Un film che affronta la tematica genitori-figli con leggerezza, trattando in modo sincero le dinamiche che si creano all’interno di un nucleo famigliare. Un racconto perfetto per le feste, in prima visione assoluta su Rai 1 venerdì 29 dicembre alle 21.25
«Per la prima volta con questo film ho scelto di
raccontare la famiglia. La storia affronta la tematica genitori-figli con
leggerezza, trattando in modo sincero le
dinamiche che si creano all’interno di un nucleo famigliare. Il film
vuole divertire ma senza tradire l’autenticità dei personaggi, le loro
inquietudini, le distanze che spesso si creano tra i genitori e i figli. È così
che il racconto ci porta a riflettere su quanto noi genitori non conosciamo le
vite dei nostri figli»
racconta Umberto Carteni, regista di “La seconda chance” con Max Giusti e
Gabriella Pession. Il film, in onda venerdì 29 dicembre in prima serata Rai 1, è
«un film di buoni
sentimenti, che il pubblico della Rai meritava di vedere adesso, senza
aspettare anni prima di poterlo vedere in tv» ricorda Adriano De Maio, Direttore Cinema e Serie Tv,
a cui segue il commento di Paolo Del Brocco, AD di Rai Cinema: «si tratta di un prodotto cinematografico nuovissimo e
inedito che mi ha colpito perché, in chiave leggera, parla di un tema sociale
attuale, cioè il complicato rapporto genitori/figli» in cui tutti si possono ritrovare. Che succede
veramente in una famiglia, a un certo punto? Figli che crescono e da
adolescenti cominciano a parlare sempre meno con i padri e le madri, la routine
che prevale sulla comunicazione e dinamiche che a un certo punto vanno i tilt.
E allora il vero convitato di pietra a ogni cena abita nella testa di ognuno: e
se fosse colpa mia? Se avessi o non avessi fatto così? È davvero troppo tardi?
E se ci fosse ancora una possibilità? È proprio in quei pensieri fastidiosi e
assillanti la sola possibilità di ritrasformarsi in famiglia…
La trama
Max e Anna Mancini sono sposati da venticinque anni ed hanno
due figli adolescenti. I due ragazzi, sebbene siano gemelli, sono
caratterialmente agli antipodi: Tina è ribelle e poco studiosa; Nico è pacato,
solitario ed ha il chiodo fisso dei videogiochi. Tra genitori e figli è in atto
una guerra costante, che raggiunge l’apice il giorno del diciottesimo
compleanno dei gemelli, quando la festa a casa, che era stata loro concessa, degenera.
Max e Anna si rendono conto di non sapere nulla di quei due adolescenti, si
chiedono dove abbiano sbagliato e ripensano con nostalgia ai tempi in cui Tina
e Nico erano adorabili scriccioli da proteggere. Ma ricordano davvero com’è
andata? Al termine di quella serata disastrosa, si presenta una seconda chance
per Anna e Max, per vedere chiaro nel rapporto con i loro figli e tentare, dove
possibile, di non ripetere gli stessi errori.
Novità della Direzione Intrattenimento Day Time del Servizio Pubblico che aspira a raccontare le emozioni dal punto di vista di ragazzi, giovani tra i diciotto e i venticinque anni, che si mettono in discussione e si raccontano grazie alla lettura. Da lunedì 18 dicembre, dal lunedì al venerdì, alle 15.20 su Rai 3
Quindici puntate, quindici sentimenti: dalla felicità alla
nostalgia, dalla rabbia alla paura. È “La Biblioteca dei sentimenti” condotto
da Maurizio De Giovanni, scrittore e drammaturgo, e Greta Mauro che raccontano
i grandi sentimenti dell’umanità attraverso i libri, insieme a nove Millennial:
ragazze e ragazzi tra i diciotto e i venticinque anni che arricchiscono la
discussione in studio con il loro punto di vista. Nel dibattito, aperto da un
monologo di De Giovanni che introduce il sentimento di puntata, i ragazzi
analizzeranno tre testi (un grande classico, un romanzo contemporaneo e un
libro di saggistica) in compagnia di tre personalità del mondo della cultura e
della letteratura. Il programma è una sorta di “manuale per la
contemporaneità”, “un farmaco per la coscienza” che prova a fornire nuove
suggestioni per comprendere meglio il nostro presente e interpretare il futuro.
