Il RadiocorriereTv intervista il direttore di Rai Documentari. «Per funzionare un documentario deve raccontare una storia o indagare una realtà che suscitino interesse nello spettatore. E deve farlo con un linguaggio narrativo moderno»
NAPOLI 07 LUGLIO 2023 PHOTOCALL DI PRESENTAZIONE DELL’ OFFERTA RAI 2023/2024.
NELLA FOTO FABRIZIO ZAPPI
Documentare i grandi
protagonisti, contemporanei e non. Qual è la linea editoriale del Servizio
pubblico?
Per Rai Documentari
consiste nel raccontare attraverso il linguaggio del documentario di creazione
i grandi protagonisti e gli avvenimenti emblematici nei quali si è condensata
la storia recente del nostro Paese, perché offrono un punto di vista privilegiato
per comprendere meglio un’epoca e le radici storiche e culturali del nostro
presente. Direi che sia i documentari più direttamente impegnati nel racconto
storico, sia quelli che per alcuni aspetti sono caratterizzati da un tono
leggero, cercano di dare un contributo alla costruzione dell’identità degli
italiani, colta nella sua storicità e nelle sue manifestazioni più
interessanti.
Uno dei titoli di punta
è il racconto di Lucio Battisti, ci spiega questa scelta?
Grazie alla
collaborazione artistica con Mogol, la sua musica e le sue canzoni hanno
segnato una rottura definitiva nella musica italiana e hanno influenzato
fortemente la cultura popolare, contribuendo alla formazione
della grammatica emotiva di milioni di italiani. Si tratta di un documentario
che rientra in una linea editoriale specifica che Rai Documentari dedica alla
musica italiana con prime serate su Rai 1, della quale fanno parte i
documentari dedicati a Franco Battiato (“Il coraggio di essere Franco”) e ai
Pooh (“I Pooh. Un attimo ancora”), che sono andati in onda nella scorsa
stagione ottenendo risultati straordinari in termini di share e di pubblico, dimostrando come il
documentario narrativo possa essere competitivo con le altre forme dello
storytelling televisivo, ovviamente con costi contenuti e molto interessanti
dal punto di vista strategico.
Cosa deve avere una
narrazione documentaristica per funzionare?
Sicuramente deve
raccontare una storia o indagare una realtà che suscitino interesse nello
spettatore. L’altro importante requisito è il linguaggio narrativo, che deve
essere moderno, competitivo con le altre forme dello storytelling e dialogare con altri linguaggi, dalla
fiction all’animazione. Un esempio è il documentario “4 giorni per la libertà.
Napoli 1943”, che andrà in onda a settembre in occasione della ricorrenza
dell’insurrezione di Napoli contro l’occupazione nazista, per il quale ci siamo
avvalsi dell’animazione per ricostruire alcune azioni eroiche, di sequenze
cinematografiche del capolavoro di Nanni Loy del 1962, ma anche di un brano rap napoletano cantato da Massimiliano
Gallo e della voce narrante di Luisa Ranieri.
Quali sono le principali novità in onda da
settembre?
“Lucio per amico.
Ricordando Battisti”, che andrà in onda in prima serata su Rai 1 il 13 settembre.
Sempre sulla rete ammiraglia andrà in onda un documentario dedicato a Claudio
Cecchetto, che ci condurrà attraverso la musica nel cuore degli anni Ottanta e
Novanta grazie alle interviste dei più grandi talent televisivi e musicali di oggi che
furono lanciati da Cecchetto. Su Rai 2 ritorna il generecrime con una serie di titoli che raccontano
casi di omicidio rimasti scolpiti nell’immaginario collettivo, mentre su Rai 3
una serie di otto appuntamenti settimanali metteranno a fuoco la storia recente
del nostro Paese e la vita di alcuni personaggi della cultura e dello
spettacolo italiani: da Tortora a Totò, da Giorgio Gaber a Enrico Mattei.
L’offerta del prime time sarà affiancata da numerosi
documentari rivolti al pubblico della seconda serata e del day time, dove troveranno
spazio formati più brevi con biografie di personaggi contemporanei che hanno
raggiunto l’eccellenza nel loro campo, e documentari di carattere sociale e
istituzionale che arricchiranno l’offerta nello spirito di servizio pubblico
che la Rai svolge per il Paese.
Tra i protagonisti di “Noos” su Rai 1 incontra il pubblico con ironia e semplicità: «Il divulgatore fa un po’ da ponte fra scienza e società»
Come è nata la sua passione per la
chimica?
La passione per la chimica è nata già
da quando ero bambino, come quella per le scienze in generale, perché io sono cresciuto
in un paesino di 4000 abitanti circondato da boschi. Quindi sono cresciuto,
circondato dalla natura e non si può non rimanerne affascinati. La chimica in
particolare: oltre ad aver avuto lungo tutto il percorso di studi dei docenti
molto bravi di scienze che mi hanno fatto appassionare alla chimica, è una
disciplina ponte, che ti collega al mondo sub microscopico degli atomi e delle
molecole, al mondo macroscopico che ci circonda. In questo passaggio, in questo
legame che crea, io mi ci perdo.
Quanto capire la chimica può aiutarci
nella quotidianità?
Tantissimo, perché in realtà tutto
quello che ci circonda è chimica, siamo circondati da chimica. Noi stessi siamo
delle macchine molecolari, delle macchine chimiche molto, molto complesse.
Rimaniamo in vita per una serie di reazioni chimiche che avvengono in ogni
istante nel nostro corpo. Conoscere non delle cose complicate, ma almeno dei
concetti di base della chimica ci aiuta a cucinare, perché la cucina è una
serie di reazioni chimiche. A pulire casa, per sapere quale prodotto utilizzare
per quella determinata macchia, senza farci fregare da certi siti che
propongono rimedi naturali che poi alla fine non funzionano. La chimica è
davvero straordinariamente utile, se compresa, per navigare la nostra vita
quotidiana.
Cosa significa essere un divulgatore?
Credo che essere un divulgatore
voglia dire offrire un servizio alle persone, mettersi al servizio della
cittadinanza. Viviamo nella società della conoscenza, forse mai come prima
d’ora sapere è potere. E allora, rendere accessibili dei concetti che possono
essere anche molto complessi, senza sminuire questa complessità, il classico
semplificare senza banalizzare la conoscenza prodotta dall’industria
scientifica, credo che sia fortemente democratico. La divulgazione è uno degli
strumenti della democrazia all’interno della società della conoscenza e quindi
il ruolo del divulgatore è quello di mettere in contatto dei mondi che
altrimenti difficilmente si parlerebbero, perché la scienza viene fatta nei
laboratori, nelle riviste accademiche. Eppure, la scienza ha ripercussioni
gigantesche sulla società e la società ha ripercussioni gigantesche sulla
scienza. Il divulgatore fa un po’ da ponte fra queste realtà.
