Vi aspettiamo in Tv

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ESTATE IN DIRETTA

La cronaca e l’attualità, le storie di vita e i grandi eventi, l’intrattenimento e lo spettacolo. Dal 3 luglio, alle 17.05 su Rai 1, a tenere compagnia ai telespettatori sono Nunzia De Girolamo e Gianluca Semprini, intervistati dal RadiocorriereTv

Nunzia De Girolamo e Gianluca Semprini,2023

Che estate sarà quella 2023?

NUNZIA: Dal punto di vista personale sarà un’estate impegnativa, da secchiona quale sono, la mia spiaggia sarà la redazione (sorride). Sotto l’aspetto professionale sarà una grande avventura con un compagno di viaggio eccellente, sia come professionista che come carattere. La mia ambizione è informare e incuriosire le persone che ci seguiranno, sanare alcune solitudini che ci saranno anche quest’estate.

GIANLUCA: Mi auguro più serena possibile. Sono alla mia quarta “Estate in diretta” e, visto che le ultime erano state anche un po’ dominate dal covid, spero che quest’anno si rientri in una totale normalità. Mi piacerebbe che fosse un’estate un po’ anni Sessanta o Ottanta, con grande voglia di divertirsi. E poi, vedendo che sarà in diretta, non possiamo fare troppe previsioni (sorride).

Cosa avete pensato l’uno dell’altra quando vi siete conosciuti?

GIANLUCA: Un vulcano, troppo forte, esplosiva. Forse per la prima volta nella coppia di conduzione la parte calma sarò io. Come si dice a Roma… Nunzia è molto sveglia, pronta, anche per le esperienze professionali che ha avuto. Penso che ci troveremo bene.

NUNZIA: Una persona semplice, sorridente, molto disponibile nei miei confronti, sicuro di maneggiare una macchina complicata, ma che conosce bene da diversi anni.

Quale tipo di contaminazione ci sarà tra voi?

GIANLUCA: Nunzia è una persona molto curiosa e penso che nelle vicende di nera porterà un approccio meno strettamente giornalistico e più di curiosità.

NUNZIA: Da quando l’ho conosciuto, Gianluca per me è “Sempri”. Essendo lui un professionista da Tg, molto istituzionale, il mio obiettivo sarà un po’ quello di provocarlo, di shakerarlo.

Che linea seguirà la vostra narrazione?

NUNZIA: Racconteremo un’Italia vera, che ha in pancia tanta bellezza. Una narrazione informativa, sempre di cuore, perché non potrò astrarmi dal mio coinvolgimento rispetto a storie di violenza che mi toccano come madre, come moglie, come donna che ha fatto parte delle istituzioni.

GIANLUCA: Accompagnare le persone nel corso del pomeriggio, a maggior ragione d’estate, significa tenere compagnia anche a chi non può lasciare casa per le ragioni più diverse. Arrivi nei salotti degli spettatori a portare un po’ di frescura, di curiosità, di allegria, di racconto della cronaca.

Come si devono trattare argomenti sensibili senza essere morbosi e senza dimenticare l’empatia?

NUNZIA: Si trattano avendo umiltà e rispetto nei confronti degli altri, cose che sono alla base della mia vita. Alcune storie possono creare sofferenza in chi le vive e in chi poi le ascolta.

GIANLUCA: La parola giusta è proprio empatia. In trent’anni di diretta ho raccontato un po’ tutto. Non devi mai eccedere e serve il giusto grado di racconto. Bisogna essere rigorosi su ciò che devi raccontare e tralasciare ciò che invece è inutile, perché pura morbosità. Se sei una persona e non un personaggio la racconti in una maniera, se sei solo un personaggio, in un’altra.

Che rapporto avete con l’estate e soprattutto con il caldo?

GIANLUCA: Sembra paradossale, ma potrei stare tre mesi di fila al mare e sarei contento. Certo, l’estate in città è spesso tosta, come quando cammini per Roma alle 14 per arrivare in Rai (sorride). Con la mia famiglia abbiamo preso una casina al mare vicino Roma, così per me sarà più facile raggiungerli al termine della trasmissione, per cenare insieme, per giocare a padel con mia moglie.

NUNZIA: Per me l’estate è mare. Amo stare sulla spiaggia così come immergermi, scoprire i fondali… anche in questo si manifesta la mia curiosità.

Che cosa porterete di ciò che siete nella vita reale?

NUNZIA: La verità perché non sono in grado di mentire, non sono una donna capace di recitare. Anche in un racconto il mio volto parla più delle mie parole. Sarà sempre la Nunzia vera, senza maschere ed esitazione. Il pubblico scorge la verità sul volto di chi conduce.

GIANLUCA: Spero tutto e se sarà così avremo vinto. Più sei naturale e più funzioni.

Quanto spazio ha nella vostra vita la leggerezza?

GIANLUCA: Il 95 per cento. Amo ridere, scherzare, giocare. Sono un eterno ragazzino. Ho 53 anni e penso non cambierò mai.

NUNZIA: Nonostante questo mio essere secchiona, una che studia e approfondisce, per me gli amici, la famiglia, i miei genitori, le mie sorelle, mia figlia, sono lo spazio di leggerezza di cuore che ti regala il sorriso. Dico sempre a mia figlia di sorridere con il cuore alle persone che incontra, perché questo farà bene anche a lei.

A proposito di leggerezza, tre domande leggere leggere. Come vi tenete in forma nel corso dell’estate?

NUNZIA:Con dieci minuti di allenamento a corpo libero tutti i giorni. Mi collego con il mio personal trainer Raffaele, poi doccia e al lavoro. Questo mi consente di stare a posto con la coscienza quando sgarro con i miei gelati o con un bicchiere di vino.

GIANLUCA: Gioco a padel come un matto. Anzi, mi sto prosciugando troppo…

Quale piatto romano prepareresti per Nunzia?

GIANLUCA: Beh, a Nunzia farei una carbonara con tanto pepe, da ustionarsi la bocca (ride fragorosamente). Voglio vedere se effettivamente ha tutto questo pepe in corpo.

Nunzia, un piatto per Gianluca?

NUNZIA: ‘a pizza… cu ‘a pummarola ‘ncoppa (sorride).

Come la faresti?

NUNZIA: Capricciosa, è ovvio. Non sono una grande cuoca ma un’esecutrice materiale delle ricette di mio padre, che cucina benissimo. Seguo alla lettera, e mi riesce. Se posso evitare di cucinare, lo evito con piacere.