E lo fa attraverso i libri, il pretesto per parlare della vita, per aiutare il
pubblico a scoprire come, attraverso la letteratura, sia possibile comprendere
meglio il nostro vissuto, mettere a fuoco emozioni e stati d’animo.
A Natale nella Ville Lumière con Alberto Angela. Su Rai 1 la serata evento prodotta da Rai Cultura. Lunedì 25 dicembre alle 21.25
Il viaggio nella storia, nell’arte e nella
musica di Parigi. Dopo il grande successo delle passate edizioni, dedicate alle
città d’arte italiane, quest’anno rivivremo le atmosfere intime e raccolte di
“Stanotte a…” in una Parigi grandiosa e allo stesso tempo insolita. Alberto
Angela, a bordo della mitica deux chevaux, ci porterà nei luoghi più celebri
della Ville Lumière e in quelli più difficili da scovare. La puntata prende il
via da piazza del Trocadero, quando già la Tour Eiffel risplende sulla città.
Qui l’incontro con Giancarlo Giannini, presenza fissa di “Stanotte a…”, questa
volta nei panni di un commissario Maigret che pare conoscere tutti i segreti
della Parigi del suo creatore, George Simenon. Il viaggio prosegue attraverso
le stradine tortuose di Montmartre, Place Vendôme, e i grandi viali voluti dal
barone Haussmann, fino ad arrivare all’Opéra Garnier, dove rivivremo il
memorabile esordio a Parigi di Maria Callas su questo importante palcoscenico.
Scopriremo poi gli incantevoli colori delle vetrate della Sainte- Chapelle,
capolavoro dell’architettura gotica francese.
Nella notte si accenderanno anche le luci della reggia di Versailles,
dalle magnifiche fontane alla Sala degli specchi. E un’altra luce, quella che
Claude Monet inseguiva mentre dipingeva le ninfee, ci guiderà al museo
Marmottan. Parigi è anche la città dell’amore, dal Museo Rodin Alberto Angela
vi racconterà “Il bacio”, uno dei più famosi della storia dell’arte, e dal
museo di Cluny, l’affascinante storia di una dama e di un unicorno impressa su
un ciclo di arazzi. La magia di
“Stanotte a…” prosegue tra le strade del Marais, dove scopriremo in una
boulangerie i segreti della baguette perfetta e dei dolci natalizi fino ad
arrivare al mulino più famoso al mondo: il Moulin Rouge. I fari della deux chevaux illumineranno luoghi
celebri come la Piramide del Louvre, l’Arco di Trionfo, il Centre Pompidou, il
Museo Nazionale di Storia naturale e la Cattedrale di Notre-Dame, ancora ferita
dall’incendio del 2019. Durante il viaggio nella notte parigina il racconto di
Alberto Angela s’intreccia con quello di grandi ospiti. Il cantante di origini
libanesi, Mika, ci racconterà della sua infanzia trascorsa a Parigi. Gianluigi
Donnarumma, portiere della Nazionale italiana e del Paris Saint- Germain,
ripercorrerà i primi passi della sua carriera e l’approdo in una città che ha
amato fin da subito. La cantante e attrice Lola Ponce ci farà rivivere le
atmosfere del musical di Riccardo Cocciante, “Notre-Dame de Paris”, tratto dal
romanzo omonimo di Victor Hugo. “Stanotte a Parigi” è una produzione realizzata
dalla Rai, diretta da Gabriele Cipollitti, con la
fotografia di Vincenzo Calò. È scritta con Fabio Buttarelli, Ilaria Degano, Vito Lamberti, Aldo Piro, Emilio Quinto.
