MILLY CARLUCCI

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Lunga vita al ballo!

Dodici grandi protagonisti, la gara, la musica dal vivo della band di Paolo Belli, tutto rigorosamente in diretta. Da sabato 28 settembre in prima serata su Rai 1 il grande show delle emozioni

 

Milly, siamo a 19. Che edizione sarà?

Di leggerezza e divertimento. Mi sembra ci siano le premesse, il cast ha elementi di novità, a partire dai sei nuovi maestri. Prendere maestri nuovi significa cambiare un po’ anche la prospettiva di ballo, e noi viviamo di ballo. Credo che sarà un’edizione di grande rinnovamento.

Cosa significa fare un programma che vive nella contemporaneità?

Significa che con i tuoi personaggi non vivi solo di ricordo del passato, di grande gloria, di rispetto per quello che hanno creato nel corso della loro bellissima carriera, ma devi immergerti nell’oggi, nelle tematiche contemporanee. Quest’anno lo facciamo attraverso due personaggi giovanissimi, che sono Tommaso Marini e Anna Lou Castoldi, che sia per la loro età che per il loro aspetto rappresentano la contemporaneità.

C’è una raccomandazione che non manca mai di fare al suo cast?

Ogni anno la storia è differente perché sono diversi i personaggi. Di base più loro sono sinceri, autentici, capaci di ascoltarsi, di lasciarsi andare, e più tutto viene fuori bene. Naturalmente si devono allenare, ma anche in questo raccomando attenzione perché non vogliamo “romperli” precocemente. Certo, l’entusiasmo è meraviglioso, ma ci vuole cautela.

Cosa porta i suoi concorrenti a lasciarsi andare, a raccontarsi, a dire cose che hanno sempre taciuto?

Il fatto di raccontarsi non è nemmeno obbligatorio, un personaggio può fare tutta l’edizione senza parlare di sé, pensando solamente a fare una buona performance atletica. Ma sappiamo al tempo stesso che ballare ti mette in contatto con il tuo io più profondo, e che difficilmente riesci a fare bene se non racconti anche le tue emozioni, la tua vita. Noi facciamo puntate in cui chiediamo ai protagonisti di raccontare in coreografia un momento importante della propria vita, che non deve essere per forza un momento segreto, e questo serve a metterli in contatto con il pubblico. Le cose che succedono ai nostri personaggi non sono di un mondo alieno, ma della vita normale, che possono essere accadute a ognuno di noi.

Su quali elementi si basa nel costruire le coppie?

Intanto una coppia di ballo deve essere giusta per età e per aspetto, per estetica. Deve avere elementi armonici da guardare. Poi ci sono elementi di affinità caratteriale: se una persona ha un atteggiamento molto competitivo, allora va messa insieme a un maestro molto competitivo, se ha un atteggiamento artistico, va messa con un maestro che possa capire questa sua voglia di esprimersi. I componenti di una coppia passano talmente tanto tempo insieme che non possono essersi antipatici a pelle. Questo lo dobbiamo evitare.

Qual è la sfida più grande vinta in queste 19 stagioni?

Di essere arrivati alla diciannovesima edizione. Chi poteva dirlo? Non solo è una grande sfida, ma una scommessa su cui nessuno può mettere le mani sul fuoco. Ci lavori, ci speri, ma poi chissà cosa succederà. Invece è capitato.

La sua è una carriera importante, qual è il momento che porta con sé con più affetto?

Sicuramente la partenza, che è sempre una sfida. Chi può dire che qualcuno ti vedrà e ti sceglierà? E poi, la cosa con la quale partirai funzionerà davvero? Ti farà notare nel grande clamore di voci e di tante persone che ci provano? Ho avuto la fortuna di partire con Renzo Arbore (“L’altra domenica”) e di continuare con dei grandi protagonisti. Erano una televisione e un mondo completamente diversi. Oggi è molto più difficile per i ragazzi perché apparentemente le occasioni di visibilità sono enormi, pensiamo ai social, ma non è detto che questa massa di persone che fanno qualcosa venga notata, non è detto che poi ci sia una carriera e che questa duri nel tempo. È più difficile di quando abbiamo cominciato noi che oggi facciamo le prime serate.

Tanto successo, ma c’è un sogno che deve ancora realizzare?

Tantissimi sogni e tantissimi progetti nel cassetto. Siamo in marcia, sempre…

 Tra i politici, chi le piacerebbe mettere in pista?

Mi piacerebbe tantissimo Michelle Obama, che non è una politica ma è moglie di un grandissimo presidente degli Stati Uniti d’America. Credo che con le sue vivacità, curiosità e intelligenza, sarebbe una strepitosa ballerina per una notte.

Qual è l’augurio che si sente di fare a se stessa e a “Ballando” alla vigilia del debutto?

Dico lunga vita al ballo! Speriamo che continui a interessare il pubblico, una speranza non impossibile visto che ballare è una delle cose più istintive dell’uomo. A partire da quello primitivo che si agitava intorno al fuoco al ritmo di un legno sbattuto contro un altro legno. Dalle caverne a oggi siamo ancora qui che balliamo.

Il fuoco che accendete il sabato sera su Rai 1…

È il nostro fuocherello (sorride).

 

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LINO GUANCIALE

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Dylan (e me)

«È un iper-razionalista che ha accettato l’impossibile e che ama immergercisi con spirito analitico» dice l’attore, protagonista il 30 settembre del podcast live “Dylan Dog alla Radio – Voci dall’Incubo” in occasione del Prix Italia di Torino. Un progetto ideato e scritto da Armando Traverso, dedicato al personaggio nato nel 1986 dalla mente di Tiziano Sclavi e realizzato in collaborazione con Rai Radio, Rai Play Sound e Sergio Bonelli Editore. E i festeggiamenti della Radio proseguono con l’uscita, in allegato a Dylan Dog numero 457, di uno speciale albetto da collezione intitolato proprio: “Voci dall’Incubo”

 

Ci racconta il suo primo incontro con Dylan Dog?

Era il 1987, il debutto della serie fumettistica era avvenuto da poco, sul finire dell’anno precedente. Mi trovavo a un campo dei lupetti, sono stato scout per tanti anni, uno di noi si era portato dietro un numero di “Dylan Dog” intitolato “I conigli rosa uccidono” e per tutti fu una lettura folgorante. Nel nostro campo estivo quel fumetto divenne virale, passò di mano in mano, tutti lo volevamo leggere per conoscere questo personaggio di cui si parlava tantissimo. Noi bambini eravamo avidi, anche per un gusto trasgressivo, perché pensavamo fosse una cosa da adolescenti, da ragazzi. Per noi era preziosissima l’esperienza di trovarci quella cosa da grandi tra le mani. Io ero già un appassionato di fumetti e l’incontro con “Dylan” fu uno shock meraviglioso, “scompaginò tanti schemi della narrazione comic nel nostro Paese, anche in virtù della musica di cui è appassionato, dei riferimenti cinematografici che ci sono nel testo, delle figure che ci sono intorno a lui. È stato facile innamorarsene da subito.

