Apulia Digital Experience: vinta la sfida di Rai e AFC

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Le nuove frontiere del digitale tra intelligenza artificiale, metaversi, universi del gaming, del cinema e dell’audiovisivo protagoniste a Bari nella tre giorni svoltasi all’Apulia Film House

È stata accolta con grande interesse e partecipazione dagli addetti ai lavori, Apulia Digital Experience (ADE), la prima conferenza internazionale dedicata all’innovazione digitale nelle industrie creative, svoltasi a Bari dal 10 al 12 novembre all’Apulia Film House. La conferenza, organizzata da Apulia Film Commission e Rai Com, finanziata dalla Regione Puglia e promossa da Rai con la direzione artistica di Roberto Genovesi, ha visto salire sul palco esperti, professionisti e talenti italiani oltre a relatori provenienti da diversi Paesi del mondo (tra i quali Brasile, Polonia, Gran Bretagna e Svizzera), che si sono alternati sul palco negli oltre venti panel della manifestazione. Tra i temi affrontati l’evoluzione dello storytelling nel metaverso e le prospettive di sperimentazione e crescita per l’impresa italiana e internazionale; la connessione sempre più stretta tra cultura e videogioco e l’utilizzo del videogame nella didattica analizzata nella giornata dedicata a Video Game e Alta Cultura. Senza dimenticare i contenuti immersivi e le prospettive che il digitale riserva al mondo dell’arte e di tutto l’audiovisivo. Soddisfazione per i vertici di Apulia Film Commission e Rai Com. «Collaborare con Rai in questo nuovo progetto, decisamente indirizzato verso il digitale e le nuove generazioni – dice Antonio Parente, direttore di AFC –, rafforza ulteriormente la sinergia tra Apulia Film Commission e il Servizio pubblico radiotelevisivo. ADE, partendo dal Mezzogiorno, rappresenta un segnale importante nell’ambito della rivoluzione digitale che sta interessando tutto il mondo dei media».  Per la presidente di Rai Com, Claudia Mazzola, «Rai e Rai Com, insieme alla Apulia Film Commission e alla Regione Puglia, sono in prima linea per permettere un confronto a livello nazionale e internazionale rispetto al mercato dell’audiovisivo, ADE è un’occasione preziosa per riflettere sugli scenari delle nuove opportunità date dalle tecnologie del digitale e sulle produzioni».  Dopo l’anteprima mondiale del film “Kid Santa” prodotto da Minerva Pictures e diretto da Francesco Cinquemani, nella giornata conclusiva di ADE è stato premiato il progetto vincitore del concorso Raccontare la Puglia con l’intelligenza artificiale: “Apul.ia” di Alice Ecossi, Giorgia Guidi e Roberto Scirocchi. Nel corso della manifestazione, inoltre, è stata lanciata in anteprima mondiale l’app “Winx Club Avatar Creator” di Rainbow e sono stati assegnati i premi Digital Licensing Excellence Awards, primo riconoscimento al mondo dedicato al licensing digitale, voluto da Licensing International e Licensing Italia per evidenziare i nuovi sviluppi dei brand negli spazi digitali. Premiati “CoComelon” (Best Digital Property), “Mash&Co” (Best App & Game), “Zaira” (Best Digital Influencer), “CoComelon & Smyths Exclusive Content Initiative” (Best Digital Retail Experience) e “Corto Maltese” (Best Metaverse Brand Extension). Due invece le menzioni speciali: “Meta Khaby” e “Metagiro – Il metaverso del Giro d’Italia”.

Amore Criminale

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Sei storie di femminicidio per aiutare a riconoscere i campanelli d’allarme di relazioni dove la vita delle donne è in pericolo. Al via la nuova stagione del programma, realizzato in collaborazione con i Carabinieri e la Polizia, condotto da Emma D’Aquino. Da giovedì 16 novembre in prima serata su Rai 3

Matilde D’Errico

Dal 16 novembre ritorna in prima serata su Rai 3 “Amore Criminale”, con sei puntate condotte da Emma D’Aquino. La trasmissione racconterà storie di femminicidio e continuerà a denunciare il fenomeno sistemico della violenza sulle donne. Sin dalla prima edizione, al programma è associata una Campagna di denuncia sul tema della violenza di genere. Tutte le storie narrate nelle puntate sono ricostruite con una docufiction, linguaggio che unisce documentario e ricostruzioni di fiction. A parlare sono le famiglie delle vittime, gli avvocati, le forze dell’ordine, i colleghi di lavoro e gli amici della vittima: ognuno di loro offre una preziosa testimonianza.

“Amore Criminale” – che va in onda dal 2007 (all’epoca in Italia non esisteva ancora la legge sullo stalking e di violenza sulle donne si parlava pochissimo) – è una trasmissione di servizio pubblico che aiuta a riconoscere i campanelli d’allarme di relazioni dove la vita delle donne è in pericolo. Ogni puntata racconta una storia vera, ricostruita con grande attenzione agli aspetti psicologici e giudiziari. Amore Criminale narra vicende di violenza fisica, psicologica, sessuale ed economica.