Sta per arrivare sul grande schermo il nuovo attesissimo film del quattro volte candidato all’Oscar® Michael Mann, con il candidato all’Oscar® Adam Driver nel ruolo di Enzo Ferrari e il Premio Oscar® Penélope Cruz in quello della moglie Laura
“Ferrari”
è un’esperienza cinematografica epica, spettacolare e appassionante, ambientata
nell’affascinante quanto rischioso mondo delle corse automobilistiche degli
anni Cinquanta: la storia di una leggenda che ha costruito un mito inossidabile
diventando un’icona mondiale. Siamo a Modena, è il 1957. Enzo Ferrari, ex
pilota e costruttore delle auto più famose al mondo, sta vivendo una crisi
personale e professionale. L’azienda che dieci anni prima aveva creato dal
nulla è in grave difficoltà e anche il matrimonio con la moglie Laura sta
diventando sempre più tempestoso dopo la morte del loro unico figlio Dino e la
scoperta dell’esistenza di Piero, il figlio che Ferrari aveva avuto da una
relazione extraconiugale. In cerca di riscatto, il “Drake” decide di puntare
tutto su una gara di velocità che si disputa in Italia: la leggendaria Mille
Miglia. Dietro la macchina da presa il quattro volte candidato all’Oscar® Michael Mann, con il candidato all’Oscar®
Adam Driver nel ruolo di Enzo Ferrari
e il Premio Oscar® Penélope Cruz in quello della moglie Laura. Nel cast,
inoltre, Shailene Woodley interpreta Lina Lardi, Patrick Dempsey e Jack
O’Connell indossano le tute dei piloti Piero Taruffi e Peter Collins, Sarah
Gadon è Linda Christian e Gabriel Leone il carismatico Fon De Portago. Scritto
da Troy Kennedy Martin (The Italian Job)
e dallo stesso Mann, il film è basato sul romanzo di Brock Yates “Enzo Ferrari:
The Man and The Machine” ed è stato girato in Italia. Prodotto da STX
Entertainment, “Ferrari” è un’esclusiva per l’Italia Leone Film Group in
collaborazione con Rai Cinema e uscirà al cinema con 01 Distribution.
Apprezzato in “Mare fuori”, ha confermato il proprio talento nella serie di Rai 1 “Un Professore”, nella quale veste i panni di Mimmo, ex studente di Dante finito in carcere minorile e ora in semilibertà. «Gli sceneggiatori hanno deciso di fare crescere il mio personaggio, di questo sono grato e onorato» dice l’attore diciannovenne, la cui popolarità è in crescita esponenziale: «La famiglia e gli amici, che mi trattano sempre allo stesso modo, ricordandomi di restare quello che sono»
Com’è stato l’incontro con il suo
personaggio?
Un bellissimo incontro. Ho iniziato
questo viaggio con Alessandro D’Alatri, che oltre a essere stato un grande
artista, un grande regista, è stato per me un punto di riferimento: mi ha dato
tanto, mi ha insegnato come comportarmi verso lo studio, verso il set. Mi aveva
anche parlato delle potenzialità di Mimmo, che sarebbe potuto crescere nelle nuove
stagioni della serie. Ed è andata così, gli sceneggiatori hanno deciso di fare
crescere il mio personaggio, di questo sono grato e onorato.
Come ha vissuto, sulla sua pelle, la
trasformazione di Mimmo?
All’inizio della stagione ha ottenuto
la semilibertà, trascorre le sue giornate fuori dal carcere, lavora come aiuto
bibliotecario nell’istituto in cui insegna Dante. Ho trovato un Mimmo pronto a
rapportarsi con i propri coetanei, con i professori, con una grande città come
Roma. È arrivato quasi ad accarezzare una
vita normale, la cosa più bella che possa provare un ragazzo di quell’età.
Portare in scena giovani che cercano
riscatto, in Mare Fuori come in “Un professore”, che responsabilità è per un
attore?
Credo che sia una responsabilità
stupenda. Diventi una bandiera, un manifesto, rappresenti in quel momento
quella fetta di ragazzi che cerca di voltare pagina.
Il mio obiettivo è portare in scena
Mimmo nella maniera più reale possibile.
Nella serie ha lavorato ancora una
volta con Nicolas Maupas, come è stato dividere con lui un set diverso da
quello di “Mare fuori”?
Con Nicolas è sempre un piacere
lavorare. Ci conosciamo da tempo e anche tecnicamente conosciamo i rispettivi
tempi di battuta, riusciamo a improvvisare in maniera sciolta. Per di più è un
amico. È un piacere incontrare, oltre a bravi attori, delle belle persone, da
Damiano Gavino ad Alessandro Gassmann, a tutti gli altri ragazzi che mi hanno
accolto bene sul set.
Che consiglio ha
chiesto ad Alessandro Gassmann…
Alessandro è una
persona molto umile. Mi ha regalato la sua serenità, la sua capacità di
mettermi a mio agio. Gli puoi esporre ogni dubbio, e lui è sempre pronto ad
ascoltarti, è autocritico, si mette a disposizione del gruppo.
