Con noi dentro le storie

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MATILDE GIOLI

«“Doc – Nelle tue mani” racconta il mondo reale, la medicina, l’importanza dell’empatia nel rapporto medico-paziente» dice l’attrice che nella serie di Rai 1 interpreta il ruolo della dottoressa Giulia Giordano

La serie non si è mai sottratta al racconto della contemporaneità. Come è stata affrontata questa volta?

Siamo sempre rimasti molto agganciati a ciò che succedeva nel mondo reale, l’abbiamo visto bene la scorsa stagione con il racconto della pandemia. È il bello di questa serie, il fatto che le persone si sono viste dentro le nostre storie. Quest’anno raccontiamo altri fatti aderenti alla contemporaneità, come per esempio i Big Data e l’intelligenza artificiale, che sta arrivando ovunque, anche nel mondo della medicina, temi che si aggiungono agli intrecci narrativi sui sentimenti, un evergreen con cui sicuramente empatizzerà il nostro pubblico fedele, che ringrazio sempre per il supporto.

Prendersi cura dell’animo, prima ancora del corpo…

Questa serie ha un fil rouge che, nonostante i temi di puntata, accomuna tutti gli episodi: l’empatia, l’importanza del mettersi nei panni dell’altro per capirlo. In “Doc” i pazienti non sono numeri o clienti, ma persone e come tali vanno trattati, un tema importantissimo, soprattutto al giorno d’oggi, caratterizzato da una grossa crisi di valori. Spero che questo tema dell’empatia faccia riflettere tutti su quanto sia la ricchezza più grande da cercare.

Quella è la vera ricchezza.

Il mio personaggio arriva da una serie di vicissitudini davvero impegnative. Abbiamo visto Giulia interfacciarsi con un uomo di cui è innamorata ma che non si ricorda più di lei. Nella seconda stagione prova a ripartire con un altro affetto, un altro amore, ma Lorenzo muore e lei perde il bambino. In questa stagione vuole ampliare i propri orizzonti, ripartire, anche in campo medico. La vedrete agguerrita.

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Finalmente il camice

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GIACOMO GIORGIO

«Il rapporto oltre la macchina da presa, il volersi bene, il capire che si sta facendo qualcosa di importante, tutti questi elementi messi insieme probabilmente sono, per me, la chiave del successo di “Doc”» racconta l’attore napoletano, new entry nella terza stagione di “Doc. Nelle tue mani”, il giovedì su Rai 1

Una nuova sfida. Com’è andata?

È andata molto bene, sono contento, mi sono divertito tanto. Questo è uno di quei ruoli che un attore, almeno una volta nella vita, vuole fare. Fin da piccolo, quando ho iniziato a entrare nel mondo della recitazione, alla domanda “cosa ti piacerebbe interpretare”, insieme al supercattivo, al supereroe, c’era ovviamente il medico. Mi sono rimesso in gioco con un ruolo totalmente agli antipodi rispetto a quelli fatti finora.

Chi è Federico Lentini?

È uno dei tre nuovi specializzandi della terza stagione, un ragazzo milanese figlio di papà, apparentemente viziato, piuttosto svogliato che, a un certo punto, scopre di avere delle capacità e comincia a osservare la medicina con uno sguardo diverso. Spesso si ha a che fare con personaggi bidimensionali, in questo caso il personaggio è stato scritto talmente bene che le dimensioni di Federico le abbiamo esplorate tutte.  

Quale rapporto si crea tra lo specializzando e Doc?

La figura centrale di Federico è sicuramente suo padre, molto presente nella sua vita. Doc, invece, rappresenta la figura paterna, ma al Policlinico Ambrosiano, in una veste totalmente opposta, ma fondamentale. Se all’inizio questo ragazzo vive la sua presenza in ospedale come una punizione inflitta dal padre, grazie a Fanti comprende il senso profondo dell’essere medico, comincia a vivere la professione non come una condanna, ma come una possibilità per il futuro. Vedremo se alla fine Federico ne sarà realmente consapevole o no, ma diciamo che Doc è un punto di riferimento per tutti, anche per lui.

E Luca Argentero?

Un capitano della nave importante, un esempio di professionalità, che sento di dover ringraziare per la serietà. La presenza di attori di questo calibro, tra l’altro i primi nomi della serie, è una delle chiavi per la riuscita di un progetto.

Quale secondo lei l’elemento vincente di questa terza stagione?

Il cast certamente, lo è per tutte le serie di successo, una tra tutte “Mare Fuori”. Quando gli attori funzionano, si trascorre molto tempo insieme, si creano legami forti e la giusta confidenza anche fuori dalla scena, tutto funziona anche sullo schermo, trapassa la cinepresa e arriva dritto al pubblico. A volte capita che devi girare delle scene, magari d’amore o di violenza, e il “partner” lo hai conosciuto solo un attimo prima, e tutto diventa più complicato, perché la recitazione è uno scambio emotivo. Il rapporto oltre la macchina da presa, il volersi bene, il capire che si sta facendo qualcosa di importante, tutti questi elementi messi insieme probabilmente sono, per me, la chiave del successo di Doc.

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Con il sorriso e la leggerezza di Nino

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FRANCESCO ZENGA

Il giovane attore campano, al debutto cinematografico, è tra i protagonisti della serie di Rai 1 diretta da Francesca Archibugi. Al RadiocorriereTv confida: «È accaduto tutto in pochi mesi. I provini, il mio arrivo a Roma, il set. Sono stato buttato in una lavatrice (sorride). È stata la mia prima volta, era surreale»

La Storia (History: A Novel), director Francesca Archibugi, cinematography Luca Bigazzi. A series based on the ‘History: A Novel’ of Elsa Morante, in Rome during the war and after the war.