Fisica e chimica, amiche o nemiche?
Direi molto amiche. Non ci sarebbe
fisica senza chimica e non ci sarebbe chimica senza fisica, tant’è che una
delle discipline che più mi appassionavano quando studiavo chimica, si chiamava
chimica-fisica, la disciplina ponte tra la chimica e la fisica. Non possono
l’una fare a meno dell’altra, sono entrambe discipline fondamentali, e quando
si parlano tirano fuori delle cose strepitose.
Quali sono le difficoltà che
incontra?
Trovo che la difficoltà maggiore sia
vincere quella che in gergo tecnico si chiama chemofobia, la paura che un po’
tutti abbiamo delle sostanze chimiche, ciò che percepiamo come chimico,
sintetico, fatto dall’industria, istintivamente ci spaventa. E questo ce
l’abbiamo un po’ tutti. Perché comunque, parliamoci chiaramente, nella seconda
metà del secolo scorso l’industria chimica alcune volte non si è comportata in
maniera ineccepibile. Da lì si è creata una frattura con la società e adesso
parlare di chimica è complesso perché c’è scetticismo. La difficoltà che trovo
è quella di riuscire a ricucire il legame fondamentale tra industria chimica e
cittadinanza, fra chimica e cittadinanza.
Cosa le ha insegnato Piero Angela?
Forse l’insegnamento più grande che
ho ricevuto da Piero, nel vederlo lavorare, è stato l’incredibile attenzione
che aveva per il suo pubblico. L’ultima
stagione di “Superquark+” l’abbiamo girata a luglio, sappiamo che Piero ci ha
lasciato poco dopo. E lui, fino all’ultimo, ha riletto, approvato o modificato,
ha dato suggerimenti a tutti i testi prima che andassimo in studio. Penso alla
fatica che quest’uomo ha fatto per vidimare i testi. Perché se un programma era
fatto da Piero Angela, allora lui doveva averlo letto e approvato e aver dato
il via libera alla sua registrazione. Questo rispetto nei confronti del pubblico
credo che sia una cosa che non mi lascerà mai.
GIULIANA GALATI
Alla portata di tutti, utile e affascinante
Raccontare la fisica è il suo mestiere. Del maestro Piero Angela dice: «Mi ha insegnato a sorridere davanti a una telecamera, ma anche l’importanza del riscontro altrui». Il giovedì sera a “Noos”, in prima serata su Rai 1
Come è nata la sua passione per la fisica?
La mia passione per la fisica è nata un po’
per caso. Quando ho fatto la tesina della maturità avevo deciso di trattare il
tempo come argomento trasversale e avevo approfondito quelli che sono i
paradossi della relatività di Einstein. Mi aveva molto incuriosito perché mi
sembrava un qualcosa di apparentemente magico e allo stesso tempo scientifico.
Ho cercato di capire se la fisica potesse essere la mia strada perché fino ad
allora non avevo assolutamente idea di cosa fare da grande. Ho iniziato a
chiedere a chi l’aveva studiata all’università, a partire dalla mia
professoressa del liceo, ad altri professori universitari che incontravo
durante le conferenze che andavo a sentire. Tutti mi dicevano che la fisica
dell’università era completamente diversa da quella che si fa a scuola. Stavo
frequentando il liceo classico e non riuscivo a capire quale potesse essere la differenza.
Una volta iscrittami a fisica mi è stato tutto più chiaro e dopo qualche
difficoltà iniziale ho capito di aver fatto la scelta giusta.
Quanto
capire la fisica può aiutarci nella quotidianità?
Noi siamo circondati da fisica, in qualsiasi
cosa che facciamo, è nella tecnologia che usiamo senza sapere neanche cosa c’è
dietro. Senza le conoscenze della relatività non potremmo mai costruire un GPS,
ma la fisica è anche nelle cose più semplici, come un frigorifero, oppure
sapere perché riusciamo a camminare su un pavimento. Probabilmente, nella
maggior parte dei casi, possiamo usare la fisica senza saperla così bene, però
se riusciamo a conoscerne i principi possiamo prendere delle piccole decisioni,
anche quotidiane, che ci fanno stare meglio. Banalmente, su come vestirsi o di
che colore comprare un’auto per evitare di soffrire troppo il caldo, oppure
possiamo prendere delle decisioni che sono molto più impattanti sulla vita di
tutti e quindi, per esempio, sulle forme di energia che possono essere più
sostenibili a lungo tempo.
Cosa significa essere un divulgatore?
Innanzitutto, far capire la bellezza e
l’importanza di quello che studi. Quando dico di essere una fisica le persone
rispondono spesso: “Sarai sicuramente un genio, non ci ho mai capito niente,
l’ho sempre odiata”. Vorrei invece dimostrare che la fisica è una materia che,
come tutte le altre, è alla portata di tutti, è utile e affascinante. Vorrei
trasmettere la mia passione e fornire qualche conoscenza in più, che può
tornare utile, e condividere il fascino che si prova nello studiare
l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande.
Quali
sono le difficoltà che incontra?
Una è quella di dare il messaggio che non
tutto, nella fisica, deve avere un fine utilitaristico. Tante persone si
aspettano che ci sia sempre una ricaduta pratica, per esempio una nuova
tecnologia, io invece per molto tempo ho fatto divulgazione sul mio ambito di
ricerca, che all’epoca erano i neutrini, che non si vedono e sono completamente
inutili per la nostra quotidianità. I neutrini ci attraversano, non possiamo
sfruttarli a nostro vantaggio, ma sono bellissimi e affascinanti. Possono darci
dei suggerimenti per risolvere i misteri dell’Universo, fanno cose stranissime.
È importante conoscerli, studiarli perché in realtà ci sono ricadute, anche se
indirette, magari non sul tema di ricerca in sé, ma sulle tecnologie che
vengono messe a punto per studiare quel tema.
Fisica
e chimica, amiche o nemiche?
Assolutamente amiche, anche se nelle puntate
di “Noos” ogni tanto io e Ruggero facciamo un po’ a gara a proporre
l’esperimento più spettacolare o più divertente. Fisica e chimica sono due
discipline che guardano alla realtà da due punti di vista diversi, che spesso
poi si incontrano e si sovrappongono. Al di là delle barzellette, sono materie
che vanno molto d’accordo e sono assolutamente complementari.