Cosa ha pensato quando le hanno proposto il progetto di questo podcast live?

Mi sono illuminato. Segui un personaggio per tanti anni, fa parte della tua crescita, lo vedi con la fisionomia di un attore inarrivabile come Rupert Everett. Poi arrivi a essere grandicello e ti chiedono di fare Dylan Dog… tu gli dici di sì immediatamente.

Senza pensarci due volte…

Si tratta di mettersi nei panni di qualcuno che, in qualche modo, ha funzionato come una persona reale nella mia crescita.

Come si porta un fumetto alla radio?

È ovvio che se a un fumetto togli l’immagine, togli moltissimo, ma soprattutto nel caso di “Dylan Dog”, in cui il testo ha tanta importanza, e dove lo spessore letterario del personaggio è centrale, la radio dà la possibilità di evocazioni molto forti. Sta infatti nella voce di chi interpreta evocare immagini potenti, anche attraverso un buon lavoro con il microfono. Pur togliendo le immagini, la radio rischia di essere una compagna molto preziosa per un fumetto, perché ci si affida a una traduzione, attraverso la voce, che può portare un arricchimento fortissimo alla scrittura. La radio lavora con dei codici che sono in qualche modo prossimi a quelli del teatro, dove devi costruire tu, attraverso la tua interpretazione, l’immagine da consegnare agli spettatori. Questo, secondo me, apre spazi di costruzione per chi ascolterà e vedrà quella sera, molto belli. L’importante è portarsi addosso il più possibile tutto l’immaginario concreto non solo di Dylan Dog, ma di tutta la serie.

Virtualmente quella sera indosserà una camicia rossa, cosa l’ha aiutata a entrare in quel personaggio?

Sulla mise dello spettacolo vorrei avere un po’ di effetto sorpresa (sorride). Se volete davvero vedere se effettivamente avrò la divisa di ordinanza, e se indosserò una delle 150 camicie rosse di Dylan Dog, dovete per forza venire a vedere. Ad aiutarmi nella preparazione è la rilettura, cosa che mi dà grande entusiasmo, dei fumetti più vecchi, quelli a cui sono particolarmente affezionato: “Johnny Freak”, “Il lungo addio”, “I conigli rosa uccidono”. Riprenderli in mano mi fa tornare immediatamente ragazzo, in camera mia, quando li sfogliavo per la prima volta.

… Dylan dog è “investigatore dell’incubo”, che rapporto ha con il mistero?

Credo di avere un rapporto piuttosto prossimo a quello di Dylan. Non è che nessuno mi chiami e mi paghi per fare indagini su fantasmi, mostri o altre creature dell’incubo. Ma Dylan Dog è un iper-razionalista, che ha accettato l’impossibile e che ama immergersi, ma con spirito analitico, dentro l’impossibile. Utilizza gli strumenti della logica e della ragione per costruire un filo leggibile dentro la nebbia del mistero. Sono un iper-logico che accetta il fatto che ci sia tanto mondo anche al di là della nostra comprensione. Il suo approccio oggettivo lo rende fortissimo.

Al “Prix Italia” si festeggeranno i 100 anni della radio, che rapporto ha con questo medium?

Sono un grandissimo fruitore, la ascolto moltissimo e mi piace farla. Faccio tante letture per “Ad alta voce”, storico programma di Radio 3, e ancor più vorrei farne. Mettersi davanti a un microfono e costruire con la voce una relazione con qualcuno che non può vederti, dà uno spazio e una forza potenziale enorme al lavoro degli attori e delle attrici. Questo progetto di podcast live sa tanto di teatro e tantissimo di codice radiofonico, scricchiolii che diventano espressivi.

Dylan come inviterebbe il pubblico ad assistere al podcast?

Cosa state a fare a casa il 30 settembre! Giuda Ballerino, venite a vederci!

 

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Elena Radonicich

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L’incontro con l’altro

«Sappiamo bene che il pregiudizio si ciba dell’ignoranza, con questa serie cerchiamo di accendere un lumino, smontando cliché che hanno radici profonde e sono duri a morire» racconta l’attrice che in “Brennero” veste i panni della Pm Eva Kofler, il lunedì in prima serata su Rai 1

 

Esplorate luoghi affascinanti, cosa raccontano dal punto di vista umano?

L’ambientazione, il luogo in cui tutto accade è fondamentale, rappresenta un altro personaggio con cui abbiamo a che fare. Abbiamo girato a Bolzano e, come sappiamo, nell’Alto Adige esistono due culture differenti che convivono, con alle spalle una storia importante. Faccio riferimento all’annessione dell’Alto Adige all’Italia che ha influenzato, in maniera determinante, quella zona, causando in passato diversi episodi di violenza. Tutto questo ha creato un ottimo humus per il racconto di “Brennero” che, sfruttando il giallo, mette in scena una storia di pregiudizi – e del loro continuo ribaltamento -, di connessione e di lotta fra due mondi. Solo attraverso la conoscenza possiamo smontare un pregiudizio, e noi cerchiamo di muoverci su questo terreno.

Dall’incontro – scontro con Paolo Costa, cosa scaturisce?

Eva è un sostituto procuratore di lingua tedesca, ha alle spalle una famiglia benestante, degli studi solidi, in qualche modo è instradata in un percorso lineare, per certi versi anche rassicurante. Ha quella che si potrebbe definire una vita “semplice”, apparentemente ordinata e impeccabile. Il suo contraltare, nella personalità, nel modo di agire e di lavorare è Paolo, il personaggio interpretato da Matteo Martari, un ispettore in congedo per questioni personali molto dolorose, che si innestano con la nostra storia. Eva e Paolo rappresentano i poli del nostro racconto, mettono in luce i luoghi comuni delle due culture, ma sono spinti da un impulso, quello della conoscenza dell’altro, un istinto che li porterà a collaborare nella caccia al Mostro di Bolzano, una questione personale per entrambi molto forte, pur avendo radici diverse. Per Eva questo sarà l’inizio di un importante percorso di autodeterminazione.

A un certo punto nel racconto si brinda alle ossessioni…

Per il mio personaggio l’ossessione è una corda che la costringe a uscire dal proprio guscio, il luogo nel quale finalmente il suo istinto prende forma e si libera da tutta una serie di sovrastrutture, di zavorre che aveva addosso. Nel caso di Eva assume un valore positivo perché, come spesso accade quando qualcosa prende piede in maniera determinante nella tua mente, sprona una persona ad andare al di là delle nostre stesse aspettative, ci spinge un po’ più lontano da noi stessi. Io, per esempio, sono un’ossessiva e difendo chi lo è (ride). Naturalmente, come tutto nella vita, esiste un confine che, se superato, potrebbe rivelarsi pericoloso, però è sempre un limite che conviene esplorare, soprattutto nel lavoro, nelle ossessioni “intellettuali”. Sono sfide che potrebbero rivelare nuove opportunità, ed Eva, per esempio, ne ha veramente bisogno.