Canzone estiva che dedichi a Gianluca…

GIANLUCA: “Una rotonda sul mare”, che in questo caso è il nostro studio, che è rotondo.

NUNZIA: “Tu vuo’ fa’ l’americano, ‘mericano, mericano, ,a si’ nato in Italy, sient’ a mme, nun ce sta niente ‘a fa ok, napulitan, tu vuo’ fa’ l’american”.

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Ed ora sogno Sanremo

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“Non mi spaventa tanto amare” è il singolo di Gianmarco Carroccia, già in rotazione nelle radio e inserito nella track list del suo primo album di inediti che uscirà il prossimo inverno. Reduce dalla presenza fissa a “I Migliori Anni”, condotto da Carlo Conti su Rai 1, e da “Musicultura”, condotto da Flavio Insinna su Rai 2 e Rai Radio 1, è pronto per il tour estivo nelle arene e piazze più importanti d’Italia

Dopo tanto successo con il progetto “Emozioni”, sta lavorando al suo primo album. Quando uscirà?

Tra la fine del 2023 e gli inizi del 2024.

“Non mi spaventa tanto amare” è il suo singolo. Un invito a non nascondere i propri sentimenti?

Lancia questo messaggio. Esternare i propri sentimenti, quello che abbiamo dentro, è sempre una cosa positiva, a maggior ragione in questo periodo storico particolarmente triste che stiamo vivendo, dove c’è spesso la titubanza di mettersi in gioco. Si tratta di una canzone alla quale sono particolarmente legato, che è nata in poco meno di mezz’ora, sia nel testo che nella melodia.  Solitamente quando nascono istintive e di getto come questa, le canzoni risultano molto efficaci.

Quando l’ha scritta e cosa l’ha ispirata?

L’ho scritta qualche anno fa ed è nato prima il testo mentre ero in viaggio. Anche il modo di registrarla è stato tradizionale. Ci siamo ritrovati in studio io e quattro musicisti e ognuno ha messo idee e sound, fino all’ottenimento del prodotto finale. Credo che la musica vada creata insieme e condivisa. Oggi è invece qualcosa che avviene raramente, perché gli strumenti elettronici hanno sostituito i musicisti. La canzone è stata pubblicata nel maggio scorso, anche se era in programma di far uscire un pezzo più estivo scritto con Mogol. Ma Carlo Conti, che l’ha ascoltata, mi ha suggerito di far uscire questa canzone e di continuare il filone cantautorale, anche se è in controtendenza rispetto a quello che ascoltiamo di solito.

Com’è arrivato il desiderio di produrre canzoni sue?

Un bisogno, perché il progetto “Emozioni” che mi ha dato tanto, mi ha permesso di coltivare e far crescere un pubblico sempre più grande che mi chiedeva di far uscire anche qualcosa di nuovo, qualcosa che mi rappresentasse totalmente.

Il suo amore per Lucio Battisti, nato fin da giovanissimo, lo ha coltivato anche durante i suoi studi. E proprio con Mogol da anni ha portato avanti il progetto “Emozioni”. E’ sempre attivo o sta iniziando un nuovo percorso?

Il progetto va avanti e facciamo tanti spettacoli insieme. Però, allo stesso tempo, nell’ultimo anno ho iniziato a fare vari concerti anche senza Mogol e la risposta è stata molto positiva. Tanti sold out anche senza di lui. Colgo l’occasione dei concerti per iniziare a proporre anche le mie canzoni che vengono accolte con entusiasmo e questo mi rende felice.

Ma la sinergia con Mogol com’è nata?

Qualcosa successo anni fa. Io lo invitai a venire ad un mio concerto a Sperlonga dove c’erano circa quattromila persone che cantavano insieme a noi in un coinvolgimento totale. Da quel momento abbiamo deciso di iniziare un percorso insieme partendo dall’Auditorium Parco della Musica che ci ha aperto la strada verso i palcoscenici più belli d’Italia. Tutto è nato gradualmente e casualmente grazie a tante persone che ci hanno seguito sempre più numerose.

Ospite fisso nella trasmissione “I migliori anni” su Rai 1 con Carlo Conti. Ci sono altri progetti televisivi o radiofonici in lavorazione o che le piacerebbe realizzare?

L’obiettivo più stimolante che spero di raggiungere, è quello di partecipare al Festival di Sanremo per percorrere quel gradino in più che mi porterebbe sicuramente tantissima visibilità. Sarebbe lo step decisivo dopo tante belle cose fatte, come questa ospitata da Carlo Conti e come il concerto di Natale presso la Camera dei Deputati, quando per la prima volta è stata portata la musica pop in un luogo istituzionale. Una bellissima soddisfazione.

La musica cantautorale com’è collocata nella scena musicale del nostro Paese?

Attualmente quasi tutte le radio trasmettono un genere musicale rivolto soprattutto ai giovanissimi. Quindi la musica cantautorale si sente sempre meno, anche se ci sono tantissimi artisti davvero bravi. C’è però poco spazio per loro.

Oggi la musica resta per pochissimo tempo. Poi ci sono successi, come quelli di Battisti e Mogol, che restano per decenni. Cosa non funziona più nella musica?

Credo sia cambiato il modo di fare discografia e musica. Una volta c’erano orchestre anche di sessanta persone, c’era un lavoro di condivisione e si cresceva insieme. Oggi è tutto molto più individuale, le etichette discografiche vogliono il successo subito con un pezzo bomba e che però magari non dura nel tempo. L’artista, fino a qualche anno, fa veniva coltivato in maniera diversa.

Prossimi appuntamenti per l’estate 2023?

Il calendario è molto ricco in tutta Italia e vi aspettiamo nei posti più belli con il nostro spettacolo.