Cosa
le ha insegnato Piero Angela?
Sicuramente a sorridere davanti a una
telecamera, ma anche l’importanza del riscontro altrui. È una cosa che ho
imparato osservando il suo comportamento, quello di una persona che a
novant’anni continuava a chiedere il parere delle persone che erano intorno a
lui, per sapere se quello che aveva detto in una conferenza, in una puntata,
fosse abbastanza chiaro, corretto, se andasse bene. E se lo chiedeva lui, con
tutta l’esperienza che aveva, e sicuramente consapevole di essere il numero uno
in Italia, a maggior ragione lo dobbiamo fare tutti noi.
Pronta a partire per Lisbona per raccontare ai telespettatori di Rai 1 la Giornata Mondiale della Gioventù, ma anche a mettersi in gioco in un nuovo progetto dedicato all’amore, al corteggiamento, al rapporto genitori figli. Il RadiocorriereTv incontra la giornalista che ritroveremo anche alla guida di “A Sua immagine”: «Mi sento al servizio di chi ci guarda, cerco di portare in video la voce di tutti»
2021, A sua Immagine” Lorena Bianchetti
Sei la conduttrice che non si ferma
mai, come stai trascorrendo queste ultime settimane di luglio?
In riunione al computer con l’aria
condizionata accesa (sorride). Dopo avere girato l’Italia per realizzare
le puntate di “A Sua immagine” del sabato, e continuando ad andare in diretta
la domenica mattina, stiamo preparando gli appuntamenti dedicati alla Giornata
mondiale della gioventù che si svolgerà a dall’1 al 6 agosto a Lisbona. Anche
quando sono in sovraccarico mi ricordo sempre del punto da cui sono partita,
per me è tutto un dono.
Una Giornata mondiale della gioventù
speciale anche perché sarà la prima dopo il covid…
Proprio all’attesa di un evento tanto
amato dedicheremo alcuni appuntamenti straordinari da Lisbona. Sabato 29 luglio
alle 16, saremo in diretta su Rai 1 con uno speciale. Andremo in onda dalla
capitale portoghese anche venerdì 4 agosto alle 9.05 con un reportage dedicato
soprattutto ai quasi 60 mila ragazzi italiani che parteciperanno alla Giornata.
Doppio appuntamento sabato 5, alle 16 dal parco Tejo e poi, dalle 21.15 in
prima serata. Il 6, dopo la diretta del mattino, torneremo a Roma.
Riavvolgiamo il nastro e parliamo di
quello che è stato un momento speciale per te e per tutta “A Sua immagine”, la
visita di Papa Francesco negli studi della Rai a Saxa Rubra, come è andata?
Avevo avuto l’occasione di
intervistarlo un anno fa a casa sua, a Santa Marta, ma accoglierlo in studio è
stato un dono molto speciale, un grande regalo per me, per la trasmissione e per
tutta la Rai. La sua presenza ha regalato perle importanti di vita, sia per i
credenti sia per i non credenti. Papa Francesco ha ribadito che la televisione
deve raccontare l’umanità, cosa che ho sempre cercato di fare nei programmi che
ho condotto, e di questo faccio tesoro. Mi hanno colpito ancora una volta la
sua umiltà, la sua disponibilità, il suo sorriso avvolgente. È stata una giornata incredibile, di
grande grazia.
Come ha reagito il personale dello
studio all’arrivo di un ospite così speciale?
Ho letto nei volti di tutti una
grande gioia, è stato un modo ulteriore per sentirci famiglia.
Una famiglia che frequenti ormai da
tanti anni…
Adoro la squadra che realizza “A Sua
immagine”, penso che la Rai possa vantare maestranze straordinarie. Molti di
loro mi hanno visto proprio crescere, feci il primo programma trent’anni fa,
ero molto giovane. Alcuni mi conoscono da una vita, ci sono stima, amicizia.
Sono molto fortunata a lavorare in questa azienda.
Sei senza dubbio una conduttrice
popolare, come senti, addosso, l’affetto del pubblico?
Come un incoraggiamento e un legame
all’insegna dell’umanità. Parlo al pubblico ma è il pubblico a regalare tanto a
me, è mia fonte di ispirazione. Mi sento al servizio di chi ci guarda, cerco di
portare la voce di tutti anche nelle mie interviste, come è stato con il Papa,
di prepararmi al meglio per riuscire a raccontare con semplicità. Non ho scelto
questo lavoro per avere popolarità, che è solo una conseguenza di ciò che
faccio. La mia scommessa è non perdere la vita, che continua a essere semplice,
in mezzo alla gente.
Cosa dice tua figlia Estelle di questa mamma che lavora in
Tv?
Sa che è un lavoro normale. Da figlia
di artigiani quale sono, le dico che anche la sua mamma è un’artigiana,
un’artigiana della Tv.
Con la nuova stagione debutterai
anche in “Mi presento ai tuoi” su Rai 2, cosa ci puoi anticipare?
Inizierà a ottobre e siamo già al
lavoro. Sarà un programma dal tono più leggero rispetto ad “A Sua immagine” e
anche in quel caso cercherò di mettere al centro l’umanità. Un pretesto leggero
che ci porterà ancora una volta all’incontro, al dialogo tra generazioni, tra
genitori e figli. È una nuova sfida, l’azienda mi ha chiamato e io sono pronta a viverla.
È un’occasione per mettermi alla prova con un nuovo progetto pur senza voler
rivoluzionare me stessa. La vita è fatta di varie corde, di vari contesti.
Siamo in un mondo che ci riempie di
stimoli, cosa riesce ancora a sorprenderti?
In senso negativo il poco valore che
spesso si dà alla vita umana, al rispetto degli altri. A volte sembra che sia
calato un tappeto di velluto sul cuore di alcune persone. Dall’altra parte vedo
che non è questo che vince, l’umanità silenziosa alla fine ha la meglio. Dalla pandemia siamo
usciti un po’ disorientati, è giunto il momento di ricostruire. La televisione
può fare la sua parte per trasmettere il senso della vita, che consiste nel
rispetto della dignità della persona, nell’accettare le specificità e le
diversità che sono ricchezze.
Cosa significa incontrare la felicità?
L’ho trovata nel mio matrimonio, in
mia figlia, nella famiglia d’origine. Il lavoro è soddisfazione, la felicità è
un’altra cosa. Il percorso che ci conduce alla felicità è importante: la gioia
e la bellezza di scalare una montagna sono altrettanto forti e fondamentali di
raggiungere la vetta.