Sono tante le donne che, dopo la messa in onda delle puntate, scrivono alla redazione chiedendo sostegno e aiuto. La redazione fornisce a ognuna di loro il contatto del Centro Antiviolenza più vicino al proprio domicilio, dove trovare assistenza legale e psicologica e, nei casi più gravi, un posto dove rifugiarsi anche con i figli. Il programma è realizzato in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri e la Polizia di Stato.

“Amore Criminale” è un format La Bastoggi docu&fiction. Ideato da Matilde D’Errico e Maurizio Iannelli (autori e registi), scritto con Romana Marrocco ed Elena Mandarano. Prodotto da Ruvido Produzioni.

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CIRCEO

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Una storia di liberazione

Un fatto privato e pubblico insieme. Il dramma e la rinascita di una donna, ma anche un evento destinato a cambiare la società italiana per sempre. Da martedì 14 novembre in prima serata Rai 1

È il 1975, quartiere popolare della Montagnola: Donatella Colasanti (Ambrosia Caldarelli) e Rosaria Lopez (Adalgisa Manfrida), due adolescenti piene di vita e di sogni, si preparano per uscire con dei ragazzi della Roma bene, da poco conosciuti. Quando accettano di accompagnarli a una festa al mare, non immaginano che quella gita presto diventerà un incubo: sequestrate, picchiate e violentate per ore in una villa al Circeo, rinchiuse nel bagagliaio di una macchina perché credute morte. La mattina del primo ottobre, i giornali, le televisioni, le radio aprono tutti con la stessa notizia: in un’auto in viale Pola sono state trovate due ragazze. Nude. Avvolte nelle coperte. Una è morta. L’altra è viva: Donatella.

Il delitto del Circeo scuote l’Italia. Il processo che ne segue viene raccontato quotidianamente da tutti i giornali nazionali. Donne da ogni angolo del Paese si presentano al tribunale di Latina per sostenere Donatella e assicurarsi che gli assassini siano condannati all’ergastolo. Quello che però la ragazza ancora non sa è che d’ora in poi non potrà mai più essere semplicemente Donatella, ma sempre e solo “la sopravvissuta del Circeo”. Da quel momento, infatti, Donatella diventerà un simbolo del movimento femminista, perché in gioco non c’è solo il desiderio di farla pagare ai suoi aguzzini e agli assassini di Rosaria, ma ci sono anche i diritti di tutte le donne. La posta in gioco è alta: cambiare la mentalità di un Paese in cui lo stupro non è considerato un crimine contro la persona, ma un’offesa alla pubblica morale. A difendere Donatella c’è Teresa Capogrossi (personaggio di fantasia interpretato da Greta Scarano), la giovane e ambiziosa avvocata che lavora prima per il noto penalista Fausto Tarsitano (personaggio realmente esistito interpretato da Enrico Ianniello), e poi per Tina Lagostena Bassi (personaggio realmente esistito e interpretato da Pia Lanciotti), l’“avvocato delle donne”, impegnata in prima linea per la riforma della legge sulla violenza sessuale. Teresa è una donna idealista e appassionata con forte sete di giustizia che, come una sorella maggiore, imparerà a prendersi cura di Donatella dimostrando che può vincere il processo e cambiare la legge. A ogni costo. In questo lungo viaggio verso la giustizia, le due donne impareranno molto l’una dall’altra, in una ricerca costante della propria identità e del proprio ruolo nel mondo.

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Sull’attenti! Si torna in Caserma

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SECONDA EDIZIONE

Da domenica 12 novembre, in prima serata su Rai 2, il docu-reality che accompagna i ragazzi della generazione Z verso la vita adulta. Tra le novità una nuova location e la selezione delle reclute che inizierà da subito

Dopo il successo della prima edizione, andata in onda nel 2021, torna “La Caserma, il docu-reality che accompagna la “Generazione Z”, ragazzi tra i 18 e i 23 anni, verso la vita adulta. In onda in prima serata su Rai 2 a partire da domenica 12 novembre, il programma si articola in 6 episodi. Alcuni di questi prevedono l’eliminazionedi uno o più partecipanti, fino ad arrivare all’agognata finale con la premiazione della squadra vincitrice e della recluta migliore.

I PROTAGONISTI

Rispetto alla scorsa edizione, il docu-reality si presenta ancora più competitivo perché il posto in caserma non è garantito e ancora più mirato alla vita di gruppo in un’epoca in cui i ragazzi sono sempre più isolati e con difficoltà relazionali. Lo scopo del programma sarà, infatti, la formazione di un gruppo solidale e unito. Ciascuno dei protagonisti dovrà sviluppare il “senso del fare” – sfruttando le capacità e superando le divergenze – per un unico obiettivo: fare squadra. Il “target” non cambia: i 24 ragazzi selezionati (14 ragazzi e 10 ragazze) sono persone “comuni”, ma con storie ben diverse. Messi insieme, rappresentano al meglio la loro generazione.

Tra questi ci saranno un’operaia, una studentessa e bagnina, un pizzaiolo, una commessa, un operatore sanitario. Quindi studenti universitari, un acrobata, una modella, un personal trainer e via dicendo. Si ritroveranno tutti senza cellulari, senza internet e lontani dal proprio nido familiare per affrontare un training ispirato alla disciplina militare.