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Laura Antonelli, la diva malinconica

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DOCUMENTARIO

Rai Documentari racconta la vita dell’attrice in “Senza malizia”, dall’infelice infanzia al successo, dallo sfiorire della bellezza agli ultimi anni trascorsi in disgrazia. In onda giovedì 6 luglio in prima serata su Rai 3

Chi era Laura Antonelli? Il documentario di Bernard Bédarida e Nello Correale, prodotto da Tìpota Movie Company in collaborazione con Rai Documentari, racconta le diverse sfaccettature dell’attrice, dagli inizi della sua vita, alla sua scomparsa, a Ladispoli, il 22 giugno 2015. «Sono soddisfatta della mia carriera, ma siccome voglio continuare a lavorare ed è difficile per un sex-symbol farla durare ancora 15/20 anni, ci vuole l’intelligenza di darle un’impostazione diversa» diceva l’attrice in un’intervista del 1990. In questa affermazione risiedono i paradossi esistenziali dell’attrice, conscia dell’effetto devastante che la sua immagine aveva sul pubblico. Prima di diventare la “Divina creatura”, Laura Antonelli aveva avuto “un’infanzia disperata e infelice”, come lei stessa amava dire. Nata da una famiglia di esuli istriani, profughi in giro per l’Italia nell’immediato Dopoguerra, grazie anche a una bellezza indiscutibile, approda a Roma all’inizio degli anni 60 e insegna educazione fisica, una professione piuttosto inusuale per una ragazza dell’epoca. Arrivano le pubblicità televisive, i primi fotoromanzi e alcuni piccoli ruoli cinematografici in una successione di commediole osées. Sono gli Anni di Piombo. Sul versante cinematografico si assiste alla progressiva affermazione della cosiddetta “commedia erotica all’italiana”, fatta di leggerezza, ironia, e un pizzico di volgarità. Laura Antonelli aveva già recitato in diverse pellicole, che spaziavano dal road-movie intellettual erotico italo-tedesco, “Venere in Pelliccia» di Massimo Dellamano, al racconto epico francese “Gli Sposi dell’Anno Secondo”, di Jean-Paul Rappeneau. Nel 1972 sceglie il ruolo che la caratterizzerà per la vita intera: quello di Angela La Barbera nel film “Malizia”di Salvatore Samperi. Il produttore Silvio Clementelli avrebbe voluto come protagonista Mariangela Melato, ma il regista volle Laura Antonelli, che aveva appena girato “Il merlo maschio”, nel quale l’attrice si mostrava in generosi e ironici nudi. Da quel momento la sua vita personale e artistica non sarà più la stessa. “Malizia”sbanca i botteghini: 6 miliardi di lire di incassi e il cachet della “Divina”passa da 4 a 100 milioni di lire. Finiscono però le interpretazioni serie, come l’intrigante “Gradiva” di Giorgio Albertazzi o la misteriosa Juliette Vaudreuil in “Sans mobile apparent” di Philippe Labro: il ruolo che le viene sempre affidato è quello della bambolina, della donnina leggera, a volte puttana, che non esita a esibire le sue parti intime. Sono gli anni della vita mondana, del successo e delle copertine dei rotocalchi. I viaggi da Roma a Parigi e a Londra, i flirt veri e presunti, il grande amore con Jean-Paul Belmondo. Le viene così cucita addosso la pelle del sex-symbol, preda facile di uomini vogliosi e senza scrupoli o di ragazzotti in pieno turbamento adolescenziale, un’immagine che delizierà il pubblico maschile di mezza Europa. Luchino Visconti la definiva “la donna più bella dell’Universo”, i maggiori registi italiani Risi, Comencini, Bolognini, Scola, se la contendevano, ma quasi sempre con il ruolo che il pubblico aspettava da lei. E poi è successo quel che succede spesso. L’età, quella bellezza, che era il suo fascino, diventa la sua dannazione. Lo stesso strepitoso successo che ne aveva fatto l’icona sexy italiana la porterà, dopo 19 anni, a una scelta infelice, “Malizia 2000”, il sequel della pellicola che le aveva dato la notorietà, ma che in breve tempo la trascina verso l’oblio e una fine tragica. Maltrattata dai chirurghi estetici, Laura Antonelli resta prigioniera di un volto sfigurato. A questo si aggiungono i guai giudiziari e la sofferenza economica che la portano all’esclusione e all’auto emarginazione. Una metamorfosi fisica e psicologica che la rende di fatto, negli ultimi anni della sua vita, irriconoscibile anche a chi la conosceva bene. Quando smette di recitare, nel 1991, ha solo 50 anni. Profondamente disgustata dal mondo dello spettacolo che l’aveva osannata, vive gli ultimi anni della sua esistenza reclusa in un modesto appartamento di Ladispoli, tra santini e statue della Madonna. Bernard Bédarida e Nello Correale hanno raccolto le testimonianze di alcune personalità del mondo del Cinema che hanno recitato con lei, tra cui Jean-Paul Belmondo, Giancarlo Giannini, Michele Placido, Claudia Gerini e Daniela Poggi; i ricordi dei suoi rari amici, Marco Risi, Francesca D’Aloja, Ivan Pavicevac e Simone Cristicchi.  

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Esistono gli italiani?

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LIBRI

L’incerta identità italiana è al centro dell’indagine di Giorgio Zanchini. Attraverso interviste, documenti e testimonianze, l’autore mette a confronto i tasselli di un puzzle di non facile composizione. Un viaggio che muove dalla questione meridionale, dal dualismo Nord-Sud, dal ruolo, talvolta non esercitato appieno, dello Stato

Come nasce questo volume?

Dallo stimolo di Marco Frittella, direttore di Rai Libri, di provare ad affrontare una sfida complicata, quella di rispondere a una domanda che gli italiani si pongono dai tempi di Guicciardini. Abbiamo provato a fare una piccola indagine con gli strumenti di un giornalista radiotelevisivo attorno a una domanda antica.

Cosa unisce e cosa divide gli italiani?

A unirli sono il dato linguistico e quello geografico. Il fatto di parlare la stessa lingua e di abitare lo stesso territorio. A dividerli sono tante cose, a partire dal fatto che l’Italia è un paese molto diverso, gli arabi dicevano che era troppo lungo per essere conquistato. E poi c’è una storia di divisioni che l’ha reso molto diverso da un’area all’altra. Sono quasi più gli elementi che dividono gli italiani di quelli che li tengono assieme. Di qui anche la definizione di “identità debole”.

Un’identità tanto sfaccettata ha in sé aspetti positivi?

Il bello dell’Italia è il policentrismo, le divisioni la rendono un Paese con tanti centri di generazione di cultura. Anche la produzione linguistica è molto ricca, la varietà rappresenta una dote.

Una sfaccettatura che riguarda anche il genio italiano, l’arte, la bellezza…

… ma anche paesaggi diversissimi e variegati, dalle Alpi ai laghi alle pianure del Mezzogiorno.

Cosa potrebbe rendere più solida questa identità fragile?