Tornano su Rai 3 i reportages
giornalistici sulla violazione dei diritti umani nel mondo. Da lunedì 24 luglio
alle 23.15 su Rai 3
Torna su Rai 3 “Il Fattore Umano”, il programma giunto alla terza edizione che fa da
fact-checking per monitorare quanto i diritti umani siano realmente rispettati
nei Paesi del mondo. Una serie di reportages giornalistici di 45
minuti che svelano come la libertà, in tutte le sue declinazioni, e
l’uguaglianza delle persone siano violate da regimi autoritari, da autocrazie e
anche in Paesi democratici nei confronti dei più deboli e delle minoranze.
Anche quest’anno il racconto è affidato a film maker e inviati, che con i loro
reportage documenteranno sul campo, in vari Paesi del mondo e spesso in
condizioni di rischio, la violazione dei diritti fondamentali. Nove diverse
tematiche, raccontate dai protagonisti senza la presenza del giornalista
inviato, per lasciare spazio al racconto corale delle vittime e dei
“carnefici”, alle immagini, ai contesti, al materiale di repertorio. Il fil
rouge del racconto è costituito da uno scrittore, un intellettuale o un
artista, profondo conoscitore del problema che si affronta, che parlerà della
propria vita e della propria esperienza all’interno del contesto sociale,
culturale e politico oggetto del reportage stesso.
Lo stile asciutto ed essenziale è la
chiave del programma di Raffella Pusceddu e Luigi Montebello, con la
collaborazione di
Elisabetta Camilleri e di Antonella Palmieri. La regia è di Luigi Montebello,
lemusiche originali di Filippo Manni e
Massimo Perin, il progetto grafico di William Di Paolo. Dal 24 luglio alle 23.15.
In arrivo su Rai 1 il period drama britannico, diretto da Adam Wimpenny, che racconta le appassionanti vicende di una famiglia inglese che, durante i ruggenti Anni Venti, gestisce un albergo per turisti dell’alta società sulla Riviera ligure. Da martedì 25 luglio in prima visione alle 21.25
Arriva
sulla rete ammiraglia della Rai, da martedì 25 luglio in prima visione alle
21.25, “Hotel Portofino” di Adam Wimpenny, una serie britannica in tre puntate.
Un period drama coinvolgente e appassionante, incentrato sulle vicende di una famiglia
inglese che, durante i ruggenti Anni Venti, gestisce un hotel per turisti dell’alta
società sulla magica Riviera ligure. Lo splendido paesaggio costiero è lo sfondo che
esalta le vicende dei personaggi e costituisce uno degli elementi di fascino
della serie, arricchita da suggestive scenografie, ambientazioni e meravigliosi
abiti d’epoca. La serie, ideata da Matt Baker e basata sull’omonimo romanzo di J.P.
O’Connell, sarà disponibile anche in lingua originale e vanta un cast
d’eccezione, attori internazionali come Natasha McElhone (“Californication” e “Designated
Survivor”) nei panni di Bella, proprietaria e anima di Hotel Portofino, e Mark
Umbers che interpreta suo marito, uomo affascinante e pericoloso. Al loro
fianco vediamo alcuni interpreti molto apprezzati nel panorama attoriale
italiano: Daniele Pecci (“Cuori”, “I Medici – Nel nome della famiglia”),Lorenzo
Richelmy (“Marco Polo”), Rocco Fasano (“SKAM Italia”).
La storia inizia così…
Riviera ligure 1926: l’affascinante
proprietaria dello splendido Hotel Portofino, l’inglese Bella Ainsworth, intraprendente
figlia di un ricco industriale britannico, si deve destreggiare tra i
suoi ricchi, cosmopoliti ed esigenti clienti senza trovare grande aiuto
nell’aristocratico e ambiguo marito Cecil. Questo si disinteressa dell’albergo
e sperpera i denari di famiglia al casinò, la figlia Alice si occupa e
preoccupa di tutto, il figlio Lucian, reduce dalla Prima Guerra Mondiale,
vorrebbe dedicarsi alla pittura, ma Cecil spinge perché sposi la ricca Rose,
figlia di una sua vecchia fiamma. Intanto, fuori, il Fascismo si fa strada a
suon di prepotenze e Bella è costretta ad affrontare Vincenzo Danioni, il
corrotto vicesindaco di Portofino, un convinto fascista intenzionato a danneggiare l’immagine
dell’hotel con ogni mezzo possibile…
Amori e potere di un presidente entrato nel mito. Il volume di Bruno Vespa, edito daRai Libri, è in vendita nelle librerie e negli store digitali
È il 22 novembre del 1963. Tre colpi di fucile sparati
dal Deposito di libri scolastici di Dallas sull’auto presidenziale in corteo
mettono fine all’esistenza di John Fitzgerald Kennedy. Un assassinio dai
risvolti oscuri, una delle pagine più controverse della storia americana del XX
secolo, che annovera anche le ipotesi di un coinvolgimento mafioso e di un
complotto internazionale. Inchieste giudiziarie e giornalistiche che non hanno
comunque impedito al 35° Presidente degli Stati Uniti d’America di entrare nel
mito. Con una narrazione critica lucidissima Bruno Vespa ricostruisce le
origini familiari e l’ascesa al potere di “Jack”, gli anni di governo dai
risultati talvolta deludenti sul fronte interno ed estero, le luci e le ombre
di una presidenza che molti storici e giornalisti hanno ritenuto sopravvalutata. Quindi il racconto di un
privato ingombrante: i tanti rapporti extraconiugali, l’amore per Marilyn, la
bulimia sessuale, le troppe malattie tenute nascoste. Con la competenza del
cronista d’esperienza e nel rispetto della documentazione storica, Vespa
racconta Kennedy oltre il mito, mettendo al centro l’uomo, i suoi sogni e le
sue fragilità.
LA NUOVA FRONTIERA
All’inizio degli anni
Sessanta Kennedy pensava che gli americani dopo il boom economico si fossero
seduti, e allora nel discorso decisivo per la sua vittoria della campagna
elettorale, li conquistò dicendo “non dovete chiedere voi a me, sarò io a
chiedere a voi di camminare insieme per una nuova frontiera, per aprire dei
nuovi orizzonti”. E gli americani gli credettero.