Qual è stata la sua sfida personale e professionale?

Tutto potenzialmente può essere vissuto come una sfida, nella vita come nel lavoro. Ho accettato di prendermi carico di questo personaggio, di portarlo lungo tutto questo percorso con grande “responsabilità”, un ruolo arrivato in un momento in cui forse non mi aspettavo che arrivasse più. Mi sono sentita immediatamente pronta. Ho vissuto questa esperienza come un privilegio, una sfida personale nella quale era necessario capire come gestire tutte le energie. Si va fuori casa per tanti mesi e devi essere in grado di far fronte a situazioni che si inanellano con il nostro privato, e da questo punto di vista, fortunatamente, posso dire che è una sfida vinta. Sul piano professionale ho cercato di mantenere, durante tutto questo lungo periodo di set, una concentrazione salda, di costruire un personaggio fedele a se stesso, coerente, ma aperto al cambiamento.

La serie, per lei, avrà successo se…

Io spero che “Brennero” riesca ad accendere un faro su una realtà ancora troppo poco conosciuta, io stessa, che non vengo da quelle parti, avevo una conoscenza molto limitata, eppure l’Altro Adige è una parte del nostro Paese, oggi fortunatamente meno in tensione, che ha conosciuto un processo di integrazione molto travagliato, che ha richiesto molti sacrifici, anche in termini di vite. Ancora oggi la convivenza tra le due diverse culture funziona solo se tutte le parti sono disposte a compiere un “sacrificio”, a conoscersi nel profondo. Sappiamo bene che il pregiudizio si ciba dell’ignoranza, con questa serie cerchiamo di accendere un lumino, smontando cliché che hanno radici profonde e sono duri a morire. E questo lo raccontiamo bene nella storia, nel tentativo di conoscersi, di stabilire un contatto, appena una delle due parti delude, si ritorna alle accuse.

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PALINSESTO CINEMA E SERIE TV

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Tutte le sfumature delle emozioni

«La vocazione della Rai è l’approfondimento, il grande varietà e la fiction di produzione, tre settori in cui il Servizio Pubblico ottiene da sempre grandi risultati. Noi abbiamo l’obiettivo di “scaldare” il pubblico. Tanto cinema su Rai 1, anche internazionale, action e titoli dedicati ai più giovani su Rai 2 e, ovviamente, molte sorprese. Tra queste, la nuova edizione di “Goldrake” per gli amanti dei cartoni e delle anime”» racconta al RadiocorriereTv il direttore Adriano De Maio

Qualità ed emozione, attualità e intrattenimento: per la stagione autunnale 2024/25, la Direzione Cinema e Serie TV della Rai propone al suo pubblico un’offerta ricca, fra prodotti di grande richiamo e scelte improntate alla sfida e alla scoperta, in linea con la missione di servizio pubblico. Tanti film e serie dall’Italia, anche grazie alla preziosa sinergia con Rai Cinema, e altrettanto materiale dall’estero fra innovazione, ricerca, e continuità con le stagioni precedenti. Un’offerta generosa grazie non solo alle tre reti generaliste della Rai, ma anche ai cinque canali tematici e alla piattaforma digitale di RaiPlay.

Film Rai 1

Grande cinema in prima visione, dall’Italia e dall’estero, per la stagione di Rai 1. La commedia italiana di ultima generazione è al centro dell’offerta, a partire da Alessandro Siani, con il suo “Tramite amicizia”, del quale è autore, regista e protagonista: al suo fianco Matilde Gioli e Max Tortora. Con Marco Giallini un salto nell’Ottocento con “Il principe di Roma” di Edoardo Falcone, mentre dalla Francia arriva “Rumba Therapy” di Franc Dubosc che dirige e interpreta una riuscita commedia di famiglia, in cui un padre vuole riallacciare i rapporti con sua figlia, che non aveva mai conosciuto. Animali, natura e il loro rapporto con gli uomini sono al centro del seguito di un grande successo, pensato per grandi e piccoli: “Qua la zampa 2 – Un amico è per sempre”. Sulla rete ammiraglia in arrivo “Mixed by Erry” di Sydney Sibilia, uno degli exploit più eclatanti delle ultime stagioni cinematografiche.

Film Rai 2

Drammi e commedie fra le prime visioni previste su Rai 2. Fra i primi spicca “Mia” di Ivano De Matteo, che porta in scena un tema di grande attualità: la dipendenza amorosa e la tossicità dei rapporti. Si ride con Lillo, Fabio Rovazzi e Alessandra Mastronardi in una commedia on the road scombinata e divertente: “Con chi viaggi”, diretta dal duo di registi di ultimissima generazione, YouNuts. Ancora una commedia con Giampaolo Morelli, regista e protagonista di “Falla girare”: uno strano virus che, invece di attaccare gli esseri umani, si abbatte sulle piante di canapa. Da Hollywood arriva Mark Wahlberg in “Father Stu”, un pugile scombinato e agnostico che, dopo essere sopravvissuto miracolosamente a un incidente, decide di prendere i voti e dedicare la sua vita ad aiutare il prossimo.

Film Rai 3

Una programmazione concentrata sul cinema d’autore e sulle novità italiane, ma che non trascura i classici. In occasione dei novanta anni di Sophia Loren e a sessant’anni esatti dall’uscita del film, Rai 3 ha trasmesso “Matrimonio all’italiana”. Tratto da uno dei capolavori di Eduardo De Filippo, “Filumena Marturano” è un film epocale, frutto di un’alchimia irresistibile, con Vittorio De Sica che s’impegna nella trasposizione di Eduardo, scegliendo come protagonisti due titani del nostro cinema, la Loren e Mastroianni che proprio il 26 settembre avrebbe compiuto 100 anni. Tanti altri capolavori dal cinema recentissimo di casa nostra segnano la stagione di Rai 3, che fra i maestri del nostro tempo propone Marco Bellocchio (“Rapito”), Nanni Moretti (“Il sol dell’avvenire”) e Paolo Virzì (“Siccità”). L’offerta di Rai 3 si arricchisce durante le strenne con diverse prime visioni: da “Mon Crime – La colpevole sono io” di François Ozon, a “Cyrano”, il musical in costume di Joe Wright. La musica sarà anche la protagonista dell’ultimo documentario di Walter Veltroni, “DallAmeriCaruso – Il concerto perduto”, due ore del concerto inedito del 1986 di Lucio Dalla a New York.