Com’è stato l’incontro con “La Storia”?

Entusiasmante. È accaduto tutto in modo veloce, a partire dai provini. Il primo è stato a febbraio del 2022, ad aprile hanno deciso di darmi il ruolo e il mese successivo sono iniziate le riprese, che si sono concluse a novembre. Sono stato buttato in una lavatrice (sorride). Essendo stata la mia prima volta era tutto surreale.

Cosa l’ha colpita della sceneggiatura, del suo personaggio?

La preparazione del personaggio è avvenuta sulla sceneggiatura di Giulia Calenda, Ilaria Macchia, Francesco Piccolo e Francesca Archibugi. Il mio intento era quello di interpretare il loro Nino. Approcciarsi a un personaggio di quel periodo storico, per un ragazzo del XXI secolo, non è facile, nonostante il nostro presente ci sputi in faccia l’orrore della guerra, in Ucraina come in Palestina. Sono fatti che ci fanno capire quanto sia importante godersi anche i piccoli momenti di vita, che possono essere spazzati via da un secondo all’altro. Ed è quello che sostanzialmente fa Nino, vive la vita con sorriso e leggerezza.

Cosa pensa abbia visto in lei chi l’ha scelta per il ruolo di Nino?

I miei genitori, dopo le prime puntate, hanno detto di avere visto nel personaggio di Nino quello che io sono nella quotidianità, a casa. Ad accomunarmi a lui penso siano proprio il sorriso, la leggerezza, l’atteggiamento, caratteristiche che penso abbiano colpito Francesca (Archibugi, regista), come Dario Cerruti ed Elisabetta Boni, l’aiuto regista e il casting director.

Nino è “ultimo tra gli ultimi”. Cosa l’ha colpita di quel giovane e di quel periodo storico?

All’inizio del racconto Nino è fascista per gioco, poi assume coscienza di quello che sta facendo. Lui, come molti dei suoi coetanei, credeva nella patria, per la quale era disposto a lottare.

Cosa le ha lasciato quel set?

Tanti ricordi ed emozioni, potrei scriverci un libro (sorride). All’inizio era tutto nuovo, mi chiedevo dove mi trovassi: lasciavo casa a Nocera in provincia di Salerno, gli amici, le mie abitudini, e iniziavo una nuova vita a Roma. Sono stato aiutato dagli attori del cast e dalla troupe e giorno dopo giorno siamo diventati una grande famiglia.

Quali consigli ha chiesto alla regista e ai colleghi?

A ogni scena chiedevo loro come potessi fare meglio, come gestire il personaggio e la mia ansia da set. C’è stato un vero e proprio confronto, mi hanno sostenuto e per me è stata una grande fortuna. Ho trovato persone trasparenti, pulite, da Francesca ai colleghi del cast.

Com’è andata con il romanesco?

Francesca è rimasta colpita da come passassi facilmente dal napoletano al romano (sorride), per questo devo ringraziare anche mio padre che, originario di Napoli, ha vissuto per molto tempo a Roma. La sua cadenza mi ha aiutato molto.

Si parla di lei come di una nuova promessa del cinema, questo la emoziona o le fa un po’ “paura”?

Spero innanzitutto di poter dare una buona impressione di me a chi sta seguendo “La Storia”. Certo, un po’ di paura c’è. Sto cercando di rimediare frequentando il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma, dove spero di potere affinare la tecnica. Il Centro ti dà anche gli strumenti per conoscerti meglio, per scoprire nuovi aspetti di ciò che sei.

Cosa l’ha colpita della Roma raccontata da “La Storia”?    

È stato un tuffo nel tempo, incredibile.  L’ambientazione, i luoghi, i costumi, mi hanno aiutato ad entrare meglio nel personaggio. Ci sono luoghi che mi hanno colpito moltissimo, penso al Parco degli Acquedotti, all’Appia Antica, ma ho amato anche vedere con i miei occhi come la gente viveva in quegli anni difficili, dove si rifugiava, quali erano le difficoltà.

Come ha assistito alla messa in onda della prima puntata?

Nel mio paese in famiglia, con gli amici. È stata una grande soddisfazione.

Il ghiaccio ormai è rotto, cosa vede nel suo futuro professionale?

Mi piacerebbe tornare a lavorare con la grande famiglia che si è creata con “La Storia”, per ritrovare compagni di viaggio speciali.

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Pensare a un mondo senza violenza

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ELIO GERMANO

«Interpreto Eppetondo, un animo puro rimasto sola durante i bombardamenti che perde tutto e decide di dedicare la sua vita alla guerra di Liberazione per mandare via i nazifascisti e restituire dignità al nostro Paese» commenta l’attore romano tra i protagonisti de “La Storia” di Francesca Archibugi, il lunedì su Rai 1

La Storia (History: A Novel), director Francesca Archibugi, cinematography Luca Bigazzi. A series based on the ‘History: A Novel’ of Elsa Morante, in Rome during the war and after the war.

“La Storia” è un romanzo che ha segnato la formazione di tanti giovani…

È certamente uno dei più importanti, anche se è sbagliato parlare di primati di bellezza nell’arte, che non è mai una competizione. È un testo che riguarda tutti noi, la nostra storia, da rimanere inevitabilmente nel sangue di chi ha la fortuna di leggerlo. Spero che la serie crei nuove occasioni per recuperare le parole della Morante che, nonostante l’approfondimento di un lungo racconto per immagini, è evidentemente pieno di altre cose che non sono entrate nel film. È interessante vedere come “La Storia” sia fatta di tante storie individuali, di esseri umani fallibili, non sempre pronti a fare la cosa giusta al momento giusto, che subiscono la storia con tutte le sue contraddizioni. Il mondo di oggi è troppo spesso raccontato dai buoni o dai cattivi, sono tutti supereroi che sanno cosa fare o cattivi mosse dal male. Ma gli esseri umani, non dimentichiamo, sono creature complesse e la storia è fatta dalle vite di ciascuno di noi, dalle decisioni che prendiamo, ma anche dalla nostra volontà di non scegliere, di non schierarsi o non partecipare.