IL FORTE DI VINADIO

Se la prima edizione si era svolta in Trentino, a Levico Terme, in una struttura ambientata ad hoc, la nuova stagione de “La Caserma” cambia location e si sposta nel Forte Albertino di Vinadio (CN), fortezza eretta per volere di Carlo Alberto di Savoia nel 1834. Un capolavoro militare, che è da considerarsi tra le opere più imponenti di tutto l’arco alpino: la fortificazione ha infatti una lunghezza di circa 1.200 metri, che si sviluppa dalla roccia del fortino fino al fiume Stura.

LA “MISSION” DEL DOCU-REALITY

La “mission” del docu-reality è quella di formare un gruppo solidale e coeso che sappia rispettare l’altro e le regole imposte attraverso valori di solidarietà e fratellanza, sfruttando sia le proprie capacità che quelle di una squadra. Il tutto attraverso gli insegnamenti degli istruttori, grandi professionisti del settore.

Il racconto de “La Caserma” segue parallelamente tale iter addestrativo e la storia personale dei ragazzi. Quindi ‘focus’ sul rapporto tra di loro e con gli istruttori, sulle loro fragilità ma anche sulla loro capacità di reazione. Molti i momenti toccanti, altri di tensione ma anche tanti divertenti.

GLI ISTRUTTORI

Il responsabile del corso è il Capo istruttore Renato Daretti, che sarà affiancato dall’altro capo istruttore Giovanni Rizzo. Entrambi hanno grande esperienza e professionalità, avendo partecipato a quasi tutte le missioni internazionali italiane degli ultimi 30 anni. A completare il team ci saranno anche l’istruttore Germano Capriotti e gli aiuto istruttori Debora Colucci, Silvio Davì e Leonardo Micera.

SUBITO UNA “SELEZIONE”

La grande novità di quest’anno è che la “selezione” inizierà sin da subito. Nella prima delle 6 puntate in programma, infatti, i 24 ragazzi convocati saranno sottoposti ad una serie di test. Solo in 18 tra questi saranno scelti per partecipare al corso d’addestramento vero e proprio e gli altri 6 dovranno tornare subito a casa. I ragazzi si trasferiranno quindi in ‘caserma’.

IL CORSO DI ADDESTRAMENTO

Da qui, le 18 reclute saranno divise in due gruppi: i Falchi e i Puma. Il corso di addestramento avrà la durata di 5 settimane e solo i più meritevoli arriveranno alla cerimonia finale, durante la quale gli istruttori premieranno la squadra migliore e la recluta migliore.

Falchi e Puma si sfideranno ogni settimana in 2 o 3 esercitazioni militari. Gli istruttori valuteranno le reclute anche singolarmente, sia dal punto di vista disciplinare che dal punto di vista fisico e dell’attitudine militare, ovvero su elementi come la capacità di lavorare in squadra e di resistenza allo stress. I ragazzi meno motivati, più indisciplinati o con il rendimento più deludente verranno ‘attenzionati’ e posti a rischio eliminazione.

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Rosa

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Veronica Pivetti

Una vita a ostacoli quella della grintosa protagonista del nuovo romanzo di Veronica Pivetti. Donna di cuore e di cervello, è giunta in Italia dal Perù ed è operatrice sociosanitaria in una RSA milanese. Cura gli anziani ospiti con dedizione, ma lo stipendio non basta per arrivare a fine mese e così, insieme alle colleghe Lupe, Teodora, Polina, Denisa e Maka, apre una cooperativa di assistenza per malati all’insaputa della coordinatrice, la temibile dottoressa Spinelli. Giornate e nottate di duro lavoro, il desiderio di affrancarsi dalle difficoltà economiche che l’accompagnano da sempre, la volontà di costruire un futuro sereno. La forza della protagonista è nella sua grande umanità, nell’ironia e nell’empatia che la contraddistinguono. Un racconto in commedia con un finale inatteso, che è al tempo stesso una storia di emancipazione e una favola dei giorni nostri

Tra fantasia e realtà, chi è Rosa?

Rosa è una donna che viene da lontano e che lavora in una RSA. È una OSS, cioè un’operatrice sociosanitaria, una figura che potremmo avere già incontrato nella nostra vita, o che, magari, chissà, prima o poi, incontreremo. È colei che si prende cura di nostra madre o di nostro padre, dei nostri nonni. Ho voluto dedicarle questo romanzo, che è anche un po’ una favola, e che racconta il nostro difficile rapporto con la vecchiaia.

Perché ha scelto di raccontare questa storia?

Perché quando la vita mi ha messo di fronte a una realtà difficile – bruscamente, come spesso capita – ho sentito il desiderio di raccontare come Rosa, e tante altre ‘Rosa’ che entrano con garbo e sensibilità nelle nostre esistenze, siano fondamentali per accompagnarci nel lungo viaggio della nostra vita, non sempre facile, non sempre vincente.

Nonostante la serietà dei temi affrontati il suo romanzo è intriso di ironia. Si può parlare di forza dell’ironia?