Serie Tv

La programmazione di Rai 1, già avviatasi in grande con le nuove puntate di un racconto di forte gradimento e di ampio pubblico come “I leoni di Sicilia”, riparte con le nuove stagioni delle grandi serie che negli ultimi anni hanno appassionato il pubblico: in autunno si aggiungeranno tanti prodotti, da Francia, Stati Uniti e paesi che stanno emergendo nell’ambito della produzione seriale. Su Rai 1, in prima serata, tutto è pronto per la quarta stagione di “Morgane Detective Geniale”, eclatante successo in Francia e accolta negli anni con altrettanto calore anche dall’audience di casa nostra. Su Rai 2, da metà novembre, alle 18.55 grande novità dalla Colombia, con “Le leggi del cuore”: un importante studio legale, nel quale lavorano giovani avvocati esperti in diritto di famiglia che si occupano di separazioni, conflitti familiari e di coppia. Italianissima la serie in sei episodi di “The Bad Guy” (dal 30 ottobre alle 22.30 circa) con Luigi Lo Cascio nei panni di un magistrato siciliano improvvisamente incolpato di essere un mafioso e Claudia Pandolfi, sua moglie, avvocata. Il canale conferma, infine, la sua vocazione al medical drama con la programmazione, oltre alla settima e ultima serie dell’amatissimo “The Good Doctor” già in onda, di un’assoluta novità in access: la serie tedesca “Medici in corsia”. Sempre su Rai 2, dalla Francia arriva “Occhi di gatto”, otto episodi per la versione live action di un manga giapponese conosciutissimo e amatissimo in tutto il mondo. Rai 4 propone una serialità che esplora tutte le sfumature del crime: dal profondo nero de “I fiumi di porpora – La serie” (3^ e 4^ stagione), all’action thriller di “Alert: Missings Persons Unit” (1^ stagione) con le indagini di una squadra della polizia di Philadelphia specializzata in persone scomparse. E poi “Fire Country” (2^ stagione), su un gruppo di detenuti in cerca di riscatto, “SEAL Team” (7^ stagione) che segue una squadra d’élite degli US Navy Seals in pericolose missioni segrete.

I CICLI DI Rai Movie

Si parte a dicembre con l’omaggio al genio di Woody Allen, otto appuntamenti di prima serata per riscoprire il periodo d’oro della sua produzione. Dai drammi psicoanalitici come “Un’altra donna” e “Interiors”, al racconto intimistico e corale di “September”. Dai classici e premiatissimi “Hannah e le sue sorelle”, “Manhattan” e “Io e Annie”, alle irresistibili commedie colte quali la bergmaniana “Commedia sexy in una notte di mezza estate” e “Amore e guerra”. Segue il ciclo dedicato al maestro Alfred Hitchcock, “superstar” della regia cinematografica. Otto titoli con grandi divi: Cary Grant, James Stewart, Grace Kelly, Sean Connery, Paul Newman, Kim Novak, Tippi Hedren. Il nucleo del ciclo è un quintetto di capolavori: “Nodo alla gola”, “La finestra sul cortile”, “La congiura degli innocenti”, “L’uomo che sapeva troppo” e “La donna che visse due volte”. La collezione viene completata dallo psicologico “Marnie”, lo spionistico “Il sipario strappato” e, dulcis in fundo, “Caccia al ladro”, commedia giallo-rosa ambientata in Costa Azzurra.

 

IN CORTO D’OPERA

Su Rai 3 e Rai 5 continua il prezioso lavoro della Rai sul cortometraggio, in collaborazione con Rai Cinema e con il Centro sperimentale di Cinematografia di Roma. I lavori di giovani, di autori e attori emergenti o anche affermati che hanno scelto una peculiare misura per comunicare le loro emozioni, andranno in onda in seconda serata ogni giovedì su Rai 3, dopo “Linea notte”, e ogni martedì su Rai 5.

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MIA CERAN

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Sono una fan della tv

Un’addicted delle notizie a “Tv Talk”: passaggio di testimone alla conduzione. Dopo diciannove edizioni Massimo Bernardini lascia il timone nelle mani della giornalista. Da sabato 28 settembre alle 15.00 su Rai 3

 

Quella di “Tv Talk” è un’eredità importante. Come ti stai preparando a questa nuova avventura?

Studiando tanto il prodotto creato dalle persone che ci lavorano da sempre. Una grande famiglia lavorativa con la quale condivido riunioni quotidiane, momenti di confronto. Mi sembra bellissimo che il mio compito per casa sia quello di guardare tanta televisione (sorride), cosa che, da fan del mezzo, mi rende molto felice.

Che caratteristiche pensi debba avere il conduttore di questo programma?

Credo che un buon conduttore di “Tv Talk” debba mettersi a disposizione, saper raccontare bene il mezzo, il dietro le quinte, così come sapere invitare le persone giuste. Importante è anche trovare la critica giusta con il tono giusto.

Quali sono le novità dell’edizione che sta per partire?

Ve ne anticipo una. Al panel di analisti, giovani esperti della televisione con occhio critico e sagace, abbiamo deciso di fare una piccola aggiunta, per cui in ogni puntata avremo con noi in studio una persona che rappresenti una delle categorie Auditel. La sceglieremo tra le diverse fasce d’età, estrazioni, regioni d’Italia. Ci è sembrata una bella idea, suggerita dal direttore del Daytime Angelo Mellone, per rappresentare un’altra fetta del Paese. Il suo sarà un commento da spettatore rappresentativo del campione.

Hai sentito Massimo Bernardini?

Lo sento con regolarità. Pur chiarendomi di voler stare lontano per almeno un anno dal mezzo televisivo, mi ha concesso la possibilità di chiamarlo per confrontarmi, per chiedergli consiglio. Io l’ho fatto e lo faccio (sorride). In eredità Massimo mi ha lasciato anche un pezzo di famiglia professionale, e questo è un bel modo di concludere un’esperienza professionale, perché lo fai ma non del tutto.

Come sta la tv oggi e cosa deve fare per essere forte domani?

Deve pensarsi declinata in molte nuove forme. Deve pensare al fatto che le nuove generazioni la guardano con un altro occhio, non sono molto spesso fedeli all’appuntamento, ma recuperano in modo diverso. La televisione deve continuare a essere un racconto del Paese ma declinato in modo più agile, deve pensare a generare un dibattito, a non far morire il tutto nel momento in cui si spegne lo schermo. Un programma, per essere vincente, deve riuscire ad attirare l’interesse dei più giovani e di tutti quelli che vivono il “secondo schermo”.

Che spettatrice sei? Che cosa ti diverte?