Se devo rispondere con una parola dico il buon governo. La fragilità nasce dal fatto che l’Italia è un Paese storicamente debole, diviso, e non sempre ben amministrato per mille ragioni. Siccome tutto deriva dalla storia siamo anche migliorabili: governi stabili, un’economia che funzioni, inclusione, potrebbero certamente aiutarci.

La politica sente la necessità di cambiare?

Penso di sì, anche se la realtà, dipendendo da numerosi fattori, è sempre più sfaccettata e mette in difficoltà la politica: penso al quadro internazionale, all’economia. La gestione della cosa pubblica in Italia non è stata all’altezza delle sfide della modernità e della globalizzazione. Altri Paesi ci sono riusciti meglio di noi, ma non dobbiamo essere pessimisti, tutto può migliorare.

Non una sola ma tante Italie, tu Giorgio Zanchini a quale appartieni?

Il mio è un auspicio. Mi riconosco nei nostri presidenti della Repubblica, almeno negli ultimi, che sono sempre stati all’altezza del ruolo.

Che cosa significa raccontare gli italiani?

Provare a dare loro la parola dal basso, come insegna Giuseppe De Rita (sociologo), non solo con analisi teoriche ma con delle inchieste, con viva voce della gente.

La Tv e la radio hanno contribuito a unire il Paese, che cosa succede oggi con i social?

I social acuiscono alcune tendenze alla frammentazione e all’indebolimento di un racconto comune. La televisione svolgeva la funzione di orologio sociale, che oggi svolge in modo diverso. La televisione ha ancora alcune ritualità che vengono molto seguite: le conversazioni pubbliche di chi non è più giovanissimo sono ancora molto legate ai mezzi di comunicazione di massa. I social creano mille nicchie e faglie generazionali abbastanza impressionanti. Non sono però convinto che non esistano più racconti comuni, tutt’oggi definiti dai mezzi di comunicazione di massa dai quali i social si abbeverano spesso. È come se il sistema si fosse complicato ma gli attori del Novecento ancora resistono, ancora costruiscono un racconto comune.

Con gli ascoltatori e i telespettatori hai diverse occasioni di confronto, che cosa hai capito di noi italiani?

Che dipende moltissimo dal luogo in cui ci si ascolta e ci si parla, ma questo è così nella vita. A “Radio anch’io” il pubblico è diverso da quello di Radio 3, da quello di “Quante storie”, da quello di “Rebus”. Mi diverte molto confrontarmi, misurarmi e ascoltare le voci anche di chi non la pensa come me. Ad esempio, a  “Radio anch’io” il dibattito è particolarmente vivo e caldo e lì mi misuro con tanti italiani che la pensano in modo diverso dal mio, ed è sempre interessantissimo.

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Non è più il tempo di “scegliere”

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MONICA SETTA

«Ci siamo concentrati sulle cosiddette “sliding doors”, le famose porte girevoli della vita. È un racconto sul femminile, su quel bivio che cambia per sempre la vita di una persona» afferma la giornalista che dal 5 luglio è al timone di “Storie di donne al bivio”, in seconda serata Rai 2

“Storie di donne al bivio”, un programma che riprende uno storico marchio Rai, come nasce l’idea di questa nuova avventura?

Il programma riprende solo vagamente il titolo dello storico “Donne al bivio”, noi ci siamo concentrati sulle cosiddette “sliding doors”, le famose porte girevoli della vita. È un racconto sul femminile, su quel bivio che cambia per sempre la vita di una persona. Non avremo contributi, né racconti filmati, non attingeremo all’archivio delle Teche Rai, ma tutto si baserà sulla confidenza tra amiche. Le prime ventiquattro donne intervistate sono, infatti, mie amiche che si sono raccontate come non avevano mai fatto prima.

Qual è stata la tua reazione di fronte ai loro racconti?

Ascoltando queste storie, ho chiesto loro se avessero voglia di continuare o se fosse il momento di interrompere un racconto emotivamente molto forte. Ho avuto un approccio quasi contrario a quello che normalmente si fa nel giornalismo, ovvero spingersi fino al limite per avere la notizia a tutti i costi. La mia è stata una chiave narrativa mai invasiva, basata solo sulla libera confidenza dell’intervistata.

Che cosa rappresenta questo programma per un conduttore del Servizio Pubblico?

È un modo per raccontare a che punto si è oggi sul tema della conciliabilità, che troppo spesso obbliga una donna a scegliere tra famiglia e carriera, tra figli e cura dei genitori, situazione emersa in maniera ancora più evidente dopo il Covid. Il prezzo più alto, ricordiamo, anche dal punto di vista occupazionale, lo hanno pagato proprio le donne. Sono stata una delle prime giornaliste economiche, a trent’anni ero caposervizio de “La Voce” di Montanelli e uno dei filoni che seguivo era proprio quello dell’empowerment femminile. La narrazione comune era proprio quella che una donna in carriera doveva sacrificare qualcosa della sua vita. Oggi però, grazie ai modelli maggiormente rappresentativi – da una parte Giorgia Meloni, prima premier donna, dall’altra Elly Schlein, la prima segretaria di un partito – la questione può essere approfondita meglio. Allo slogan “famiglia o carriera”, “figli o lavoro”, abbiamo voluto sostituire la “o” con una “&”, mettendoci in ascolto, sciogliendo questa matassa di vita per lasciare spazio alle storie e alla possibilità di comprendere che, oltre alla tesi e alla antitesi, è possibile anche una sintesi. La nostra è certamente una piccola testimonianza, seppur importante, di donne che, in un modo o nell’altro, questa sintesi l’hanno realizzata.

Qual è invece la testimonianza delle donne che hai incontrato?

Da parte mia non c’è alcuna valutazione, ho diviso come sempre in maniera estremamente rigorosa i fatti dalle opinioni, limitandomi al lavoro di cronista, portando così in tv storie di donne che pur occupando posti importanti nella politica, nell’economia e nel management, sono madri, hanno una famiglia, non hanno rinunciato all’amore e alla cura dei propri cari. La lunga marcia di avvicinamento alla possibilità di “armonizzare” tutto è iniziata, la strada è ovviamente molto lunga, non si può non tenere conto del gender gap salariale, del welfare state o dell’occupazione femminile, però ci sono piccoli segnali importanti di cambiamento.

