Una piccola vicenda che diventa una storia universale, quella di chi ha dovuto e deve abbandonare la propria terra per un domani incerto, ritrovandosi nell’incubo dell’emarginazione. Il dramma dell’esule nel film diretto da Tiziana Aristarco, ispirato al racconto di Graziella Fiorentin “Chi ha paura dell’uomo nero?”, in onda su Rai 1 il 5 febbraio in occasione de “Il giorno del ricordo” celebrato il 10 febbraio
Canfanaro, Istria. Maddalena Braico (Gracjela Kicaj) ha
diciotto anni e sogna di diventare una pittrice, ma la Seconda Guerra Mondiale
sconvolge i suoi piani e quelli della sua famiglia. I partigiani titini
arrivano in paese e la famiglia Braico deve fuggire. Durante la fuga si trovano
coinvolti in uno scontro a fuoco e il fratello di Maddalena, Niccolò
(Costantino Seghi), viene colpito. La famiglia Braico, distrutta, trova riparo
a Cividale del Friuli dallo zio Giorgio (Fausto Maria Sciarappa). Qui provano a
ricominciare, ma non è facile. Antonio (Andrea Pennacchi), il papà di
Maddalena, è un medico, ma per sfamare la famiglia comincia a lavorare come
semplice operaio. A scuola Maddalena è presa di mira dai nuovi compagni per le
sue origini istriane. Un giorno arrivano perfino a strattonarla, ma Leo
(Eugenio Franceschini), che è lì di passaggio, riesce a mandarli via. Leo è un
ragazzo affascinante e, come Maddalena, ama l’arte e la pittura. I due
diventano subito amici e Leo spinge Maddalena a seguire il sogno di diventare
un’artista, mentre Antonio vuole che sua figlia pensi alla scuola e a un futuro
sicuro. Il legame di Maddalena con Leo diventa così forte che, all’amore per
l’arte, si unisce presto quello sentimentale, messo a rischio dagli eventi.
Antonio, infatti, trova finalmente lavoro come medico condotto e dovrà
nuovamente trasferirsi. Maddalena, invece, non vuole lasciare Leo e, disperata,
corre da lui, scoprendo però che il ragazzo è sparito. Delusa, Maddalena
abbandona quindi i suoi dipinti e parte con la famiglia. Le disavventure,
tuttavia, non sono finite per i Braico che dovranno sopportare altri momenti
difficili e anche perdite dolorose. Il tempo intanto passa e i sogni di
Maddalena sembrano essere ormai un lontano ricordo. E, mentre l’Italia
festeggia la fine del conflitto, Leo ritorna: non ha mai dimenticato Maddalena.
I due ragazzi decidono quindi di trasferirsi a Padova, dove finalmente potranno
vivere della loro arte. L’allontanamento di Maddalena, però, spezza il cuore di
Antonio, che continua a non accettare la vocazione di sua figlia. Ma sarà
proprio inseguendo il suo sogno che Maddalena scoprirà la verità su Niccolò,
suo fratello. Le storie degli esuli istriani e dalmati, quelle dei dimenticati,
saranno il tema al quale Maddalena consacrerà la sua arte, riunendo così tutta
la famiglia Braico non solo nel ricordo, ma anche nella speranza di un domani
migliore.
Spettacolo nello spettacolo. Gaetano e Maria Chiara Castelli firmano la scenografia: il palco del Teatro Ariston prende le forme di un’orchidea
Un fiore sbocciato sul palco dell’Ariston, tra
giochi di specchi e trasparenze: è la suggestione che, abbandonando la
dimensione puramente orizzontale/verticale, ha accompagnato Gaetano e Maria
Chiara Castelli nell’ideare la scenografia del Festival di Sanremo 2024, che
tornano a firmare lui per la ventiduesima volta e lei per la decima. «Quest’anno – affermano – abbiamo voluto
affidarci a forme organiche, prendendo spunto da un fiore come l’orchidea e dai
suoi petali, esasperandone le forme, per disegnare in modo morbido anche le due
scale laterali, volute da Amadeus, dalle quali scenderanno gli artisti in gara.
La parte centrale, invece, sarà automatizzata e si potrà alzare per diventare
la “porta” di conduttori e ospiti verso il palco, sotto il quale trova spazio
l’orchestra». Il tutto
“illuminato” da un gioco di materiali scenografici semitrasparenti che possono
dare alternativamente l’effetto di vetri o specchi: «E’ stato un lavoro molto impegnativo e
complesso – aggiungono – che ha direttamente coinvolto il direttore della
fotografia, Mario Catapano, e il gruppo che si occupa della grafica, proprio
perché si tratta di un’illuminazione che ha abbandonato i tradizionali
proiettori su americane e che è fortemente integrata alla scenografia, con
effetti sorprendenti per le ‘trasformazioni’ che può creare sul palco
dell’Ariston. E non solo, perché anche la platea entrerà nella scenografia con
un elemento specchiato sospeso». Un lavoro che è cominciato già a marzo del 2023, poco dopo la fine del
Festival, e che si è concretizzato con l’inizio della costruzione della
scenografia al Teatro Ariston, ai primi di dicembre. «Un lavoro davvero non semplice, ma che ci
auguriamo possa essere degna e suggestiva cornice televisiva e teatrale per il
quinto Festival di Amadeus. E ci teniamo a ringraziare il nostro collaboratore
Manuel Bellucci e tutti i professionisti Rai della scenografia, delle luci e
della grafica che hanno contribuito a questa nuova creazione».
È la direttrice dell’IPM Sofia Durante in “Mare Fuori”, è Edda Ciano ne “La lunga notte. Il RadiocorriereTv intervista l’attrice, in onda con le serie di Rai 2, Rai 1 e RaiPlay
Seconda volta nel “Mare
Fuori”. Che “navigazione” umana e professionale è stata?
È stata un’esperienza
pazzesca, inaspettata. Umanamente ho incontrato persone speciali, sia tra gli
adulti sia tra i ragazzi più giovani. Si sono creati dei bei rapporti, per
alcuni dei ragazzi mi rendo conto di essere diventata anche un po’ un
riferimento per consigli e sfoghi… cerco di essere sempre presente.
Professionalmente non ci aspettavamo un successo del genere, era inimmaginabile
pensare ai numeri che sono stati fatti o al tipo di fenomeno che si è creato.
Il set, poi, è un bellissimo momento, complesso ma arricchente. Le storie sono
tante, è un set numeroso… rumoroso… ma molto caldo. La cosa che più di tutte
scalda, è sapere che ci sono dei fan fuori dai cancelli che ci aspettano.
Come è evoluto il suo
personaggio?
In maniera inaspettata,
anche qui. Quando ho letto le sceneggiature mi sono sorpresa sia dei rapporti sia
delle modalità di evoluzione. Mi ha fatto commuovere. Quando riguardavo le
scene mi faceva tenerezza per la sua difficoltà a cedere, insieme al suo disperato
bisogno di farlo.