Come sta vivendo l’arrivo della
popolarità nella sua vita?
Il mio lavoro non ha cambiato nulla.
Ci sono sempre la mia famiglia e la mia cerchia di amici, che mi trattano
sempre allo stesso modo, ricordandomi di tenere i piedi per terra, di restare
quello che sonio. Al tempo stesso ci sono più persone che mi riconoscono per
strada, ma quando mi fermano e mi chiamano, anche con il nome del mio
personaggio, provo gratitudine.
Come ha incontrato la recitazione?
La mia è una famiglia molto numerosa.
In occasione delle grandi tavolate io ero un po’ il giullare, imitavo i
parenti, gli animali. Intorno ai dieci anni chiesi ai miei genitori di potere
fare teatro, e cominciai. Con il teatro sono arrivati gli spettacoli, l’agenzia
e ho cominciato a lavorare.
Quando ha capito che la cosa si stava
facendo seria?
Per me la cosa è sempre stata seria,
un gioco serio (sorride).
C’è un sogno che sta rincorrendo?
Ho difficoltà a dirlo. I miei
obiettivi mutano ogni giorno e credo che non mi sentirò mai arrivato. Cerco
sempre di alimentare, di infuocare i miei obiettivi, di rinnovarli, per non
rimanere fossilizzato o frustrato, senza riporre aspettative verso qualcosa che
è fuori dal nostro controllo.
il canale è visibile in 40 milioni di case nel mondo e 174 sono i paesi coperti dal segnale su un bacino di utenza che arriva a 80 milioni di oriundi e 250 milioni di ‘italici’
Rai Italia fa un nuovo, fondamentale passo, verso la sua diffusione anche
in Europa. E lo fa in ‘grande stile’ consentendo alla Rai di approdare per la
prima volta con le sue trasmissioni in Gran Bretagna e Spagna, due aree
geografiche dove la comunità italiana è vasta e molto attenta alle
vicissitudini del proprio paese di origine. L’accordo di distribuzione con la
World Stream – Il Globo è stato finalizzato da Rai Com e comprende, tra gli
altri, anche i territori di Irlanda del Sud, Portogallo, Svizzera, Francia,
Belgio, Malta, Grecia, Cipro, Turchia, Romania, Moldavia, Finlandia, Lettonia e
Lituania che si aggiungono a Germania, Ungheria e Lussemburgo. La World Stream
è parte integrante del Gruppo editoriale di Melbourne “Il Globo”, nato nel 2016
con l’intento di fornire un servizio di informazione cartacea e digitale alle
comunità di italiani residenti, in lingua italiana ed inglese ed ha già altri
accordi in essere per la distribuzione di Rai Italia in Australia ed America
del Sud. La platea del canale della Rai è davvero ampia e, oggi, è visibile in
oltre 40 milioni di case raggiunte attraverso piattaforme satellitari, cavo,
Iptv e OTT in tutti i continenti. Il suo pubblico nel mondo è rappresentato da
oltre sei milioni di italiani (iscritti all’Aire) che vivono e lavorano
all’estero, circa ottanta milioni di oriundi e duecentocinquanta milioni di
italici. Numeri capaci di garantire anche la validità del progetto e di
centrare appieno gli obiettivi del Servizio Pubblico. Rai Italia trasmette il
meglio dei programmi delle reti generaliste Rai cui si aggiungono le produzioni
originali per l’estero che superano le 8.760 ore l’anno. Il ‘best of’ comprende
i Tg Rai in diretta, la grande fiction, gli show serali e i talk di attualità
in contemporanea con la messa in onda italiana; gli approfondimenti e le
inchieste giornalistiche; i grandi eventi musicali in diretta. La
programmazione originale prevede circa 1300 ore di produzioni per l’estero, di
cui 430 dedicate all’approfondimento informativo, oltre 180 all’informazione
religiosa, 350 di sport e 100 dedicate al cinema italiano. Da sottolineare i
prodotti ‘Teche’ con varietà, volti, personaggi e territorio (250 ore).
Dentro una “zona grigia” dove diventa difficile, se non impossibile, distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Il RadiocorriereTv incontra alcuni dei protagonisti e l’autore, ex magistrato, che con i suoi romanzi ha ispirato la serie
2022, Il Maresciallo Fenoglio
GIANRICO CAROFIGLIO
Esistono dei punti in comune tra lo scrittore e
l’investigatore?
