,
nella tradizione dei racconti sulla strada, è un genere che non è mai passato
di moda». Grande la soddisfazione di Elena Capparelli,
direttrice della piattaforma della Rai: “Aspettavamo
da tempo il ritorno di Lorenzo Jovanotti su RaiPlay con «Non voglio cambiare
pianeta 2”. Siamo finalmente pronti a regalare al nostro pubblico questo
straordinario viaggio in ventidue tappe, con la certezza che ogni singolo frame
del racconto di Lorenzo sarà fonte di energia, ispirazione, bellezza». Prodotto da Soleluna,
“Aracataca – Non voglio cambiare pianeta 2”, girato a fine gennaio, per un
mese, è montato e diretto da Michele
Lugaresi, realizzato con Federico Taddia.
Il conduttore di “Linea Verde”, la domenica su Rai 1, racconta al RadiocorriereTv il suo rapporto con il viaggio e la scoperta, e presenta “Paesi miei”, volume edito da Rai Libri
Negli
ultimi anni la sua vita professionale è stata un viaggio senza sosta, cosa
significa viaggiare?
Trovare
la pace nel movimento. Tutto ciò che è viaggio è qualcosa di speciale. Viaggiare
significa confrontarsi con altre culture, conoscersi, scoprire luoghi,
tradizioni, usi e costumi nuovi. Vivo il
viaggio, che si tratti di quelli che faccio per lavoro con “Linea verde” o per
passione nel tempo libero, come occasioni uniche per conoscere i gioielli della
nostra Italia, a partire dai piccoli borghi che non rientrano negli itinerari
turistici classici. Penso anche all’opportunità straordinaria di incontrare le
persone e ascoltare le loro storie, le loro esperienze.
Cosa
le ha lasciato, negli anni, l’esperienza di “Linea verde”?
Sono
al quarto anno di conduzione, con quasi 200 puntate alle spalle e oltre 250
mila chilometri percorsi. Un viaggio speciale nella provincia italiana,
autentica, generosa, ospitale. Questa esperienza ha accresciuto il mio bagaglio
personale, culturale, mi ha dato l’opportunità di conoscere luoghi che non
conoscevo. L’Italia è davvero il paese più bello al mondo e ogni abitante della
Terra vorrebbe, almeno una volta nella vita, visitarla. Sono davvero fortunato
a condurre questo programma, che mi ha
fatto anche conoscere storie di grandi donne e grandi uomini che fanno sì che
la nostra agricoltura, l’allevamento, l’artigianato, siano apprezzati ovunque
all’estero, che il nostro made in Italy sia apprezzato e desiderato nel mondo.
Ho anche capito quanto sia grande il cuore degli italiani, di quanto siamo
unici. Io che vengo dalla provincia sono andato ancor di più alla scoperta dei
valori fondamentali della mia vita, della mia famiglia, della mia terra,
Martina Franca in Puglia
Che viaggio è quello di
“Paesi miei”?
È il mio terzo libro e nasce dai
miei appunti di viaggio, da un’agenda che raccoglie le suggestioni e le
emozioni di tanti anni di vita, personale e professionale. Quello proposto dal
libro è un viaggio che tocca tutta la nostra penisola e che mette in evidenza anche
l’impegno della gente a preservare le tradizioni, quello che siamo. Racconto
dai viticoltori delle Langhe ai centenari della Barbagia in una sorta di diario
di bordo.
Dove
ci porta?
In
quelli che sono i borghi più belli d’Italia, una sorta di miniera di tesori
artistici, paesaggistici, gastronomici. Una guida turistica, da Nord a Sud, che
racconta gli incontri meravigliosi che ho fatto negli anni alla guida di “Linea
Verde”, così come dei profumi e dei sapori, perché la cucina italiana è una
delle più apprezzate al mondo. Spero di poter trasferire al lettore tutte le
mie emozioni, il mio punto di vista, anche se per poter raccontare tutto il
nostro Paese di volumi ne servirebbero tantissimi. Il libro parla dei colori,
degli odori e dei sapori del Belpaese.
Come
organizza i suoi viaggi?