Ci racconta il suo personaggio?

Interpreto Eppetondo, un animo puro rimasto sola durante i bombardamenti che perde tutto, anche gli animali e per questo, commettendo tantissimi errori, dedica la sua vita alla guerra di Liberazione contro i nazifascisti, provando a riconquistare la dignità per il Paese, sognando un mondo migliore fatto di regole giuste. La Morante nel libro, così come la serie raccontano di un’epoca storica animata da gente che lottava per le proprie idee e aveva voglia di costruire un diverso modo di stare insieme, di un cambiamento di rotta. Il risultato è stato la nostra splendida Costituzione, il faro che traccia la strada per uno stare insieme inclusivo, senza competizioni o privilegi e che, purtroppo, ancora oggi non siamo riusciti a onorare fino in fondo, mettendola talvolta anche in discussione. La strada ancora è lunga, molto di quello che è stato scritto nella Carta è rimasto solo un’ambizione che non siamo riusciti a trasformare in legge o, quando lo abbiamo fatto, queste leggi non le abbiamo rispettate. “La Storia” ha anche questa funzione, ricordare quelle che sono le ambizioni da realizzare.

Nella grande miseria umana e sociale raccontata dal libro e dalla serie, c’è posto per la speranza?

È un racconto che parte dalle bombe, dalla guerra, la peggiore creazione dell’uomo di cui non riesce a liberarsi ancora oggi e che, se è vero che è uscita da casa nostra, rimane ancora molto vicina a noi, nei racconti, anche propagandistici alla tv o peggio, viene dimenticata perché nessuno ne parla. Tutte le guerre creano distanza tra le persone, tra i civili che le subiscono e che certamente non ritengono un conflitto “giusto”. La guerra è giusta solo per chi è lontano da questa e vive al riparo, traendone profitto, per tutti gli altri non esiste alcun vantaggio, ma solo una condanna. Ricordiamo quello che è successo nel nostro Paese e, come ben è scritto nella Costituzione, cominciamo a pensare a un mondo che possa fare a meno della violenza della guerra.

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Quante emozioni in un applauso

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VIRGINIA RAFFAELE

La protagonista di “Colpo di luna” si racconta al RadiocorriereTv: «Ci siamo ispirati ai grandi varietà del passato, con l’attore al centro della scena. All’epoca la televisione era perfetta. Mi sarebbe solo piaciuto esserci, magari essere Mina o Alberto Sordi». Il venerdì in prima serata su Rai 1

Il luna park è gioco ed è sogno, per lei è stato anche casa. Qual è l’impronta di questo mondo sulla sua vita?

Totale, per una serie di fattori. Uno su tutti lo sguardo che mi ha insegnato ad avere nei confronti del prossimo, della gente, che è poi il pubblico. Sin da quando ero bambina sentivo mia mamma dire “stiamo al pubblico”. Noi eravamo già sul palcoscenico, come lo sono i ristoratori, come lo sono le persone che lavorano con la gente. In più, nel luna park, c’era l’esibizione, una affabulazione per cercare di attrarre il pubblico e farlo divertire. Il luna park mi ha fatto anche capire l’importanza del lavoro, dei sacrifici. Era un’attività fisicamente faticosa, stare ore al bancone, al freddo dell’inverno, al caldo dell’estate, durante le festività. La dedizione al lavoro è ciò che mi hanno insegnato i miei genitori ed è ciò che mi porto dietro.

Che cosa prova di fronte all’applauso del pubblico?

Gli applausi e le risate sono abbracci che non si possono descrivere, sono la cosa più bella, ti accorgi di essere entrata nel cuore di chi ti sta guardando, gli applausi sono vibrazioni, la colonna sonora della vita dell’attore…

Il varietà nella Tv di oggi ha assunto declinazioni diverse: il talent, gli stand-up comedy. Cosa l’ha spinta a portare in scena un programma che si ispira invece alla nostra più alta tradizione televisiva?

L’onestà intellettuale. Chi sono io per inventarmi un altro varietà? Se devi fare il varietà lo riproponi guardando i primi. Non ne abbiamo fatto una copia, impossibile copiarlo. C’è solo un’ispirazione, soprattutto per quanto riguarda la scena, pensata con Marco Calzavara, Duccio Forzano, che ricorda “Teatro 10”, questo spazio grande, largo, quasi teatrale, dove non c’è scenografia se non l’attore e il suo ospite.

Come si costruiscono una narrazione, una battuta, che facciano sorridere il pubblico?

Con l’ascolto di quello che si ha intorno, con il proprio gusto, è tutto molto personale. Non c’è un segreto, è una costruzione che si affina nel tempo. Sono vent’anni che faccio questo lavoro, già… mi sono distratta un attimo e sono passati vent’anni (sorride).

Cosa deve avere un personaggio perché lei decida di crearne una maschera?

Deve avere qualcosa che mi attragga, che può essere il modo di parlare, un tic, la sua storia. Ci sono diverse sfaccettature di un personaggio che possono colpirti e spingerti a farne una maschera. Le chiamo maschere rifacendomi alla tradizione teatrale. Balanzone, Pantalone, Mirandolina erano semplicemente virtù e vizi umani tramutati in maschere. Quello che cerco di fare è esattamente un lavoro teatrale e attoriale.

A quali delle sue maschere si sente più legata?