Come interpreta Sofia Durante
la missione educativa dei ragazzi? E per lei, qual è il valore dell’educazione?
Per me è un valore
fondamentale. Sia in famiglia sia a scuola, nelle istituzioni. È la chiave, e
troppo spesso ci dimentichiamo di quanto sia importante. Sofia fa fatica a
credere in un messaggio morbido di rieducazione, non si fida, ma piano piano
imparerà anche lei.
Cosa rappresenta nella sua
carriera “Mare Fuori”?
Una bellissima parte di
cammino, dei temi forti da raccontare. “Mare Fuori” mi ha dato anche la
possibilità di farmi conoscere da un pubblico nuovo e molto ampio… sono molto
grata a questo progetto per tante ragioni.
Cambiamo capitolo, la
vediamo tra i protagonisti de “La lunga notte”. Com’è andata nei panni di Edda
Ciano?
È stata un’avventura,
sicuramente. Non abbiamo fatto un lavoro di ricalco minuzioso del personaggio
dal punto di vista fisico… il regista era più interessato a prendere e
raccontare solo determinate parti della personalità di Edda Ciano in relazione
alla porzione di storia che raccontava.
Un racconto storico
complesso, cosa l’ha affascinata?
Un tuffo dentro un universo
completamente diverso dal mio, che mi ha affascinato proprio perché molto
distante. Io sono molto attratta dai film ambientati in epoche diverse dalla
mia, mi piace sospendermi dentro un tempo diverso e spero mi capiti sempre più
spesso.
Abbiamo parlato di due donne
diverse in mondi distanti… cosa cerca in un personaggio?
Cerco sempre qualcosa di
forte, che mi scuota. Delle sfide magari, o degli universi che mi affascinino…
una buona scrittura. Non è sempre facile capire, bisogna anche fare degli
errori per rendersi conto delle direzioni che si vogliono intraprendere e delle
trappole dove non ricadere assolutamente.
È in tournée teatrale,
quanto il teatro ha contribuito a renderla l’attrice che conosciamo?
Il teatro è la mia casa, mi
tiene in piedi e mi fa confrontare con delle sfide molto grandi. Adesso sono in
prova con “The City”, un testo del drammaturgo contemporaneo Martin Crimp e
saremo in tour fino a inizi aprile. Un testo veramente molto complesso,
sicuramente mi spinge ad uscire dalla mia comfort zone.
Quanto la rende felice il
suo mestiere?
Molto, è una grande passione
e sicuramente contribuisce a rendermi felice, insieme però a tante altre cose…
non deve esserci solo il lavoro. Mi piace viaggiare ad esempio, incontrare
culture diverse dalla mia ed espormi a nuove esperienze. Quando si fa un lavoro
che appassiona a volte ci si dimentica che ci sono altre parti che invece
bisogna continuare a coltivare.
«Mi pongo sempre nuove sfide, nuovi obiettivi, spesso inarrivabili per impegnarmi di più e non correre il rischio di accontentarmi» racconta il giovane attore romano tra i protagonisti de “La Storia” di Francesca Archibugi, lunedì 22 e martedì 23 gennaio in prima serata su Rai 1
Si aspettava questo successo,
l’affetto del pubblico?
Me l’aspettavo, ma non così tanto. Sul
set si avvertiva la consapevolezza che stavamo facendo una cosa bella, mi sono
sempre sentito bene in questo progetto, supportato perfettamente da Francesca (Archibugi,
regista) e da un cast da sogno. Per me è stato un onore confrontarmi con
questi professionisti, dalla regista a Jasmine Trinca, Elio Germano, Valerio Mastandrea,
Asia Argento. Tutto ha funzionato alla perfezione, siamo stati un dream team a
cui tutti hanno partecipato, attori, maestranze…
Cosa vi ha legato veramente?
Tutti avevamo chiara l’importanza del
libro di Elsa Morante e il senso di responsabilità che deriva dal raccontare
una storia di questa portata. Ci siamo presentati con la massima umiltà,
mantenendo un approccio di rispetto e totale fedeltà, e in questo è stata
fondamentale la guida della Archibugi che, essendo anche una sceneggiatrice, ha
avuto la sensibilità di trovare le parole più giuste per immergere un attore
dentro la giusta emotività. Un’esperienza bellissima.
Tra le pagine di Elsa Morante c’è
veramente tanto, un libro che parla ancora oggi di noi, di quello che siamo
stati, di quello che potremmo essere in futuro. Cosa le è rimasto di queste
parole?
Del libro avevo sentito parlare
molto, ma prima della serie non lo avevo letto. Quando ho saputo dei provini,
ovviamente è stato la base della mia preparazione, il punto fondamentale da cui
partire per entrare dentro il progetto. Sono rimasto scioccato dalla bellezza,
dalla profondità, dalle emozioni che questo testo è riuscito a suscitare in me.
Ho, in qualche modo, avvertito quello che fino ad allora erano stati solo
racconti dei miei nonni, che la guerra l’hanno vissuta veramente, l’angoscia e
le notti insonni durante i bombardamenti. Per me è qualcosa di inimmaginabile,
ma per Davide Segre, il personaggio che interpreto ne “La Storia”, è devastante.
Interpreta un ragazzo della sua età,
un ebreo, anarchico che ripudia la violenza. Cosa le è rimasto?
Mi ha colpito la fragilità di questo
ragazzo, costretto a fronteggiare qualcosa di molto più grande, una guerra alla
quale non voleva assolutamente prendere parte. Si è però trovato ad assistere
allo sterminio e alla deportazione della propria famiglia e qualcosa cambia
anche in lui. Per me è stata una sfida grande, ho cercato di rendergli giustizia,
e Francesca Archibugi è stata fondamentale.
Ci racconta com’è iniziato questo
viaggio ne “La Storia”?
Ho lavorato subito con la regista e
ho cercato di dare il massimo, ho letto con estrema attenzione il libro e credo
che la mia voglia di prendere parte al progetto sia venuta fuori con forza.
Per quali ragioni i giovani di oggi
dovrebbero immedesimarsi in una storia così lontana dalla nostra
contemporaneità, almeno in apparenza?
Una delle cose che mi ha colpito, nel
romanzo e nei racconti della guerra, la grande solidarietà tra le persone che,
nell’estrema difficoltà, provavano a sopravvivere insieme. È una caratteristica
dell’essere umano che, quando si trova costretto ad affrontare dei momenti
buoi, cerca sostegno nell’altro per farsi forza. È successo anche durante la
pandemia, figuriamoci durante la guerra. Sarebbe bello manifestare questo tipo
di atteggiamento sempre, non solo nei momenti brutti.
La recitazione è oggi la sua strada,
ma quand’è entrata nella sua vita?