È una mia vecchia fissazione riflettere su cosa accomuni lo scrittore
e l’investigatore. Sembra un pensiero un po’ bizzarro ma se ci si riflette bene
non lo è, perché entrambi si occupano di storie. Se per uno scrittore avere a
che fare con una storia è ovvio, lo è certamente meno per l’investigatore, ma
le buone storie sono sempre uno strumento di lavoro anche per chi prende le
tracce di un delitto e le deve ricostruire in una narrazione coerente dei
fatti. Più la narrazione è coerente, più esiste la possibilità che la spiegazione
di quello che è successo sia giusta. Un bravo investigatore è un buon
raccontatore di storie – anche soltanto a se stesso – che non deve dimenticare
di verificarle. È una somiglianza non da poco, me ne sono accorto quando ho
cominciato a scrivere ed è stata una folgorazione abbastanza inattesa.
Magistrato, scrittore, sceneggiatore. Quale equilibrio ha
trovato per la serie?
Il mio apporto alla serie è aver scritto i romanzi, che io
definisco investigativi, non crime o gialli. Aver fatto il magistrato, il pubblico
ministero che si occupa di criminalità organizzata, è stato decisivo per la
credibilità. La partecipazione alla sceneggiatura è un fatto collaterale, il
lavoro di sceneggiatore è un altro, non è il mio, e c’è chi lo fa meglio di me.
Chi è Pietro Fenoglio?
Sembrerà banale, ma Fenoglio è un carabiniere atipico… tutta
la sua idea di stare nel mondo e nelle indagini è abbarbicata al concetto di
dubbio. È il dubbio metodico di un uomo che probabilmente avrebbe voluto fare
altro nella vita, e che si è trovato un mestiere che gli permette di esercitare
un’intelligenza mite, non violenta, che va al cuore del male, evitando il
giudizio che offusca la visione, la capacità di leggere le cose. In un altro
libro mi è capitato di scrivere che i peggiori investigatori sono quelli che
fanno parte della categoria dei moralisti.
Con la serie ci si immerge in una città che piano piano si
scopre sopraffatta dal crimine organizzato…
Con le location è stato fatto un bellissimo lavoro, si percepisce
lo spirito del tempo, un senso di verità importante, perché quegli anni, per
tante ragioni, sono stati singolari sia per la storia della Puglia e della
criminalità organizzata pugliese, sia per la grande storia della lotta al
crimine organizzato nel nostro Paese.
In uno scambio di battute tra Fenoglio e Pellecchia si parla
della “pazienza” come qualcosa di rivoluzionario…
Penso che la pazienza sia un grande strumento di lavoro in
molti ambiti, tanto più importante, quanto più difficile da praticare. Ragionando
di pazienza mi piace anche pensare alle differenze tra fretta e rapidità. La
fretta è quel comportamento un po’ scomposto di chi si muove senza sapere bene
quello che deve fare e quando farlo. È il frutto dell’incompetenza, dell’ansia
della inadeguatezza. La rapidità, invece, è il modo di muoversi di chi è
competente, che non fa azioni non necessarie, che quando deve muoversi,
fisicamente o metaforicamente, lo fa in modo rapido ed efficace. Per essere
capaci di praticare la rapidità, bisogna essere capaci di praticare la
pazienza.
GIULIA BEVILACQUA (Serena)
Ci racconta il suo personaggio?
Serena è la compagna del maresciallo, che lei chiama sempre per
cognome. È una donna ironica, empatica che
riesce a gestire il rapporto con quest’uomo così spigoloso ricorrendo al
dialogo e alla dolcezza. Il loro legame si basa sulla stima reciproca e sul
rispetto.
Cosa rappresenta per lei questa serie?
È un racconto necessario su un momento drammatico della
nostra storia che non deve essere dimenticato, soprattutto dai ragazzi. Abbiamo
il dovere di ricordare, nonostante la sua tragicità. In questa serie, dal
regista Alessandro Casale a Gianrico Carofiglio, da un cast straordinario a
tutte le maestranze, ciascuno ha cercato di investire talento e professionalità.
C’è un’altissima qualità, non solo nella cura dei contenuti, ma anche estetica
che rende “Il Metodo Fenoglio” un bellissimo esempio di cinema nella
televisione.