Per affezione ci sono la Fracci, Ornella, le faccio entrambe da tanti anni (sorride). Ma sono i personaggi inventati, di fantasia, quelli che più mi appartengono, penso alla poetessa transessuale Paula Gilberto, a lei sono molto affezionata.

La nostra televisione compie 70 anni, in quale programma del passato avrebbe visto bene le sue maschere?

Non lo so. All’epoca la televisione era perfetta. Mi sarebbe solo piaciuto esserci, magari essere Mina, Alberto Sordi, proprio perché sostengo non ci sia sessualità o diversità di genere in questo mestiere, ma solo gente brava e gente non brava.

Quale significato dà alla parola leggerezza?

La leggerezza, diceva Calvino, non è superficialità ma planare dall’alto sulle cose. Credo sia una delle cose più vere. Una visione leggera di tutto porta dietro un respiro diverso.

Cosa la fa sorridere per davvero nella quotidianità?

Gli animali sono molto buffi (sorride). Quando li osservi la natura ti parla…

Lei ne ha?

No, perché pur amandoli non avrei il tempo di occuparmene. Sarebbe egoistico prendere un cane e tenerlo in camerino. Quando mi dicono “lui è felice di star con te”, rispondo “che ne sai, glielo hai mai chiesto?”. Credo che un cane sia molto più contento di correre al parco.

Oltre agli animali?

I cartoni animati.

Preferiti?

“La spada nella roccia”, lo rivedo spesso, sono fan del gufo Anacleto. I cartoni animati sono la scuola perfetta della comicità, pensi a Willy il Coyote e a Beep Beep, i loro tempi comici non sono riproducibili. 

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Storie minuscole in una storia maiuscola

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JASMINE TRINCA

L’attrice romana è Ida Ramundo, protagonista de “La Storia”, capolavoro di Elsa Morante portato sullo schermo da Francesca Archibugi. «Anche grazie a un romanzo, a un film Tv, si può prendere sempre maggiore coscienza di come la guerra affetti la vita delle persone, soprattutto di chi la subisce. Penso che questo lavoro ci restituisca la singola umanità del collettivo». Da lunedì 8 gennaio in prima serata su Rai 1

La Storia (History: A Novel), director Francesca Archibugi, cinematography Luca Bigazzi. A series based on the ‘History: A Novel’ of Elsa Morante, in Rome during the war and after the war.

Come è stato l’incontro con questa storia?

Il romanzo di Elsa Morante è stato uno dei libri più formativi della mia adolescenza. Lo lessi due volte da ragazza e l’ho riletto prima di fare la serie. È stato un po’ un mio romanzo di elezione. Per di più la Morante è la mia scrittrice preferita, una figura che abita moltissimo tutto il mio immaginario. Ho chiamato mia figlia Elsa per augurio e per omaggio nei suoi confronti (sorride). Quando il produttore Roberto Sessa mi ha parlato del progetto, prima ancora di Francesca Archibugi, era come se mi parlasse del più grande desiderio che potessi avere rispetto a un personaggio che viene dalla letteratura.

Una grande gioia…

… ma anche con un po’ di timore, per il progetto molto valido, per la bella scrittura, perché Francesca Archibugi è una grandissima narratrice di storie. Un grande lavoro di qualità.

Cosa le ha lasciato la rilettura del romanzo con gli occhi di una donna adulta?

Rileggendolo, la grandezza della scrittura di Elsa Morante mi si è svelata, pur avendo i suoi romanzi un livello anche immediato, che può arrivare in modo pieno anche a un giovane di 14, 15 anni. E poi la commozione di vedere raccontate con questo lirismo le vicende degli ultimi, dei poveri, della gente normale, di chi non ha potere. Questo fa riflettere anche rispetto alla storia attuale. È come se anche grazie a un romanzo, a un film Tv, si possa arrivare a prendere sempre maggiore coscienza di come la guerra affetti la vita delle persone, soprattutto di chi la subisce. Penso che questo lavoro ci restituisca la singola umanità del collettivo. È sempre più forte l’idea che sono le persone senza niente a subire l’orrore del potere.

Come si è confrontata con il personaggio di Ida?

Ida è una donna che proprio per condizione, per epoca, è molto dimessa, una donna che tende ad avere una natura talmente timorata di sé, del mondo, quasi da volere scomparire in mezzo agli altri. Allo stesso tempo però ha degli aspetti potenti, di pura sopravvivenza. È raccontata come una donna quasi freezata nel suo essere una fanciulla, ma con scatti felini, animaleschi, una complessità che mi piace raccontare nel femminile. Per me, come attrice, è stato un grande lavoro, oltre la durata di questa serie ci sono tanti passaggi dolorosi nel raccontare Ida e la sua comunità. Storie minuscole e in una storia maiuscola che le prevarica. Per me è stato divertente provare a fare un esercizio di adesione al personaggio di Ida rispetto alla persona che sono. Lei è piccola, minuta nel suo atteggiamento rispetto al mondo.

Dietro la macchina da presa, Francesca Archibugi… cosa ha rappresentato per lei questa collaborazione?

Ho sempre amato moltissimo il suo cinema, di romantica malinconia. Francesca ha la grande capacità di orchestrare i gruppi, mantenendo uno sguardo sempre felice sui ragazzi. Mi è piaciuto provare a fare insieme questo racconto, nel rispetto, autentico, per Elsa Morante.

Un cast di attori affermati e di nuove promesse…

Francesco Zenga e Mattia Basciani, che interpretano i figli di Ida, sono stati due grandi scoperte. Personalmente sono sempre molto in dialogo con l’altro attore, mi è piaciuto stare vicina ai ragazzi con un’idea non tanto di protezione ma sicuramente di accompagnamento.

Roma e la guerra, “La Storia” cosa racconta?

