PAOLO PETRECCA

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Verso Milano/Cortina 2026

 

A vent’anni dall’ultima edizione, quando Torino ospitò i Giochi invernali 2006, la fiamma olimpica si appresta a tornare in Italia.  Appuntamento dal 6 al 22 febbraio, in televisione, in radio e su RaiPlay. Il RadiocorriereTv incontra il direttore di Rai Sport: «Vi faremo divertire ed emozionare, sperando di gioire per tanti successi italiani»

 

Dal 6 al 22 febbraio sulla Rai le Olimpiadi invernali, che spettacolo vedremo?

Uno spettacolo unico, dal quale ci aspettiamo grandi risultati dei nostri atleti. Sarà un racconto che prenderà il via con le Olimpiadi invernali e che proseguirà, a marzo, con i Giochi paralimpici invernali. Scenderà in campo la squadra di Rai Sport, cento persone al lavoro tra giornalisti, assistenti e tecnici, impegnata dalla mattina fino alla notte nella cronaca degli eventi e con trasmissioni di analisi e commento in onda sette giorni su sette. Si partirà su Rai 2 con “Mattina Olimpica” condotta da Tommaso Mecarozzi, fino al primo pomeriggio, tra le 18.30 e le 19.30 avremo un ampio Tg Sport, ci saranno le “Notti Olimpiche” con Sabrina Gandolfi, “Casa Italia” con Marco Lollobrigida, mio vicedirettore e volto storico di Rai Sport. Insieme ai giornalisti, capitanati da Auro Bulbarelli, avremo molti talent che ci aiuteranno a regalare agli italiani settimane piene di emozioni.

Il racconto delle gare e di tutto ciò che ruota intorno…

Tra Milano, Cortina e Livigno racconteremo lo sci alpino come lo sci di fondo, il pattinaggio e lo slittino, il carling e lo snowboard. Saremo in diretta su Rai 2, la rete olimpica, e Rai Sport con le gare di tutte le 16 discipline. Insieme a quello sportivo ci sarà il racconto degli atleti e delle loro storie, del nostro territorio, delle Alpi tra le montagne più belle del mondo, delle nostre città. Dal 17 novembre al 2 febbraio, ci avvicineremo alle Olimpiadi con “Road to Milano-Cortina”, in onda il lunedì alle 19 su Rai 2 al termine del Tg Sport. Dal 6 dicembre cominceremo invece a seguire la fiamma olimpica nel suo viaggio in Italia con una pagina dedicata trasmessa in coda al Tg Sport . Le Olimpiadi e le Paralimpiadi invernali saranno disponibili anche su RaiPlay.

Da giornalista e da tifoso, c’è un ricordo delle Olimpiadi invernali che ti sta particolarmente a cuore?

Pensando ai campioni più recenti ti dico Sofia Goggia, oro nel 2018 e argento 2022 nella discesa libera, penso alle imprese di tanti altri atleti e atlete italiani. La mia memoria da tifoso va lontano nel tempo, allo sci di Gustav Thöni, di Piero Gros, di Alberto Tomba, ai tanti sciatori che hanno fatto la storia dello sci, alle valanghe azzurre.

In quali discipline l’Italia potrà darci maggiori soddisfazioni?

Il mio cuore va allo sci, ma mi aspetto molto dallo snowboard e dal freestyle, con atleti molto forti: sono certo che saremo conquistati dalla spettacolarità di queste discipline. Credo che anche l’hockey su ghiaccio saprà darci delle belle soddisfazioni.

Una promessa ai telespettatori della Rai…

Vi faremo divertire ed emozionare, sperando di gioire per tanti successi italiani. La Rai è Servizio Pubblico e un grande evento come le Olimpiadi deve essere visibile in chiaro, da tutti: lo sport è aggregazione, è sogno, insegna a gioire quando si vince e a rialzarsi quando si perde. Lo sport è anche racconto di vita vissuta e dei territori, dell’impiantistica italiana. Su questo fronte fiore all’occhiello è la nuova cabinovia di Livigno, completamente trasparente, dalla quale andremo anche in diretta.