Certamente! L’ironia è il veicolo che mi permette di raccontare qualsiasi realtà, anche la più complessa e delicata. L’ironia è il mezzo che mi consente di affrontare col sorriso i peggiori tabù, che smaschera le paure, che toglie pesantezza a temi ritenuti intoccabili e che, invece, dicono di noi e della nostra vita familiare.

Un romanzo che vive soprattutto attorno a personaggi femminili, perché questa scelta?

Perché le donne sono in prima linea nella cura degli altri, sempre. Che siano madri, che siano mogli, o come in questo caso, operatrici sociosanitarie, sono quelle che sanno come dedicarsi al prossimo. Non che non ci siano anche uomini in questo settore, per carità, ma le donne sono la stragrande maggioranza.

Cosa significa “emanciparsi” in questo terzo millennio?

Per noi donne, purtroppo, significa ancora lottare per ottenere qualcosa che ci spetta di diritto. Ma i diritti sono troppo spesso una parola e poco un fatto. In questo romanzo, per Rosa e le sue amiche, ‘emancipazione’ è la parola chiave. E penso che anche noi, quando le accogliamo nelle nostre case, dovremmo emanciparci nel rapporto con loro. Sono persone che ci aiutano, che arrivano dove noi non siamo in grado di arrivare. La nostra casa è anche la loro.

A chi dedica questo libro?

A chi vuole conoscere meglio una realtà evidente, diffusissima, socialmente determinante, ma ancora guardata di sfuggita. A chi vuole ridere o sorridere su temi ‘scomodi’, a chi ha in casa una situazione difficile e vuole sentirsi meno solo.

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“Una storia d’amore” per Tenco e Dalida

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Grazia Di Michele e Giovanni Nuti hanno deciso di ridare voce ai due grandi artisti raccontando, attraverso le loro canzoni, lo speciale legame che li ha uniti

GRAZIA DI MICHELE

Come nasce questo omaggio a Luigi Tenco e Dalida?

Ho incontrato Giovanni Nuti per un suo disco che stava preparando. Eravamo molto in sintonia e ho colto questo progetto con grande entusiasmo. Abbiamo deciso, con molto rispetto, di raccontare questa storia d’amore attraverso le canzoni di due grandissimi artisti. Abbiamo realizzato un disco dove io interpreto le canzoni di Tenco e Giovanni di Dalida, che poi è diventato anche uno spettacolo teatrale dove i due artisti comunicano attraverso una sorta di lettera.

I grandi classici di Tenco e Dalida ripercorrono le loro vicende umane e artistiche, ma anche tanto mistero. Ne ha percepito l’essenza interpretando i loro successi?

Amo Tenco da sempre e credo che sia uno dei cantautori più particolari, proprio per questo modo molto semplice di scrivere le canzoni. Non cerca frasi ad effetto, non fa voli pindarici e non usa metafore. “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare”. Io trovo questa semplicità, di una profondità incredibile che appartiene a pochi artisti. Di Luigi è stato detto e scritto tanto e ancora aleggia un mistero. Si ha a che fare con un artista introverso, che ha raccontato la sua sensibilità attraverso le canzoni. Non abbiamo il diritto né la possibilità di entrare nel cuore e nella mente di una persona e quindi lasciamo che parlino le sue canzoni.

Oggi la musica è ancora un veicolo di evasione e di riflessione?

Credo di sì, per chi lo vuole. Purtroppo, oggi però manca molta poesia, quella che ha accompagnato tutta la nascita del cantautorato italiano e non solo. Poesia, ma anche impegno sociale che parte da Italo Calvino, dalle cronache, dal movimento del ’68 e anche prima con le canzoni per la pace. Da lì la musica è diventata uno strumento per far pensare, riflettere, per raccontare le esigenze delle persone. Oggi tutto questo non esiste più. Io non riesco a vedere un erede di Tenco, di Fabrizio De André o di Lucio Dalla e Pino Daniele. La nuova generazione è cambiata. Il mio modo di lavorare con i giovani è diverso: ho trascorso quattordici anni nel reality in cui lavoravo tanto per la tecnica, l’interpretazione, la personalità artistica ma anche per la cultura musicale. Oggi ho classi di allievi a cui non interessa sapere chi era Fabrizio De André e che non vogliono studiare la tecnica tanto c’è l’auto-tune, e per quanto riguarda la poesia, meglio una scrittura che è uguale a quella con la quale si comunica normalmente. Ma non è questa la cultura musicale che dovremmo trasferire alle nuove generazioni.

La sua carriera è lunga oltre quarantacinque anni e mostra una voglia continua di mettersi in gioco nei vari ambiti della musica. Cosa non ha ancora fatto e quali sono i suoi progetti futuri?

Con la musica sono riuscita a fare veramente tutto e ha permeato la mia vita e quella di mio figlio. Vivo da tanto tempo di musica e, se posso dire quello che mi manca oggi, è viaggiare, confrontarmi con altre realtà. Ma è diventato molto difficile farlo. Il periodo storico che viviamo è terribile, si ha paura persino di uscire dai propri confini e questo non lo avrei mai immaginato. Ho rinviato sempre tanti viaggi pensando che con il tempo sarei partita, ma non l’ho fatto e oggi vivo quello che accade nel mondo con grande malessere. Per il momento i viaggi restano nel cassetto.