Molto presto, a sette anni con una
pubblicità con Francesco Totti, un sogno per me che sono romanista. All’inizio
non mi rendevo conto di nulla, era tutto un gioco che mi faceva saltare scuola
ogni tanto, ero la mascotte dei set… A dodici anni partecipai al film “Una
famiglia perfetta” di Paolo Genovese, dove ho conosciuto due insegnanti di
teatro che mi hanno un po’ cambiato la prospettiva. Mi sono reso conto che volevo
essere un attore, stare dentro questo mondo.
Un passaggio quasi naturale…
Sono cresciuto sui set, quasi non mi
sono reso conto di quel che accadeva, ora non ne posso fare a meno. Il set è il
posto dove sto meglio in assoluto, a mio agio, e se passa troppo tempo da un
lavoro a un altro mi manca terribilmente.
A un certo punto è esploso come
attore, raggiungendo molta notorietà… come vive tutto questo?
Sono una persona molto riservata,
spinta però dalla passione per il mestiere. L’affetto della gente mi fa
piacere, riesco a gestire bene la mia vita al di fuori, non sono neanche uno
che condivide molto di sé sui social, quindi la normalità non viene meno.
Qualche volta per strada vengo fermato per una foto, per esempio, ed è anche
bello. C’è di peggio nella vita (ride).
Quando si raggiunge la notorietà così
giovani come cambiano obiettivi e sogni?
Mi pongo sempre nuove sfide, nuovi obiettivi,
spesso inarrivabili per impegnarmi di più e non correre il rischio di
accontentarmi.
Dove la vedremo prossimamente?
Ci sono un po’ di cose in uscita, “M.
Il figlio del secolo” di Joe Wright (tratto dal romanzo di Antonio Scurati) per
rimanere in tema Seconda guerra mondiale, ho preso parte con un piccolo ruolo
nel film di Julian Schnabel (“In the hand of Dante”). E poi sento ancora
l’emozione per “EO” di Jerzy Skolimowski (pellicola candidata agli Oscar come
miglior film straniero) un’esperienza che, per quanto ami lavorare in Italia,
mi spinge a sognare in grande, a pormi obiettivi sempre più difficili. Sono
pronto, quindi, ad accogliere molto volentieri le sfide che mi possano portare
a lavorare anche fuori dal mio Paese.
Le scelte migliori per affrontare le sfide della vita. Il RadiocorriereTv incontra la conduttrice di “Skillz”, il programma che porta i giovani a conoscere le competenze digitali necessarie per il lavoro del futuro. Il programma è deato e prodotto dalla Direzione Contenuti Digitali e Transmediali della Rai ed è disponibile su RaiPlay
Qual è l’obiettivo che si è posta di fronte alla sfida di
parlare di lavoro, di professioni del futuro, ai giovani, molti dei quali la
seguono da tempo su Tik Tok?
L’obiettivo, condiviso con gli autori, era ed è quello di
arrivare a tutti i giovani in maniera semplice e diretta, intrattenendo. Il
nostro fine è quello di dare degli strumenti in più ai giovani, perché possano
orientarsi tra quelle che sono le loro risorse, le loro attitudini, per quelli
che sono i lavori del futuro. Partiamo dai dati concreti, dalla richiesta del
mercato, in modo da indirizzare i ragazzi.
Trovare il proprio posto nelle “professioni del futuro”. Da
dove si parte?
La cosa più importante, se si vuole avere successo ed essere
felici nel mondo del lavoro, è individuare e conoscere il proprio talento. E
ognuno ha il proprio. È certamente importante studiare, ma
anche dedicarsi ad attività extracurriculari, che possano aiutarti a scoprire
bene te stesso. Non è una cosa scontata, soprattutto in un mondo, come quello
dei giovani, che è molto veloce, in cui spesso ci dimentichiamo un po’ di noi
stessi.
Si ha talvolta l’impressione che i giovanissimi non abbiano
piena consapevolezza di come a fare le differenze siano le competenze. È davvero così?
C’è la percezione che oggi si possa avere tutto ciò che si
vuole, a livello di fruizione di contenuti, di possibilità di viaggiare low
cost, rispetto a quanto accadeva anni fa. Abbiamo tante possibilità davanti, perché
la velocità è una grande risorsa, un’opportunità, ciò non toglie che per
raggiungere un obiettivo servano sforzi. La percezione di “è tutto dovuto, è
tutto semplice”, c’è nei confronti delle cose che non si conoscono. Puoi anche
pensare, inizialmente, che basti poco per ottenere risultati, ma quando ci
provi davvero arriva il momento in cui ti rendi conto che per raggiungere un
obiettivo serve impegno. Le persone che hanno talento e determinazione possono
farcela.
Quanto contano il metodo, l’approccio al lavoro?
Sono tutto. Bisogna avere bene in mente
l’obiettivo e lavorare di conseguenza, essere organizzati, pensare a ogni mossa
e non fare niente a caso, mantenendo la propria spontaneità. È molto importante avere rispetto del lavoro. C’è
chi pensa che il lavoro di content creator sia un hobby, in realtà è un lavoro
a tempo pieno che richiede organizzazione, pianificazione. Dietro a qualsiasi
video, anche di 30-40 secondi, c’è un lunghissimo scambio di mail. Devi pensare
a tutto e devi agire con grande serietà. Se non lavori seriamente non duri
tanto, soprattutto in un mondo come quello di oggi che ha aspettative
altissime.
Parlare ai giovani e al tempo stesso agli adulti, come si fa?
Il programma è pensato per aiutare i giovani ma penso possa
arrivare a tutti. La chiave per farlo è rendere le cose interessanti, senza
annoiare, partendo dal presupposto che l’emozione facilita l’apprendimento. In
ogni puntata non ci fermiamo a descrivere la skill, ma cerchiamo di
incuriosire, le puntate sono dinamiche. L’obiettivo è che alla fine di ogni appuntamento
chi ci segue abbia imparato qualcosa.
Da alcuni anni si rivolge ai suoi coetanei attraverso la
rete, cosa ha fatto per essere credibile ai loro occhi?
Sono sempre stata coerente perché la coerenza, essere se
stessi, spontanei, è fondamentale. I miei valori sono sempre stati
riconoscibili in ciò che ho fatto. E questo porta la gente ad avere stima e
fiducia. Al tempo stesso è fondamentale la cura dei contenuti, che devono
essere interessanti, che devono insegnare qualcosa divertendo. Su questi
presupposti è nato “Skillz”.
Cosa le ha insegnato, in questi anni, il suo lavoro?
Quando iniziai mi divertivo talmente tanto da non sentire ciò
che stavo facendo un lavoro. Poi ho capito, anche grazie a mio padre, alla mia
agenzia.
Ho imparato che il lavoro è una cosa seria e anche che i
rapporti umani sono importantissimi. Parlo del rapporto con la mia community,
con le persone con cui lavoro.