 

 

 

 

 

Serie tv

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Noi del Rione Sanità

 

Molti lo chiamano il “Miracolo del Rione Sanità”, ma ha un nome e un cognome e uno sguardo volto al futuro. La serie diretta da Luca Miniero, in onda su Rai 1 da giovedì 23 ottobre, ruota attorno alla figura carismatica di Don Antonio Loffredo (che nel racconto diventa Don Giuseppe Santoro, interpretato da Carmine Recano), prete pragmatico e visionario che con la sua energia e la sua perseveranza dà inizio al cambiamento

 

La serie racconta la straordinaria trasformazione del Rione Sanità di Napoli: da quartiere malfamato e dimenticato, dove per decenni la criminalità ha soffocato ogni tentativo di riscatto sociale, a nuovo polo culturale e turistico, oggi simbolo di rinascita e speranza. Al centro di questo cambiamento c’è Don Antonio Loffredo, il parroco visionario che ha compiuto quello che molti chiamano il “Miracolo del Rione Sanità”. Nel 2006, con la fondazione di una cooperativa sociale, Don Antonio ha dato vita a un progetto di rigenerazione partito da un piccolo gruppo di sei giovani del quartiere. Insieme, hanno restituito vita a spazi abbandonati, creando opportunità di lavoro legate all’arte, allo sport e alla cultura — alternative concrete alla criminalità e al degrado. A questa figura si ispira il protagonista della serie, Don Giuseppe Santoro (interpretato da Carmine Recano): un prete intraprendente e carismatico, guidato da una fede concreta, che crede nella salvezza attraverso l’azione. Don Giuseppe comprende che per cambiare davvero la Sanità bisogna prima cambiare lo sguardo dei suoi ragazzi — quelli senza futuro, nati e cresciuti tra le strade del quartiere — avvicinandoli al potere trasformativo della bellezza e dell’arte. Come in una moderna favola metropolitana, ispirata all’omonimo libro autobiografico di padre Antonio Loffredo, Noi del Rione Sanità intreccia il percorso di Don Giuseppe e della sua comunità con quello di una Napoli luminosa e contraddittoria, dove la miseria e la meraviglia convivono. È un racconto di rinascita collettiva, fatto di piccoli gesti di coraggio, solidarietà e amore per la propria terra.

 

Un’incredibile esperienza umana

«Indossare l’abito talare è stata un’esperienza particolare, quasi come entrare in un’altra dimensione. Ho subito avvertito il peso e la responsabilità di quel gesto: un’esperienza umana intensa, tra le più difficili ma anche tra le più emozionanti della mia carriera. Sono molto legato a questa storia, perché ho vissuto in prima persona il momento in cui don Antonio arrivò al quartiere Sanità e fondò la cooperativa. Ricordo bene i corsi — uno in particolare era tenuto da un mio caro amico — e spesso andavo a trovare i ragazzi, ad assistere agli spettacoli. Ho conosciuto da vicino quel lavoro e quella realtà: ragazzi segnati, spesso rassegnati, schiacciati dalla mancanza di opportunità. Eppure, in loro c’era una straordinaria luce, una creatività e una sensibilità rare. Don Antonio ha saputo coglierle, ha creduto in loro e ha trasformato un luogo dimenticato in una fucina di possibilità. Ha portato il teatro dentro la chiesa, creando spazi di incontro e di rinascita, offrendo ai ragazzi uno sguardo nuovo per ritrovare — e amare — la vita.»
Carmine Recano

 

In bilico tra rischio e possibilità

«Il quartiere Sanità è un luogo che, da napoletano, conoscevo fin da giovane come difficile, quasi invivibile — ma non pericoloso. Tornarci da regista, ritrovare un territorio completamente trasformato, è già stata parte del racconto che volevo portare sullo schermo. Ho avuto la fortuna di conoscere don Antonio Loffredo e di apprezzarne l’energia contagiosa, capace di spiegare meglio di qualsiasi parola le ragioni di questa rinascita. La serie mi ha permesso di raccontare la sua straordinaria vicenda, attraverso un racconto corale ed emotivo, sullo sfondo di una Napoli viva e stratificata. Il Rione Sanità non è solo un susseguirsi di luoghi, ma un organismo pulsante, coprotagonista silenzioso che respira insieme ai personaggi. La macchina da presa si avvicina con rispetto, evitando ogni romanticizzazione del degrado o della sofferenza, cercando invece la bellezza nei dettagli quotidiani, nei gesti minimi, nei silenzi. L’unicità del cast che popola questa serie si è rivelata un supporto chiave nel dipingere questa incredibile vicenda di riscatto e speranza. Carmine Recano incarna la figura di guida morale, mai idealizzata e anzi profondamente umana, ed è affiancato da altri grandi nomi come Giovanni Ludeno, Bianca Nappi, Vincenzo Nemolato e Tony Laudadio. Insieme a loro anche Ludovica Nasti e un gruppo di giovani attori napoletani – molti dei quali esordienti – portano in scena una generazione in bilico tra rischio e possibilità, restituendo interpretazioni asciutte, sincere e lontane da ogni retorica.»