A BERLINO
Quando nel
pieno della Guerra fredda Kennedy parlò ai berlinesi e disse “io sono un
berlinese”, la folla impazzì. Lui rimase così impressionato che affermò: “Mi
sono spaventato, se avessi detto a quella gente di andare ad abbattere il Muro
di Berlino, loro lo avrebbero fatto. Quando ne avrò bisogno, o quando ne avrà
bisogno il mio successore quando ci sarà, in un momento di sconforto, gli dirò:
vai in Germania a rincuorarti”.
IN L’ITALIA
Kennedy era
favorevole al centrosinistra, al contrario dell’ambasciata americana che aveva
sempre remato contro. Quando venne in Italia, a Roma e soprattutto a Napoli,
l’entusiasmo fu travolgente, la gente correva da tutti i vicoli verso il corteo
presidenziale e lui ne riportò un ricordo incancellabile.
JOHN E JACKIE
Quella di Kennedy sembrava la famiglia ideale, e in quella
famiglia ideale credettero gli americani. Ma la realtà era molto diversa. Loro,
dopo i primi tempi, non si amavano più: quando doveva rientrare a casa, Jackie
avvertiva, per essere sicura di non trovare il marito a letto con un’altra
donna.
JOHN e MARILYN
Kennedy ha avuto decine e decine di donne, tutte amate in
maniera compulsiva, raramente una relazione lunga. Ma la donna delle donne fu
Marilyn Monroe, conquistata una sera a cena e poi amata in maniera clandestina
con alcune complicità fino al momento trionfale, al Madison Square Garden,
quando Kennedy accettò la nomination per diventare presidente degli Stati Uniti.
Fu quella sera che Marilyn intonò per lui il motivo “Happy birthday Mister
President”.
DALLAS
Da una finestra del deposito dei libri scolastici del Texas,
Lee Oswald con un fucile italiano di precisione sparò il primo colpo e colpì
Kennedy al collo. Non era una ferita mortale. Sparò un secondo colpo che non
colpì il Presidente. Se Kennedy non avesse avuto il busto ortopedico che ha
indossato per tutta la vita si sarebbe spostato in avanti e si sarebbe salvato.
Non potette farlo e il terzo colpo gli fracassò il cranio. Jackye raccolse il
sangue e quello che restava del cervello.
I Mondiali di calcio femminile, quelli di nuoto e di scherma, gli Europei d’atletica leggera e di pallavolo. Il direttore di Rai Sport al RadiocorriereTv: «La nostra squadra è in campo per trasmettere tutte le emozioni dello sport»
I Mondiali di calcio femminile in
Australia e Nuova Zelanda sono partiti, come li racconta la Rai?
Trasmettiamo quindici partite: quelle
dell’Italia, i quarti di finale, le semifinali, la finale e alcuni altri match
interessanti del nostro girone. È un evento in cui la Rai e il suo l’amministratore delegato Roberto
Sergio, così come Rai Sport, credono molto. Sono certo che nonostante il fuso
orario il risultato del Mondiale sarà ottimo.
Che cosa ti aspetti dalle azzurre?
Che lascino una buona immagine. Non
vinceranno il Campionato del mondo, anche se spero di essere smentito, ma quel
che è certo è che il calcio femminile italiano ha fatto dei passi in avanti
eccezionali. Le azzurre venderanno cara la pelle, c’è una grande Nazionale, ci
sono atlete molto preparate, c’è un bel seguito. Quattro anni fa, senza fuso
orario, ci fu un vero e proprio boom in televisione.
Cosa rende il calcio femminile così
attrattivo?
Il calcio femminile si gioca da una
vita, ma ad alto livello è una bella novità. Anche in futuro, sulla Rai, le
nostre atlete avranno un posto in prima fila.
Che squadra ha messo in campo Rai
Sport?
Abbiamo una telecronista d’esperienza
che è Tiziana Alla, al suo fianco c’è Carolina Morace, tra le più forti
giocatrici italiane, bravissima attaccante e allenatrice. Abbiamo uno studio
con Simona Rolandi, nostra conduttrice di provata fede, e Katia Serra, ex
giocatrice e commentatrice espertissima. In Nuova Zelanda c’è l’inviata
Alessandra D’Angiò, che racconterà il Mondiale dal punto di vista sportivo e
non solo.
Gli appuntamenti di Rai Sport per i
mesi estivi non si fermano al calcio…
Siamo in corsa con il Mondiale di
nuoto in Giappone e con quello di scherma a Milano, mentre dal 19 agosto ci
saranno i Campionati del mondo di Atletica leggera che trasmetteremo da
Budapest. Agosto sarà anche all’insegna della pallavolo, con l’Europeo
femminile, la cui prima partita si giocherà il 15 all’Arena di Verona, e quello
maschile, dal 28 agosto. Il 25 partirà invece il Mondiale di basket maschile
dalle Filippine. Avremo poi tutte le partite della Nazionale di calcio in
diretta, in autunno ci sarà il grande tennis, con la Coppa Davis, e appena farà
freddo ripartiremo con la stagione dello sci.
Il 20 agosto riprenderà invece la
Serie A…
… e saremo pronti a raccontarla.
Sabato 19 agosto saremo in diretta con “Speciale Campionato” (Rai Sport HD), il
giorno successivo con “La domenica sportiva” (Rai 2) e lunedì 21 con “Calcio
totale” (Rai Sport HD). “Novantesimo minuto” tornerà invece a settembre.
Che campionato ti aspetti?
Siamo ancora in fase di campagna
acquisti e qualcuno si sta ancora attrezzando. Credo che il Napoli venderà cara
la pelle, nonostante abbia perso qualche pezzo importante, uno di questi è
Spalletti. L’Inter mi pare messa molto bene, sebbene Lukaku sembri perso e il
portiere sia in uscita. La Juve non avrà le coppe, ma potrebbe attrezzarsi. A
inizio campionato vediamo sempre meglio Inter e Juve, poi la classifica si
muove, due anni fa abbiamo visto un Milan eccezionale, lo scorso anno il
Napoli. Senza dimenticare la Lazio che è arrivata seconda, che ha fatto un gran
secondo posto con una rosa molto limitata, non in qualità ma in quanto a
numeri.
Che cosa significa raccontare lo
sport sui canali del Servizio Pubblico?
Prendere esempio dai vecchi
telecronisti e dai vecchi commentatori, certamente adeguando un po’ il
linguaggio: servono il bel racconto, la cronaca e la volontà di portare nelle
case e sugli smartphone degli spettatori quello che non riescono a vedere. Abbiamo
ottimi telecronisti e commentatori tecnici che sanno raccontare, dobbiamo dare la
sensazione di competenza e trasmettere le emozioni.