Per formazione ho un grande debole per le notizie, a partire dal telegiornale, prodotto di cui sono cultrice, dai canali all news ai Tg delle reti generaliste. Guardo i talk, sono un po’ “addicted”, non farò nomi ma guardo anche quelli brutti (sorride). Mi diverto a vedere i contenitori, anche perché ci ho lavorato, amo un po’ meno la cronaca nera. La serialità mi appassiona, e poi di recente ho scoperto nuove cose che non pensavo fossero nel mio radar. Un esempio, quest’estate sono caduta dentro “Temptation Island”, che non avevo mai visto. L’ho fatto per professione e ho capito gli abilissimi trucchi che creano un racconto accattivante. Il segreto del successo è nella scrittura, nella narrazione.

Da giornalista, come è cambiato nel tempo il tuo modo di informarti, di accedere all’informazione?

La prima cosa che faccio alla mattina è leggere i giornali, direttamente dal tablet. Li divoro tra un bambino da portare a scuola e l’altro da accudire, tra il primo e il secondo caffè. Entro pranzo li leggo tutti. Verso sera do più spazio ai Tg. Gran parte delle informazioni, soprattutto sui fatti internazionali, le ottengo dai podcast, ascolto il “Daily” del New York Times come il “Global News Podcast” della BBC, mi sono anche serviti per capire come fare il mio. È un tema di nuova fruizione, di funzionalità. Mi sposto per Milano in bicicletta e li ascolto con una cuffietta sola, l’altra per sicurezza la lascio libera. C’è costantemente un podcast nelle mie cuffie. In questa vita abbiamo tutti l’ossessione di ottimizzare, di allungare le nostre giornate dilatando il tempo. Per me il podcast è diventato il grande strumento per ascoltare, per informarmi. Ci sono prodotti bellissimi.

Come ti difendi dalle fake news?

Con lo studio. Cerco di trovare almeno un paio, se non tre, fonti attendibili su ogni cosa. Non salto sulle notizie immediatamente, non le condivido rapidamente dentro al mio podcast. Mi rendo conto che la velocità del racconto, essere i primi a rilanciare una cosa, ti fa guadagnare follower, ma per me è un rischio reputazionale troppo alto. Meglio saltare un giro di giostra piuttosto che informare qualcuno senza essere stati in grado di fare i controlli necessari.

Il tuo primo ricordo televisivo?

I mondiali di calcio del 2006. Ero una stagista neanche ventenne alla CNN di Roma. Eravamo dentro alla camionetta che trasmetteva dal Circo Massimo la reazione dei tifosi italiani ai gol che portarono l’Italia a vincere la Coppa del mondo. Stavo cercando di concentrarmi al massimo perché gestivo in cuffia il segnale con Atlanta e sapevo di avere una responsabilità importante. A un certo punto sentii la camionetta sollevarsi, diventare un’astronave. Provai una fortissima emozione, la sensazione di trovarsi dentro la notizia, in un posto in cui le cose accadono. Fu così anche negli anni successivi, quando lavorai da inviata. C’erano la partecipazione personale nella gioia di essere testimone di un certo momento, e il fatto che quello stesse diventando il mio lavoro.

Il ricordo da spettatrice?

Sono figlia di una giornalista televisiva e la tv in casa è sempre stata accesa. Nel 1989 vivevamo a Belgrado, dove mia madre lavorava. Seppur bambina ricordo quando il leader serbo Slobodan Milošević cominciò ad arringare la folla e iniziò a trovare quel consenso che avrebbe portato alla guerra dei Balcani. Mia madre capiva cosa significasse, a livello giornalistico e per la sua famiglia. Negli anni successivi lasciammo la Serbia per trasferirci negli USA, ma ricordo lo schermo sempre acceso in casa raccontare la guerra nei Balcani.

La Rai festeggia due compleanni importanti, i 100 anni della radio e i 70 della tv. Il tuo augurio al Servizio Pubblico radiotelevisivo…

Auguro di riuscire a mantenere la sua posizione centrale nella vita delle persone. Uno strumento che tenga compagnia, che informi, che faccia anche un pezzo della cultura di questo Paese. Quando vedo “Techetecheté”, programma di narrazione storica, penso anche a che cosa vedremo del nostro oggi tra 20, 30 anni. Mi chiedo cosa sarà a raccontare quello che siamo stati.

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I magnifici 11 di Carlo

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Dal 20 settembre il grande show del venerdì sera di Rai 1. New entry in giuria Alessia Marcuzzi, al fianco di Giorgio Panariello e Cristiano Malgioglio

Ritorna uno degli appuntamenti televisivi più seguiti da pubblico e critica. Da venerdì 20 settembre otto puntate all’insegna della musica, del divertimento e delle emozioni, per uno show entrato di diritto nella storia della televisione italiana. Grande attesa per il cast 2024, che canterà dal vivo sulle basi e sugli arrangiamenti realizzati dal maestro Pinuccio Pirazzoli. Tutti i protagonisti avranno un grande obiettivo: imitare in tutto e per tutto i big musicali della scena nazionale e internazionale che dovranno interpretare. Nell’arco del loro percorso gli artisti saranno seguiti dai “vocal coach” Maria Grazia Fontana, Dada Loi, Matteo Becucci e Antonio Mezzancella e dalla “actor coach” Emanuela Aureli. Sul ponte di comando Carlo Conti. Grande novità in Giuria: torneranno il brillante e pungente Giorgio Panariello e lo scintillante Cristiano Malgioglio.  New entry sarà invece Alessia Marcuzzi. Nel ruolo del “quarto giudice” personaggi illustri del mondo dello spettacolo; nella prima puntata, Stefano De Martino.

 

Il cast

Simone Annicchiarico

Massimo Bagnato

Thomas Bocchimpani

Feysal Bonciani

Roberto Ciufoli

Carmen Di Pietro

Kelly Joyce

Justine Mattera

Giulia Penna

Amelia Villano

Verdiana Zangaro

 

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La tv nel pozzo

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Il documentario diretto da Andrea Porporati racconta quello che i media costruirono attorno alla tragedia del piccolo Alfredino Rampi, un bambino di 6 anni caduto in un pozzo artesiano a Vermicino il 10 giugno 1981. Un evento che non ebbe un lieto fine raccontato in diretta tv a reti unificate, inseguito per tre giorni nel suo dramma così personale e umano… Fu la cronaca di una morte in diretta. L’inizio di quella che oggi chiamiamo “la tv del dolore”. In onda sabato 21 settembre alle 21.20 su Rai 3

 

