Ora tocca a noi

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SANREMO GIOVANI

La Commissione musicale della Rai presieduta da Amadeus ha selezionato i magnifici 12 che il 19 dicembre gareggeranno al Teatro del Casinò per aggiudicarsi l’accesso al Festival della Canzone Italiana. La serata andrà in onda in diretta su Rai 1, RaiPlay e Rai Radio 2

bnkr44 “Effetti speciali”

“Raccontiamo una storia d’amore molto semplice, lo facciamo con una metafora cinematografica, come se i personaggi fossero gli attori di un film. Fare musica fa bene alla salute, saremo sul palco con l’energia di sei ventenni, ‘Sanremo giovani’ è davvero una grande opportunità”.

CLARA “Boulevard”    

“Dedico la canzone a mia mamma, una donna molto forte che per me è da sempre punto di riferimento. Credo che nessuno di noi sia un animale solitario, come dico nel ritornello ‘nessuno si salva da solo’. Essere sul palco di ‘Sanremo giovani’ rappresenta l’inizio di un sogno”.

Dipinto “Criminali”

“Il brano parla di un momento di disagio nel mio passato e dei cambiamenti successivi. Sono fiero e orgoglioso di me, sono e sarò me stesso, sul palco come nella vita, niente di costruito”.

Fellow “Alieno” 

“‘Alieno’ parla degli ‘sfigati’ della festa, delle persone che si sentono un po’ escluse. Il brano invita ad avere una propria personalità, a lasciarsi andare. La mia vita è solo musica, a ‘Sanremo giovani” sono arrivato grazie al tanto lavoro e sono molto carico”.

Grenbaud “Mama”

“Il pezzo racconta un viaggio in cui esco di casa, i miei genitori non sanno dove sono e… faccio cose… ma poi torno, quindi c’è sempre un lieto fine. Il mio rapporto con la musica è necessario, la musica mi aiuta a esprimere ciò che non riuscirei a comunicare diversamente”.

Jacopo Sol “Cose che non sai”

“Un pezzo che parla di overthinking, di una situazione in cui hai così tanti pensieri da non capire più che cosa stai provando. Un pezzo energico e imprevedibile. In me ci sono adrenalina, entusiasmo ed emozione. Vedo ‘Sanremo giovani” come un punto d’inizio”.

Lor3n “Fiore D’inverno”

“Quando ho saputo che sarei arrivato in finale a ‘Sanremo Giovani’ ero a dir poco incredulo. La mia canzone parla di una storia d’amore cresciuta in un periodo sbagliato per entrambe le persone. Il mio sogno è quello di suonare di fronte a un grande pubblico che canta la mia canzone”.

Nausica “Favole”

“Parlo di una bellissima storia d’amore, poi finita, e per questo il brano è intriso di malinconia. Sono grata alla vita di poter vivere questa esperienza. Sarò a Sanremo con Kitty, la mia arpa. Proverò a fare parlare il mio cuore, mi lascerò andare, cercando di creare una magia. Spero che un pezzettino del mio cuore arrivi al pubblico”.

Omini “Mare Forza 9oi”

“La canzone parla di una relazione che potrebbe essere finita… oppure no… ma non spoileriamo più di tanto. Siamo veramente uniti, suoniamo insieme da dieci anni, la musica ci consente di esprimerci, soprattutto nei live. Prima di entrare in scena c’è l’abbraccio di gruppo e poi… ci tiriamo una testata (sorridono)”.

Santi Francesi “Occhi tristi”

“Parliamo di promesse difficili da mantenere, ma che sono comunque ossigeno per i rapporti. Saremo sul palco di ‘Sanremo Giovani’ con un mix di paura ed elettricità. Siamo felici di partecipare, è un onore e un privilegio. Per noi la musica è una necessità”.


Tancredi “Perle”
“Nella mia canzone parlo di un momento un po’ buio, che ha intaccato la mia relazione, la mia quotidianità. Non vedo l’ora di portarla sul palco, sto cercando di ignorare l’ansia e sono molto gasato”.

Vale LP “Stronza”

“Un titolo un po’ provocatorio che non nasconde però alcuna malizia. Parla in maniera onesta di sentimenti, di una rabbia emotiva che deriva da una paura grandissima, che è quella di essere amata per quella che non sono, ovvero una stronza. Spesso usiamo maschere che ci mostrano forti, per sopperire alle nostre paure. Liberarsi è la strada giusta. Il palco è il mio posto sicuro, riesco a sentirmi coraggiosa”.

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La musica è sogno

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SANREMO 2024

Dopo gli ultimi annunci al Tg 1 la squadra di Amadeus è al gran completo. A co-condurre il Festival nelle sue cinque serate saranno Marco Mengoni, Giorgia, Teresa Mannino, Lorella Cuccarini e Fiorello. L’attesa per l’appuntamento musicale e televisivo più importante dell’anno è alle stelle. Il Direttore artistico al RadiocorriereTv: «Sanremo ha cambiato completamente la mia vita. Mi ha permesso di realizzare quello che sognavo da ragazzo e che non avrei mai pensato di poter raggiungere». E sugli artisti in gara: «Tra giovani e big il cast è fantastico»

Si parte con “Sanremo giovani”, l’anticamera del Festival della Canzone italiana…

Si dà il via alla musica, e per me questa è una fase importantissima da sempre. I giovani hanno un ruolo particolare nei miei festival, che si tratti dei partecipanti a “Sanremo giovani” così come dei giovani che fanno parte del cast che si esibirà all’Ariston. Ci sono talento, entusiasmo e tanti sogni. È molto bello.