GIOVANNI NUTI

Quali successi saranno contenuti nell’album?

Canto le canzoni di Dalida e Grazia quelle di Tenco. Io ho scelto i successi di Dalida che chiaramente sono successi che non sono stati scritti per lei e che ha cantato in tutto il mondo. “Come non andare via”, “Col tempo”, “Diciott’anni” e altri grandi successi.

La voce di Dalida è capace di attraversare un pentagramma. Lei come la definirebbe?

Mi è venuta la voglia di cantare perché sono sempre stato innamorato della sua voce da contralto, scura, molto maschile, indubbiamente e ovviamente riconoscibilissima e molto particolare.

Tra le sue collaborazioni ci sono quelle con Enrico Ruggeri, Roberto Vecchioni, Lucio Dalla, Mango, Enzo Avitabile, Milva, Dario Gay, Marco Ferradini e Simone Cristicchi. Come ha lavorato con Grazia Di Michele?

Ci siamo conosciuti perché io ho inciso duetti nel canzoniere dedicato ad Alda Merini e Grazia Di Michele ha duettato con me in un brano. In quella occasione, mentre andavo a conoscerla, mi è venuta l’idea di proporle un disco e uno spettacolo su Tenco e Dalida. Da lì abbiamo trovato tante affinità dal punto di vista musicale e umano.

Una parte significativa della sua carriera è stata dedicata alla collaborazione con la poetessa Alda Merini. Cosa conserva di questo rapporto?

Conservo tutto perché non mi ha mai lasciato. Sono quattordici anni che ha lasciato il corpo ma, a livello spirituale, la nostra collaborazione che lei definiva “matrimonio artistico”, non si è mai interrotta. Alcune persone mi chiedevano di poter salutare Alda Merini, anche un minuto di telefonata con lei cambiava la vita alle persone. Immaginate sedici anni trascorsi quotidianamente con lei… Diceva che un poeta per essere musicato bisogna viverlo nella quotidianità, ed è quello che ho fatto io. Ovviamente i suoi insegnamenti sono continui, non c’è un momento che non mi venga in mente quello che aveva detto Alda. Per me è come un mantello spirituale che mi protegge ogni giorno.

Per Alda Merini cos’era la musica?

Era una pianista e la musica era basilare. Diceva che è ancora più importante della poesia e la cosa straordinaria è che lei ha scritto appositamente per me. Ha scritto poesie affinché venissero musicate. Diciamo che era una cosa essenziale per lei, come l’acqua, come l’aria. La musica e la poesia andavano per lei a braccetto.

C’è una colonna sonora per la sua vita?

L’Albatros, perché Alda Merini mi chiedeva sempre di cantarla. Rappresentava il manicomio e ogni vota che la suonavo e la cantavo lei piangeva. Io le chiedevo perché cantare una canzone che poi le portava sofferenza, ma lei rispondeva che quando soffriva diventava grande come una montagna. Una cosa che poi durante la vita ho sperimentato anch’io. La sofferenza porta ad alzare le vibrazioni in maniera tale che poi paradossalmente non la senti neanche più.

Che significato ha, tornando a Tenco e Dalida, il lascito di questo lavoro?

Rispolverare questi brani è qualcosa di culturale soprattutto per i giovani. La grande melodia è un lascito morale e musicale. Due artisti che hanno dimostrato il loro impegno anticonvenzionale, molto all’avanguardia.

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Sono una boomer in continuo movimento

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ALESSIA MARCUZZI

Il martedì in prima serata su Rai 2 tra ricordi, musica, risate ed emozioni. La conduttrice di “Boomerissima” racconta i suoi anni Ottanta al RadiocorriereTv: i poster di Luis Miguel e Nick Kamen in cameretta, il primo concerto, le feste a casa di amici. «I giovani di oggi sono poliedrici, reattivi, ma forse noi sognavamo di più»

Come sta vivendo il ritorno di “Boomerissima”?

Benissimo, sono contenta e presa. È un programma che richiede molto tempo ed è complicato da realizzare: è un varietà ed è anche un game, ci sono lo scontro generazionale, i momenti comici, le performance di Luca Tommassini. Al mattino sono in sala prove per il ballo, nel pomeriggio in redazione, di sera ancora prove. È impegnativo, una full immersion di qualche mese. “Boomerissima” intensissima…

“Boomerissima” è diventato in poco tempo un appuntamento atteso da boomer, millennial e non solo… cosa rende il format così attrattivo?

L’identificazione. Il fatto che chi guarda il programma si ritrova nella propria generazione. Dividiamo l’età in un modo un po’ nostro (sorride). Dai quarant’anni in su si è già boomer, anche perché nella realtà i ragazzi di vent’anni vedono un quarantenne già più grande di loro. È un programma che sblocca ricordi ed emozioni.

Come si spiega la grande nostalgia per gli anni Ottanta e Novanta?

Avevano leggerezza e voglia di puro divertimento, senza angosce o paranoie. I ragazzi di oggi sognano forse di meno di quanto facessimo noi, che eravamo alla scoperta di tutto. C’è il telefonino, e vedete che lo chiamo “telefonino”, proprio da boomer, e crea dipendenza. I ventenni di oggi hanno già tutto.