E su questo bisogna lavorare…

Nella prima parte del programma, quella estiva, abbiamo incontrato donne famose, giornaliste come Emma D’Aquino e Candida Morvillo, la dottoressa Emma Borrelli, Paola Ferrari De Bendetti e tante altre, prevalentemente volti noti. Nel secondo ciclo, che partirà a metà ottobre, andremo ad approfondire le storie di eroine della porta accanto, di chi, per esempio, è riuscita a organizzare la propria vita, privata e professionale, pur essendo plurimamma. Emerge uno spaccato sociale interessante, dopo anni in cui si poneva l’attenzione sull’impossibilità di operare una sintesi.

Nel rapporto intervistatrice-intervistata come si ottiene la fiducia?

Ci sono vari metodi, tutto dipende, secondo me, dal dato anagrafico. C’è una classe di colleghe giovani che, proprio per l’età, hanno un approccio più aggressivo. È assolutamente fisiologico, lecito e deontologicamente corretto. È il mestiere. Io, invece, appartengo a una classe anagrafica più agée, sono abituata a essere molto più paziente, entrante. Il mio metodo si è sempre basato sul creare un rapporto di fiducia, è successo anche per questo programma. In questa relazione il mio intervistato sa perfettamente che può tirarsi indietro in qualsiasi momento, che non è in trappola. Penso che dipenda dall’esperienza maturata negli anni, i giovani giornalisti della Generazione Z sono veloci, puntano allo scoop, alla notizia a tutti i costi, cercano di strappartela. Io preferisco portare a casa una notizia sempre con il consenso, senza creare alcuna rottura.

Un bivio è spesso un momento di ripartenza, quanto è più difficile per una donna?

Assolutamente sempre più difficile che per un uomo, è una strada in salita, ma ci sono degli spiragli. Anche se lentamente, l’economia sta ripartendo, l’Italia sta facendo meglio dei nostri partner europei, Germania in testa, diciamo che l’occupazione femminile se ne sta avvantaggiando. È solo l’inizio di una inversione di tendenza, i numeri sono ancora troppo piccoli, ma è la strada giusta. Si deve spingere, per esempio, sulla natalità, aiutare le donne a non avere rimpianti, a non dover più scegliere tra la propria carriera e tutto il resto.

In un universo così complesso come quello femminile, qual è la caratteristica che più apprezzi di una donna?

La sincerità, la schiettezza e la concretezza. Ritengo che una grande dote femminile sia il pragmatismo, l’uomo si fa più illusioni, sogna più in grande, una donna ha un’umiltà di fondo. Nel mio caso specifico, per esempio, aver mantenuto un simile atteggiamento, mi ha consentito di attraversare una vita professionale molto ricca, ma anche complessa, con alti e bassi a volte destabilizzanti. Io ce l’ho fatta perché sono riuscita a rimanere con i piedi per terra, senza mai farmi nessuna illusione.

Abbiamo parlato di donne, come pensi possano accogliere questo programma gli uomini, il pubblico maschile?

È una bellissima domanda ed anche uno dei grandi punti interrogativi che ci siamo posti con il direttore Paolo Corsini, un uomo molto concreto che guarda al risultato. Prima di confermare il programma ha aspettato che “Generazione Z” ottenesse una media del 5 per cento di share. Convincerlo non è stato facile perché si tratta di un programma di genere, come esempio posso citare “Ciao maschio” di Nunzia De Girolamo, un’amica, una professionista che stimo moltissimo e che ha saputo raccontare in maniera originale le dinamiche emotive degli uomini. Vedremo quale sarà la reazione del pubblico maschile.

Hai pensato mai se fossi stata tu dalla parte delle intervistate?

Mi sono messa spesso nei panni delle intervistate, scoprendo un’altra grande capacità femminile, quella di tenere i tormenti per sé. Una storia, bellissima e molto forte, che il pubblico potrà vivere seguendo il programma, è quella di Paola Ferrari De Benedetti. Per la primissima volta ha raccontato in tv del travaglio vissuto quando aspettava la sua seconda figlia. Durante la gravidanza a un certo punto, dopo l’amniocentesi, l’ospedale le ha comunicato che la bambina avrebbe potuto avere il gene della sordità, probabilmente sarebbe stata anche muta e, se avesse voluto, sarebbe potuta ricorrere all’aborto terapeutico. Il suo racconto è stato emotivamente molto potente, ma non ha mai voluto interromperlo, perché voleva condividere con tutti noi la totale assenza di dubbi sulla scelta, un atto d’amore grandissimo per la sua bambina che oggi è una ragazza e sta bene. Un uomo si sarebbe soffermato di più sulle conseguenze, mentre, come nel caso appena raccontato, la risposta è stata “no, porto avanti la mia vita”.

L’augurio di Monica Setta a chi condividerà questo viaggio…

Di riuscire a perfezionare sempre di più quella che io chiamo “capacità e opera di sintesi”, ovvero arrivare a non dover essere costrette a scegliere tra famiglia e carriera, pretendere sostegno dalla politica e dalle istituzioni e un cambio di passo e di mentalità. Non è più opportuno affermare in maniera assurda e surreale che una donna può tutto, certamente può tenere insieme le cose importanti della propria vita.

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La croce e la svastica

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I cristiani deportati e uccisi a Dachau dai nazisti, al centro del lavoro del regista Giorgio Treves. Giovedì 29 giugno alle 21.20 su Rai 3

Il regista Giorgio Treves, che ha già raccontato la shoah nei suoi documentari, ritorna con “La croce e la svastica”, proposto in prima serata su Rai 3 giovedì 29 giugno, ad affrontare l’argomento, ma questa volta spostando il punto di vista sui cristiani che furono vittime dei nazisti, deportati ed uccisi nel campo di Dachau.

Il documentario in due puntate si sviluppa come un viaggio e una ricerca personale dell’autore che, attraverso le testimonianze di alcuni sopravvissuti e le ricostruzioni degli storici, vuole comprendere e fare chiarezza anche sui rapporti tra la chiesa cattolica, quella protestante e il nazional socialismo.

Giorgio Treves comincia la sua ricerca partendo dall’Archivio Vaticano Segreto, un luogo che è stato oggetto di un recente proposito di Papa Francesco: quello cioè di togliere i sigilli riguardanti il pontificato di papa Pio XII, con lo scopo di chiarire la posizione della chiesa durante la II guerra mondiale.

Le ricostruzioni storiche si alternano a momenti emotivi: le storie personali, i ricordi, gli aneddoti di coloro che vissero in prima persona questa tragedia.