Tante ore di musica nelle orecchie per la selezione dei brani, che viaggio è stato?

Un viaggio bellissimo come ogni anno, quest’anno ancor più articolato. Tra “Sanremo giovani” e “Area Sanremo” abbiamo superato i 1300 brani. Non è stato facile perché i giovani bravi sono tanti, dover fare una selezione, portarli a una stretta cerchia, andare da 600 a 50 non è facile. Figuriamoci poi da 50 a 12. Sono davvero molto soddisfatto perché i 12 finalisti sono tutti talenti.

Tra le sorprese che ha voluto riservare al grande pubblico di Sanremo c’è anche la presenza al Festival di Giovanni Allevi…

Il Festival deve percorrere le strade del sentimento. Non organizzo Sanremo a tavolino, ma mi lascio guidare un po’ dalle emozioni. Conosco il maestro Allevi da tanto tempo. Quando appresi della sua malattia rimasi senza parole, quando l’ho incontrato qualche mese fa mi ha raccontato tutto: la sofferenza, ma anche la forza e la voglia di tornare a suonare, cosa che non accade da oltre due anni. Durante questo suo racconto gli ho proposto il palco dell’Ariston, per tornare a suonare di fronte a un pubblico numerosissimo. Lui ha accolto l’invito con una gioia immensa, e la sua gioia è automaticamente la mia e sarà la stessa grande gioia che proverà il pubblico a casa.

Dove sta andando la musica italiana?

La musica italiana viaggia con grande velocità, anche rispetto al mio primo Sanremo di cinque anni fa. Ho ascoltato circa 1800 brani, tra big e giovani, questa è un’ondata di musica, bellissima. Siamo noi a dover stare al passo con la musica, senza avere pregiudizi, senza pensare che un brano sia troppo nuovo, troppo strano e che quindi non vada bene. Dobbiamo aprire la mente e lasciarci guidare dal gusto dei giovani, che poi può trainare il nostro. Servono massima apertura mentale e voglia di ascoltare bella musica.

Quanto e come Sanremo ha cambiato la sua vita?

Sanremo ha cambiato completamente la mia vita. Mi ha permesso di realizzare quello che sognavo da ragazzo e che non avrei mai pensato di poter raggiungere, tra l’altro in questa maniera, che non è solo fare cinque festival, cosa che andava comunque al di là dei miei più ambiziosi sogni, ma quello di poter scegliere la musica. Scegliere le canzoni è la cosa che mi piace di più di Sanremo.

Sanremo si può solo amare?

Sanremo si ama, e le canzoni si amano. Tra giovani e big il cast è fantastico.

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Un Don Carlo mai visto

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La prima della Scala in 4K. Con il Direttore musicale Riccardo Chailly sul podio e la regia di Lluis Pascal, l’opera di Giuseppe Verdi in diretta su Rai 1, Radio 3, Rai 1 HD canale 501 e RaiPlay, giovedì 7 dicembre a partire dalle 17.45

Per la prima volta Rai Cultura riprende in 4K una prima della Scala per trasmetterla come ormai di consueto in diretta su Rai 1 a partire dalle 17.45. Avrà quindi una definizione quattro volte superiore rispetto agli standard televisivi a cui siamo abituati il Don Carlo di Giuseppe Verdi che inaugura la stagione del Teatro alla Scala giovedì 7 dicembre 2023, con il Direttore musicale Riccardo Chailly sul podio e la regia di Lluis Pascal. Dieci telecamere in alta definizione, 45 microfoni nella buca d’orchestra e in palcoscenico, 15 radiomicrofoni dedicati ai solisti. Un gruppo di lavoro di 50 persone tra cameraman, microfonisti, tecnici audio e video. Una preparazione che vede lo staff di regia seguire fin dalle prime prove la messa in scena dello spettacolo, e un numero crescente di addetti lavorare nelle due settimane precedenti il debutto. Lo spettacolo, con la regia televisiva di Arnalda Canali, sarà trasmesso in diretta anche su Radio 3, su Rai 1 HD canale 501 e su RaiPlay, dove potrà essere visto per 15 giorni dopo la prima. Oltre tre ore di trasmissione, completa di sottotitoli, per portare il capolavoro di Verdi nelle case degli italiani, perché la grande musica è di tutti, come ha dimostrato il milione e mezzo di telespettatori del Boris Godunov del 7 dicembre 2022. Oltre a trasmettere l’opera, con grande attenzione per la ripresa audio e video curata dal Centro di Produzione TV di Milano, come di consueto la Rai racconterà anche ciò che accade attorno allo spettacolo più atteso della Stagione. Su Rai1 Milly Carlucci e Bruno Vespa, con collegamenti di Serena Scorzoni dal foyer, condurranno la diretta televisiva incontrando, prima dell’inizio e durante l’intervallo, i protagonisti e gli ospiti presenti. Per Radio 3 seguiranno la diretta Gaia Varon e Oreste Bossini. Saranno coinvolte anche le diverse testate giornalistiche della Rai con dirette, servizi e approfondimenti, con ospiti in studio e dal foyer della Scala. Come per il Boris  Godunov del 2022, anche quest’anno la trasmissione dell’opera sarà corredata dall’audiodescrizione in diretta, grazie alla quale anche le persone cieche e ipovedenti potranno avvalersi di tutte quelle informazioni visive non trasmesse verbalmente – costumi, aspetto e mimica dei personaggi, azioni non parlate, location, scenografia e luci –, tale accessibilità sarà estesa anche a tutto ciò che accadrà intorno allo spettacolo e verrà trasmesso in TV prima dell’inizio e durante l’intervallo. Il servizio è realizzato da Rai Pubblica Utilità – Accessibilità. L’audiodescrizione, attivabile dal televisore sul canale audio dedicato – e fruibile anche in streaming su RaiPlay – fa parte del percorso di inclusione intrapreso con impegno e determinazione dalla Rai, con l’obiettivo di rendere sempre più concreta e ampia l’offerta di vero servizio pubblico.