C’è qualcosa che “invidia” loro?

L’intelligenza spiccata, l’acutezza, la prontezza di riflessi. Sono poliedrici, molto reattivi. E poi il fatto che possano fare davvero tutto quello che vogliono nella misura in cui l’età lo consenta. Hanno accesso più facilmente a un numero maggiore di situazioni rispetto a quello che accadeva a noi, per loro questo è un grande plus.

Tra i suoi ospiti è più forte la competizione o la voglia di lasciarsi andare ed emozionarsi?

La competizione…

… se l’aspettava?

No, però ho capito che se anch’io avessi dovuto partecipare a un programma come “Boomerissima” forse sarebbe prevalsa questa. Scatta in maniera forte, succede anche tra noi, in redazione, quando proviamo i giochi (sorride).

In che cosa si sente boomer e in che cosa millennial?

Boomer sempre. Sul telefonino scrivo utilizzando un solo dito, sono amarcord, parlo sempre dei miei tempi… mi sento millennial nella voglia di fare sempre qualcosa di nuovo. La mia testa è sempre in movimento, a volte mi viene detto che lo è anche troppo.

Il pubblico della Rai l’ha accolta con affetto, cosa significa questo per lei?

È stato molto importante. Avevo deciso di prendermi un po’ di pausa, di non tornare subito in Tv, e così all’inizio ho avuto un po’ di timore. Sono arrivata con un progetto scritto da me, avevo paura che non piacesse. Il pubblico invece mi ha accolta a braccia aperte, è stato un po’ tornare in una grande famiglia, anche perché le mie prime esperienze sono state qui. Sono grata alla Rai anche per rispettare la mia creatività, accolta con grande amore.

Facciamo un passo indietro nel tempo, qual è il brano del cuore di Alessia teen-ager?

“Enjoy the silence” dei Depeche Mode, è un brano che mi riporta al mio primo concerto, al palazzetto dello sport di Roma. Di brani a cui tengo tanto ce ne sono anche altri.

Il film che più la fece emozionare da ragazza?

I primi amori sono legati a “Il tempo delle mele”. Il ballo tra Vic e Mathieu fece andare fuori di testa tutte le ragazze. Successivamente venni rapita da “Blade Runner”, mi piaceva perché era all’avanguardia, è un film che ha rappresentato la rottura.

Il telefilm di cui non perdeva una puntata?

Le “Charlie’s Angels”. Volevo diventare come loro, un po’ investigatrici private, un po’ poliziotte…

Negli Ottanta le camerette dei ragazzi erano invase da poster…

Nella mia c’erano quelli di Luis Miguel e di Nick Kamen, ma avevo anche una passione per Simon Le Bon, che potrei avere ancora…

Chi avrebbe voluto intervistare dei suoi beniamini di allora?

Molti li ho incontrati e intervistati al “Festivalbar”. Dei miei miti non sono riuscita a incontrare George Michael, Whitney Houston, Michael Jackson. Penso che quella a George Micol sarebbe stata l’intervista della vita.

Preferiva la discoteca o le feste a casa da amici?

Sono sempre stata poco mondana, per di più i miei genitori erano abbastanza severi e non potevo fare tutto ciò che volevo. Le feste erano quelle a casa di amici, i vestiti di taffetà e tulle… ed erano anche le occasioni per conoscersi, per incontrarsi.

Abbiamo parlato del passato, come si approccia al futuro?

Con una priorità, i miei figli. Sono molto presente nelle loro vite, si devono divertire, ma avendo sempre un po’ di moderazione.

Loro cosa le insegnano?

Che ogni tanto devo un po’ mollare, mi dicono “come ce l’hai fatta tu, ce la facciamo anche noi” (sorride).

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Lubo

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Scritto e diretto da Giorgio Diritti, arriva nelle sale dal 9 novembre, con Franz Rogowski, Christophe Sermet, Valentina Bellè, Noémi Besedes, Cecilia Steiner e Joel Basman. Il film è liberamente tratto dal romanzo “Il seminatore” di Mario Cavatore (Einaudi)