La duplice ferita, l’impatto della guerra sulla vita delle persone e sulla città. La grande ferita dell’attacco a una Roma che si pensa e che noi pensiamo intoccabile. È dolorosissimo visualizzare i bombardamenti che distruggono la materia, la storia di un posto, la socialità delle persone.

Che tassello rappresenta “La Storia” nella sua carriera di attrice?

La possibilità di sviluppare un racconto con più tempo in un progetto di grande qualità. E poi l’ammirazione per l’opera di Morante, il personaggio di Ida, tra quelli a me più cari. È un film nel quale ho messo tanto e sul quale punto tanto. Spero che venga tanto visto, per renderci sempre più umani e attaccati all’umanità.

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Skillz

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Competenze cruciali e lavori del futuro, le scelte migliori per affrontare le sfide della vita. Condotto da Martina Socrate, in esclusiva su RaiPlay dal 10 gennaio, il nuovo programma di Rai Contenuti Digitali e Transmediali

In un momento di cambiamenti sempre più rapidi, le conoscenze digitali sul lavoro sono oggi fondamentali per l’intera popolazione.  Per questo Rai, con il Fondo per la Repubblica Digitale, ha sviluppato un progetto dedicato alle competenze necessarie per le attività professionali del futuro. In esclusiva su RaiPlay dal 10 gennaio arriva SkillZ, una produzione Rai Contenuti Digitali e Transmediali dedicata ad un pubblico tra i 15 e i 35 anni. Martina Socrateè il volto del programma. È lei, la content creator da un milione e seicentomila followers che, in un viaggio nei luoghi d’eccellenza italiana che vivono già nel futuro, guida i telespettatori nei mondi dello spettacolo, dello sport, della tecnologia, dell’arte per scoprire e far conoscere una o più competenze (hard, soft e/o trasversali) necessarie per le professioni di domani. Dieci le puntate previste nelle quali si parla di: pensiero critico e creatività; conoscenze digitali avanzate; abilità sociali e umane; flessibilità e adattabilità; attenzione ai dettagli; intelligenza artificiale. Nelle varie tappe Martina Socrate incontra diversi professionisti di settore tra questi Carlo Conti che parla di “leadership”, skill essenziale per guidare un team di successo; Vincenzo Schettini, il professore più amato del web, che svela l’importanza della “curiosità” dote imprescindibile per costruire un percorso solido; Andrea Soncin, Commissario Tecnico della Nazionale di Calcio Femminile, che approfondisce i concetti di resilienza e di lavoro di squadra; Alessio Del Bue, dell’ Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, ricercatore esperto di Intelligenza Artificiale  e computer vision, due hard skillche saranno sempre più necessarie in futuro in quasi tutti i settori.  Michela Alfano, controllore del traffico aereo ENAV (Società Nazionale Assistenza Volo) che si sofferma sul problem solving, ossia la capacità di risolvere i problemi in modo efficace e tempestivo; Valerio Cardinali e Guido Guidi, del Centro Nazionale di Meteorologia e Climatologia di Pratica di Mare, che sottolineano l’importanza dei Big Data e del Machine Learning, tra le competenze digitali più strategiche per quasi tutti i lavori del domani.  “È molto importante che il Servizio Pubblico sviluppi, insieme a  partner qualificati, contenuti su misura per i Giovani Adulti – afferma Maurizio Imbriale, direttore Rai Contenuti Digitali e Transmediali – il progetto SkillZ è stato concepito con questa consapevolezza, ma anche con la consapevolezza che i tempi dell’innovazione sono di gran lunga superiori rispetto ai tempi di adeguamento culturale, formativo e giuridico, e che le soft skills e le competenze digitali devono entrare a far parte di quella “cassetta degli attrezzi” che ogni ragazza e ogni ragazzo devono avere a disposizione per intraprendere i nuovi lavori e quelli che ancora non esistono. Il contrasto al digital divide culturale – conclude Imbriale – è uno dei pilastri del Servizio Pubblico, ma è anche una delle mission del Fondo per la Repubblica Digitale.” “Imparare, disimparare e tornare a imparare di nuovo: è questa la principale competenza che sarà richiesta nei prossimi anni ai giovani, e non solo, per rispondere a uno scenario di mutamenti sempre più rapidi – sostiene Francesco Profumo, Presidente di Acri e Vicepresidente del Comitato di indirizzo strategico del Fondo per la Repubblica Digitale. Con il fondo per la Repubblica Digitale vogliamo contribuire a fare proprio questo, fornendo competenze digitali e soft Skills per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro dei ragazzi e l’upskilling e reskilling degli adulti. Anche il programma SkillZ, prodotto da Rai- Radiotelevisione italiana con il Fondo, va in questa direzione e diffonderà storie e testimonianze di chi ha saputo utilizzare al meglio le nuove opportunità offerte dalla transizione digitale.”

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L’arte di non vedere

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VINCENZO MOLLICA

Una confessione al pubblico del cronista e dell’uomo. Un viaggio di emozioni che attraverso i racconti della musica, del cinema e dello spettacolo, fotografa la nostra storia più recente. A pochi giorni dal debutto a teatro, il popolare giornalista incontra il direttore del RadiocorriereTv Fabrizio Casinelli

Come nasce l’idea di questo racconto teatrale?

Ci sono la mia vita e il mio lavoro. L’ho intitolato “L’arte di non vedere” perché è la condizione attuale, dato che non vedo più niente. Fin da quando ero piccolo ho sempre visto solo dall’occhio destro. Ho vissuto insieme la vita da vedente e quella da non vedente. Per cui quando volevo capire com’era la vita di un cieco bastava tapparmi l’occhio destro. Ma con quell’occhio lì sono riuscito a lavorare una vita intera, fino a cinque anni fa. E in tutto questo si intrecciano il mio lavoro, le persone che ho incontrato. Ho avuto la fortuna di stare quarant’anni al Tg1 che considero la mia seconda casa, la mia famiglia. Ho sempre voluto lavorare per la mia testata, senza mai chiedere un distacco, sempre fedele. Per me il Tg1 significa Rai, servizio pubblico in cui ho sempre creduto e mai smetterò di credere.