La seconda puntata entra nel vivo dell’ascesa del nazismo, che con il Paragrafo Ariano porterà a compimento lo sterminio ebraico, e si conclude interrogandosi sull’atteggiamento messo in atto dal Vaticano. Cosa avrebbe potuto fare la Chiesa? Cosa, forse, mancò di fare?

Il percorso termina nel lungo viale alberato di Dachau, con un finale che, presentando le recenti manifestazioni neonaziste, è un monito volto a scongiurare la reiterazione di simili atrocità.

I capitoli sono argomentati da storici italiani, francesi e tedeschi, intervallati da materiale inedito dagli archivi: Bundenarchive, Les Ateliers Des Archives, Critica Past e Istituto Luce solo per citarne alcuni.

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L’Italia a passo lento

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LINO ZANI

Alpinista, maestro di sci, profondo conoscitore delle vette più belle d’Italia, il sabato su Rai 1 racconta i sentieri delle nostre montagne

“Linea Verde Sentieri” ha conquistato i telespettatori. Lino è soddisfatto di questa esperienza?

Sono un uomo di montagna, nato e cresciuto sui monti, non potevo che fare un programma sui sentieri, sui quali ho camminato sin da bambino per raggiungere i rifugi, le vette. Camminare sta tornando molto di moda, d’attualità, anche senza una meta precisa, perdendosi nella natura. Quando cammini, in solitudine o in compagnia, la mente va a pieni giri. Questa trasmissione, che ci porta per sentieri, ci sta premiando con gli ascolti: la gente si sta appassionando al cammino e alla scoperta dell’Italia a passo lento.

Dove ci portate in questa seconda stagione?

Abbiamo già registrato puntate in Calabria e in Puglia, adesso siamo in Trentino e saremo presto in Alto Adige. Stiamo risalendo l’Italia per andare poi in Basilicata, in Lombardia, Valle d’Aosta, Piemonte. Proporremo dodici sentieri uno più bello dell’altro. Nei giorni scorsi abbiamo camminato lungo un sentiero che da Otranto porta a Santa Maria di Leuca, è stato un sogno camminare sugli scogli, a bordo mare. Una cosa incredibile, non sarei più venuto via.

Come scegliere il sentiero più giusto per ognuno di noi?

Bisogna sempre informarsi prima di partire. Ci sono sentieri molto belli ma altrettanto difficoltosi, attrezzati, ci sono le vie ferrate. Penso ad esempio al Sentiero dei fiori, che nonostante il nome, ti conduce sopra i 3 mila metri, dove di fiori ce ne sono ben pochi. Il nome ti può ingannare (sorride). Devo dire che i sentieri del CAI sono sempre ben segnati, è difficile perdersi. E poi ci sono i sentieri classici, i cammini come la Francigena. In Trentino stiamo facendo un percorso nei pressi di Folgaria e Lavarone, un sentiero percorso dai soldati durante la Prima guerra mondiale.

Quali sono le regole per vivere la montagna, i cammini, e farlo in sicurezza?

È fondamentale avere sempre una bella scorta d’acqua nello zaino e anche qualcosa da mangiare. Quindi vestirsi a cipolla, perché d’estate si cammina sì in maglietta, ma quando arriva un temporale la temperatura cala anche di quindici gradi di colpo e si rischia l’ipotermia, soprattutto se si è bagnati e in quota. Insieme ai temporali c’è anche il rischio dei fulmini, è quindi importante non fermarsi sotto le piante isolate e non stare mai in gruppo. Per quanto riguarda le scarpe devono essere comode per evitare la formazione di vesciche: se sono nuove prima di indossarle in cammino è decisamente meglio provarle a casa.

Come vive la popolarità televisiva raggiunta anche grazie a “Linea Bianca”?

Mi dà grande soddisfazione. Mi è capitato di incontrare persone che stavano facendo un sentiero che ho proposto in Tv, seguendo i miei consigli. Questo significa che la gente si sta appassionando e che sono anche credibile, cosa per me molto importante. Sono un uomo di montagna, ho fatto gli 8 mila metri, ho camminato ovunque. Sono felice di riuscire a descrivere e a fare incuriosire il pubblico, che apprezza anche la spontaneità del nostro racconto.

Quale consiglio ha dato alla sua compagna di viaggio Margherita Granbassi per affrontare al meglio le camminate lungo i sentieri?

Margherita è stata una vera scoperta. Viene dal mondo dello sport, è abituata a soffrire, a impegnarsi. Affronta le camminate serenamente da vera sportiva. Lei soffre un po’ di vertigini e l’ho un po’ aiutata ad affrontare il vuoto e l’arrampicata.

Cos’è per lei la montagna?

Tutto e mi ha dato tutto, non posso che ringraziarla. Ogni volta che sono in montagna mi sento l’uomo più felice del mondo. Per me, come per Margherita, percorrere questi sentieri è più un divertimento che un lavoro.

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Sempre libera e allegra

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NON SONO UNA SIGNORA

Alba Parietti, che sta per tornare sul piccolo schermo con uno show dedicato alle drag queen, incontra il RadiocorriereTv:  «Un viaggio nella fantasia. Il travestimento porta i concorrenti a raccontarsi in una maniera molto affascinante, introspettiva e profonda». Su Rai 2 dal 29 giugno in prima serata

Ha avuto spesso un ruolo di spartiacque, di rottura nel mondo della Tv, fu così con un programma di calcio in anni in cui la conduzione al femminile non era proprio data per scontata, “Galagoal”, è stata la prima donna a condurre “Striscia la notizia”, ha sperimentato un modello di comicità nuova con “Macao”… sarà così anche questa volta?

Speriamo, mi piacerebbe. È sicuramente una sfida, come lo sono state quelle del passato, da “Galagoal” a “Macao”. Sono abituata, e questa è una sfida difficile, un programma su cui potevano accumularsi luoghi comuni, pregiudizi, paure. Invece è un programma molto divertente, leggero, e che potrebbero vedere anche i bambini. È pieno di colore e di fantasia. Al divertimento e allo spettacolo si mischiano delle riflessioni sul fatto che ognuno dei concorrenti, interpretando un ruolo completamente diverso e diventando una drag per una notte, prova delle emozioni, scopre una parte di sé che magari non conosceva e lo diverte.

“Non sono una signora”, un titolo che ci dà alcuni indizi sul mondo in cui ci porterete. Che viaggio sarà?