“Gli zingari sono sempre stati un problema”, con queste parole ha inizio il romanzo “Il Seminatore” di Mario Cavatore, da cui prende liberamente riferimento il progetto di “Lubo”, scritto e diretto da Giorgio Diritti, al cinema dal 9 novembre. Lubo è un nomade, un artista di strada che nel 1939 viene chiamato nell’esercito elvetico a difendere i confini nazionali dal rischio di un’invasione tedesca. Poco tempo dopo scopre che sua moglie è morta nel tentativo di impedire ai gendarmi di prendere i loro tre figli piccoli, strappati alla famiglia in quanto Jenisch, come da programma di rieducazione nazionale per i bambini di strada (Hilfswerk für die Kinder der Landstrasse). Lubo sa che non avrà più pace fino a quando non avrà ritrovato i suoi figli e ottenuto giustizia per la sua storia e per quella di tutti i diversi come lui. «Lo scontro etnico, la paura del diverso, sono ancora oggi al centro di episodi della cronaca di tutti giorni ed è evidente quanto le differenze razziali o religiose costituiscano elemento di scontro e rappresentino la più forte minaccia alla stabilità delle relazioni tra le persone e i popoli – afferma il regista – La lettura del romanzo mi ha svelato una vicenda storica poco conosciuta di persecuzione nei confronti di una minoranza nomade, gli Jenisch, a cui vennero sottratti i figli al fine di “rieducarli” in un periodo storico compreso tra gli anni ‘30 e gli anni ‘70. Le stime sulle ricerche parlano di circa 2000 bambini. Ciò mi è apparso inquietante e particolarmente stridente per un Paese democratico e civile come la Confederazione Elvetica, sovente citata come ‘esempio virtuoso’ nel rapporto tra i cittadini e le istituzioni. Mi sono chiesto cosa avrei fatto, come avrei agito subendo una violenza così grande. Avrei reagito contro lo Stato con violenza. Lubo, a cui ‘rapiscono’ i bambini e uccidono la moglie è un uomo solo che improvvisamente si trova in guerra con il mondo, non accetta e lotta contro questa folle discriminazione, vuole ritrovare i suoi figli e cerca nel volto delle varie donne che incontra il volto di sua moglie. Vuole ricostruire un futuro possibile esprimendo anche il suo desiderio di amare, di ritrovare e credere comunque nell’amore». Nel cast del film Franz Rogowski (Lubo), Christophe Sermet (Motti), Valentina Bellè (Margherita), Noémi Besedes (Elsa), Cecilia Steiner (Klara) e Joel Basman (Bruno Reiter). «Il percorso del protagonista, tra i vari Cantoni della Svizzera e dell’Italia, si dipana in un tempo storico di venti anni in cui si evolvono episodi carichi di forte drammaticità, suspense, passione, coraggio – prosegue Diritti – Nello svolgersi degli eventi emerge quanto principi folli e leggi discriminatorie generino un male che si espande come una macchia d’olio nel tempo, penetrando nelle vite degli uomini, modificandone i percorsi, i valori, generando dolore, rabbia, violenza, ambiguità… ma anche un amore per la vita e per i propri figli che vuole sopravvivere a tutto e riportare giustizia».

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La musica, la mia necessità

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GAUDIANO

L’edizione 2023 di “Tale e Quale Show” ha il suo vincitore, il cantautore pugliese acclamato da giuria e pubblico. Il RadiocorriereTv lo ha intervistato a poche ore dalla proclamazione

Si sono spenti i riflettori sulla finale di “Tale e Quale Show 2023”, come sta e cosa prova?

Questa vittoria è arrivata in fondo a un lungo percorso, anche faticoso: le prove con i coach di recitazione e di canto, quelle con il trucco che durano tantissime ore. È stata una bella maratona, mi sento felice perché ho avuto la resistenza necessaria per arrivare lucido allo sprint finale. Credo di avere portato l’asticella della mia comfort zone molto più in alto rispetto al punto di partenza.

Che cosa ha rappresentato il programma nel suo percorso professionale?

Per la prima volta i miei due mondi, quello della canzone d’autore e quello del teatro, si sono incontrati nell’interpretazione dei vari personaggi. Mi sono dovuto calare non solo nella loro attorialità, nella loro estetica, ma anche nei mondi che hanno permesso loro di donare al pubblico grandi capolavori.

Cosa significa entrare in un altro artista?

È un esercizio difficile, perché parti da una tua identità, dalla tua realtà. È stato bello interpretare artisti che stimo tantissimo e trovarmi a mio agio nei loro mondi.

Uno sguardo ad alcuni dei suoi personaggi… partiamo da Giuliano Sangiorgi e da “Meraviglioso”…

Giuliano è da sempre il mio faro nella notte, punto di riferimento. Ho sempre ascoltato i Negramaro, consumando i loro dischi. Li stimo a livello musicale e per quello che rappresentano per la musica italiana. Portando in scena Sangiorgi ho avvertito una forte responsabilità. Tra l’altro, “Meraviglioso” è un successo di un altro pugliese DOC, Mimmo Modugno…

Altro suo conterraneo, altra ovazione dello studio: Al Bano con “Nel sole”…

Non mi aspettavo che la mia esibizione avesse tutto questo successo. È stato uno scoglio molto duro, il reparto del trucco ha lavorato benissimo e così ho potuto calarmi più facilmente nei suoi panni. Le nostre età sono distanti, non era scontato fare centro. Per me è stata una sorpresa.

Origini pugliesi sono anche quelle di Francesco Sarcina…

Le sue origini sono cerignolane, come quelle di mia mamma. Alla fine, la Puglia torna sempre. 

Ha convinto il pubblico già dalla sua prima esibizione con Tiziano Ferro e la sua “Non me lo so spiegare”…

Il punto di partenza con cui ho potuto capire quanto fosse difficile la gara e di quanto impegno richiedesse. È stata una serata emozionante e la vittoria mi ha dato l’incoraggiamento necessario per partire bene.

Si è cimentato anche con due artisti internazionali…

Lewis Capaldi è stato il personaggio che mi ha dato più filo da torcere per la sua vocalità. Interpretare “Someone you loved” per come è incisa nel disco è difficile anche per lo stesso Capaldi, che nei suoi concerti la canta due toni sotto. Ho voluto replicare la tonalità del disco: è stato molto difficile, ma sono riuscito a reggere il colpo.