Hai detto una cosa bellissima: io sono un cronista. Di cronache ne hai raccontato tante e hai realizzato interviste straordinarie…

È la verità. Sono nato cronista. Sono un cercatore di storie che cerca di ascoltare le persone che incontra. Sono uno che si è emozionato tanto e che racconta, con il sentimento più vero, ciò che ha scoperto. Cronista è una parola immensa, straordinaria. Far bene il lavoro da cronista non significa rispondere alle domande “chi, come, dove, quando e perché”, ma narrare il sentimento che una storia porta con sé. Se sai raccontarla bene, lascia il segno.

Qual è stata l’intervista più bella che hai fatto e quale quella che avresti voluto fare?

L’intervista più bella che ho potuto fare è quella che ogni volta mi sono ritrovato a fare con Federico Fellini. Lui è stato il più grande artista e la più grande persona che ho conosciuto nella mia vita. Era soprannominato “il faro” perché dentro di sé aveva una luce che trasmetteva. Credo che tutte le volte che l’ho intervistato, alla fine, ero migliore di quanto fossi all’inizio. Il desiderio senza tempo è invece l’intervista che avrei voluto fare a Charlotte, non a Charlie Chaplin, ma a quel vagabondo che ci ha spiegato la vita meglio di qualunque altro personaggio che abbia attraversato la storia del cinema. E ancora oggi, le sue comiche sono portatrici di qualcosa che ci aiuta a capire il senso della vita. E se posso esprimerne un altro, scelgo Walt Disney. 

Infatti, sei diventato anche un personaggio di Topolino.

Ho avuto la fortuna di diventare Vincenzo Paperica, grazie alla matita di Giorgio Cavazzano. Una gioia grande. Come Vincenzo Paperica ho seguito lo stesso percorso di Vincenzo Mollica. Come umano andavo al Festival di Sanremo, a Cannes, agli Oscar, al Nobel. Quando tornavo facevo le cronache per il Tg1 e poi iniziavo quelle per Topolino. Abbiamo fatto tante storie, lui è stato un mio compagno di viaggio. Spesso, nelle storie di Vincenzo Paperica, ho messo quello che non mettevo in Vincenzo Mollica.

Sei riuscito, anche attraverso il disegno, a comunicare diverse sfaccettature del cronista…

Disegnavo da quando ero piccolo. La cosa che mi manca di più oggi che non ci vedo, è quella di scarabocchiare, di usare i colori. E mi sono inventato, quando ancora ci vedevo, due movimenti artistici, totalmente finti chiaramente. Uno si chiamava Puppismo che ho fatto disegnare da grandi pittori e fumettisti, il secondo è il Poldismo, ispirato al personaggio Poldo che fa i panini a Braccio di Ferro, un grande filosofo che ha espresso attraverso il suo silenzio tante sottolineature della vita che mi hanno fatto compagnia e tanto ridere. Di solito, nei personaggi dei fumetti, a Superman con l’ultravista, ho preferito Clark Kent che ci vedeva poco. A Topolino ho preferito Pippo con la sua faccia lunare.

Forse perché ti immedesimavi in personaggi che non erano di primo piano, come il cronista che fa il passo indietro…

Il vero cronista fa sempre un passo indietro per ascoltare e capire. Non è necessario essere invadenti o talmente narcisisti da mettere se stessi in evidenza rispetto alla storia o alla persona da intervistare. Per ascoltare e capire bisogna sempre fare un passo indietro, capire quello che c’è intorno, capire come quella storia è nata, intorno a che cosa. Bisogna coltivare le storie come dei fiori, cercarle, trovare le sementa, capirle, farle crescere e viverle. E solo poi, con la scrittura, la televisione con le immagini, la radio con le parole e i suoni, saperle raccontare.

Se ti trovassi su un’isola deserta, potendo portare un disco, un libro e un film, cosa porterebbe con sé Vincenzo Mollica?

Sicuramente porterei “Tempi moderni” di Charlie Chaplin e “La Strada” di Federico Fellini. Ne porto due! Per i dischi ne porterei uno di Paolo Conte, “Un gelato al limon”. Se dovessi portare un altro disco sceglierei Leonard Cohen. Per quanto riguarda i libri io sono appassionato di uno scrittore che si chiama Daniele Del Giudice. Mi porterei “Nel museo di Reims”. È un libro piccolo, che vale più di un romanzo. Racconta la storia di uno che sta per perdere la vista e che va nel museo di Reims per vedere il quadro che ha amato di più nella sua vita e lì incontra una donna. Ecco, questa storia è quella che mi commuove di più oggi e che porterei su un’isola deserta. 

“DoReCiakGulp” è stato il modo più intelligente e giusto, oltre che televisivamente parlando il modo più veloce, per raccontare quello che accadeva nella musica e nel cinema. Com’è nata l’idea?