Ho
sempre la valigia aperta e sono continuamente in viaggio. Prenotare un treno,
un bus o un aereo non è mai un problema, sono un’ottima agenzia di viaggio di
me stesso (sorride). In valigia sono sempre presenti un buon libro, i
jeans, una T-Shirt, un giubbotto. D’estate c’è anche il costume. E ovviamente
non mancano il rasoio elettrico, spazzolino da denti e dentifricio.
Punta
all’essenziale…
Viaggio
da oltre trent’anni, da quando diciottenne lasciai Martina Franca per andare a
studiare a Torino. In Italia o nei viaggi intercontinentali ho sempre puntato
all’essenziale, uso una valigia, un trolley, che posso riporre nella
cappelliera dell’aereo evitando il bagaglio in stiva.
A
chi dedica questo lavoro?
A
mia madre Grazia e alla memoria di papà Donato, le persone più importanti della
mia vita. Papà lo persi nel 1990, circa 33 anni fa. Mamma è la persona più
importante, capace di essere madre e padre allo stesso tempo, è una donna
straordinaria. Oggi è bisnonna di cinque pronipoti.
La
sua mamma ha letto “Paesi miei”?
Ha
assistito alla presentazione del libro nel mio paese, ma anche a Locorotondo e
a Ceglie Messapica. Durante le vacanze di Pasqua sono stato io a leggerle
alcuni capitoli.
Mamma
Grazia è spesso anche una sua compagna di viaggio…
La porto in vacanza da 25 anni, lei ha fatto
moltissimo per me ed è giusto che un figlio restituisca almeno parte di ciò che
un genitore ha fatto. In estate andiamo alle Cale d’Otranto e ha anche
viaggiato molto con me.
Tra i suoi viaggi anche numerose missioni umanitarie…
In passato ho visitato la Siria, il Myanmar. La
popolarità di un personaggio deve essere al servizio degli altri, penso sia doveroso
che chi fa questo mestiere si dedichi a chi ha più bisogno.
Paesi miei
Una dichiarazione d’amore all’Italia, un diario di
viaggio attraverso paesaggi, arte, tradizioni ed enogastronomia. Con “Paesi
miei” Beppe Convertini accompagna i lettori lungo le strade del Belpaese alla
scoperta di ciò che rende la nostra penisola un luogo straordinario. Le aspre
montagne e la transumanza delle greggi in Abruzzo, l’arte della falconeria in
Basilicata, i limoni di Procida, e ancora le abbazie cistercensi nelle Marche,
le imprese vitivinicole delle Langhe, i centenari di Seulo in Barbagia.
Incontri e racconti di un viaggiatore appassionato e curioso, un invito a
scoprire l’Italia meno raccontata dalle guide turistiche.
Quinta stagione della serie “Rocco Schiavone” in onda il mercoledì su Rai 2. L’attrice siciliana interpreta la moglie defunta del burbero e tormentato vicequestore di Aosta: «Lei è la sua voce interiore, la sua bussola. Interpretare un fantasma è stato molto interessante, un’esperienza particolare perché tutto parlava del mio essere non di carne, bensì eterea: il costume, le battute, il modo di stare in scena, il rapporto con Rocco»
Rocco Schiavone è un
uomo brusco. Solo sua moglie Marina, seppur morta, riesce a entrare nella sua
vita più intima. Cosa significa interpretare una donna che vive solo nella
fantasia?
É stata un’esperienza fisica che non ho mai avuto su un set,
mi sono totalmente abbandonata al potere delle battute di un fantasma. É stato molto interessante,
particolare, perché tutto parlava del mio essere non di carne, bensì eterea: il
costume, il modo di stare in scena, il rapporto con Rocco. Girando una scena di
notte, mi è capitato di ripetere tante volte delle battute sul trascorrere del tempo,
e credo di essere entrata in una strana trance, una meditazione in cui davvero
il tempo si è dilatato, tanto da non sentirmi più sul set con Marco e con tutta
la troupe, ma da qualche altra parte dentro di me, completamente
smaterializzata. Ricordo di aver fatto fatica a concentrarmi quella notte.