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Nella tana del coniglio

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FRANCESCA FIALDINI

Sei storie di vita vera, racconti a cuore aperto di persone affette da disturbi del comportamento alimentare. L’autrice incontra Martha, Benedetta, Giulia, Valentina, Marco e Anna, lo fa guardando, insieme a loro, all’interno del buco nero in cui sono caduti mentre rincorrevano un mito, un ideale di perfezione, la considerazione degli altri, un bisogno d’amore. Sei interviste intime e potenti in cui le parole sono strumenti centrali per riflettere sui motivi di un dolore che punisce e trasfigura il corpo, mettendo a repentaglio serenità e futuro. Il volume, scritto con lo psichiatra Leonardo Mendolicchio, propone una riflessione sull’uso delle parole nell’affrontare temi come l’anoressia, la bulimia, il bindge eating, con la consapevolezza di come proprio il linguaggio sia alla base delle nostre relazioni, proponga un’immagine di noi stessi e dia forma alle nostre ansie e paure più profonde

Martha, Benedetta, Giulia, Valentina, Marco, Anna. Sei persone che hanno deciso di aprire la loro tana al suo sguardo, alla sua narrazione, come è andata?

È stata una specie di immersione in acque profonde. E come in ogni immersione bisogna saper prendere il respiro e lasciarsi portare negli abissi. Ciascuno di loro mi ha condotto nelle profondità del proprio animo, delle proprie paure, del proprio spirito, e anche della propria intelligenza. Chi di solito inizia a sviluppare i disturbi del comportamento alimentare è una persona particolarmente intelligente e particolarmente sensibile. Ma come ogni immersione fa delle promesse, come quella di garantirti una visione nuova delle cose, anche in questo libro, dentro le loro storie, credo che si possa trovare un panorama meraviglioso. Però, bisogna appunto saper respirare.

Quali sono i tratti che uniscono le storie di queste persone?

Il desiderio di trovare qualcuno che convalidi la loro esistenza. Sembra assurdo, perché viviamo iperconnessi, concentrati in una comunicazione, ma che è solo fittizia, dopodiché non ci sentiamo sufficientemente amati, compresi e considerati. Abbiamo bisogno di convalidare il bene, sentirlo sulla nostra pelle. Come si fa? Con le parole prima di tutto. Questi ragazzi di cui parlo sono persone alla ricerca di affetto, di attenzione. Di qualcuno che dica loro: vai bene così!

Come è possibile trovare un rapporto di equilibrio con il cibo?

Il rapporto con il cibo è uno specchio. Anche le parole sono uno specchio, un riflesso continuo di come noi ci vediamo, di come vorremmo essere visti, di come ci interpretiamo gli uni con gli altri. Questi ragazzi non riescono però più a mettersi a fuoco, e lo stesso accade con il cibo. Usano il cibo per modificare la propria immagine, e di riflesso il loro corpo.

Quali sono le parole giuste per raccontare tutto questo?

Spero di averle trovate, ma non è detto che ci sia riuscita. Certo è che la cura delle parole è stata particolarmente attenta e mirata durante questo lavoro. Quella che propongo è proprio una riflessione sulle parole: quando i media trattano argomenti così sensibili, come il malessere mentale, il disagio psicologico, i disturbi del comportamento alimentari, devono essere premurosi.  Anche nella velocità del lavoro dobbiamo fare una riflessione. Queste ragazze, ad esempio, non amano sentirsi fare dei complimenti, perché hanno un rapporto conflittuale con il loro corpo e con la loro immagine. Se dici loro “come ti trovo bene!” vanno in allarme. Il loro pensiero sarà “come mi trovi bene? Vuol dire che sono ingrassata”. Ecco che inizia una vertigine dentro di loro, per cui rifiuteranno il pasto successivo. Se vuoi fare un complimento a una ragazza anoressica, potrai dirle “che begli occhi che hai”, perché gli occhi sono l’unica parte del corpo che non ingrassa e non cambia. Quando noi in televisione, sui giornali, parliamo di questi argomenti dobbiamo prestare attenzione alle parole che usiamo. Dobbiamo far capire davvero le cose come stanno.

Quali finestre le ha aperto questa esperienza?

Credo che sia una chiave di comprensione dell’attualità e della realtà sociale del momento, che è diventata un’emergenza che ci è esplosa tra le mani durante il covid e subito dopo la pandemia. Adesso si parla del disturbo del disagio giovanile, prima molto meno. E se lo sapevamo facevamo finta che non ci fosse e che prima o poi ce ne saremmo occupati. E’ un’emergenza sociale a tutti i livelli, perché attraverso la vita di un giovane si racconta esattamente lo stato di salute della società in cui viviamo. Quindi che fine hanno fatto la famiglia e la scuola? Dove è iniziato il corto circuito nel linguaggio e nella comunicazione? Di che cosa hanno bisogno i giovani oggi? Perché la disoccupazione è così grande? Perché ci rifiutano e perché non hanno un rapporto di fiducia con noi? Se parliamo di loro parliamo del futuro e del presente del nostro Paese.