Che cosa le ha insegnato invece “Skillz”?
“Skillz” mi ha fatto avere nuove skill, sono cresciuta. Una
cosa è fare i contenuti da sola, girarli, montarli, altro è rapportarsi con una
troupe, con un gruppo di lavoro. Mi sono impegnata a essere spontanea davanti
alla telecamera, a non dovere ripetere, per non fare perdere tempo agli altri.
Ho lavorato sul mio self control e sulla gestione del tempo.
Tre fratelli si ritrovano attorno al sogno di un padre non più vedente: il “viaggio”, il sogno, lo scoprirsi finalmente vicini. Il regista di “Pare parecchio Parigi” nell’intervista realizzata da 01 Distribution
Come e quando è entrato in contatto con questa
incredibile storia vera che ha ispirato il suo quindicesimo film?
Circa 12 anni fa me la raccontò un amico. Mi
parve subito eccezionale. Erano due fratelli che rimproverati dal padre
morente, di non essere stati mai una famiglia affiatata, decise improvvisamente
di partire per un viaggio Parigino che da tanto avevano programmato ma che non
avevano mai fatto. Però i due capirono da subito che il padre, molto malato e
quasi non più vedente, non avrebbe retto tutti quei chilometri e allora, lo
misero comunque steso sul letto della roulotte e iniziarono a girare per il loro
podere dicendogli che erano in viaggio. Il povero padre stordito dai suoi
malanni ci credette, dopo cinque ore lo portarono su una collina, gli fecero
vedere le lucine in lontananza di Pisa e gli dissero che quella era Parigi. Il
padre finalmente soddisfatto di quel viaggio sussurrò “Parigi è bellissima”.
I due fratelli non capirono mai se il padre si fosse reso conto di quel tenero
viaggio immaginario o davvero credeva di essere arrivato davanti alla Ville
Lumiere! Una radio locale raccontò in diretta quell’avventura che si stava
consumando e un gruppetto di una ventina di romantici sognatori si precipitò
ai bordi del podere per fare il tifo a quel viaggio fatto solo di fantasia.
Quali elementi
della storia originale sono stati preservati e cosa c’è di inventato?
Ho lasciato l’annuncio di questo
viaggio da parte del TG locale che scatena la fantasia della gente. Poi ho
lasciato i rapporti dei fratelli che durante il “viaggio” si raccontarono tutte
quelle cose che non si erano mai raccontati in tutta la loro vita. Quel viaggio
non viaggio diventò una “zona franca” nella quale si potesse finalmente avere
una resa dei conti in modo pacifico.
Come hai
scelto le attrici per interpretare le tue sorelle sullo schermo, Chiara
Francini e Giulia Bevilacqua?
Sono perfette per i due caratteri
quasi opposti dei personaggi del film, e anche nella vita mi sono accorto
“strada facendo” che sono caratterialmente molto diverse. Il problema della
Francini è riuscire a spegnerla tra un ciak e l’altro in quanto è sempre un
vulcano di racconti personali, di proposte, di plateali entusiasmi. Giulia
Bevilacqua, è più riflessiva, più pacata, più come me e così per tutte le
riprese ci siamo scambiati occhiate di benevola sopportazione per la “nostra
sorella” invece sempre carica a pallettoni.
Nino Frassica
è un’icona della commedia italiana: lo aveva già in mente mentre scriveva la
sceneggiatura insieme a Alessandro Riccio?
Un classico dei comici puri come
Frassica è che nel loro corredo hanno tutte le sfumature serie se non
addirittura tragiche. Gli ho proposto un professore burbero, tosto, severo e
lui ce l’aveva. L’unica cosa che non ho potuto non fare è non montare nel film
certe sue battute esilaranti che da buon commediante improvvisava durante le
riprese e che divertivano tutti.
Il personaggio
invece interpretato da Massimo Ceccherini chi è?
È la cattiveria fatta persona! In
ogni favola c’è un personaggio così che mette, in questo caso letteralmente
il bastone tra le ruote. Lui è l’altrettanto cattivissima madre (Gianna
Giachetti) vivono ai bordi del maneggio e guardano questo camper che passa loro
davanti come un elemento di disturbo. Sono una coppia che rappresenta il veleno
contrapposto alla dolcezza di quel viaggio.
La Toscana è
sempre al centro dei tuoi film: come la racconti in questo e come si è svolta
la lavorazione?
Mi sono accorto che quasi tutti i
maneggi in campagna si assomigliano e questa volta, per comodità abbiamo girato
tutto alla periferia di Roma, insomma “Pare Parecchio Toscana” ma siamo
parecchio sulla Cassia a Roma nord.
Com’è stato
girare una storia che si svolge per gran parte all’interno di un camper che
gira in tondo all’interno di un maneggio?
Abbiamo trovato un maneggio che
aveva anche delle strade asfaltate lì vicino. Dopo un’ora che si girava sempre
nel solito posto siamo stati anche noi vittime della “teoria del criceto
podista”. L’animaletto dopo due minuti che corre nella ruotina non sa più
dov’è di preciso. E così dopo tutti quei giorni della stessa strada per otto
ore al giorno avessimo visto davvero Parigi non ci saremmo meravigliati! Se fai
il solito identico giro per ore e ore perdi assolutamente il senso
dell’orientamento.
Questo film è
una commedia che racconta però una storia vera; c’è più tenerezza?
Nei tanti film che ho fatto c’è
sempre stato un momento più acceso di tenerezza, ma subito spento dalla parte
comica. In questo film, sotto questo punto di vista, mi sono lasciato molto più
andare. Era importante raccontare bene i rapporti di questi tre fratelli con
questo padre che avevano perso di vista da anni. Ovvio che quando si raccontano
queste dinamiche familiari prende il sopravvento la parte emozionale. In ogni
famiglia ci sono dei non detti, delle acredini mai sopite, la mia famiglia
Cannistraci non vuole vivere di rimpianti, che è come guidare una macchina che
si muove solo all’indietro. I nostri quattro sentono che hanno l’ultima
occasione se non per recuperare il loro rapporto, per mettere almeno qualche
importante tassello a posto. Insomma, in questo viaggio è anche arrivato il
momento per i nostri tre fratelli di recuperare immediatamente un Natale non
passato insieme anche se siamo a Giugno e anche se siamo in un’aiuola di
servizio vicino a “Parigi”.