Un viaggio nella fantasia, se vogliamo siamo tutti abituati alle trasformazioni. In qualche maniera lo facciamo fin da bambini, sempre come un gioco divertente e che appartiene solo a determinate situazioni. Poi, nella realtà, secondo me abbiamo tutti voglia di divertirci trasformandoci. Magari è il sogno per una sera. Devo dire che per tutti i partecipanti è stato un viaggio in una parte inesplorata di loro stessi, ma dietro alla quale non per forza deve esserci chissà quale messaggio subliminale. Semplicemente una parte di fantasia rimasta, magari, inesplorata. La sfida è di diventare una drag, questo porta i concorrenti a raccontarsi in una maniera molto affascinante, introspettiva, profonda.

Con quali criteri sono state scelte le drag che prendono parte al programma?

Dovevano essere persone con il coraggio e la voglia di mettersi in gioco. Fare la drag è un mestiere. Per farlo ti devi sottoporre a ore di trucco, devi saperti muovere sui tacchi, avere una capacità di interpretare. Le drag sono delle artiste. Un tempo gli uomini interpretavano ruoli femminili quando alle donne non era consentito fare teatro, poi c’è stato il movimento a New York. Drag è sinonimo di libertà e di allegria.

Lei è una donna di spettacolo, cosa deve avere una performance per fare centro?

Divertimento e accettazione. Chi non è riuscito nell’impresa, ed è stata cosa rara, è chi ha messo un blocco, aveva paura. È successo forse solo in una occasione, tutti gli altri concorrenti si sono divertiti, hanno capito perfettamente qual era lo spirito del gioco.

Quello dell’identità di genere è un tema molto discusso, in televisione come nei social…

È sicuramente un tema importantissimo, caldo e sentito. Per altro sono sempre stata dalla parte di chi aveva voglia e diritto di essere ciò che voleva, perché il modo migliore per vivere felici è proprio lasciare che ognuno possa assomigliare all’ideale che ha di se stesso. Sono stata fraintesa persino quando ho usato il termine etero per quelli che partecipano al programma, ma sostanzialmente è la verità. L’identità di genere è un tema delicato, ogni parola che utilizzi viene usata per creare una polemica sterile, inutile, quando in realtà il senso è solo quello di divertirsi, di portare uno spettacolo brillante dove ognuno assomiglia a un ideale che ha di se stesso. Lo puoi fare in un giorno  qualsiasi dell’anno e non solo la sera di carnevale o di Halloween perché ti viene data la possibilità. Tutti i concorrenti mi son sembrati più che entusiasti di avere partecipato e di aver vissuto un’esperienza allegra, festosa e divertita.

Il travestimento, più per nascondersi o per raccontarsi?

Per raccontarsi. Io lo faccio costantemente con il travestimento. Cambio pettinatura, mi piace trasformarmi, giocare. Gli attori hanno la possibilità di farlo ogni giorno interpretando ruoli diversi. Noi, invece, abbiamo la fortuna di poter interpretare il ruolo che ci pare. Che non è essenzialmente solo recitare una parte, ma prendere qualcosa che ognuno ha dentro di sé. Abbiamo tutti una parte schizofrenica in fondo, nel senso buono.

Ha mai rischiato di omologarsi a ciò che non le assomiglia proprio?

Forse solo per un brevissimo periodo, sempre per essere accettata. È stato probabilmente uno dei periodi più bui della mia vita, ma è durato pochi mesi. In genere lo si fa per amore, per non essere emarginati. Ma la verità è che quello è il momento in cui sei più infelice in assoluto.

Che cosa la fa sentire una donna libera?

La mia storia personale, il fatto che ogni giorno ho potuto fare ciò che volevo, pur avendo vissuto grandi successi professionali, e avuto una vita sentimentale molto appagante, anche con sofferenze, come capita a tutti. Ho sempre scelto gli uomini che mi piacevano e di cui ero innamorata, non ho mai fatto scelte di convenienza ma di libertà. Nella vita, nel lavoro, nell’amore, nel non volermi arrendere. Penso alla solita monotona tiritera, alla gente che deve stabilire cosa possa fare o non fare una donna a 61 anni. Questo fa ridere, come se l’età fosse una targa, o come se tu fossi costretta dalla società ad avere un ruolo piuttosto che un altro. Questo accade perché spaventi, mica perché non te lo puoi permettere.

C’è qualcosa che la scandalizza?

La gente che non ha rispetto della dignità degli altri, qualsiasi forma di dignità.

Il fatto che ci siano persone che pensino di poter giudicare la vita degli  altri.

Le è capitato di essere prevenuta nei confronti di qualcosa o qualcuno per poi cambiare idea?

Sì, assolutamente, e mi sono anche un po’ vergognata di me stessa. Mi è capitato e ho reagito riflettendo su quanto fossi stata stupida.

Ha cominciato giovanissima e ha vissuto anche la grande Tv di ieri. Cosa le manca di quegli anni?

Della Tv di ieri mi mancano i grandi professionisti che ci sono stati, eccezionali. Ho lavorato con i più grandi in assoluto, nei grandi show. C’era grande rigore, oggi la televisione è più consumistica, produce ore e ore di programmi e questo spesso va a danno del prodotto. Noi lavoravamo per più tempo su una trasmissione senza l’ossessione di fare tutto in fretta.

Siamo nell’era dei social, proverebbe a descriversi nello spazio di un tweet?

Alba, una persona libera e allegra.

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La Maratona delle Dolomiti

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SPORT E CULTURA

La pedalata sulle strade che hanno fatto e faranno la storia del ciclismo di ieri, di oggi e di domani. In diretta su Rai 2 domenica 2 luglio dalle 6.15 alle 12.00