A chi dedica questo libro?

A loro. A tutti coloro che hanno fame d’amore. A chi ha un disturbo del comportamento alimentare, ma anche altre forme di disagio o di disturbo psichico, ma che non trova le parole per dirlo.

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Il mio bellissimo presente

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Damiano Gavino

Scoperto da Alessandro D’Alatri, il giovane attore romano, tra i protagonisti anche della seconda stagione di “Un Professore”, è ormai stato lanciato nell’Olimpo del cinema e della tv: «È grazie a lui se io sto vivendo una vita così, è grazie al suo coraggio che ho iniziato a fare questo mestiere»

Due artisti in famiglia… come stanno vivendo tutto questo i suoi genitori?

È stato molto bello per loro quando mia sorella ha deciso di intraprendere la strada della recitazione, era una novità per la famiglia. Lea stava studiando all’università – che ha terminato – e, poco dopo, per caso, anch’io mi sono ritrovato a frequentare questo ambiente. Diciamo che è stato un po’ destabilizzante, anche perché sappiamo tutti che quello dell’attore è un mestiere che comporta dei rischi, ci si espone e si vive nell’insicurezza, qualcosa che spaventa chi cerca di farlo, figuriamoci un genitore. All’inizio, quindi, è stato un colpo, ora però la vivono benissimo, sono orgogliosi di noi e dei risultati che stiamo ottenendo. Per “Un Professore” organizzano anche le serate con gli amici, erano presenti alla prima di “Nuovo Olimpo”, si divertono molto.

Poco più che ventenne, eppure mostra una maturità, anche professionale, invidiabile. Il segreto?

Il fatto che mia sorella faccia questo mestiere da più tempo mi ha certamente aiutato. Allo stesso tempo, sono sempre stato uno che ha cercato di informarsi prima di muovere qualche passo, ho provato a capire come funzionava questo mondo dietro le quinte. Diciamo che ho sempre voluto avere a che fare con il cinema, mi mancava solo il coraggio di iniziare. Mi ha aiutato molto la consapevolezza che insieme al fascino del mestiere, è importante non dimenticare gli aspetti negativi, i no ai provini, le lunghe attese tra un lavoro e un altro, le critiche…

Non ha frequentato scuole di recitazione, la sua scuola sembra essere una straordinaria emotività e spontaneità che si traduce in sensibilità artistica. Si riconosce?

Quando recito cerco di portare in scena i sentimenti del personaggio che interpreto, nel modo in cui li ho vissuti nella mia vita, attingendo alle mie esperienze. Senza dubbio, come attore provo a replicare in scena la mia sensibilità, anche se nel quotidiano nascondo questo lato del mio carattere per proteggermi, per non apparire troppo vulnerabile. Quello che invece mi ha davvero aiutato, nel lavoro come nella vita, è stato dare sempre peso alle parole, al loro significato, per non rischiare di usarle a sproposito.

Il successo enorme della prima stagione di “Un Professore” ha catalizzato l’attenzione di tutti per voi nuove leve di attori. Come è riuscito a concentrarsi dopo il successo?

È una bella sensazione sapere che quello che fai emoziona le persone e che, quando hanno l’occasione di incontrarti, mostrano il loro affetto, ti raccontano come il tuo lavoro abbia portato dei frutti nella loro vita.  Non avendo cercato all’inizio di diventare a tutti i costi un attore, so bene cosa significhi essere fan, lo sono anch’io quando incontro una persona che stimo: faccio di tutto per farglielo capire. Trovarmi ora dall’altra parte è stimolante, non sento pressione perché ancora vivo serenamente il mio privato.

Come la mettiamo con sua “madre” Claudia Pandolfi?

Claudia dice spesso che sono suo “figlio” veramente (ride), lei è una donna piena di energia, fuori e dentro il set, una carica per tutti. I rapporti bellissimi che si sono creati sul set hanno una origine: Alessandro D’Alatri.

Ci racconta la sua esperienza con il regista che l’ha scoperta?

È stato un incontro importante per la mia vita e per la mia carriera, nei suoi confronti sento tanta gratitudine. È grazie a lui se io sto vivendo una vita così, gli devo il mio presente, è grazie al suo coraggio che ho iniziato a lavorare come attore. Ha combattuto per avermi nel cast, rappresentavo un rischio, perché non avevo nessuna esperienza, non avevo mai studiato recitazione, non aveva idea di come avrei lavorato o di come avrei reagito a tutte quelle luci, alle macchine da presa, a tutte le persone. A lui devo dire grazie anche per le meravigliose persone che è riuscito a mettere insieme.

Come sta Manuel?

È sempre un po’ sfacciato, tormentato, anche perché a questo povero ragazzo succede di tutto, deve affrontare situazioni molto complesse per uno della sua età. Allo stesso tempo Manuel è maturato, come spesso accade quando, dopo tre mesi di vacanza dalla scuola, dopo aver staccato dall’impegno scolastico per un lungo periodo, hai vissuto la pausa estiva con più leggerezza, ti ritrovi a settembre con più esperienza e con una consapevolezza diversa. È stato così anche per quando ero studente, dopo la scuola era il tempo del riposo e dello svago totale, ma anche un profondo momento di riflessione in cui sentivi che qualcosa dentro di te stava cambiando, crescevi tu e quelli che ti stavano intorno. Manuel è cresciuto fisicamente ovviamente, perché in questi due anni sono cambiato anch’io (ride), emotivamente è meno impulsivo e indulgente con chi nella vita è stato costretto a fare delle scelte.