Astrofisica e comunicatrice ama la ricerca e il rapporto con il pubblico. Scelta da Piero Angela per far parte della squadra di “Superquark +” è ora una uno dei volti di “Noos” di Alberto Angela su Rai 1
Perché è importante spiegare e capire
il nostro Universo?
Alziamo gli occhi al cielo da quando
siamo comparsi sulla Terra, e non soltanto per misurare il tempo. L’Universo ci
affascina naturalmente perché contiene in sé tra le più grandi e intime domande
dell’essere umano: che cosa c’è là fuori, oltre il cielo? Siamo soli in tutta
questa vastità cosmica? Da dove veniamo? E che fine faremo? Perderci in simili
domande mentre osserviamo le stelle ha il potere straordinario di farci sentire
un po’ più umani e di ridimensionare alcune convinzioni che derivano dal
guardarci sempre troppo da vicino. Alla fine, siamo tante forme di vita diverse
che passano il loro poco tempo a disposizione su di un piccolo pianeta blu.
Come diceva l’astrofisico Carl Sagan, “la Terra è un minuscolo granello di
polvere solitario sospeso nel grande, avvolgente buio cosmico”.
Ci spiega la sua formula per
raccontare lo spazio?
All’Universo serve davvero poco aiuto
per apparire interessante. Io cerco di non abituarmi a quello che ho imparato,
spesso ancora me ne stupisco. Spero che l’effetto che fa a me l’astrofisica sia
lo stesso che produce anche in chi ascolta.
Qual è la domanda che si sente
rivolgere con maggiore frequenza?
Nel cuore della nostra galassia abita
un buco nero gigante con una massa pari a quella di quattro milioni di Soli
messi insieme. E i buchi neri, si sa, sono delle aspirapolveri gravitazionali.
Appena il pubblico scopre di questo ospite così imponente, i respiri si fanno
più corti e arriva la domanda: “ma la Via Lattea e la Terra, allora, saranno
inghiottite da questo buco nero?”. Se venissimo risucchiati da un buco nero non
faremmo un’esperienza piacevole e finirci dentro è quindi una preoccupazione
più che giustificata, ma la risposta è no: il “nostro” buco nero è abbastanza
lontano da non doverci impensierire, né noi né le altre centinaia di miliardi
di stelle che popolano la nostra galassia.
Quali sono le regole della
divulgazione moderna?
Spesso si pensa che raccontare la
scienza sia un’operazione verticale, fatta cioè dall’alto verso il basso,
magari in modo freddo e distaccato. Ho scoperto che invece può avere diverse
temperature. Come nel film di Billy Wilder, a qualcuno il jazz piace caldo. Ad
altri la comunicazione scientifica, per esempio a me.
Cosa le ha insegnato Piero Angela?
Per prima cosa la cura. La
comunicazione è oggi veloce, poco attenta, e il lavoro di divulgazione può
diventare frenetico. È facile cadere nella fretta. Piero Angela ha sempre
mantenuto un altro stile, prendendosi cura della propria operazione di
comunicazione, del linguaggio scelto, della prospettiva adottata, del messaggio
inviato e, soprattutto, della relazione che si stabilisce con l’orecchio di chi
ascolta. C’è sempre stata in lui, e conseguentemente nei suoi programmi, la
volontà di raggiungere il più possibile quelle persone e quei contesti che alla
scienza non si sarebbero mai avvicinati altrimenti, e farlo per davvero, senza
mai far sentire nessuna persona inadatta o fuori luogo. Credo sia questo
l’altro grande insegnamento che ci ha lasciato in eredità, lavorare alla
redistribuzione del sapere in modo sincero e autentico.
Dal mare alla montagna, dai musei ai borghi antichi passando per la buona tavola: alla scoperta di ciò che rende l’Italia uno dei posti più belli al mondo. Con Angela Rafanelli e Peppone ogni domenica alle 12.30 su Rai 1
PEPPONE CALABRESE
L’Italia in verde
È nelle piccole storie che scopriamo la grandezza della nostra Italia, un Paese che «riprende consapevolezza, riscopre il valore del fare italico, invidiato in tutto il mondo» afferma il conduttore lucano di “Linea Verde Estate” definito dall’imprenditore Brunello Cucinelli “nuovo umanesimo della tv italiana”
Che posto occupa il verde
nella sua vita?
Vengo da una città tra le
più verdi del Paese, uno dei capoluoghi di regione tra i più alti d’Italia, mio
nonno Peppe era un agricoltore contadino che faceva la transumanza. Ho un
rapporto ancestrale con il verde, con la natura e con tutto quello che riguarda
la possibilità di vivere in simbiosi con essa.
Quanto le sue origini hanno
influenzato le scelte professionali?
Mio nonno era legato alla
terra, mio padre, invece, unico figlio maschio della famiglia, ha studiato, è
diventato medico e ci ha fatto crescere a Potenza, lontano dalla campagna.
Nella mia infanzia quel mondo c’era, ma era latente, la consapevolezza della
sua importanza è arrivata successivamente. A pochi mesi dalla laurea in
Giurisprudenza, ho iniziato a lavorare come amministrativo al Cnr per un
progetto internazionale e, piano piano, tornato in Basilicata, ho cominciato a
capire che in provincia la qualità della mia vita era molto più alta che in
città, che mi mancava il senso di appartenenza, il legame con la gente.
In che senso?
Ho sempre avuto un rapporto
molto forte con la comunità, fin da ragazzo. A Siena, durante gli anni di
università e di lavoro al Cnr, mi sono imbattuto nelle contrade, esempio illuminato
di comunità, scoprendo in maniera sempre più evidente cosa significhi stare
“insieme”, prendersi cura l’uno dell’altro, organizzare le persone e renderle
felici. Quando sono tornato a Potenza ho provato a realizzare qualcosa che
andasse in questa direzione, ho costituito un’associazione di volontariato,
lavorato in una cooperativa per persone con disabilità e aperto anche un ristorante.
Sentivo forte la necessità di essere un portavoce di tutte quelle parole mai
dette degli agricoltori contadini, tra cui mio nonno. Ho costruito una piccola
comunità del cibo, oggi potrei definirla “contemporanea”, non intendendo la
tecnica di lavorazione, ma qualcosa in linea con l’esigenza di non mortificare
la terra, di non contribuire alla sua desertificazione, di spingere verso quelle
buone pratiche e valori che raccontiamo anche a “Linea Verde”, e che io
sostengo già da molto tempo prima di lavorare anche tv.
Un lucano in giro per
l’Italia che ci fa?