La foto di un bambino che sorride, con una maglietta a righe. All’inizio è solo una istantanea di famiglia conservata su di un mobile nel soggiorno di una casa di Roma. Quella stessa foto finisce sulla prima pagina di un giornale, poi di tutti i giornali. Riempie lo schermo alle spalle dei conduttori dei Tg nazionali. Quarant’anni dopo la ritroviamo su una lapide, imbrattata da una svastica. Oggi lo stesso bambino della foto, con la maglietta a righe sorride ai passanti dalla facciata di un palazzo alto venti metri. È un murales realizzato nel quartiere romano della Garbatella. Il bambino nella foto è Alfredo Rampi ma questo documentario non vuole raccontare la cronaca della sua storia, ma piuttosto chi l’ha raccontata. Vuole raccontare i media, che hanno fatto loro la storia di Alfredo Rampi e che l’hanno elaborato, e ne sono stati elaborati, distaccandola dal fatto e dalle persone reali, trasformandola in un punto cardine della coscienza collettiva. Attraverso il materiale di repertorio della più lunga diretta della storia della tv italiana e attraverso il ricordo di chi all’epoca ne è stato spettatore, o protagonista: giornalisti, ex soccorritori, psicologi, semplici testimoni, tutti coinvolti dal trauma collettivo che ha scosso la coscienza del paese e di chi anche a distanza di anni ha elaborato lo choc di quei tre giorni di giugno scrivendo libri, canzoni, graphic novel o realizzando quel murale. Dal cantautore Francesco Bianconi dei Baustelle al romanziere Giuseppe Genna, al regista Marco Pontecorvo, allo scrittore e autore tv Massimo Gamba, ai giornalisti RAI che parteciparono alla diretta Rai, Piero Badaloni, Pierluigi Camilli, Andrea Melodia, come a quelli della carta stampata, Fabrizio Paladini e Massimo Lugli. Ad accompagnare il racconto, la voce di Fabrizio Gifuni.

 

Il commento del regista Andrea Porporati

 

Quello che un film documentario si propone è per definizione il racconto del reale. Ma in questo caso si vuole raccontare un tipo particolare di “realtà”, quella che i media hanno costruito attorno alla tragedia svoltasi nel 1981 a Vermicino, un sobborgo di Roma, trasformando la cronaca di un bambino caduto in un pozzo artesiano in una favola che si voleva a lieto fine e che invece è divenuta una tragedia senza sbocchi. Vuole raccontare la diretta tv a reti unificate che per ore e giorni ha inseguito la realtà di quel fatto così drammatico, personale, umano, facendola sfuggire tra le dita e incastrando un popolo di milioni di spettatori in un circolo vizioso di vita e di morte. Il linguaggio del documentario mescolerà le lingue delle infinite incarnazioni che i Media hanno prodotto a partire dalla storia di Vermicino, televisive innanzitutto, ma anche letterarie, musicali, poetiche: da romanzi a canzoni e serie tv, da graphic novel a murales dipinti sui palazzi di Roma. La scommessa è capovolgere il punto di vista, puntare l’obiettivo non sulla storia di “Alfredino”, ma sui Media che hanno preteso di raccontarla, usando le telecamere o l’inchiostro delle rotative come la bacchetta magica di un apprendista stregone e venendone travolti, assieme a milioni di spettatori. Umberto Eco in un suo saggio ha definito il racconto della tragedia di Vermicino come la fine della possibilità di raccontare la realtà. E ha sottolineato come questo allontanamento dalla verità, avvenisse proprio nel momento in cui, usando per la prima volta la diretta senza limiti di tempo e senza il condizionamento di una regia, di un montaggio, la televisione immaginava di “diventare” realtà, di incarnarla. E invece la strumentalizzava e ne veniva a sua volta strumentalizzata. Perché la realtà non ha linguaggio, non ha regole, semmai ha un destino. E non può che travolgere o fare impazzire chi cerca di intrappolarla, domarla, costringerla nello spazio di uno schermo.

 

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Oltre l’ossessione

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«Abbiamo girato in luoghi incantevoli, alle spalle delle Dolomiti, le montagne più belle al mondo capaci di regalare emozioni uniche, difficili da spiegare a parole» racconta il protagonista che nella serie “Brennero” (da lunedì 16 settembre su Rai 1) interpreta l’ispettore Paolo Costa

 

Cosa l’ha portata a scegliere “Brennero”?

È una storia atipica, ambientata in una parte d’Italia poco esplorata nel cinema o nelle serie tv, un luogo caratterizzato da questioni sociali poco conosciute dalla maggior parte delle persone, ancora aperte. Nel nostro progetto non sono il tema portante, ma diventano fondamentali per inquadrare al meglio il contesto. C’è poi la questione del bilinguismo molto identitaria di questa terra, basti pensare che per accedere a una qualsiasi carica pubblica si deve sostenere un esame di tedesco. A tutto questo si aggiunge il fascino che ho immediatamente colto del mio personaggio, Paolo Costa, ben lontano dai ruoli interpretati fino a questo momento. La sfida mi sembrava aperta.

Proviamo allora presentare Paolo…

È un ottimo ispettore di polizia dal carattere abbastanza complicato, reso ancora più “difficile” in seguito a fatti che hanno drammaticamente segnato il suo passato. Lo vediamo all’inizio rinchiuso nella sua casa, una sorta di tugurio, tormentato da qualcosa che tre anni prima ha drasticamente cambiato la sua esistenza. È però un temerario, un “passionale” nel lavoro che vive come una ossessione. Il “Mostro di Bolzano”, quel serial killer che per lo più miete vittime di lingua tedesca, impegna la sua mente in maniera totalizzante, non avrà pace fino al momento della sua cattura.

A che prezzo? Quando un’ossessione diventa stimolo, e quando al contrario ti porta negli abissi?

Tra queste due pulsioni esiste una linea di confine molto sottile… è vero che una grande passione potrebbe sfociare in un’ossessione e non per questo avere un valore negativo. Quando si dedica la propria vita interamente a qualcosa vengono messi alla luce aspetti più che positivi, io sono affascinata nel vedere qualcuno che ha una missione, una causa da sposare totalmente. Al contrario, quando questo atteggiamento ci trascina in un baratro, la riflessione è ben altra. La linea di demarcazione, pulsione positiva o disagio, è dettata dalla qualità del proprio lavoro e da quali obiettivi riesci a centrare.

Nella vita di Paolo, a un certo punto, arriva Eva. Cosa rappresenta questo incontro?

L’incontro e l’inizio del rapporto con Eva Kofler – la PM interpretata in maniera egregia da Elena Radonicich – è piuttosto turbolento, minato dal pregiudizio reciproco. È la figlia del suo ex capo, Gerhard Kofler, ex procuratore capo di Bolzano, che in qualche modo Paolo ritiene responsabile della morte della sua compagna (tre anni prima, il procuratore non gli aveva fornito i rinforzi necessari, lasciando Paolo e Giovanna da soli durante l’inseguimento del killer, finito poi tragicamente). Paolo ed Eva sono agli antipodi, hanno un opposto approccio al lavoro, lei assolutamente rispettosa, mentale, disciplinata, lui istintivo e determinato, poco incline alle regole e al rispetto degli ordini. Ma, come spesso accade, i poli opposti tendono ad attrarsi… Vedremo se questo principio della fisica si applica bene anche ai due protagonisti.