Su RaiPlay dal 1° febbraio e su Rai 2 dal 14 febbraio, torna una delle serie più amate di sempre. L’Istituto Penitenziario Minorile di Napoli vede ancora una volta i giovani detenuti confrontarsi con la scelta più importante: decidere da quale parte stare e che cosa fare della propria vita. Nella quarta stagione, diretta da Ivan Silvestrini, ritroviamo molti dei personaggi che il pubblico ha imparato a conoscere, stagione dopo stagione, e altri al debutto, da Rosa a Carmine, da Pino a Edoardo, e ancora Cardiotrap, Giulia, Silvia, Mimmo, Kubra, Dobermann, Cucciolo e Micciarella
È un mare aperto quello che
i protagonisti di “Mare fuori” dovranno affrontare nella quarta stagione. Il
pubblico ritroverà Rosa, Carmine, Mimmo, Kubra, Dobermann, Cucciolo e
Micciarella costretti a rinunciare all’amore incondizionato della famiglia,
messi faccia a faccia con le loro più intime paure e con l’unico sostegno degli
amici con cui scelgono di navigare. Non sarà ancora una volta così per Pino,
Edoardo, Cardiotrap, Giulia e Silvia che vivono ancora, nel bene e nel male, il
peso di legami familiari capaci di condizionare la loro vita. Per tutti, però,
è il momento di crescere e di capire chi e cosa si voglia essere. Ormai la
maggior parte dei detenuti è maggiorenne. Il cambiamento è inevitabile, ma la
crescita personale è una scelta che richiede coraggio. Bisogna decidere in che
modo e verso dove orientare la propria vita e chi non sceglie, permette ad altri
di farlo per lei o per lui. La durezza della nuova direttrice forza i ragazzi a
una scelta necessaria: ribellarsi per la propria autodeterminazione. Lo scontro
fra il mondo degli adulti e quello dei ragazzi diventa inevitabile. “Dirigere
la quarta stagione di ‘Mare Fuori’ è stata una sfida con me stesso, sentivo di
aver dato molto nella stagione precedente e non volevo abbassare il tiro –
afferma Ivan Silvestrini – volevo continuare nel percorso emotivo che tanto
aveva appassionato me, prima ancora che il pubblico. Con la terza stagione si
erano chiusi alcuni cicli fondativi, ma forse i più importanti dovevano ancora
raggiungere il loro climax. Non sta a me dire se questa nuova stagione sarà
amata come le altre, io l’ho amata con tutto me stesso e credo rappresenterà il
giusto seguito di quanto raccontato in precedenza. Chi nella vita ha ascoltato
musica in vinile o in cassetta ricorda che gli album erano divisi in lato A e
lato B, spesso se il primo lato conteneva i brani più orecchiabili e d’impatto,
il secondo lato portava l’album verso momenti più profondi, introspettivi. È
così che vedo questa quarta stagione, come il lato B pi intenso ed emotivo di
un grande racconto cominciato con l’arrivo di Rosa Ricci e il suo incontro
fatale con Carmine Di Salvo”. Lo stile visivo della serie segue lo stesso
principio, “cercando ulteriore profondità nei chiaroscuri e nell’uso del colore
– prosegue il regista – con una macchina da presa alla continua ricerca della
distanza perfetta da ciò che raccontiamo, una danza visiva costante (al ritmo
di una nuova straordinaria colonna sonora) in cui ho chiesto agli attori e alla
troupe di seguire complesse coreografie per rendere l’esperienza immersiva,
ipnotica, mai noiosa anche quando il ritmo si dilata, prima di contrarsi,
accelerare o esplodere. Anche quest’anno molti passaggi della sceneggiatura,
eseguiti con maestria da un cast sempre più eccezionale, mi hanno commosso
profondamente, e ora è finalmente giunto il momento di condividere questo
viaggio con voi che tanto affetto ci avete dato in questi anni”. Nel cast
Carmine Recano, Lucrezia Guidone, Massimiliano Caiazzo, Maria Esposito, Matteo
Paolillo, Artem, Domenico Cuomo, e ancora Francesco Panarella, Giuseppe
Pirozzi.“Mare Fuori 4” sarà in onda su Rai 2 in prima serata dal 14
febbraio con l’anteprima dei primi 6 episodi disponibile dal 1° febbraio su
RaiPlay e l’intero box set dal 14 febbraio.
Personaggi e interpreti: i ragazzi e le ragazze
Carmine Di Salvo (Massimiliano Caiazzo): con
tenacia persegue l’obiettivo di allontanare Rosa dal destino di sangue delle
loro famiglie. Ma sarà sufficiente il suo amore a convincerla Rosa ad
abbandonare le lusinghe del male?
Edoardo Conte (Matteo Paolillo): diviso tra
Carmela, la madre di suo figlio, e Teresa, il suo amore proibito, ha
l’illusione di poter cambiare vita. Ma il richiamo del potere sarà
irresistibile e lo renderà ossessionato dal desiderio di diventare un vero
boss.
Pino ‘o Pazzo (Artem): l’amore può essere
salvifico e trasformare un ragazzo instabile e pieno di rabbia in una persona
capace di assumersi le proprie responsabilità e guardare con fiducia ed
ottimismo al suo futuro. L’amore in questo caso ha un nome, Kubra, ma la
ragazza sembra sensibile al corteggiamento di Dobermann e questo porta a
mettere alla prova la solidità del suo cambiamento.
Gianni Cardiotrap (Domenico Cuomo): dalla
delusione per il furto del brano da parte di Crazy J, nasce una splendida
amicizia con la nuova arrivata Alina, che solo la sensibilità di Cardiotrap
riesce ad avvicinare e che darà nuova linfa alla creatività del ragazzo.
Luigi Di Meo detto Cucciolo (Francesco
Panarella): gli eventi lo spingono a sperare di poter affiancare Rosa nel clan
Ricci. Ma la relazione segreta con Milos rischia di mandare i suoi piani in
fumo anche per l’ostilità che il fratello, che ha scoperto tutto, non perde
occasione di dimostrare.
Raffaele Di Meo detto Micciarella (Giuseppe
Pirozzi): dopo la scoperta dell’omosessualità del fratello prende le distanze
da lui avvicinandosi a Edoardo. Ma, cercando di convincerlo a portarlo con sé
nella sua scalata al potere, commette un terribile errore che lo tormenterà per
sempre.
Diego detto Dobermann (Salahudin Tijani
Imrana): è molto meno interessato al crimine e molto di più a Kubra che
lentamente è entrata nel suo cuore. La ragazza sta con Pino ma Dobermann è
disposto a tutto per conquistarla anche a rimettersi a studiare pur di starle
vicino.
Milos (Antonio D’Aquino): ha trovato
finalmente in Cucciolo l’amore della sua vita ma non ha il coraggio di rivelare
a tutti la propria omosessualità. E questa incapacità rischia di mettere a
repentaglio la sua stessa felicità.
Mimmo (Alessandro Orrei): solo ora il ragazzo
si rende conto di essere stato coinvolto in un gioco più grande: quello di
Donna Wanda che lo spinge a essere complice in un crimine innominabile. Il
senso di colpa lo porta ad affrontare le proprie responsabilità cercando di
imboccare una volta per tutte la strada della legalità.