Porto in giro il mio essere
della provincia. L’Italia è la provincia, una parola troppo spesso intesa in
senso negativo, come quel nucleo di persone incapace di produrre tendenze di
moda, sociale, economiche… Chi vive in città ha sempre l’idea che tutto si crei
all’interno della metropoli, ma appena ha la possibilità di “rilassarsi” –
termine che mi urta tantissimo (ride) – lontano dal caos, scopre che quel
piccolo mondo ci regala non solo aria pulita, ma anche bellezza artistica, una
vita lenta, diversa, ma felice. Nei paesi ci si innamora ancora di una
chiacchierata lunga, ci si guarda negli occhi per trasferire le proprie emozioni,
si ha voglia di aprirsi all’altro perché fonte inesauribile di idee, di
conoscenza e di valore. In questi luoghi ci si incontra, ci si vede, la
comunità c’è sempre.
Cosa stiamo perdendo in
città?
Dei viaggi alla scoperta di
noi stessi guardando gli altri. Chi vive in grandi città è troppo concentrato
sul trasferimento, si deve sempre arrivare da qualche parte, si corre, pure la
domenica. Ma perché? Ci stiamo perdendo tanto, quando invece dovremmo ricordare
il γνῶθι σαυτόν, “conosci te stesso”.
A proposito di conoscenza, parliamo
un po’ di Angela Rafanelli, la tua compagna di viaggio…
Angela è per me una persona
molto cara, abbiamo costruito un rapporto di amicizia e di stima reciproca. È
una vera professionista, studia tantissimo, ha una cifra narrativa importante,
è sempre attenta a tutto, è leggera, mai superficiale però. Mi ci rivedo molto.
Nella costruzione del racconto cerchiamo entrambi il rispetto dell’altro. È un
punto di riferimento per me, uno stimolo alla crescita, nelle nostre
chiacchierate c’è tanta profondità. Quello che più mi piace del nostro rapporto
è il confronto, soprattutto su argomenti scomodi. Se si parla con il cuore
scalzo, senza alcuna sovrastruttura, tutto diventa più facile.
Qual è il complimento più
bello che ha ricevuto nel tempo?
A “Linea Verde” è arrivato
da Brunello Cucinelli che mi ha definito “il nuovo umanesimo della televisione
italiana”. Sottolineava il fatto che con le persone io faccio un passo
indietro, faccio parlare le loro storie, che non sempre hanno visibilità.
Il girovagare per lo Stivale
è il suo forte, ci regala qualche istantanea?
È un’Italia che riprende
consapevolezza, riscopre il valore del fare italico, invidiato in tutto il
mondo e per troppo tempo messo da parte o maltrattato per inseguire
“giocattoli” più luminosi, ma troppo distanti dalla nostra natura. Il nostro è
un piccolo Paese, un puntino nel mappamondo, non possiamo competere con i
giganti che hanno, per esempio, una grande produttività. Ma è proprio questo
nostro essere “piccoli” che fa la differenza. Perché è lì che c’è il nostro
valore. Tanti ragazzi, laureati e con esperienze professionali importanti,
stanno tornando nei piccoli centri di provincia, mettendo in circolo nuove
idee, creatività e inventiva. Sono artefici del proprio destino. Laddove si
pensa ci sia noia, spesso c’è fame di emergere e desiderio di fare la
differenza. Un giovane che diventa un calzolaio e anche produttore di borse e
scarpe artigianali, ragazzi che tornano a produrre la melanzana violetta in
Calabria, esportando in tutto il mondo e vendendo al prezzo che dicono loro, la
filiera chiusa delle pecore in Alto Adige che diventano filato, sono le storie
da raccontare, perché diventano il nuovo sogno.
Che tipi sono gli italiani
della terra?
Noi siamo tutti della terra.
Quando mi occupo di Team Building spesso chiedo ai manager di chiudere gli
occhi e ripensare alla loro infanzia. L’immagine che restituiscono è quella di
loro bambini con la mamma o la nonna a fare il sugo, la pasta di casa, l’orto
del nonno. Io spero che si comprenda la necessità di valorizzare le piccole
attività agricole, artigianali, bisogna sostenerle, perché la vera forza, il
motore del Paese è tutto lì.
Tra agricoltura e
tecnologia, dove si colloca Peppone?
Sono due mondi che non solo
possono, ma devono stare in equilibrio e in sintonia. Le nuove tecnologie
devono mettersi a disposizione dell’agricoltura e dell’artigianato per stare
nel mondo ed essere sempre più sostenibili, è una grande opportunità che il
progresso concede quella di spostarsi da una parte all’altra del globo in tempi
rapidi, di utilizzare mezzi di trasporto sempre più veloci, sfruttare una
comunicazione efficace attraverso i social… tutto questo deve creare opportunità.
Che cosa regala al pubblico
un programma come “Linea Verde Estate”?
Regala la normalità, la modalità di andare in giro per il Belpaese curiosi, l’opportunità di accumulare esperienze, suggerimenti per organizzare un viaggio in famiglia abbandonandosi alla scoperta, all’incontro di storie ricche di fascino. Il modo di raccontare di “Linea Verde” nel tempo è cambiato, restituisce al pubblico una narrazione olistica del territorio, con le bellezze architettoniche, artistiche, culturali, l’economia con gli agricoltori, gli artigiani che costituiscono l’ossatura dell’Italia.
ANGELA RAFANELLI
Al ritmo della natura
La conduttrice toscana è tornata alla guida di uno dei programmi più amati dell’estate. «Parlare del territorio significa raccontare la nostra società» dice al RadiocorriereTv, e parla della sua passione per l’estate: «È un momento magico, e proprio perché fa caldo porta a ragionare un po’ di meno, a lasciarsi andare, le persone sono più portate ad aprirsi»
La sua estate è ancora una volta nel
segno del verde… come sta andando?
Del verde e del blu. Come vuole
l’estate il nostro viaggio è terra e mare, come nei migliori ristoranti (sorride).
L’Italia è così bella che merita di essere raccontata. Domenica scorsa siamo
andati in Calabria, una terra ricchissima, ancora poco conosciuta dai non
calabresi. È ancora una terra di ritorno, è
autentica e genuina, è pazzesca. Adoro andarci, tra la gente c’è tanta voglia
di raccontarsi, di condividere. Ci torneremo anche domenica prossima e poi
saremo in Maremma, in Puglia.
Cosa le sta insegnando questo
programma?