Cosa l’ha affascinata della mente di Paolo Costa?

È un uomo che non ha mollato, nonostante tutto, e questo suscita in me, come attore e come essere umano, un grande interesse.  La vita lo ha messo davanti a prove importanti, ma sotto conserva ancora la spinta ad andare avanti, a perseverare verso obiettivo che non è neanche certo.

Una serie ambientata in una realtà unica, un luogo che racconta tutta la ricchezza culturale e la complessità del nostro Paese. Come siete stati accolti?

Abbiamo cercato di raccontare questi luoghi al meglio delle nostre possibilità, tutti hanno avuto nei nostri confronti un’attenzione positiva, a partire dalla Regione che ha sostenuto la produzione anche dal punto di vista pratico nella gestione del set. C’è stata poi grande partecipazione da parte della gente, a Bolzano, dove abbiamo fatto base, e nelle zone limitrofe. Abbiamo ricevuto ovunque un grande affetto.

Cosa racconta questo territorio di noi?

Noi italiani, da Nord a Sud, siamo uguali e, allo stesso tempo diversi, tanto che ogni regione racconta una parte del Paese. Il Trentino-Alto Adige conserva ancora un sapore montano, anche un po’ austero secondo me, che difficilmente si può trovare altrove. Ogni luogo, per essere conosciuto davvero, andrebbe vissuto da dentro, quello che posso certamente ribadire è che abbiamo girato in luoghi incantevoli, alle spalle delle Dolomiti, le montagne più belle al mondo capaci di regalare emozioni uniche, difficili da spiegare a parole.

Ancora una volta il lavoro la porta nelle tue montagne, come ha vissuto questa volta il legame con queste?

Sempre bene. Le racconto un aneddoto successo mentre stavo girando la serie. Dopo vari tentativi, sono riuscito a convincere alcuni del cast a vedere l’alba in vetta. Siamo partiti nel cuore della notte e, ovviamente, non tutti erano proprio dalla mia parte (ride), ma dopo tre ore e mezza di cammino sulla neve, al buio, dopo aver “abusato” della loro gentilezza, arrivati alla meta, con il sole che illuminava tutta quella bellezza dall’alto, la fatica è sparita. Per me, poggiare lo sguardo su quello spettacolo, è sempre un’occasione riflessiva, un modo per aprirsi al momento e lasciarsi andare. È la possibilità di avere pensieri liberi, senza aspettative… Noi siamo saliti in vetta per vedere l’alba, ed è successo, ma sarebbe potuto anche capitare il contrario, avremmo potuto trovare la nebbia. L’ho fatto per niente? La mia risposta è no, perché conta quello che ti ha spinto a partite, il viaggio che hai fatto. La montagna è una sfida, anche mentale…

Cosa significa per lei essere un artista?

I Greci dicevano “trova il tuo demone”, la ragione per cui sei nato. Ecco, io penso che in tutti noi esista naturalmente uno spirito artistico, più o meno sviluppato, bisogna solo decidere se scommettere o no su questo, se avere il coraggio di iniziare e vedere cosa ritorna in termini di gratificazione. Se poi tutto questo riesce a diventare un mestiere, come nel mio caso, si aggiunge la componente “seria”, ben lontana dall’idea bohemienne che si ha sugli artisti in generale. È un lavoro serissimo al quale dedicare la propria vita.

 

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Tutto me stesso, con il sorriso

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In attesa del ritorno de “L’eredità”, il popolare conduttore tiene a battesimo il nuovo divertente game show di Rai 1, “Chi può batterci?” (sabato 21 settembre in prima serata). Una sfida che vedrà impegnati 101 concorrenti-spettatori e una squadra di personaggi dello spettacolo

 

Partiamo dalle regole, come si gioca a “Chi può batterci?”

Le regole sono semplici. Ci sono 101 concorrenti-spettatori che si scontrano con una squadra composta da cinque personaggi dello spettacolo e dal sottoscritto. Il gioco è diviso in sei manche, ciascuna delle quali prevede cinque domande. Chi sbaglia viene eliminato. Chi rimane si scontra con noi.

Ci presenta la squadra?

C’è Romina Power, amatissima, conosce tante cose e molte le ha anche vissute, ci sono Max Giusti, esplosivo, Diana Del Bufalo, imprevedibile e creativa, Pierpaolo Spollon, un ragazzo molto simpatico, Ivan Zazzaroni, competitivo dalla mentalità agonistica. E poi ci sono io, che abbasso un po’ la media (sorride). A dare gli argomenti e a fare le domande è Frank, una voce dall’alto.

Avete una tattica di gioco?

Un caos organizzato (sorride). Il rischio è quello di fare figuracce, nonostante le domande non siano nozionistiche, ma prevedano un ragionamento: si va per logica, per esclusione.

Ai tempi della scuola c’era una materia che non amava particolarmente?

La matematica, la fisica, la chimica, la tecnologia. Amavo e amo invece la statistica, che mi affascina perché si riferisce alla società. Nei giorni scorsi mi sono divertito a studiarla con mia figlia, che preparava l’esame per l’università. La statistica, così come l’economia, racconta la vita attraverso i numeri, i comportamenti, entrambe ci dicono come e dove sta andando il mondo.

Come vive le sfide Marco Liorni?

Cerco di dare sempre il meglio di me stesso. Non ho ansia, e se c’è cerco di superarla attraverso la preparazione. Al tempo stesso ho imparato negli anni che è certamente importante prepararsi, ma che è altrettanto utile vivere le esperienze con gioia, rimanendo se stessi. Stare bene consente di rendere di più quando arriva la domanda. Lo dicevo sempre alle squadre di “Reazione a catena”, e lo dico oggi ai concorrenti de “L’eredità”: concentratevi, ma divertitevi.

È competitivo?

Bisogna esserlo, altrimenti che sfida è?

A proposito di domande, tra poco più di un mese entrerà nuovamente nello studio de “L’eredità” (domenica 3 novembre), come vive questa attesa?

In questo momento sono in macchina, in tangenziale e sto andando all’audizione delle aspiranti “professoresse”. Quelle dello scorso anno sono state molto professionali e hanno aiutato a creare il clima di serenità che si respirava in studio. Insieme agli autori stiamo anche testando giochi nuovi che potrebbero essere introdotti nelle puntate della prossima stagione.

Sei mesi intensi di “Eredità”, con un ottimo riscontro di ascolti, cosa le ha lasciato la sua prima stagione?