La filosofia del professor Balestra unisce tutti gli episodi della serie, qual è, invece, la sua filosofia di vita?

Vivere giorno per giorno senza farsi troppi problemi su come sarà il domani. Cerco di non farmi troppe domande, prendo il buono di ogni attimo, perché non c’è mai un momento vuoto, si impara sempre, sia stando fermi, sia impegnandosi in molte cose… è un esercizio continuo per comprendere cosa ci fa star bene o cosa ci rende felici.

Tra le tante domande esistenziali che l’essere umano si pone, a quale non le interessa dare una risposta?

Dove siamo realmente, se ci sono altre forme di vita, lontane, vicine, se viviamo in una realtà truccata, come vogliono farci credere le teorie complottiste, che spesso mi fanno ridere, altre volte invece riflettere. In generale, meglio non avere risposta, mi angoscia troppo.

A un certo punto della sua vita è arrivato un regista che l’ha portata sull’Olimpo. Come si sta?

A Ferzan Ozpetek sono grato tantissimo, mi ha dato un’opportunità enorme, far vivere sullo schermo la sua storia. Mi sono sentito onorato che lui abbia riconosciuto in me qualcosa di lui, mi ha fatto venire i brividi. Se avessi l’opportunità di girare questo stesso film adesso, avrei interpretato Enea in una maniera totalmente diversa, perché le mie emozioni, il mio vissuto è diverso.

Nel film si raccontano molto gli anni Settanta, un periodo storico in cui la parola d’ordine era libertà. Che valore assume per lei questa parola oggi?

Questa parola diventa negli anni sempre più complicata, ognuno ha la propria visione di libertà. Per me significa riuscire tutti a vivere in maniera serena. La libertà per me è serenità, nell’esprimersi, nel vivere, nell’esporsi… Se mi guardo attorno, oggi non la trovo e mi viene da pensare che tutta questa libertà non c’è. Nel mondo ci sono tante persone impegnate in nome di questa battaglia, vorrei che nessuno smettesse mai di lottare per la propria libertà, soprattutto noi giovani e il nostro desiderio di esprimere quello che siamo.

Sappiamo che è anche un appassionato di musica, in questo periodo della sua vita che musica, che canzone si sente?

La musica mi aiuta spesso, ci sono canzoni che per qualche mese ascolto almeno tre volte al giorno, e poi le metto completamente da parte, ma che sono associate a periodi precisi della mia vita. In questa fase, anche per motivi di lavoro, seguo il ritmo di Jim Croce, in particolare il disco – “You don’t mess around with Jim”, ritmi country e blues anni Settanta.

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La voce a chi non ce l’ha

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Il lunedì in prima serata su Rai 3 debutta “Farwest”, ultima creatura della Direzione Approfondimento della Rai. «Un racconto immersivo per entrare dento le cose, un programma che approfondisce nel segno della qualità» dice il giornalista siciliano

Che programma vedremo?

“Farwest” è un programma d’approfondimento, di inchieste. Un programma diverso dagli altri che ha la possibilità di proporre un’inchiesta giornalistica con il racconto in studio, con l’analisi di esperti e di testimoni che ci aiuteranno a fare luce sugli angoli più bui del nostro Paese. Cercheremo di portare una luce lì dove le istituzioni non esistono, cercheremo di occuparci di tutti i farwest, delle piccole e delle grandi truffe. Ci occuperemo anche di cronaca nera, di sociale, cercando di fare un programma giornalistico puro, che sia di servizio pubblico e nello stesso tempo di approfondimento.

Quali saranno i temi della puntata del debutto?

Ci occuperemo di un caso che porto nel cuore, quello dell’attentato a Paolo Borsellino. Cominciai proprio così, a 19 anni, facendo la diretta della strage di via d’Amelio. Ci occuperemo quindi di una grandissima truffa che ha creato una voragine nei conti pubblici dello Stato e di un ricatto sessuale fatto da un calciatore ai danni di due ragazze che intervisteremo in esclusiva.

Tanti farwest in lungo e in largo per lo Stivale… e la speranza?

Non vogliamo dipingere l’Italia come se fosse tutta un farwest. Il compito che ci diamo è quello di dare voce, e appunto una speranza, a chi non ce l’ha. Ma per farlo dobbiamo immergerci nel farwest quotidiano.

Questo programma segna un tuo ritorno alla cronaca, alla strada…

Sono molto contento che la Rai e Paolo Corsini (Direttore dell’approfondimento Rai) mi abbiano dato la possibilità di tornare alle origini, al mio mestiere di cronista. Io e tutta la squadra cerchiamo di fare il nostro lavoro in maniera onesta, puntando alla qualità. Sono molto orgoglioso del mio gruppo di lavoro e dei giovani inviati che mi aiuteranno nel racconto.

Qualità e buoni ascolti, questo l’obiettivo?

Gli ascolti sono importanti ma fino a un certo punto, ci sarà tempo per crescere. Questo programma ha bisogno di un tempo fisiologico per strutturarsi: cominciamo sapendo che sarà una sfida non facile, partiamo con le migliori intenzioni e con la certezza di fare un programma di servizio pubblico.