Hozier…

È un artista che amo, è stato un onore portarlo in scena. Ha una vocalità difficile da ricercare, ma nella quale ritrovo cose che mi appartengono.

Finito il programma qual è stata la prima telefonata che ha ricevuto?

Ho sentito la mia famiglia. Mia mamma, mio fratello, mia sorella che mi seguono sempre con amore. Abbiamo gioito insieme, poi sono corso a struccarmi perché è un’operazione che richiede sempre molto tempo.

Ora c’è il torneo, chi porterà in scena?

Non mi è stato ancora comunicato. Spero che mi venga assegnato un cantautore italiano o qualcuno che abbia lasciato il segno nel panorama della musica internazionale.

Finito “Tale e Quale” in che direzione guarda Gaudiano?

L’ultima puntata coincide con l’uscita del mio nuovo singolo “Numeri”, una canzone che parla del mio rapporto travagliato con la discografia, con un sistema difficile per gli autori oggi, soprattutto per i giovani.

C’è qualcosa che la discografia non ha capito di lei?

Può non aver capito nulla, o aver capito tutto, il problema non sono io. Credo che la discografia debba smetterla di inseguire progetti già pronti, che hanno già un loro consenso, invece di costruire il consenso intorno all’artista che ha una proposta vincente e nuova da un punto di vista autorale. Non parlo di me, sto facendo un discorso in generale.

Cos’è per lei la musica?

Una necessità. Ho la fortuna di svegliarmi alla mattina e poter fare quello che mi piace, musica. Quando le due cose coincidono è come respirare. Non posso immaginarmi senza. Ognuno di noi custodisce dentro di sé una propria colonna sonora. Io cerco di fare venire fuori la mia e di condividerla con le persone che vogliono ascoltare le mie canzoni.

Cosa porterà con sé dell’esperienza a “Tale e Quale”?

Mi porterò dietro l’insegnamento delle persone che ho conosciuto in queste settimane, Carlo Conti in primis, gli autori. E poi l’artigianalità che consente di creare delle cose grandi, come il miglior programma di varietà che ci sia in circolazione. Oggi mi sento anche più sicuro nello stare sul palco. Ho imparato a non dire mai di no, con pregiudizio, a determinate cose, nelle quali potresti riscoprirti diverso, se non migliore, di quello che credi di essere.

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Rai e Airc insieme contro il cancro

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I GIORNI DELLA RICERCA

Servizio Pubblico mobilitato per informare e sostenere il lavoro di 6 mila ricercatori. Ad aprire e chiudere l’iniziativa, il 5 e il 12 novembre, Mara Venier e “Domenica In”

Da 29 anni la Fondazione AIRC accende i riflettori sull’importanza di sostenere la ricerca per la cura del cancro con un ricco programma di appuntamenti per informare il pubblico sui progressi della ricerca oncologica e raccogliere nuove risorse che diano impulso al lavoro di seimila ricercatori. Un percorso che coinvolge le reti Rai, radiofoniche e televisive, e che ha portato anno dopo anno a raccogliere 139 milioni di euro. «La Fondazione AIRC fa un lavoro importantissimo e coerente con i valori del servizio pubblico: fornire ai cittadini un’informazione scientifica basata sui fatti, che aiuti una cultura di prevenzione e di consapevolezza – afferma la presidente della Rai Marinella Soldi – Siamo felici di rendere la Rai parte attiva di un’iniziativa così importante per tutti noi». Rai e AIRC danno vita a una vera e propria maratona, frutto di una partnership consolidata. Punto di partenza e di arrivo della staffetta, che mobilita decine di programmi, è “Domenica In”. «Tutto partirà domenica 5 novembre con l’avvio del numeratore – dichiara Mara Venier, padrona di casa del programma di Rai 1 – la mia collaborazione con AIRC è iniziata nel 1996, dopo avere conosciuto il professor Umberto Veronesi, persona meravigliosa rimasta nel cuore di tutti. Mi auguro che la partecipazione e la generosità siano grandi, perché la prevenzione e la ricerca salvano la vita. Questo non lo dobbiamo mai dimenticare». A definire irrinunciabile la settimana della ricerca è il presidente dell’AIRC Andrea Sironi: «È l’occasione per fare il punto sulle sfide che abbiamo davanti. Questa maratona è veramente un esempio di Servizio Pubblico». AIRC finanzia più di seimila ricercatori in Italia ed è la spina dorsale della ricerca oncologica. «Bisogna scardinare un tabù – prosegue Sironi – il cancro è una malattia brutta che affrontiamo con successo. Oggi 3 milioni e 600 mila persona hanno superato la malattia e svolgono una vita normale, con un’aspettativa di vita analoga a chi non ha mai avuto problemi di salute». Per il presidente AIRC «l’unica vera arma che abbiamo, accanto alla prevenzione, è la ricerca che facciamo da quasi 60 anni in maniera rigorosa. Quest’anno eroghiamo 137 milioni in tutta Italia e, negli ultimi anni, abbiamo spinto di più sui giovani che hanno progetti più coraggiosi».

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