Ogni esperienza che viviamo viene anche per cambiarci, per farci scoprire cose nuove. Non solo di noi stessi ma del rapporto con gli altri. Ciascuno di noi ha una certa idea di sé, ma in realtà, quello che siamo, è anche frutto del nostro relazionarci agli altri.  Questo vale ovviamente anche per “L’eredità”: sono entrato in un bellissimo gruppo di lavoro, ho avuto la fortuna di incontrare persone preparate e corrette. Si è innescato qualcosa tra noi, eravamo contenti di stare insieme, di ragionare. Un programma è di successo quando tutte le sue componenti funzionano bene, quando il clima è positivo. I concorrenti, al loro arrivo, si sentono coccolati, accolti, parola fondamentale quest’ultima, perché l’accoglienza sappiamo che non è solo esperienza, accettazione, ma molto di più.  Più accogli le esperienze e più queste ti lasciano qualcosa, è un modo non per allungare la vita, ma per “allargarla”. Con il passare del tempo, con la maturità, questo ti appare più chiaro. Carlo Rovelli, scienziato di meccanica quantistica e divulgatore ne “L’ordine del tempo”, dice che le esperienze le capiamo per davvero solo nella memoria. Nel momento in cui le viviamo, ne comprendiamo solo un decimo di ciò che sono.

Il pubblico le vuole bene…

Ci sono persone che si riconoscono in te e ti sentono amico. Chi fa televisione ha il dovere di rappresentare non solo se stesso, ma il più possibile interpretare un sentimento generale, un’intelligenza collettiva, e portarli in quell’ora, ora e mezza, di trasmissione.

La radio italiana compie 100 anni, la tv 70, cosa augura alla Rai in questo anno importante?

La Rai ha tanto valore dentro, basta sfogliare le pagine di RaiPlay per rendersi conto di quanto faccia il Servizio Pubblico e di quale sia la qualità. Auguro quindi alla Rai di essere compresa dal pubblico nel gigantesco lavoro che fa.

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Il paese, una realtà più vicina all’umanità

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“Lo Spaesato”, il nuovo show in prima serata su Rai 2 dal 16 settembre, racconta l’Italia attraverso la sua comicità, mosso dal desiderio di riassaporare la vita nei borghi italiani che nascondono genuinità e tradizione

Com’è stato girare nei paesi in piena estate?

E’ stato un po’ faticoso. Ma è stata una fatica bella, perché per me realizzare “Lo Spaesato” non è neanche un lavoro. Certamente abbiamo realizzato tutto quando le temperature superavano i 40° e questo ci ha fatto soffrire un pochino. Sarebbe stato meglio al mare o in barca. Ma in realtà abbiamo girato tantissimo materiale da poter realizzare il doppio delle cinque puntate previste.

Quindi ci sarà un seguito?

Io spero di rifare “Lo Spaesato”, ma non perché devo avere successo per me, perché ormai ho 60 anni e i miei soldi li ho guadagnati. Potevo starmene seduto dov’ero e fare quello famoso che firma autografi. Lo vorrei rifare perché è un programma che piace molto proprio perché è rischioso.

In paese si è più felici?

In città c’è troppo stress. Nei paesi le persone si incontrano nelle case dei vicini, mangiano le cose che hanno fatto loro, chiacchierano, si divertono. In città cosa facciamo di meglio? Facciamo le feste, indossiamo orologi preziosi e poi lo raccontiamo. Noi siamo lo stress, lo smog, le ambulanze e i parcheggi che non ci sono mai.

Però molte persone hanno timore di andare a vivere nei paesi…

Certo,  perché pensano che il paese sia noia e che non c’è niente. Invece ho visto che si vive facendo tantissime cose e che le persone sono comiche divertenti, forti e sincere.

Se fosse vissuto in paese sarebbe diverso?

Purtroppo io sono inquinato dalla città e sono spaesato come tutti.

Questa esperienza nei borghi l’ha rigenerata?

Mi sono riavvicinato alle cose che pensavo non ci fossero più. Uno pensa che l’Italia è Roma, Milano, Palermo, Napoli. Non è così. Dovevo andare ad Agropoli e mi chiedevo come fosse. Ho scoperto che è bellissimo viverci. Siamo andati a Sonnino, che sta a un’ora e mezza da Roma ed è un altro mondo, un altro linguaggio, c’è un altro modo di parlare, un dialetto comico. E le persone come si divertono! Sonnino poi è il paese di Altobelli che mi ha raccontato che quando non riusciva a fare gol a Milano, andava sotto un albero del suo paese e si concentrava. Quando tornava segnava. Gli mancava la sua terra.  Non è che voglio dire che tutti dobbiamo andare in paese, ma che  è una realtà molto più vicina all’umanità.

In alcune registrazioni ha portato anche sua figlia. Come ha vissuto questa esperienza?

Si è stancata pure lei, però si è ammazzata di risate. Poi sono subentrati gli impegni scolastici e non è più venuta. Si è divertita tantissimo vivendo qualcosa che non conosceva. Sembrava una bambolina che guardava un negozio. Questi ragazzi, chi ce li porta in paese? Noi li portiamo spesso nei posti più imbarazzanti, quando invece i paesi sono posti davvero bellissimi.

 

La gente come l’ha accolta?

Con grande calore. Tanti inviti a cena a casa loro. Che poi li ritrovi in quaranta in una casa, tutti ad aspettarti. Sono stato l’amico di queste persone. Spesso comici veri, tant’è che non ho dovuto recitare un ruolo, non ho avuto bisogno di fare battute. In teatro ho parlato io, in paese loro. A Cerenza mi hanno proclamato cittadino onorario e il sindaco mi ha ringraziato seicentomila volte perché diceva che avevo fatto capire quanto è bello quello che fanno e quello che vivono. Insomma, credo sia stata una esperienza unica per me.

 

Ha deciso di fare cose nuove, di continuare a sperimentare…

La gente ha bisogno di questo. E io sperimento da sempre. Non c’è nessun déjà vu a guardare questo programma, e questo è quello che mi interessa.

In conclusione, che viaggio è stato?

Lo stesso viaggio che può fare chiunque, basta salire in macchina e andare in paese a vedere la gente normale in un posto dove non c’è stress, dove c’è un’aria diversa, dove ci sono persone trasparenti, dove trovi le persone che ti dicono “sono stato a fare il mio vino, il mio mangiare, mi sono fatto la pasta da solo”. Dove trovi le persone che si accontentano di tanto e di poco, perché quel poco è tanto. Dove trovi le persone che si conoscono, che si amano, che sono unite, che si chiamano per nome. Sono stato in paesi di duemila anime e tutte queste anime, tutte, si conoscevano, erano unite. Dunque il tuo corridoio di casa non finisce alla porta, come succede qui in città, ma continua in tutto il paese. Davvero una scoperta e mi dispiace definirla tale. Dovrebbe essere una realtà conosciuta da tutti, no?

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