Che parlare del territorio significa
raccontare la nostra società, la nostra Italia. Stiamo incontrando tantissimi
giovani che ritornano nella loro terra, con le conoscenze contemporanee, per
occuparsi anche di agricoltura. Molti di loro sono donne, non figli d’arte, si
tratta di un ritorno consapevole. Alla base c’è il desiderio di rimettere la
propria vita al ritmo della natura, delle stagioni. È anche bello vedere come la
tecnologia sia al servizio di un’innovazione che non tradisce la tradizione.
Un ritorno alla terra nell’era di
Internet…
In Abruzzo ho incontrato una ragazza
che ha realizzato il sogno di dedicarsi alla terra pur non essendo figlia di
allevatori, lo ha fatto grazie a una piattaforma che le ha permesso di imparare
le buone pratiche dell’allevamento, il mestiere. Ci è accaduto anche in Toscana
dove abbiamo conosciuto un’altra ragazza che, al secondo anno di Agraria, ha
deciso di prendersi un gregge di capre. Molti dei suoi collaboratori,
volontari, li ha avvicinati proprio attraverso la rete. L’online aiuta a
condividere il sapere e spesso a rendere concreti i propri sogni. La
tecnologia, se utilizzata bene, può essere una risorsa per conservare le
tradizioni.
“Linea Verde Estate” è da sempre
sinonimo di incontri. Cosa la colpisce delle storie della gente?
Il coraggio. Nessuno, quando ti butti
in un progetto, ti dice come andrà a finire. C’è il fuoco dentro, il bisogno
ancestrale di stare in armonia con la natura che ti fa fare un salto nel buio. È anche vero che
inconsciamente, quando ti affidi a lei, una rete ce l’hai sempre. Può esserci
una risposta faticosa, ma non sbagliata.
La natura è sempre
madre…
Per forza, sempre.
Ha il pollice verde?
Più che il pollice ho l’orecchio
verde, cerco di essere sempre in ascolto. Non ho il tocco, apro le orecchie per
sentire cosa dice la natura, che è come un bimbo piccolo, ha in sé tutti gli
strumenti. La natura parla.
Cos’è per lei l’estate?
È “Linea Verde”, è
esplorazione. È un momento magico, e proprio perché fa caldo porta a ragionare
un po’ di meno, a lasciarsi andare, le persone sono più portate ad aprirsi. Il
caldo è veramente sfidante. Penso alle persone della troupe, che si spostano
con i pesi, le telecamere.
Ha un metodo (efficace) per
sopportare il caldo…
Mettersi all’ombra, bagnarsi la testa
e i polsi, vestirsi di chiaro e bere tanta acqua non fredda. L’acqua tiepida
disseta di più di quella fredda ed evita le congestioni.
Ci regali un ricordo di una tua
estate?
È
una fotografia che mi ritrae bambina, al mare, con i braccioli, insieme
a mia mamma e a mia sorella. In quello scatto mio padre non c’è perché fu lui a
fare la foto, ancora non c’erano i selfie (sorride). Un altro ricordo
meraviglioso mi porta in Sardegna, sono sempre con mia sorella su un canotto a
forma di coccodrillo.
Lei è di Livorno, voi il mare l’avete
dentro…
In città d’estate si sta sempre in
infradito. In spiaggia come per strada o all’ufficio postale. Siamo in simbiosi
con il mare.
“Engage Me” è il titolo della 75esima edizione del premio, a Bari dal 2 al 6 ottobre. Oltre 250 programmi in concorso per la partecipazione di più di 80 broadcaster da tutti i continenti
Giunto al suo 75° compleanno, il Prix Italia continua a
proporre un panorama unico di produzioni di qualità, “prendendo il polso” delle
tendenze e delle novità dei broadcaster di tutto il mondo, e rispecchiando
inevitabilmente lo zeitgeist e il sentimento di un pubblico sempre più
globalizzato. Parola chiave dell’evento, che quest’anno sarà intitolato “Engage
me”, è sostenibilità, sia dal punto di vista delle produzioni che dei temi trattati,
anche grazie al premio speciale Prix Italia/Ifad/Copeam, che ha richiamato una
selezione di produzioni particolarmente ricca e diversificata. “Stiamo
sperimentando: il prossimo Prix Italia è un progetto pilota della Rai per la
creazione e la produzione di eventi sostenibili” afferma la presidente della
Rai Marinella Soldi. Oltre 250 i programmi in concorso quest’anno, con la
straordinaria partecipazione di più di 80 broadcaster provenienti da tutti i
continenti. Tra i temi quello della guerra nel racconto della cronaca e
nell’approfondimento dei risvolti sociali e culturali. L’allentarsi dell’emergenza pandemica
ha riportato anche una forte voglia di socialità e di cultura: musica, arti
performative, innovazione e intrattenimento sono come non mai presenti
nella rosa delle produzioni pervenute. La parola passa ora ai giurati: più di
80 esperti e addetti ai lavori da tutto il mondo, selezionati dai broadcaster
della rete del Prix, passeranno l’estate esaminando e selezionando i prodotti
iscritti per poi incontrarsi a Bari. Una novità di quest’anno è la selezione di
una shortlist ristretta di 3 finalisti per ciascuna categoria, che verrà
pubblicata all’inizio di settembre e sarà visibile dal pubblico in sala durante
la settimana dell’evento. La
rassegna dei prodotti finalisti sarà presentata nel corso del festival, dove i
giurati sceglieranno i vincitori solo al termine di un confronto aperto a tutti
con i produttori, i registi, i protagonisti dei prodotti candidati, con la
scommessa di mettere insieme l’eccellenza internazionale e l’interesse del
pubblico generalista. “I numeri di questa 75esima edizione ci parlano di un
Concorso che ha saputo rinnovarsi diventando sempre più globale, attuale
e coinvolgente. Proprio il nostro Festival – afferma la Segretaria Generale del
Prix Italia Chiara Longo Bifano – è stato scelto
come progetto pilota Rai per la realizzazione di eventi sostenibili ESG,
avviando un processo per ridurre progressivamente l’impatto sull’ambiente in
armonia con il magnifico territorio della Puglia”. Un progetto rappresentato
già nel nuovo k visual: L’albero, simbolo della terra che ospita il Prix
Italia; della Community internazionale che ne costituisce la linfa vitale e ne
alimenta le connessioni; del futuro del pianeta. 75, come gli anni del Prix e
della Costituzione italiana. Un numero che diventa QRcode per abbracciare
l’innovazione, essere paper-free e rendere facilmente accessibile a tutti il
programma e le informazioni di un’edizione ricca di anteprime e sorprese www.prixitalia.rai.it
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