Un evento imperdibile per ogni appassionato di ciclismo e non solo: è la Maratona delle Dolomiti, giunta alla trentaseiesima edizione, che anche quest’anno sarà trasmessa in diretta su Rai 2, dalle 6.15 alle 12.00, domenica 2 luglio.  La Maratona si snoda tra le montagne Patrimonio dell’Umanità Unesco, con partenza e arrivo in Alta Badia. Tre sono i tracciati proposti, con diversi gradi di difficoltà: il percorso maratona (138 km e 4230 metri di dislivello), un percorso medio (106 km e 3130 metri di dislivello) e il Sellaronda (55 km e 1780 metri di dislivello). Campolongo, Pordoi, Sella, Gardena, Giau, Falzarego e Valparola: pedalare sui passi dolomitici è come ripercorrere l’epica del ciclismo stesso e, per l’occasione, lo si può fare, sulle strade rigorosamente chiuse al traffico. Gli iscritti sono 8000, di cui 4000 sorteggiati e 4000 partecipanti di diritto, ma le richieste totali sono state 27.000 da tutti i continenti. Insomma, un evento sempre più seguito che, al di là della competizione sportiva in sé, diventa l’occasione per mostrare e far conoscere un territorio di straordinaria bellezza. E proprio la diretta della Rai, come di consueto, va in questa direzione. Oltre a seguire le gesta dei maratoneti, si racconteranno storie, si ospiteranno personaggi noti e meno noti, si mostreranno paesi e paesaggi, si parlerà della cultura ladina, che proprio tra queste montagne ha la sua culla, con le sue usanze e le sue tradizioni. Lo farà il vicedirettore di Rai Sport Alessandro Fabretti da uno studio allestito a Corvara in Badia. Con lui, tra gli altri, anche l’ex campione di ciclismo Giovanni Visconti e Beppe Conti, che ricorderà le salite storiche del Giro d’Italia proprio su questi passi e tra queste montagne. La telecronaca della Maratona è invece affidata a Silvano Ploner, sulla moto ci sarà Marco Saligari e per le interviste Marco Tripisciano.

Come di consueto, un tema accompagna e caratterizza la Maratona. Quest’anno il filo conduttore è l’Umanità. Il logo della trentaseiesima edizione, infatti, è un codice a barre in cui si legge Umanitè (Umanità in ladino), un modo per riflettere sul futuro di tutti noi, codificati, classificati, monitorati. Non mancherà poi l’aspetto solidale con due progetti di beneficenza: uno per sostenere percorsi di arrampicata e di avventura per bambini affetti da gravi patologie e uno di formazione e recupero per giovani in Madagascar, a Buenos Aires, in Sud Sudan e in Afghanistan.

Per chi non potesse seguire la diretta, la sintesi della Maratona sarà trasmessa sempre domenica 2 luglio in serata su Rai Sport HD.

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Vi aspettiamo sul 2

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HAPPY FAMILY     

In diretta dalla sala B di via Asiago a Roma parte la versione estiva del morning show con Ema Stokholma e i Gemelli di Guidonia. Appuntamento dal lunedì al venerdì dalle 8.35 alle 10.35 su Rai Radio 2 e in contemporanea su Rai 2 dalle 8.45 alle 10.00. Il RadiocorriereTv ha incontrato i protagonisti del programma

Anche quest’anno niente vacanze e di nuovo tutti insieme al lavoro…

EMA: La vera vacanza è quando fai un lavoro che ti piace (sorride).

EDURDO: Parla per lei eh… (ride) ci divertiremo sicuramente come l’estate scorsa.

GINO: Ci divertiremo anche di più!

E come l’estate scorsa si andrà in diretta…

EMA: Su Radio 2 e su Rai 2 tutte le mattine…

EDUARDO: Giochi, interazioni, personaggi…

EMA: Camicie…

PACIFICO: Camicie coloratissime…

EMA: Ospiti non lo sappiamo, perché comunque si sono svegliati presto tutto l’anno per andare da Fiorello e quindi non verranno da noi. Comunque bastiamo noi!

Avete un buon proposito per l’estate?

EMA: Ops, ci cogli di sorpresa…

PACIFICO: Speriamo di divertirci e di divertire il pubblico a casa…

EMA: Falsooo…

In famiglia le bugie sono consentite?

EMA: Quelle bianche sì (sorride). Prometto di essere sempre onesta e sincera con il pubblico. Per questo motivo qualsiasi cosa faranno i Gemelli che non sarà veritiera io dovrò proprio dirlo.

GINO: Dovrà farlo ogni due secondi, perché tutto quello che facciamo, a partire dai personaggi, è invenzione, pur basandoci anche sull’attualità.

A proposito di personaggi imitati, chi ritroveremo? Ci sono novità?

GINO: Non possiamo spoilerare nulla.

EMA: Avremo novità nuove (ride). Ecco, è il momento di essere onesti e dire la verità: dobbiamo ancora fare la riunione (ridono).

EDUARDO: Ma di contenuti nuovi ne avremo tantissimi, li abbiamo tutti in testa…

PACIFICO: Diciamo che saremo in Sala B, ma non sembrerà la Sala B…

Che cosa vi ha insegnato la prima edizione di “Happy family?”

EMA: Che quando sono in onda in radio posso togliermi le scarpe.

GINO: Sempre profonda Ema! Noi invece abbiamo imparato che in Tv è meglio tenere le scarpe.

EMA: Adesso sono seria e dico che nell’ultimo anno ho cambiato ritmo di vita. Ho fatto per molto tempo la dj e svegliarmi presto per venire qua è stata una novità, ma una volta iniziato il programma ho scoperto il piacere di stare qui con voi. Gemelli, ve lo dico sempre che vi voglio bene. Stiamo molto bene insieme.

EDUARDO: Lo stesso vale per noi, in questo siamo stranamente onesti.

Dove sareste andati in vacanza se non ci fosse stato il lavoro? La risposta “in via Asiago” non è consentita…

EDUARDO: Un bel viaggio all’estero l’avrei fatto volentieri…

EMA: Ma vai pure… (ride). Io rispondo da francese che vive in Italia, paese che amo. Per me stare a Roma in agosto è già una vacanza. La vivo un po’ così, nel pomeriggio vado in giro per la città…

GINO: La classica banalità che Roma ad agosto è bellissima…

Gemelli, avete portato Ema a Guidonia?

PACIFICO: Noooooo…

EMA: È vero…

EDOARDO: Ci sono il museo, la torre che pende

EMA: Dobbiamo andare, ci hai dato un’idea geniale…

GINO: Ema a Guidonia…

EMA: E loro a Stoccolma.

(ridono tutti)

Una promessa e un saluto al pubblico del RadiocorriereTv…

EMA: Da parte mia onestà e sincerità sempre per voi, col cuore.

EDOARDO: Ce la metteremo tutta per farvi divertire.

EMA: Non funzionerà!

PACIFICO: Vi aspettiamo perché protagonisti del programma sarete anche voi…

Gemelli, una canzone da dedicare a Ema l’avete?

GEMELLI: “And I will always love you…” (intonano il brano di Whitney Houston)

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