Angelo (Luca Varone): è un ragazzo di buona
famiglia che entra nel carcere con un segreto difficile da mantenere anche
perché Silvia sostiene di averlo già incontrato ma con una identità diversa.
Potrebbe cambiare la vita alla ragazza ma apparentemente non è disposto a
farlo.
Ciro Ricci (Giacomo Giorgio): a lui il
compito di raccontare, dal passato, lo spaccato familiare della famiglia Ricci,
la sua l’ascesa al potere e la scomparsa di sua mamma, per lui un legame
fortissimo e un dolore mai dimenticato.
Rosa Ricci (Maria Esposito): deve affrontare
le conseguenze di quanto accaduto nel finale della scorsa stagione e sembra
trovare rifugio e risposte nell’amore di Carmine. Mai come adesso, però, è
scissa tra il bene e il male, indecisa se imboccare o meno la strada che la può
portare alla felicità.
Silvia (Clotilde Esposito): torna in istituto
convinta, stavolta, di poter dominare l’amore come la madre le ha sempre
insegnato e trarne dei vantaggi. Ma ancora una volta le scelte che compie si
rivelano sbagliate e le conseguenze rischieranno di condizionarle la vita una
volta per tutte.
Kubra (Kyshan Wilson): il suo odio verso
Beppe a cui rimprovera il fatto di essere cresciuta senza un padre non le
impedisce di trovare con il sostegno dell’educatore la voglia di guardare al
futuro riprendendo in mano i suoi studi. Ma, inaspettatamente, il suo cuore
comincerà a dubitare dell’affetto che prova per Pino mettendola in una
situazione di grande sofferenza.
Alina (Yeva Sai): la misteriosa ragazza senza
nome e diffidente di tutto e tutti, chiusa in un mondo inaccessibile, grazie a
Cardiotrap riesce ad aprirsi al mondo e a intraprendere un difficile percorso
alla ricerca di quanto ha lasciato fuori dell’Ipm.
Crazy J (Clara Soccini): si gode senza alcuna
remora il successo del pezzo che ha rubato a Cardiotrap ma il male fatto a
volte ritorna. Cercherà la sua vendetta e, paradossalmente, sarà proprio a
Cardiotrap che chiederà aiuto per un’impresa impossibile e scriteriata di cui
pagherà severe conseguenze.
Personaggi e interpreti: gli adulti
Massimo Valenti (Carmine Recano): un
terribile evento cambia all’improvviso il suo rapporto con i giovani detenuti.
È un comandante sconosciuto quello che si manifesta in questa stagione, che ha
perso le sue convinzioni e la sua incrollabile fiducia nel concedere la
possibilità di redenzione ai suoi ragazzi.
Sofia Durante (Lucrezia Guidone):
un’inaspettata relazione la induce a ripensare il suo atteggiamento severo e
punitivo con i ragazzi e provoca un avvicinamento con Rosa. Le due donne, così
diverse e distanti, trovano un punto di contatto e la direttrice sostiene Rosa
nella sua storia d’amore.
Beppe (Vincenzo Ferrera): è l’educatore che
conosciamo, sempre pronto a proteggere i ragazzi e a sferzarli quanto c’è
bisogno. Ha difficoltà a gestire il rapporto con Kubra dopo la scoperta della
paternità, ma a dargli una mano c’è Pino: una volta tanto sembra che i ruoli
si siano invertiti.
Lino (Antonio De Matteo): è sinceramente
dispiaciuto del ritorno in carcere di Silvia ma si farà carico dei problemi
della ragazza. E lentamente l’attrazione per lei sarà sempre più difficile da
controllare. Gennaro (Agostino Chiummariello): il tempo passa e il veterano
dell’Ipm continua ad essere l’agente che con la sua simpatia e la sua capacità
di sdrammatizzare le situazioni riesce a ristabilire la calma nei momenti di
maggiore tensione.
Nunzia (Carmen Pommella): il suo ritorno
rende felici tutti le ragazze dell’Ipm che sanno di poter trovare in lei
umanità e comprensione ma non sempre queste doti vengono ricompensate.
Don Salvatore (Gennaro Della Volpe/Raiz): il boss si ritrova a gestire le
conseguenze di quanto accaduto con Carmine e Rosa ma dovrà fare i conti con la
legge del crimine che lui stesso ha sempre seguito. Maria Ricci (Antonia
Truppo): è la madre di Rosa e la moglie di Don Salvatore. Appare nei ricordi
della ragazza che rimpiange la sua perdita. Un dramma misterioso cela la sua
scomparsa.
Loredana (Tea Falco): è la madre di
Micciarella e Cucciolo con un passato di tossicodipendenza che ha pregiudicato
il rapporto con i figli. Ora si è rimessa ed è decisa a rigare dritto per
riconquistare la fiducia e l’affetto dei ragazzi.
Consuelo (Desirée Popper): la moglie del
comandante entra nelle mire di Donna Wanda, che per punire Massimo manda alcuni
ragazzi a spaventarla. Ma il gruppo perde il controllo della situazione e le
conseguenze saranno devastanti.
Avvocato Alfredo D’Angelo (Giuseppe Tantillo): con
il suo fascino e il suo potere riesce a convincere Silvia a partecipare a una
azione criminosa promettendole amore e soldi. Ben presto la ragazza capirà che
la situazione non è così semplice e soprattutto che Alfredo custodisce un
segreto.
Prodotto da Rai Documentari e dalla Fondazione Museo della Shoah e con il sostegno dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania a Roma e dell’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane). Venerdì 26 gennaio in seconda serata su Rai 3 con la regia di Alessandro Arangio Ruiz
Il documentario viene proposto come seguito di un primo progetto
realizzato dalla Fondazione Museo della Shoah di Roma, andato in onda su Rai2: “Storie della Shoah in Italia. I complici”. Il progetto di taglio storico-divulgativo, basato sulle più
recenti acquisizioni della storiografia italiana e internazionale, prosegue con
il racconto delle vicende di coloro che hanno aiutato gli ebrei durante il
periodo dell’occupazione nazista dell’Italia. I “Giusti fra le Nazioni” sono coloro che hanno aiutato, a rischio della vita, gli ebrei.