Marina sarà l’unica a
rendere sopportabile la vita, ad Aosta, di Rocco Schiavone?
In realtà credo che anche altre cose rendano la vita
sopportabile a Rocco: il lavoro, la sua squadra che in qualche modo diventa
come una famiglia, il suo cane, le sue donne, il bambino vicino di casa. Marina
rappresenta la sua voce interiore, la sua bussola.
Cosa le ha lasciato la
Valle D’Aosta?
Purtroppo, durante le riprese, ho visto poco della bellezza
della Valle D’Aosta, ma quel poco mi è servito a capire che devo assolutamente
tornarci in vacanza. Sono siciliana, ho visto la neve forse una volta, e non
scherzo, e osservavo tutto con lo stupore di una bambina. Ci sono paesaggi
completamente diversi da quelli a cui sono abituata, e per di più non frequento
la montagna d’inverno. Abbiamo girato una scena a 3 mila metri d’altezza,
ammetto che è stato un piccolo shock vedere quella distesa di neve davanti ai
miei occhi. Ero in paradiso sul serio!
La scrittura umana e
raffinata di Antonio Manzini, cambierà qualcosa nel suo personaggio?
Marina è la proiezione di un uomo che non cambia mai, che non
ha intenzione di cambiare perché soffre di un male di vivere incredibile. Credo
che Marina non cambierà.
Ha interpretato altri
personaggi di successo in film e serie Tv. Come ha si è avvicinata alla
recitazione?
Dopo una stagione di “Agrodolce”, l’acting coach della serie,
Consuelo Lupo, mi spinse a provare a entrare al Centro Sperimentale di Roma.
Feci i provini e mi presero. Per me fu un miracolo, un chiaro segno che quella poteva
essere la mia strada. In realtà credo sia cominciato tutto dopo il liceo,
quando non avendo la più pallida idea di cosa volessi fare nella vita, portai
il mio curriculum, vuoto, a un teatro di Palermo in cui cercavano delle
maschere di sala. Mi presero e ogni volta che trovavo la galleria vuota andavo
a sedermi di nascosto e guardavo le repliche ripetendo a bassa voce le battute,
che ovviamente, dopo un po’, sapevo a memoria. Qualcosa stava già succedendo.
Ricorda il primo
provino?
Cominciai accompagnando un’amica. Era la soap opera siciliana
“Agrodolce”, che andava in onda su Rai3. Il casting director mi vide e chiese
anche a me di partecipare ai casting. A mio parere fu un disastro, ma videro in
me qualcosa e anche una capacità di ascoltare e seguire le indicazioni.
Un genere o un ruolo a
lei congeniali?
Amo interpretare i personaggi che hanno qualcosa da
nascondere, una crepa nel cuore che non
dichiarano mai, che si portano sempre appresso. La vedi nelle piccole cose, in un
gesto, nella malinconia improvvisa, in una parola. Questo ti dona umanità e ti permette
di empatizzare con lo spettatore. Per adesso sto riguardando un po’ di vecchi film muti e sto
riflettendo su quanto noi attori ci appoggiamo sulle battute. Un tempo non era
così, le star del cinema muto puntavano tutto sulla loro espressività. Ecco, se
un regista volesse fare un film muto mi candiderei per qualche ruolo, per
cercare di scoprire altro, di uscire dalle mie certezze.
Oltre alla recitazione
quali sono le sue passioni?
Mi piace molto la ricerca spirituale, passo molto del mio
tempo libero frequentando persone che parlano di anima, di eternità, di sciamanesimo,
femminile sacro, canali percettivi, campi uniformati. É qualcosa che prendo
come un gioco, un’integrazione al mio lavoro, perché crescendo sto capendo che
la recitazione ha a che fare con la percezione di un’altra realtà che si crea
nel cerchio magico della scena. Amo anche viaggiare con il mio compagno e mio
figlio, scegliere un posto, arrivarci in aereo, poi prendere una macchina e
girare senza una meta prestabilita, ma individuando un’area da raggiungere e
lasciandoci stupire da ciò che troviamo lungo la via. Penso sia il miglior modo
per scoprire cose interessanti che non si trovano sulle guide, gustandosi il
sapore più autentico del luogo.