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Continuo a sognare…

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Nicolas Maupas

È uno dei giovani attori del momento, apprezzato dal cinema e dalla tv, amato dal pubblico come una rockstar. Due le serie di cui è protagonista, la seconda stagione di “Un Professore” e il fantasy “Noi siamo leggenda”: «Mi sarebbe piaciuto volare. Tra i tanti poteri, quello che non è proprio indispensabile, almeno per me, è leggere nel pensiero delle persone. Un rischio che potrebbe fare molto male»

Sta vivendo un momento d’oro, questo mestiere non è più un sogno, le cose si stanno facendo molto serie…

È diventato il mio mestiere con annesse responsabilità, paure e il grande impegno che ci vuole. Ancora oggi, però, recitare rappresenta una grandissima opportunità, i sogni non sbiadiscono, al contrario si moltiplicano e si riproducono da soli. Quando hai la fortuna di fare il lavoro che ami, conquisti un sogno e se ne creano immediatamente altri. Spero di continuare a sognare a lungo…

Una seconda stagione molto attesa, come siete riusciti a conquistare il cuore delle persone?

“Un Professore” è un progetto estremamente sincero, genuino nel quale si raccontano tante fasi della vita, dall’adolescenza all’età più matura, si parla di famiglie e del dialogo tra ragazzi e adulti. È una serie nella quale il pubblico riesce a trovare sempre una parte di sé, un lato del proprio carattere, una sfaccettatura che permette a chiunque di immedesimarsi nella drammaticità della storia. È un racconto che ti fa sentire a casa e dove puoi ritrovare casa.

Il pubblico vi ama, avete fan che vi considerano delle rockstar. Che effetto le fa tutta questa attenzione?

Fa un po’ paura, ma c’è anche la contentezza di ricevere l’affetto delle persone. Ho ricevuto un’educazione familiare che mi fa stare tranquillo, so di dover mantenere i piedi per terra.

Tra Manuel e Mimmo c’è Simone. Questo nuovo ingresso come sposta il baricentro tra i due protagonisti?

Mimmo è una di quelle incognite che entra nella vita di Simone e lo invade di molte domande, alle quali il mio personaggio cerca di dare delle risposte. Più si va avanti con le puntate, più i due ragazzi imparano a conoscersi meglio, i rapporti si fanno più stretti, le storie si intrecciano. Dal punto di vista professionale, è stato molto interessante, dopo “Mare Fuori”, lavorare di nuovo con Domenico Cuomo.


Avere come “maestro” Alessandro Gassmann, Prof. e padre per fiction, fuori dal set, cosa le ha trasmesso?

Alessandro ha uno stile comunicativo molto simile a quello di Dante, ha la generosità di spirito. È una persona estremamente generosa, disponibile a dare a noi attori più giovani consigli importanti sulla professione, su come ampliare le nostre conoscenze, quali film guardare o quali libri leggere. È un essere umano attento all’altro, che prende a cuore le persone. È un uomo buono, buono, buono… e poi fa veramente ridere.

“Noi siamo leggenda”, ci racconta la sua esperienza in questo fantasy?

Un teen drama corale nel quale l’elemento fantasy rappresenta una bella scommessa, una sfida anche per noi attori che abbiamo lavorato con il VFX (Visual Effects), con la fantasia o con elementi non proprio canonici del mestiere. Meno nuovo per me è stato avere a che fare con un ruolo che ha delle caratteristiche molto simili ai personaggi che ho interpretato fino adesso. La sfida è stata, però, proporlo in una maniera completamente nuova. Dal punto di vista drammatico, Jean è davvero molto carico, ci sono tante lacrime, tanta incomprensione, si rappresenta, ancora una volta, una fase dell’adolescenza un po’ cieca.

E i poteri?

Non sono i protagonisti, piuttosto delle metafore. Il pubblico non troverà la spettacolarizzazione, ma il tema è “cosa fanno questi ragazzi una volta che acquisiscono dei poteri”, come reagiscono, quali saranno le loro azioni, che tipo di responsabilità sono in grado di assumere. Ma soprattutto quali paure sono in grado di vincere o quali nuovi timori sorgono dopo la scoperta di questi poteri.

Se avesse avuto un potere…

… mi sarebbe piaciuto volare. Tra i tanti poteri, quello che non è proprio indispensabile, almeno per me, è leggere nel pensiero delle persone. Un rischio che potrebbe fare molto male. Non tutte le cose vanno dette, meglio lasciarle nascoste… scoprire qualcosa in più dell’altro non è per forza sempre un bene.

In questa serie si esplorano le radici delle proprie paure e le proprie insicurezze. Qual è la sua paura più grande?

È una domanda molto difficile… credo di averne di molto umane, paura dell’abbandono, della solitudine, di ferire o essere ferito da qualcuno, di perdere le persone a me care.

Quando non lavora, a quali altre passioni si dedica?
Il disegno è una attività che mi piace e riesce a rilassarmi, poi c’è sicuramente la musica… adoro fare delle ricerche, spulciare nelle playlist e scovare ritmi nuovi.

Sempre più di frequente ci sono attori che si cimentano con la macchina da presa. Si vede nel futuro come regista?

Sì, è un’altra aspirazione.

Con quale ruolo vorrebbe mettersi alla prova?

Mi piacerebbe fare il cattivo, non ho mai provato e sarebbe una bella prova per uscire dalle mie corde, sporcare un pochino di più questo viso così pulito… ho anche provato a farmi crescere la barba, ma ho dovuto tagliarla perché i commenti erano molto negativi (ride).