Fenoglio e la mafia a Bari…
Fenoglio è impegnato in indagini faticose, difficili,
rischiose perché, per la prima volta si parla di mafia anche in Puglia… questo
il maresciallo lo aveva già intuito. Lui sa bene che dietro l’incendio del Tetro
Petruzzelli di Bari c’era la mano di un’organizzazione criminale.
PAOLO SASSANELLI (Antonio Pellecchia, alter ego di Pietro
Fenoglio)
Pellecchia e Fenoglio… che coppia!
Il loro è un rapporto bellissimo basato sull’amicizia e sulla
fiducia. Pellecchia rispetta la sua intelligenza, la sua cultura, il suo essere
un grande investigatore e pensatore raffinato. Fenoglio ha bisogno della mano
pesante e della crudezza dell’amico che ha una conoscenza profonda del
territorio e su questo si muove perfettamente. È uno strano miscuglio che
funziona. L’obiettivo di Fenoglio è sempre la verità, non si accontenta mai di
una sola pista, è l’uomo del dubbio e per questo si muove sempre in più direzioni,
in cerca di soluzioni mai scontate.
Cosa rappresenta il Metodo Fenoglio?
È un crime vero, si è scelto di concedere poco alla commedia
e alla leggerezza, siamo andati sulla sostanza, senza fronzoli, dritti alle
cose concrete. Gli sceneggiatori hanno trovato un ottimo equilibrio tra storia
vera e quella sceneggiata, anche per me che sono pugliese è stato difficile
percepire la differenza tra finzione e realtà perché è stato fatto un lavoro
ottimo.
Il suo ritorno in
televisione un viaggio nella musica italiana…
È un percorso che prosegue. Protagonisti del programma saranno sei grandi
cantautori con l’obiettivo, che poi è la battaglia di tutta la mia vita, di
divertire facendo cultura. La gente ascolterà delle grandi canzoni che sono
nell’immaginario collettivo.
Accanto a lei ci saranno
Flora Canto e la sua band…
Lo spirito è quello di proporre un programma non con la
classica orchestra Rai che suona i pezzi, ma un riarrangiamento come fosse un
concerto dal vivo con ospiti.
Gli ospiti saranno
legati alla storia dei protagonisti?
Non necessariamente. Ci sarà un po’ di tutto, anche dei
ragazzi, giovani cantautori.
E si disquisirà anche
del rapporto tra musica e filosofia…
Ci sarà Matteo Saudino, in arte BarbaSophia, docente di
filosofia in un liceo torinese. Molto piacevole da ascoltare. Ci siamo
incuriositi e interessati a lui perché avevamo notato che sui social, dove c’è
tanta superficialità, c’era un professore che veniva ascoltato in massa
raccontando la filosofia.
Come sono e cosa vedono
gli occhi del musicista?
A seconda dei musicisti che racconteremo. Vedono la vita di
tutti i giorni, l’amore. La canzone italiana ha spaziato su tutti i temi.
Avremo sei personaggi diversi l’uno dall’altro.
Nel 2003 pubblicava
l’album che ha ispirato il titolo del suo nuovo programma… è trascorso un
ventennio…
Vuol dire che la canzone ancora tiene botta.
Il programma racconterà
Tenco, Graziani, Bertoli, Endrigo, Cutugno e Califano. C’è una caratteristica,
oltre l’eccellenza del loro cantautorato, che li accomuna?
Erano tutti in anticipo sui tempi. Ascoltare alcune loro
canzoni è come avere la sensazione che siano state scritte tre anni fa. Nessuno
di loro stava seguendo una moda ai loro tempi. Ognuno di questi sei indicava la
strada e seguiva il proprio percorso.
Molto particolare è
anche la scelta del pubblico, formato da studenti di scuole di musica. Perché?
Tre anni fa ho insegnato Storia della Musica al Conservatorio
Giuseppe Verdi di Milano. Era interessante vedere dei ragazzi, giovanissimi,
portati per la musica, che ascoltavano con interesse le mie lezioni. Ho pensato
che adesso, in televisione, potesse essere la stessa cosa.
Le nuove generazioni
come vivono nomi come Tenco, Bertoli o Califano solo per citarne alcuni?