Nascondendoli, fornendo cibo, medicine e documenti falsi o organizzando vere e
proprie reti di solidarietà, allo scopo di metterli al sicuro dalla
persecuzione nazi-fascista. Il titolo di Giusto viene conferito dallo Stato
di Israele dopo una rigorosa indagine storico-scientifica che accerta
l’effettiva realtà dei fatti. Le vicende di alcuni Giusti sono già state raccontate in
film e sceneggiati di successo in tutto il mondo, tuttavia, mancava un
documentario che divulgasse in maniera ampia e rigorosa storie meno conosciute
ma altrettanto importanti. Il documentario racconta infatti storie di persone
comuni, per far conoscere la banalità del bene di tanti italiani che
rischiarono, senza chiedere nulla in cambio, le loro vite per aiutare i
perseguitati ebrei. Attraverso l’intervista alla storica Chiara Dogliotti si ricostruisce la storia
del cardinale Pietro Boetto e del suo segretario Don Francesco Repetto, che a Genova, operarono assieme a una
organizzazione ebraica creando una rete di aiuto e solidarietà che permise la
salvezza di centinaia di perseguitati, alcuni dei quali riuscirono, grazie a
questa stessa rete, a fuggire in Svizzera. La testimonianza di Nicoletta Teglio, figlia di Massimo Teglio, aviatore genovese di religione ebraica che
collaborò con la Chiesa cattolica nel creare la rete di solidarietà, racconta
con grande lucidità gli eventi che l’hanno visto protagonista. Il commendatore Alberto Zapponini editore della “Guida Monaci”,
a Roma, nascose negli uffici della sua società la famiglia Fiorentini per tutto il periodo
dell’occupazione nazista della Capitale. Grazie alla testimonianza di Mirella
Fiorentini, che ha concesso una emozionante intervista, nel 2021 Alberto
Zapponini è stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni. Mario Martella era un tipografo romano che
riuscì ad avvertire in tempo la famiglia Sabbadini, proprietari di una tipografia, della razzia del 16
ottobre, e successivamente salvò gli anziani della stessa famiglia,
prelevandoli con la sua auto e nascondendoli nella sua abitazione di campagna.
Martella rileva la tipografia dei Sabbadini, la mantiene efficiente e nel
dopoguerra la restituisce ai legittimi proprietari. Nel 2008 Mario Martella
viene nominato Giusto tra le Nazioni. La vicenda
viene ricostruita attraverso i ricordi della figlia Carla, di Paolo Sabbadini e
con una intervista allo stesso Mario Martella registrata pochi anni prima della
sua morte ed inedita in televisione. Bruno Fantera, all’epoca ventiduenne,
salvò la famiglia di Gino Moscati allora Shammash (custode) della Sinagoga di Roma. Questa vicenda
viene raccontata attraverso le testimonianze inedite dei protagonisti: Bruno
Fantera intervistato dal nipote Francesco e Giacomo (Mino) Moscati, all’epoca
quattordicenne, intervistato nel 2015, pochi anni prima della morte. Il documentario si sviluppa attraverso gli interventi della
storica Isabella Insolvibile. “Storie della shoah in Italia. I Giusti” con la regia di Alessandro Arangio Ruiz, contiene le musiche
originali di Leonardo Svidercoschi, filmati di repertorio provenienti da
archivi storici dell’Istituto Luce e del CCentro di Documentazione Ebraica Contemporanea), documenti originali e fotografie provenienti da archivi storici
pubblici e privati.
Il RadiocorriereTv incontra tre dei protagonisti presenti nella fiction fin dalla prima stagione, tra ricordi, aneddoti e amore incondizionato per una “favola” moderna amata dal pubblico
SARA LAZZARO
Bentornata Agnese…
Siamo ripartiti alla grande, Andrea
Fanti riprende il suo posto come primario, dando così inizio a un nuovo ordine
delle cose che, inevitabilmente, riguarda anche la mia Agnese. È una donna che,
come già alla fine della seconda stagione abbiamo capito, ha fatto la sua
scelta. È ripartita dal suo presente, da Davide e Manuel, la sua famiglia, e
ora con l’uomo che in passato ha amato tantissimo, percorre la via del
compromesso.
Nessun compromesso per il pubblico
che ama “DOC”…
La storia, vera, di Pierdante
Piccioni è stata fondamentale per il successo della serie, sicuramente il
trampolino di lancio. Ricordo che gli stessi sceneggiatori commentavano questa
vicenda come qualcosa di incredibile, capace di superare ogni espediente
narrativo. È quasi fantascientifica, qualcosa che offriva una possibilità di racconto
e di sviluppo senza uguali, è estremamente stimolante, in particolare se
pensiamo al momento storico che stiamo vivendo. Oggi ci rendiamo meglio conto,
per fortuna, che la medicina, i medici e gli operatori sanitari sono gli eroi
della nostra contemporaneità in tutti i paesi del mondo. Penso a quel che sta accadendo
in Medio Oriente o a Gaza, luoghi nei quali i medici, con il loro “eroismo” sul
campo, ricordano dell’umanità che manca.
Di questo bellissimo viaggio, cosa le
rimane?
È la prima volta che faccio una lunga
serialità che mi occupa tanto tempo. Con i miei compagni di viaggio, davanti e
dietro la macchina da presa, siamo partiti nel 2019, condividendo momenti
storici molto intensi e importanti. Portare un medical drama in prima
serata Rai 1 ai tempi della pandemia è stato un rischio, ma ora possiamo dire
anche, una sfida vinta.
Cosa le lascia il suo personaggio?
Sono cresciuta molto con Agnese, sono
diventata sempre più donna, ho conosciuto nuovi aspetti della mia personalità,
riuscendo a sviluppare una più profonda sensibilità verso la categoria che
raccontiamo e, soprattutto, verso il ruolo delle donne, delle madri.
PIERPAOLO SPOLLON
Qual è la sfida di questo terzo
capitolo della serie?
Tra gli addetti ai lavori si discute
spesso se sia più difficile la prima o le successive, perché con un debutto c’è
l’effetto novità, la seconda volta conosciamo qualcosa in più e si può puntare su
qualche novità, nella terza, come nel nostro caso, si deve ricostruire,
ricominciare da capo. All’inizio di questa avventura ricordo che dicevo a
tutti, con estrema sicurezza, che questa serie sarebbe stata “una bomba” e
avrebbe avuto un grande successo. Non vi dico gli scongiuri… (ride) Ora
ne sono ancora più convinto, c’è stato un reset, siamo ripartiti da zero, ma
con la memoria del passato. Abbiamo fatto veramente un gran bel lavoro.
Come sta Riccardo?
Lo avevamo lasciato emotivamente
annullato, costretto a metabolizzare la morte della sua compagna con la quale era
riuscito finalmente a trovare una stabilità emotiva dopo un duro periodo di
confronto. Quando le cose sembravano sistemate, la vita ci ha messo lo zampino
e il castello è crollato, costringendo questo ragazzo a trovare nuove soluzioni
per sopravvivere a così tanto dolore. Questa volta Riccardo deve assolutamente
riappropriarsi di una condizione umana ed emotiva stabile, per occuparsi dei
suoi pazienti e di se stesso.
Come è cresciuto il suo rapporto con
Doc-Argentero?
Il rapporto con Argentero cresce e
diventa sempre più stretto, Luca e Pier Paolo sono come Riccardo e DOC. C’è
della magia.
GIOVANNI SCIFONI
Terzo capitolo di “DOC”, com’è andata
con il suo psichiatra?