Nasce dall’idea di una rubrica che si chiamava Prisma di Gianni Raviele, condotta da Lello Bersani che ho iniziato a condurre anch’io. Quando Prisma ha chiuso, ad un certo punto mi chiesero di fare una rubrica dentro al Tg1 di 3 minuti. Nel ’95 nacque quindi “DoReCiakGulp”, il cui direttore era Marcello Sorgi. Da allora in 3 minuti ho cercato di raccontare, ogni sabato, qualcosa che aveva a che fare con il cinema, il teatro, la letteratura. Inizialmente pensavo che in tre minuti non si potesse raccontare nulla, invece, si può raccontare il mondo intero. La sigla era fatta da personaggi che dicevano DoReCiakGulp. L’ho fatto dire a Spielberg, Woody Allen, Fiorello, Benigni…

A proposito di Benigni, Fiorello e aggiungo Vasco Rossi…

Tre nomi bellissimi. Aggiungerei Adriano Celentano. Quattro nomi straordinari, fondamentali nella mia vita, importantissimi. Il primo è stato Celentano, cronologicamente parlando. Ho seguito le sue storie da ragazzo, il suo essere ribelle, non convenzionale, così lanciato verso il futuro. Lui ha sempre cercato di capire, non di cavalcare. Roberto Benigni è sempre stato un poeta della comicità. Una persona di grande cultura, di passione per il cinema. Ci conosciamo da più di quarant’anni. Mi ha regalato una delle gioie più belle che è quella degli Oscar. Assistere ai suoi Oscar per “La Vita è Bella” a Los Angeles è stata una cosa meravigliosa. Mi ha regalato una delle frasi più belle che io abbia mai sentito. Al mio microfono ha detto: “lo scienziato apre gli occhi e guarda, il poeta chiude gli occhi e canta”. Fiorello è un maestro dell’arte della sorpresa. Ogni mattina se ne inventa una. Tutto quello che semina fiorisce, come dire, diventa a misura sua. Qualsiasi persona deve combinare qualcosa con lui, diventa colorata e si impossessa del suo sentimento contagioso. Incontrarlo è una festa della vita. Vasco Rossi lo amo infinitamente. È un grande artista, un poeta che ha scritto canzoni memorabili, che hanno segnato la nostra vita, che uniscono, che hanno la voglia di farsi cantare da tutti in uno stadio. Lui esprime i nostri sentimenti in maniera molto limpida, perché ha una caratteristica, un cuore sincero.

Parlo al cronista, ad un collega… 

Ti ho sempre considerato un grande collega, ho sempre visto il sentimento con cui lavori. Questo lavoro, si fa con un sentimento e dobbiamo farlo vivere, innaffiarlo. Ti ho visto lavorare con la mia stessa passione e siamo uniti dalla voglia di raccontare bene la storia che stiamo vivendo. E questo non lo tagliare.

Grazie Vincenzo. Sei una delle poche persone a cui tutti vogliono bene e per un cronista è uno dei traguardi più belli che si possano raggiungere.

Me ne sto accorgendo da quando sono andato in pensione tre anni fa, dopo il festival di Sanremo. Quando lavoravo non me ne accorgevo. Adesso incontro tante persone che si ricordano tutti i servizi che ho fatto. C’è tanto affetto che non pensavo di avere. I miei settant’anni mi hanno regalato questo: l’affetto della gente.

Hai lavorato con grandi giornalisti come Emilio Rossi, Nuccio Fava, Enzo Biagi, Albino Longhi, Alberto Maccari, che hanno scritto pagine importanti della nostra storia. Com’era lavorare con queste persone?

Era come lavorare in un transatlantico, che era poi il Tg1. Navigava in tutti i mari e li sapeva raccontare. Il primo direttore del Tg1 è quello che mi ha assunto, Emilio Rossi, insieme a Nuccio Fava vicedirettore. Mi hanno insegnato il senso vero del servizio pubblico che non è qualcosa di finto, ma di concreto, di reale che si misura quotidianamente con tutto quello che noi facciamo come giornalisti Rai. Albino Longhi ha vissuto su questa scia come Alberto Maccari. Persone che mi sono care e sicuramente forse il più grande è stato Enzo Biagi con cui ho avuto la fortuna di lavorare e di essere suo amico fino alla fine della sua vita. Un signore di una grandezza umana. Bastava guardare come muoveva un sopracciglio. Gli ho visto fare delle interviste meravigliose con Benigni, Indro Montanelli, degli incontri pazzeschi con tanti personaggi, come Marcello Mastroianni. Ma Biagi era uno che sapeva ascoltare e mi ha insegnato l’arte di fare domande senza che queste vengano preparate, perché devono essere figlie di una conversazione. Solo ascoltando e capendo quello che uno dice, si possono fare altre domande.

“Di questa chiacchierata taglia quello che vuoi, ma non il mio pensiero su di te, perché sei un grande professionista, un amico e un cronista vero”.  A queste parole non nascondo che una lacrima sia scesa sul mio viso e quella che doveva essere una chiacchierata di auguri natalizi è diventata qualcosa di più, anche perché l’11 gennaio, in teatro, Vincenzo Mollica si racconterà.

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Faccende complicate

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Inchieste reali su realtà surreali. Dieci puntate in esclusiva su RaiPlay con Valerio Lundini, ogni venerdì dal 12 gennaio

Un originale viaggio in giro per l’Italia per intervistare personaggi comuni e raccontare storie che riguardano tutti molto da vicino. “Faccende Complicate”, da venerdì 12 gennaio in esclusiva su RaiPlay (le prime tre puntate, e poi le altre il 19 e il 26 gennaio) è tutto quello che Valerio Lundini non aveva ancora pensato: inchieste sugli aspetti più assurdi della realtà che ci circonda. Dieci puntate in giro per l’Italia tra Torino, Napoli, Milano e poi in alcune province, nelle quali il comico e conduttore romano è testimone delle faccende complicate che coinvolgono gli italiani da Nord a Sud, con qualche passaggio anche fuori dei confini nazionali. Tra il nonsense e il surreale, Lundini spazia nella vita degli studenti stranieri in Italia, osserva la nascita di un successo discografico, scopre le tradizioni culinarie italiane e i segreti delle persone di bell’aspetto, segue le difficoltà e le peripezie a cui si è costretti nella vita di tutti i giorni. Lundini, con il consueto stile stralunato e la passione per l’assurdo, va alla scoperta di storie vere che nascono complesse e lo diventano sempre più. «Siamo molto felici di avere su RaiPlay Valerio Lundini, uno dei talenti della comicità italiana – sottolinea Maurizio Imbriale, direttore Rai Contenuti Digitali e Transmediali – che ha conosciuto un immediato successo televisivo con “Una pezza di Lundini” su Rai2, e che prosegue il suo percorso artistico con noi presentando un prodotto originale in cui è coinvolto non solo come interprete ma anche come autore e regista. Con il suo stile inconfondibile e surreale ha creato un prodotto fuori dagli schemi rispetto agli standard televisivi.»