È una delle firme più celebri della musica italiana d’autore, il suo album si intitola “Capolavori nascosti” e contiene il nuovo singolo “Una storia infinita”, scritto a quattro mani con Mogol: «Questo titolo potremmo dedicarlo l’uno all’altro, dato che abbiamo iniziato la prima collaborazione nel 1968. L’album contiene anche canzoni che meritavano di avere più successo, disseminate in vari lavori. Credo che Dalla, Cocciante, Mango, Raf, Carboni, Antonacci, se questi brani non avessero avuto spessore, non avrebbero accettato di cantarle. Abbiamo voluto raccoglierle tutte»
È appena uscito “Una
storia infinita” il suo ultimo inedito. Il titolo ben racconta la sua carriera…
Le nostre carriere! Perché l’abbiamo scritta io e Mogol.
Sicuramente potremmo dedicarla l’uno all’altro dato che abbiamo iniziato la
prima collaborazione nel 1968 (ride).
Invece l’abbiamo dedicata a una coppia. L’abbiamo scritta durante il primo
lockdown, era giugno-luglio del 2020 e abbiamo immaginato in una storia
d’amore, i cui protagonisti, nonostante le vicissitudini, restano insieme, in
una storia infinita.
L’album che contiene il
suo nuovo singolo è “Capolavori nascosti”. Quattordici canzoni che meritavano
di avere più successo?
Certamente. Erano disseminate in vari album che abbiamo fatto
e per i quali erano state scelte canzoni, come singoli, che avevano più
popolarità. Questi brani, forse non l’avevano, ma hanno un grande spessore,
sono di notevole qualità. Io credo che Dalla, Cocciante, Mango, Raf, Carboni,
Antonacci, se non avessero avuto spessore, non avrebbero accettato di cantarle.
Abbiamo voluto raccoglierle in un unico album.
Mogol-Lavezzi è una
“rinomata ditta”. Ci racconta com’è iniziata la vostra collaborazione?
Con la prima canzone che ho scritto. Avevo conosciuto Mogol
quando ero nei Camaleonti per una canzone. Sono poi uscito dal gruppo perché
dovevo affrontare il servizio militare. Vi ero entrato a 18 anni pensando di
restarci per sempre, ma ho dovuto abbandonare. La vita ci dà e ci toglie, su
questo ho anche scritto un libro “E la vita bussò” perché viviamo gioie e
dolori. Lasciare il gruppo fu molto doloroso, ma poi ho capito che non dovevo
viverla così, perché in fondo la vita mi stava dicendo che non era quella la
mia strada. Poi, nel 1968, ho scritto una canzone, e per l’ingenuità dell’età
la chiamammo “Giovedì 19”. La feci vedere a Mogol e insieme la passammo ai Dik
Dik di cui lui era produttore. Cambiammo il titolo in “Il primo giorno di
primavera”, cambiammo qualche strofa e Mogol diede un senso alla canzone. Da lì
partimmo con una collaborazione con lui e Battisti.
A legarvi è anche una
profonda amicizia…
Certo, perché da allora mi ha sempre coinvolto in tutte le
sue avventure. Mi telefonava la mattina per andare a scrivere una canzone, più
che altro perché aveva bisogno di qualcuno che avesse la macchina. Era un
opportunista! (ride) Mogol ha voluto che andassi anche con lui e suo
padre a caccia nel Kosovo, ma ho odiato la caccia sin da subito ed è stato
un bene. Quando ha fatto il viaggio a
cavallo con Battisti, Milano-Roma, ha voluto che io prendessi la sua macchina
per fare da apripista e trovare i luoghi dove poter fare tappa.
Lei è un
compositore, un produttore, un
musicista, un cantautore, un arrangiatore, anche un talent-scout e un
promotore. Cosa le riesce meglio?
Io cerco di fare il meglio in tutti i ruoli. Nel 1983 mi hanno dato un Telegatto come Music Maker,
che racchiude un po’ tutto. Io faccio musica in tutti i sensi ed è quello che
mi piace fare.