C’è una spaccatura incredibile. C’è il ragazzino totalmente
passivo che vede quello che funziona sulle app dedicate e se lo ascolta, e poi
c’è quello che ha una vita interiore completamente diversa e sceglie. Vedo
poche vie di mezzo.
Ci saranno delle
sorprese?
Grandi musicisti, amici. Nella prima puntata dedicata a
Tenco, ci sarà Ron.
Presentato in anteprima a “Viva Rai 2!”, è uscito “M’ama non m’ama”, singolo dell’artista bolognese nato ad “Amici” e consacrato dal morning show di Fiorello. E nel 2024 arriva l’EP con sei brani che parlano d’amore
Tommaso, lunedì 8 dicembre è per lei una giornata speciale…
A mezzanotte esce il mio nuovo singolo “M’ama non m’ama”, che ho scritto
lo scorso anno e nel quale ho messo tanta passione. Si ispira alla storia sentimentale
di una mia amica che quando ho scritto la canzone viveva una situazione difficile.
Quando ha ascoltato il brano ho visto le lacrime di commozione nei suoi occhi,
e così ho capito di avere centrato il punto. In questa canzone si sono
ritrovati anche altri miei amici.
“M’ama non m’ama” è il primo tassello di un progetto più ampio…
Un EP scritto interamente da me che uscirà il prossimo anno. Sono tutte storie
vere che raccontano persone diverse. Un anno fa ho vissuto una fase di down
emotivo personale, e così mi sono buttato sul lavoro, che mi è stato di grande
aiuto. In quel momento mi sono accorto che le persone intorno a me, i miei
amici, stavano vivendo la stessa situazione in modalità diverse: chi aveva il
cuore spezzato, chi sceglieva di rimanere sola. Ho cercato di raccontare quelle
storie, una parla di me.
La danza e la musica, come si incontrano questi due mondi nella sua
esperienza artistica?
Da piccolo mi era più facile comunicare le emozioni attraverso il corpo,
con la danza, poi mi sono accorto che le parole, la scrittura e il canto, sono
strumenti che mi aiutano ad andare oltre.
Una passione, quella per lo spettacolo, che viene da lontano….
Sin da bambino, a quattro anni, organizzavo gli spettacoli di Natale per
tutta la famiglia. C’erano le canzoni di Raffaella Carrà, degli Abba, che amo
tantissimo. Ma c’erano anche quelle di Britney Spears, di Jennifer Lopez. J-Lo,
ad esempio, nasce come ballerina, poi sono arrivati il canto, la recitazione.
Chi vive d’arte rimane affascinato da tutto ciò che questa può offrire. L’artista ha lo sguardo di un bambino, che non pensa al giudizio altrui. Voglio vivere
lo spettacolo in modo pieno senza mai avere rimpianti.
Come vive la popolarità?
Quando sono uscito da “Amici” è stato più complesso perché non ero
abituato a tanta attenzione. Oggi vivo tutto più serenamente, sono contento
quando le persone mi chiedono una foto o vogliono parlare con me…
Lei viene da Sant’Agata bolognese, in Emilia, il paese di Nilla Pizzi…
La cosa mi riempie d’orgoglio, per i miei compaesani dopo Nilla Pizzi c’è
Tommaso Stanzani (sorride). Mi sostengono. Le mie insegnanti, le mie
tate mi dicono che sapevano che lo spettacolo sarebbe stato nel mio futuro.
Prima Maria, poi Fiorello, cosa si sente di dire a entrambi?
Sono un po’ come una mamma e un papà artistici. “Amici” è stato l’inizio,
una tappa importantissima. Devo molto a Maria De Filippi, al programma, è stato
con quell’esperienza che ho capito quanto mi piacciano la televisione e tutto
quello che c’è dietro: le prove, i costumi, il trucco. Fiorello è stato lo step
successivo. Grazie a lui ho capito qual è la carriera che mi piacerebbe fare.
“Viva Rai 2!” è una scuola che mi insegna ogni giorno qualcosa. Non potrei
essere più fortunato.
Oggi ha 21 anni, come vede il Tommaso del futuro?
Vorrei un Tommaso sempre più consapevole e ancor più determinato, che
abbia superato piccole insicurezze. In passato quando leggevo critiche mi si
spezzava il cuore, oggi inizio ad avere qualche difesa in più. Spero di non
perdere mai la voglia di sperimentare, di fare le cose.