Enrico è un personaggio che ha a
cuore le persone, a partire dalla sua compagna Teresa, la caposala di “DOC”
interpretata da Elisa Di Eusanio, e dal suo caro amico Andrea Fanti. A volte,
però, per il troppo amore si possono commettere degli errori, anche in buona
fede, che, come nel suo caso, possono avere delle conseguenze impegnative.
Quali i temi su cui batte la nuova
stagione?
Al primo posto c’è quello della
memoria che torna, tema molto attuale… Con l’avvento dell’intelligenza
artificiale la domanda che tutti ci facciamo oggi è quanto sia davvero importante
la memoria umana e quanto sia, al contrario, insostituibile.
Perché secondo lei questa serie è
stata accolta così bene dal pubblico?
Un elemento potente della stagione in
onda è vedere come i protagonisti, prima ancora di dimostrare di sapersi prendere
cura di qualcuno, sanno che devono curare se stessi. Medici e pazienti, alla
fine, si trovano sullo stesso identico livello e possono creare legami empatici
più forti. Con Doc mettiamo in atto un grande desiderio, quello di essere
accolti, prima ancora di essere curati. A volte quando si entra in un ospedale
si avverte un forte senso di smarrimento, di ansia, sapere, di entrare in un
luogo dove ti ascoltano e provano a comprenderti, è una bellissima favola.
Ci racconta un momento che negli anni
di “DOC” le è rimasto impresso nella memoria?
Natale 2022 passato sul set. Eravamo impegnati
a girare la scena struggente della morte di Alba, meravigliosa. Abbiamo pianto come
bambini, era un momento così potente, lo ricorderò per tutta la vita.
Tra reale e surreale è arrivato su RaiPlay “Faccende complicate”. «Mi diverte molto l’interazione con la naturalezza delle persone» dice il conduttore-regista, che confida: «La cosa più divertente? Immergersi in contesti di cui si sa poco o nulla»
Partiamo con una prova di sintesi, ci
descriverebbe il programma in dieci parole?
Ok. Dieci puntate di 25 minuti dove
vado in posti normali.
Complimenti per la precisione…
Aggiungo qualche altra parola che lei
potrà abilmente riassumere: reportage su persone, posti, situazioni, o a volte
su di me che faccio delle cose. Come accadeva per “Una pezza di Lundini” era
difficile spiegare le puntate, perché sono un po’ diverse tra loro. Alcune
hanno un taglio più documentaristico, in altre tutto ciò che succede è completamente
assurdo.
Con “Faccende complicate” è uscito da
uno studio e ha incontrato l’Italia vera, come è andata?
Mi trovo sempre bene a relazionarmi
con persone che non siano addetti ai lavori. Mi sento più dalla parte loro. Ho
scelto la strada anche per non fare un programma simile a quello di prima, dove
usavo lo studio come base poi c’erano follie che cambiavano ogni volta. C’è
anche il format estetico che rende diverso il programma. Mi diverte molto
l’interazione con la naturalezza delle persone, ho cercato anche di andare in
contesti in cui il pubblico non mi riconoscesse.
Per affrontare cose complesse serve
metodo, qual è il metodo dell’indagatore Lundini?
Sono andato a vedere contesti di cui
sapevo poco, ad esempio ho incontrato gente che da morta si farà ibernare. Sarà
forse poco educativo dirlo, ma secondo me meno so di una cosa meglio mi viene
parlarne. E se c’è una cosa che mi interessa ma della quale non so niente, mi
diverte molto di più. Molte domande, che fanno parte di una sorta di
personaggio, sono proprio mie curiosità piuttosto naif (sorride). Immergersi
in contesti di cui si sa superficialmente qualcosa è più divertente.
Quando una faccenda complicata si
presenta nella sua vita come la affronta?
I gran fastidi mi spaventano meno dei
piccoli fastidi. Di fronte ad analisi cliniche che danno risultati spiacevoli
sono molto più filosofico, mi dico “vediamo che ho”. Quando la macchina si
ferma per strada diventa invece un vero fastidio. Quando scopro che mi hanno
annullato un treno o un aereo impazzisco.
“Una pezza di Lundini” le ha dato
grande popolarità. È cambiata
la sua quotidianità?
Indubbiamente. “Una pezza di Lundini”
è coincisa anche con il lockdown e con la mia crescita anagrafica. C’è un prima
e un dopo la pezza (sorride). Se un tempo inciampavo per strada ero
semplicemente uno che era inciampato. Se accade oggi sono quello della Tv che è
cascato per terra, “che stupido”. Ti senti sempre un po’ gli occhi addosso, ma
ci si fa l’abitudine.
Cosa la diverte nella vita di tutti i
giorni?
Mi divertono tante cose, alcune nate
per divertire nei film, nell’arte, a teatro, ma mi diverte soprattutto il
cazzeggio puro con gli amici. Quelle cose che mi hanno portato a farne un
mestiere. Tra i miei amici di vecchia data anche altri avrebbero potuto fare il
mio lavoro, semplicemente ne hanno trovato uno più serio prima. Dalle
chiacchiere, anche puerili, nascono idee che mi divertono.
Cosa invece la fa arrabbiare?
Leggere su Internet che ogni cosa,
ogni fatto personale di personaggi pubblici, debba diventare un dibattito e
motivo di polarizzazione, un tema su cui ognuno possa dire la sua, anche in
maniera aggressiva. Anche perché può capitare a tutti, non mi permetto mai di
criticare i fatti degli altri.
Lei è anche musicista, a breve ci
sarà Sanremo, che rapporto ha con il Festival?
Prima ero spettatore saltuario. Poi,
poco prima del covid, partecipai al “Dopofestival” con Nicola Savino e fu molto
divertente. Un anno andai con Fulminacci a fare l’ospite sul palco, lo scorso
anno ho condotto un programma radiofonico dal glass di fronte all’Ariston.
Quest’anno non ci vado, ma so già che nei giorni del Festival dirò che mi
sarebbe piaciuto essere lì. Nel bene o nel male, belle o brutte che saranno le
canzoni, Sanremo è un momento di grande ritrovo. Quando sono lì mi piacciono
ancora di più i brani. Sono contento che ci sia Sanremo.
A proposito di Festival sogniamo in
grande, preferirebbe essere in gara o presentare sul palco?
Assolutamente il presentatore. In
gara non sarei in grado di colpire in quattro minuti, il tempo di una canzone,
io sono per i tempi dilazionati. Sarebbe divertente, ma immagino ci sia una
grande dose di stress. Mi chiedo sempre come fanno i grandi della Tv, Amadeus.
Io a volte non ho tempo di scrivere, di finire di fare una cosa, e c’è sempre
Amadeus. Come fa lui se il vicino di casa ha un’infiltrazione e gli dice di
dover fare dei lavori alla doccia e che deve scendere per vedere il soffitto
crepato. Quando ha tempo Amadeus? Questa è la domanda che gli farò.
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