La sua è una delle
carriere più ricche nella musica leggera, di qualità in ogni campo. Cos’è che
continuamente la ispira nella sua vita artistica?
Il punto di ispirazione è quello di sentire qualche cosa,
come ad esempio una bella canzone in radio. Allora nasce uno stimolo, non è che
la copio. Però mi viene la voglia di creare. Ad esempio “Alto mare” della
Bertè, con la quale tra l’altro ho avuto un passato sentimentale burrascoso, è
nata mentre ero in discoteca dove ho sentito un pezzo di Barry White. Tornato a
casa, ho scritto la mia canzone, che non c’entrava niente con quella, ma la
sensazione di piacere provata, mi aveva sollecitato l’ispirazione. Quando senti
qualcosa che artisticamente ha un valore, se hai una componente, ti viene
spontaneo lo stimolo a creare qualcos’altro.
Cosa pensa della musica
dei ragazzi di oggi?
Una musica che purtroppo si consuma con estrema velocità
rispetto ai nostri tempi. Ad esempio: un mio pezzo uscì a marzo e andò primo in
classifica a settembre. Quando mai oggi può accadere una cosa del genere? Esce
una canzone da Sanremo e dopo due mesi già ne esce un’altra. Ad aprile già
escono i tormentoni estivi. Ci sono eccezioni, certo, come ad esempio
“L’essenziale” di Mengoni, è talmente bella che è rimasta. Però, purtroppo, si
consuma tutto troppo velocemente. E poi, con lo streaming, l’autore non
guadagna più quasi niente.
Dopo la pubblicazione
dei suoi lavori, di un nuovo disco, ha mai vissuto l’ansia delle classifiche?
No, forse è un difetto, ma comunque tutti i colleghi,
compresi gli artisti che ho prodotto, sentivano quest’ansia di cui poi
avvertivo la responsabilità. Ad esempio la canzone di Fiorella Mannoia, “Come
si cambia”, mi sembrò un brano forte e infatti facemmo bingo. Così è accaduto
con Ornella Vanoni, Anna Oxa e altri. Sentivo che alcune canzoni avrebbero
avuto successo. Ma mai ho avuto l’ansia delle classifiche.
Nella sua carriera ha
collaborato alla realizzazione di vere e proprie hit. Quali le hanno lasciato
un segno?
“Il primo giorno di primavera”, per la quale ho avuto ansia.
Quando è uscita ho sofferto per sei mesi, in attesa del successo, perché volevo
un riscatto per aver lasciato i Camaleonti. Ma anche tante altre mi hanno lasciato
un segno, come ad esempio “Vita”, una canzone che Dalla aveva scelto per un
evento straordinario che fu l’album Dalla-Morandi. Toccai il cielo con un dito.
Ha un sogno che
artisticamente non ha ancora realizzato?
Una cosa che sogno è che i miei figli trovino una strada
della quale siano appassionati. Un desidero più familiare che artistico. Spero
che trovino un mestiere che gli piace, perché solo così potranno farlo nel
miglior modo possibile. Nell’ambito della mia professione, della musica, mi muovo
tranquillamente ancora con lo stesso entusiasmo di sempre. Io e Mogol abbiamo
scritto alcune canzoni che ancora non sono uscite e attendiamo di darle
all’interprete giusto, nel posto giusto. Ad esempio “Vita” l’avevo proposta a
Fiorella Mannoia cinque anni prima che la cantasse Dalla. A lei non piaceva per
sé. Stessa cosa Mina. Viviamo di giorno in giorno, il sogno vero quindi resta
quello legato ai miei figli.
Al via il 17
aprile, in access prime time su Rai 3, la nuova edizione del programma con
Corrado Augias in collaborazione con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Torna su Rai3, da
lunedì 17 aprile alle 20.15, il programma evento della scorsa stagione, firmato
Corrado Augias:“La Gioia della Musica”, un viaggio alla scoperta dei segreti, la
magia, le regole, le invenzioni e i geni della musica classica, lirica e
sinfonica.