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Mi presento ai tuoi

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Lorena Bianchetti conduce il primo game show tutto dedicato ai sentimenti. Dal 2 dicembre, il sabato alle 14.00 su Rai 2

Al via “Mi presento ai tuoi”, una nuova sfida televisiva per Lorena Bianchetti che, a partire dal 2 dicembre alle 14.00 su Rai2, proverà a raccontare le famiglie e le loro dinamiche, attraverso una serie di giochi che porteranno alla scelta di un possibile partner per il proprio familiare, protagonista della puntata.  “Mi presento ai tuoi” è un’alternativa giocosa al dating tradizionale, un game show dedicato alle relazioni e ai sentimenti. Ogni settimana un ragazzo o una ragazza, accompagnato dalla propria famiglia, incontra un gruppo di persone tutte diverse tra loro, ma che possiedono almeno una caratteristica che possa colpire il suo interesse. Ed è proprio la famiglia a selezionare le persone da proporre, mentre al figlio spetta il compito di scegliere con chi approfondire la conoscenza. Ma come fare a capire quale sia la persona giusta? In “Mi presento ai tuoi” sono stati messi a punto una serie di giochi con lo scopo di far emergere le caratteristiche di ognuno dei partecipanti e di mostrare ai familiari i lati ancora nascosti del proprio figlio. Si parte da una rosa di sei possibili pretendenti, tra cui i familiari selezionano i quattro con cui giocare. Al figlio la possibilità di cambiarne uno. Da questo momento al termine di ogni gioco, il cerchio si restringe sempre di più, fino ad arrivare alla scelta finale. Qui, però, non ci sono consigli che tengano: la decisione è tutta nelle mani del figlio. Farà bene la sua scelta? Ma soprattutto, sarà ricambiato? Presente in studio la psicologa Flaminia Bolzan, che analizzerà alcuni meccanismi che muovono gli atteggiamenti più comuni in famiglia, provando a dare piccole soluzioni e spunti di dialogo. In ogni puntata, inoltre, un personaggio noto del mondo dello spettacolo racconterà in un’intervista il proprio rapporto famiglia/sentimenti che, da qualunque lato lo si guardi, è speciale e a suo modo complesso.

In alcune puntate, al posto del nucleo familiare, sono previsti gruppi di amici, coinquilini, colleghi di ufficio, compagni di squadra, ecc.

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Il Metodo Fenoglio

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Una vicenda epica, un protagonista, che crede in quello che fa e cerca di farlo a tutti i costi, pur restando nei confini che lui stesso si è scelto. E questi confini si chiamano Legge. Da lunedì 27 novembre, in prima serata su Rai 1, Alessandro Casale dirige la nuova serie crime con Alessio Boni

25 ottobre 2023 IL METODO FENOGLIO

“Il Metodo Fenoglio” racconta una vicenda epica nella storia italiana con toni intimi e delicati, un viaggio all’interno di una “zona grigia” dove diventa difficile, se non impossibile, distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.   Il maresciallo piemontese Pietro Fenoglio si muove nella Bari degli anni Novanta, è uno degli esponenti di spicco del Nucleo Operativo dell’Arma dei Carabinieri, dotato di acuto istinto investigativo e spinto nelle sue azioni da un profondo rispetto per la legge e la verità, anche quando la sua apertura umana nei confronti dei criminali lo porta in diretto conflitto con i superiori. Durante le sue ultime indagini Fenoglio ha cominciato a nutrire un sospetto che lo sta ossessionando. È, infatti, convinto che la criminalità locale non sia più composta solo da un manipolo di bande rivali, ma che sia nata una vera e propria mafia barese. Eppure, le sue indagini personali non trovano ancora riscontri pratici e vedono l’opposizione del suo superiore, il colonnello Valente. Nei giorni successivi all’incendio doloso del Teatro Petruzzelli, cuore pulsante della città di Bari, la tensione è alle stelle: agguati, uccisioni e casi di lupara bianca creano un clima di terrore che rende impossibile la vita in città. E Fenoglio non riesce a decifrare le ragioni di quell’esplosione di violenza senza precedenti. Fino a quando non emerge un fatto inatteso e sconvolgente: il figlio di Nicola Grimaldi, il boss più potente e spietato del territorio, è stato sequestrato. Durante le indagini svolte in collaborazione con l’appuntato Pellecchia, i cui modi spicci si scontrano con l’atteggiamento legalitario del suo superiore, e guidate dalla scontrosa e carismatica PM Gemma D’Angelo, Fenoglio vuole vederci chiaro. Scopre che il boss ha pagato un riscatto per riavere suo figlio, ma che il bambino non è mai tornato a casa.
I sospetti di tutti si concentrano su Vito Lopez, ex braccio destro del boss Grimaldi: la fortissima amicizia che li ha legati per anni è ormai entrata in crisi e si è risolta in una lotta fratricida e mortale. Ma è davvero Lopez l’artefice della faida, oppure è solo un ennesimo capro espiatorio in una guerra criminale senza vincitori né vinti? Una domanda che tormenta Fenoglio, mentre sul livido orizzonte delle vicende nazionali si consuma l’attacco di Cosa Nostra al cuore dello Stato con i massacri mafiosi di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e delle rispettive scorte. La risposta arriverà da un’indagine diversa da tutte le altre, che porterà a scoprire una verità sorprendente.