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Chiamatemi Doc

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Al via giovedì 11 gennaio in prima serata su Rai 1 la terza stagione di una delle fiction più amate di sempre. Tornano il dottor Andrea Fanti, interpretato da Luca Argentero, e la sua equipe. La regia è firmata da Jan Maria Michelini, Nicola Abbatangelo e Marco Aleotto

Un colpo di pistola alla testa. È stato questo a mandare in frantumi la vita di Andrea Fanti, primario di Medicina Interna del Policlinico Ambrosiano di Milano. Anche se è sopravvissuto, una volta uscito dal coma ha dovuto fare i conti con una terribile scoperta: gli ultimi dodici anni della sua vita erano svaniti nel nulla, come se non fossero mai esistiti. Non ricorda la fine del suo matrimonio, l’inizio di una nuova storia con una collega, la morte di suo figlio. Una ferita da cui non è stato facile riprendersi, ma che si è rivelata un’inaspettata opportunità: perché se prima dello sparo era freddo e distante, ora, grazie all’amnesia, Andrea ha avuto modo di avvicinarsi ai pazienti, capirne le esigenze e i bisogni, diventando un medico, ma anche un uomo migliore. È diventato Doc. Almeno così lo chiamano i colleghi e gli specializzandi del reparto. Reintegrato nel ruolo di primario, fa del suo meglio per gestire il reparto, cercando di raggiungere gli obiettivi fissati dalla Direzione, senza però rinunciare alla qualità e all’attenzione che pretende nei confronti dei suoi pazienti. Ed è proprio al termine di una dura giornata di lavoro che Andrea viene folgorato da un ricordo dei dodici anni che credeva perduti per sempre. Non è che un frammento della vita che ha dimenticato, ma è sufficiente a generare in lui la speranza che la memoria torni definitivamente. La possibilità, concreta come mai prima d’ora, che Andrea recuperi la memoria è però destabilizzante per le donne che gli sono più vicine: Giulia (Matilde Gioli), la sua seconda in reparto, e Agnese (Sara Lazzaro), l’amatissima ex moglie. Giulia pensava che gli anni della sua passione per Andrea fossero sepolti per sempre. Prima la tragica storia con Lorenzo e una possibile nuova relazione con Damiano Cesconi (Marco Rossatti) l’avevano aiutata a distaccarsi da quest’uomo che amava. Ma se ora lui ritrovasse l’amore che provava per lei prima dell’amnesia? Cosa succederebbe se Andrea recuperasse anche i ricordi della loro relazione? È però Agnese quella più sconvolta dalla possibilità che Andrea recuperi la sua memoria, perché al suo risveglio, dopo lo sparo, non è stata del tutto onesta con lui: la morte di Mattia, il loro divorzio, la sua trasformazione nel Dottor Fanti. Ci sono cose, in quei dodici anni, che Agnese ha tenuto per sé, credendole svanite per sempre insieme ai ricordi del suo ex-marito. Intanto in reparto Riccardo Bonvegna (Pierpaolo Spollon), appena rientrato da un periodo di aspettativa dopo la morte di Alba, sta cominciando il suo ultimo anno da specializzando e deve adattarsi a una realtà nuova.  rischiano di avere conseguenze sulle sue prestazioni in reparto e sulla sua vita privata. E proprio ora Riccardo si trova a doversi occupare come tutor dei nuovi arrivati: Federico Lentini (Giacomo Giorgio), medico talentuoso e viveur impenitente,; Lin Wang (Elisa Wong), timida e schiva, ma con una profonda passione per la medicina, e infine Martina Carelli (Laura Cravedi), l’astro nascente di Medicina Interna. Una ragazza che viene da un piccolo centro di montagna, con un talento cristallino che rischia addirittura di oscurare quello di Bonvegna. Riccardo, infatti, fatica a tenere il passo della nuova arrivata, che però deve convivere con la paura che il resto del reparto scopra un suo intimo, inconfessabile segreto. Per fortuna c’è sempre Doc a prendersi cura dei quattro specializzandi, anche se il suo rinnovato ruolo di primario lo tiene lontano dal reparto. La nuova Direttrice Ammnistrativa gli pone subito un aut aut: se gli obiettivi di bilancio non verranno raggiunti, il suo reparto verrà ridotto e accorpato a un diverso primariato. E lui verrà riassegnato a un reparto minore, lontano. Se questo accadesse, Doc perderà non solo il suo gruppo, ma anche la possibilità di risvegliare i ricordi che il suo ruolo di primario ha il potere di rievocare. La prima stagione della serie ha raccontato la scoperta di Doc, di un presente diverso da quello che credeva. La seconda la sua lotta contro la pandemia, per proteggere il suo futuro e quello dei suoi cari. La terza la sfida più dura: affrontare un passato diverso da quello che gli hanno raccontato. Per poi ricominciare dall’unica cosa essenziale: curare i pazienti per curare sé stesso.

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