Con la guida di Corrado Augias e grazie alla
preziosa collaborazione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai,
ascolteremo celebri arie, con le loro magnifiche melodie, ma solo dopo aver
afferrato un po’ di quel linguaggio che ci fa godere appieno la gioia della
musica. E ancora: scopriremo che cosa significa cantare, ma cantare davvero,
mettendoci dentro tutte le note, e i tempi, che ci vogliono.
Tante le novità dell’edizione di quest’anno:
la partecipazione coinvolgente del coro del Teatro Regio di Torino, il racconto
dei più celebri inni nazionali che riflettono la storia e l’identità di grandi
nazioni e la voce unica di Malika Ayane.
In ognuno dei 30 appuntamenti, in onda in
access prime time dal lunedì al venerdì, “La Gioia della Musica”
racconterà la vita, gli amori, i dolori, le passioni di un genio della musica
per poi soffermarsi su una delle sue più celebri creazioni musicali. Una sorta
di lezione, leggera e appassionante, tra narrazione e note musicali.
La puntata inizierà con Corrado Augias che interromperà le
prove dell’Orchestra nell’Auditorium “Arturo Toscanini” della Rai di
Torino, per curiosare, chiedere notizie e raccontare i vari strumenti musicali
che compongono l’orchestra. Farà domande, scherzerà, ascolterà accordi e melodie.
Poi, una volta in studio, alternerà la sua capacità di grande narratore a
quella di curioso e appassionato di musica interrogando i due Maestri, Speranza Scappucci e Aurelio Canonici,
per capire cosa si cela dietro le invenzioni dei più grandi compositori.
Infine, tornerà nell’Auditorium Rai per assistere all’esecuzione finale del
brano musicale protagonista della puntata.
Nuovo record per “Mare fuori”. La sigla della serie Tv prodotta dalla Rai, composta da Stefano Lentini, Lorenzo Gennaro e Matteo Paolillo per le Edizioni musicali Rai Com, ha ottenuto l’ambito riconoscimento
Con oltre 35 milioni di streaming
il brano “’O Mar For” è Disco di platino. Distribuito da Believe così come
tutta la colonna sonora della serie, è stato inserito in 19 playlist, ha
conquistato due copertine ed è entrato nella Top 100 singoli e nella Top 50
Italia. A consegnare il riconoscimento ad Angelo Teodoli, amministratore delegato
di Rai Com, durante un evento nella sede della consociata Rai, è stato Luca
Daher, amministratore delegato di Believe Italia. «Pubblichiamo tantissima
musica, ma “Mare fuori” ha dato una visibilità enorme alla nostra attività – ha
dichiarato Teodoli – il Disco di platino è un riconoscimento non indifferente,
siamo molto orgogliosi. La musica è uno dei vettori culturali più forti in
assoluto». Per il compositore Stefano Lentini «“Mare Fuori” più che una serie
sta diventando un’esperienza su diversi livelli: musicale, emotivo e culturale. Mi auguro si possa
fare ancora di più, come sostenere il miglioramento delle condizioni di chi si
trova dentro un IPM. Spero che questa grande
esperienza possa arrivare anche nella concretezza delle cose». Tra i premiati il
giovane autore e producer Lorenzo Gennaro (Lolloflow), «è il mio primo vero
lavoro importante, “Mare fuori” ha segnato in me una grande crescita artistica,
devo tantissimo alla serie e all’esperienza che mi sta facendo fare», e il
cantautore e attore Raiz, tra le voci di “’O Mar For” e interprete nella terza
stagione della serie. «È un lavoro stimolante, all’inizio
la strada era in salita, poi le storie sono arrivate al cuore della gente –
afferma l’artista – “Mare fuori” ha dato la dimostrazione che un brano, anche
se parla di cose importanti, e anche se cantato in una lingua non familiare,
può appassionare ugualmente il grande pubblico». Gli stream complessivi delle
colonne sonore delle tre stagioni hanno superato quota 54 milioni. Il progetto
“Mare fuori”, con Rai Com in prima linea, vedrà anche la pubblicazione di un
libro dedicato alla serie.
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