Alessandro Casale, regista 

Trasporre per immagini in una serie televisiva il romanzo di Gianrico Carofiglio “L’estate fredda” è stato un grande privilegio e allo stesso tempo una sfida elettrizzante. Il mio obiettivo è stato ricostruire il più fedelmente possibile le atmosfere che caratterizzavano Bari, capoluogo pugliese, teatro delle vicende criminali dei primi anni ‘90 del secolo scorso che si dipanano nella serie. Una città in cui il nostro protagonista affronta importanti e delicate indagini nei mesi più caldi della lotta alla criminalità organizzata italiana di quegli anni. Pietro Fenoglio è un personaggio raro, crede in quello che fa e cerca di farlo a tutti i costi, pur restando nei confini che lui stesso si è scelto. E questi confini si chiamano Legge. Per accompagnare il Maresciallo nelle sue complesse indagini ho scelto attori e ambientazioni estremamente legati al territorio, atti a rendere la sua attività investigativa assolutamente credibile, una scelta, per me, necessaria per calare gli spettatori nella cruda realtà di quel periodo. Ho scelto una grammatica di ripresa classica, elegante e decisamente cinematografica per impreziosire questo racconto anche con accenni epici, avvalendomi della collaborazione di ottimi capi reparto artistici per restituire il sapore e il calore della realtà barese di quell’epoca, così affascinante e controversa.

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Diabolik, chi sei?

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Nelle sale dal 30 novembre il terzo capitolo della saga diretta dai Manetti bros. Con Giacomo Gianniotti, Miriam Leone e Valerio Mastandrea

Chi è veramente Diabolik? Le sorelle Giussani nel marzo del 1968, a cinque anni dalla pubblicazione del primo numero del leggendario fumetto, provarono a rispondere a questa domanda, scrivendo e poi pubblicando quello che probabilmente è l’albo del Re del Terrore più famoso di sempre: “Diabolik chi sei?”. «Dopo due film, e qualche anno di completa dedizione al nostro antieroe preferito, abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di prendere il toro per le corna e di far diventare un film il mitico albo del ’68 – affermano i Manetti bros. –
Le Giussani, con la capacità di suggestione che le ha rese tra le autrici di fumetti più importanti d’Italia e probabilmente del mondo, sono riuscite, ancora una volta, a trovare la quadra magica, a spiegare il personaggio e le sue origini senza veramente spiegarlo o, quantomeno, senza svelarlo completamente, lasciandolo misterioso e affascinante». Un lavoro che trasferisce al cinema la suggestione dalla pagina disegnata. «Nel primo film abbiamo raccontato Diabolik dal punto di vista di Eva Kant, la donna che si innamora di lui e che affiancandolo lo completerà – proseguono i registi – nel secondo attraverso quello dell’ispettore Ginko, l’uomo che gli dà la caccia e alza costantemente il livello della sfida. Nel terzo film abbiamo deciso di raccontare Diabolik dal punto di vista di Diabolik stesso. Chi è Diabolik? E soprattutto: il Re del Terrore è completamente conscio delle sue origini e della sua misteriosa identità? Da lettori abbiamo visto Diabolik attraversare gli anni con quella capacità magica, che hanno sempre i fumetti, di restare identico, e apparentemente della stessa età, mentre passano i decenni. Abbiamo voluto mettere anche questa caratteristica nel film, facendo un balzo in avanti di un decennio».  Dopo gli anni 60 del primo e del secondo capitolo, la pellicola ci porta improvvisamente negli anni 70. Scenografie, costumi e fotografia sono cambiati in modo piuttosto radicale: dalla fredda razionalità ed eleganza che caratterizza gli anni 60, il passaggio alla follia eccentrica e rivoluzionaria del decennio successivo, cosa che ha dato un taglio completamente diverso al film, anche dal punto di vista cinematografico e di ritmo del racconto. «Se non bastasse, – aggiungono i registi – nella seconda parte, quando raccontiamo la sorprendente infanzia di Diabolik, abbiamo fatto un tuffo in dei non ben definiti anni 40, cambiando ancora una volta lo stile, in maniera ancora più repentina, passando a un immaginario espressionista rigorosamente in bianco e nero».  «Il terzo film è pieno di canzoni e di straordinarie interpretazioni di grandi cantanti italiani e non – concludono i Manetti bros. –  Per il brano dei titoli di testa, dopo l’oscurità di Manuel Agnelli e l’eleganza di Antonio Diodato, siamo passanti al funky frizzante e stiloso dei Calibro 35 in coppia con Alan Sorrenti. Questa canzone rappresenta la profonda differenza di questo film rispetto ai precedenti».  Nel cast di “Diabolik, chi sei?”, coprodotto da Rai Cinema, ritroviamo Giacomo Gianniotti (Diabolik), Miriam Leone (Eva Kant) e Valerio Mastandrea (Ginko). Nel cast anche Monica Bellucci (Altea), Pier Giorgio Bellocchio (Sergente Palmer) e Chiara Martegiani (Elisa Coen). «Già durante il primo incontro, con i Manetti avevamo scelto a quale albo si sarebbe ispirato il terzo film della saga – afferma la casa editrice Astorina – Non soltanto perché il più amato dai lettori, non soltanto perché il più ristampato (a grande richiesta), non soltanto perché affascinava tutti e tre l’idea di trasferirlo dalla carta alla pellicola… ma soprattutto perché eravamo certi che il pubblico delle sale, dopo aver visto il Re del Terrore un paio di volte in azione, si sarebbe chiesto: Diabolik, chi sei?. Lo stesso era successo tanti anni fa ai lettori del fumetto e all’epoca le sorelle Giussani avevano risposto con poche informazioni e molti misteri sul passato del loro personaggio. Lo stesso vale per il terzo film, come i precedenti rispettoso della storia da cui è tratto, che ha scelto come simbolo lo sguardo inquietante della pantera nera. Come fece il fumetto».

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