Guardiamo a un futuro un po’ più prossimo, cosa farà a Natale?
Andrò dai miei, starò un po’ in famiglia. Ci saranno i tortellini delle
nonne, Martina e Milva. Come da tradizione trascorreremo il Natale dall’una e
Santo Stefano dall’altra. Ci saranno anche cioccolata calda e pandoro.
Tommaso è un ragazzo felice?
Sì. Tommaso è un ragazzo che tutti i giorni si ricorda il motivo per cui
deve essere felice: faccio un lavoro straordinario, ho una famiglia che mi
supporta. Sto facendo quello che voglio fare e sto lavorando per continuare a
fare ciò che voglio fare. Mi dico “avanti così”.
L’attrice veste i panni del Sostituto Procuratore Gemma D’Angelo, magistrato indipendente e coraggioso. “Il metodo Fenoglio”, diretto da Alessandro Casale: Il lunedì in prima serata su Rai 1
2022, Il Maresciallo Fenoglio
Cosa ha significato confrontarsi con la
scrittura di Gianrico Carofiglio?
Per un attore partire da un romanzo è
un’occasione in più, che ti consente di scavare nella mente di chi ha scritto
un personaggio. Penso alla mia Gemma D’Angelo, alla sua gavetta, sulla carta ho
scoperto molto di lei. A colpirmi e a sorprendermi è stata anche una parte
della storia della mia regione, che non conoscevo. Per me, cresciuta a
Brindisi, la mafia in Puglia era quella dello spaccio delle videocassette. Non
pensavo che ci fosse un’organizzazione tanto allargata e complessa.
Come ha vissuto l’incontro con Gemma
D’Angelo?
All’inizio ero molto spaventata. La
sceneggiatura tracciava totalmente la sua veste lavorativa, mi ha fatto
conoscere il linguaggio legislativo, quello del magistrato. Ho cercato di
capire cosa significasse essere una donna magistrato negli anni Novanta e così
ho studiato la figura di Ilda Boccassini, molto attiva in quel periodo contro
la mafia. Nel corso delle riprese ho incontrato il procuratore della Repubblica
di Taranto, Eugenia Pontassuglia, che mi ha aiutato a recuperare un’urgenza,
tasselli mancanti.
Per una donna di legge quali erano le
difficoltà in quegli anni?
Purtroppo, le stesse che ci sono
ancora. A partire dal dover dimostrare di essere intelligenti, preparate,
cercando di affermarsi con tutte le forze. Non senza difficoltà.
Nella serie, invece, cosa accade?
L’aspetto interessante del rapporto tra
Gemma e Fenoglio è vedere come questo sia basato sulla stima reciproca, lui
l’apprezza da subito. Lei e Fenoglio sono uguali, hanno la stessa luce negli
occhi.
Quali strumenti le ha dato, l’essere
pugliese, nell’entrare in questa storia?
Sono nata in quegli anni e culturalmente
tanti rifermenti li conoscevo. Oggi la situazione è migliorata, ma la mafia si
esprime nei comportamenti, negli atteggiamenti, che ancor’oggi sono
riconoscibili.
Come ha caratterizzato il personaggio
di Giulia?
Ho cercato di lavorare molto
sull’accento. Un barese della Bari vecchia, soprattutto negli anni Novanta,
parlava diversamente da una persona istruita come Gemma, che aveva studiato a
Napoli ed era stata a lavorare in Calabria nell’Antimafia. Il suo accento
racconta la sua storia.
Cosa le ha lasciato questo set?
Un senso di famiglia. Ci siamo tutti
riconosciuti nel voler dare qualità, consapevoli di lavorare a un prodotto
importante. Il regista ha preteso due settimane di lettura del copione a
tavolino, insieme agli sceneggiatori, cosa che di solito accade in teatro, nel
cinema. Anche sul set c’era cura della parola, dei personaggi.
Un incontro virtuoso…
Lo stare bene insieme ti stimola a
stare meglio, a trovare poesia. E così è stato.
La sua Puglia è sempre più
protagonista sul grande e sul piccolo schermo, cosa prova di fronte a questa
popolarità?
Sono orgogliosissima. È stato bellissimo stare sul set di
una terra speciale, un onore. Ho scoperto Bari come una piccola metropoli dove
le cose funzionano. Volevamo che
quella magia non finisse.
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