Luca Miniero, regista

 

I PERSONAGGI

Don Giuseppe Santoro (Carmine Recano)

Prete idealista e carismatico, guida un progetto di rigenerazione sociale nel cuore del Rione Sanità. La sua missione è concreta prima che spirituale: offrire a chi è in difficoltà un’occasione reale di riscatto, aiutandolo a costruire un futuro dignitoso e autonomo per sé e per la propria famiglia.

Massimo (Rocco Guarino)

Figlio di un collaboratore di giustizia, sogna di fare l’attore ma è irresistibilmente attratto dalle scorciatoie del crimine. Inizialmente diffidente verso Don Giuseppe, cade poi nella rete del boss Mariano Sommella, che sfrutta le sue fragilità e il bisogno di sentirsi parte di una “famiglia”.

Enzo (Federico Cautiero)

Amico leale di Massimo, è segnato dalla morte del fratello e schiacciato da un dolore che lo spinge verso la vendetta. Attraverso il teatro e la cooperativa guidata da Don Giuseppe ritrova un senso, una speranza, e anche l’amore. Diventa così il simbolo della resilienza e della rinascita del rione.

Mimmo (Giampiero De Concilio)

Ragazzo solare e instancabile, aiuta i genitori nel piccolo emporio di famiglia. Quando la camorra mette a rischio la sua vita e quella dei suoi cari, sarà costretto a mettere alla prova il proprio coraggio e la propria integrità, anche a costo di scontrarsi con l’amico Massimo. Alla fine, riuscirà a coronare il suo sogno d’amore con Caterina.

Caterina (Caterina Ferioli)

Cresciuta nei “quartieri alti”, figlia di un magistrato e di un’aspirante artista, inizialmente vive con disagio il trasferimento nel Rione Sanità. Ma il teatro diventa per lei un rifugio e una forma di libertà. Il conflitto con il padre la spingerà a lottare per affermare se stessa e per vivere apertamente il suo amore per Mimmo.

Anna (Ludovica Nasti) e Alex (Federico Milanesi)

Figli di un panettiere e di una madre detenuta, crescono grazie alle attività promosse da Don Giuseppe. Anna, inizialmente frivola e soggiogata da Massimo, trova la forza di cambiare, dedicandosi al fratello Alex e aiutandolo a superare la dislessia e la paura di studiare.

Manuela (Nicole Grimaudo) e Matilde (Andrea Solimena)

Manuela, ex promessa sposa di Don Giuseppe, vive un matrimonio segnato dalla violenza e dall’alcol. Rancorosa verso il parroco che l’ha abbandonata sull’altare, troverà in lui un alleato inatteso quando la figlia Matilde verrà rapita dal padre. Il percorso per ritrovarla sarà anche un cammino di perdono.

Mariano Sommella (Giovanni Ludeno)

Camorrista carismatico e manipolatore, tira i fili nell’ombra e seduce gli adolescenti del quartiere — tra cui Massimo — per tenerli legati al potere criminale, sabotando ogni tentativo di riscatto civile e sociale.

Carmine (Ivan Castiglione)

Padre di Massimo, detenuto a Poggioreale, ha scelto di collaborare con la giustizia dopo una vita nella criminalità. Orgoglioso del suo cambiamento, tenta con fatica di riconquistare la fiducia del figlio.

Suor Celeste (Bianca Nappi)

Pragmatica, ironica e dal cuore grande, è la spalla silenziosa di Don Giuseppe. Con intelligenza e spirito materno, lo aiuta ad affrontare le difficoltà, aggirare la burocrazia e tenere insieme la comunità.

Lello (Tony Laudadio) e Asprinio (Vincenzo Nemolato)

Lello, sacrestano bonario e goloso, è spesso ripreso da Asprinio, un “chierichetto” di oltre trent’anni che rappresenta il legame più autentico tra Don Giuseppe e la gente del quartiere.

Sante (Vincenzo Antonucci) e Stella (Chiara Celotto)

Giovane operaio onesto ma intrappolato nella precarietà, Sante muore tragicamente sull’altare, lasciando un vuoto profondo nel gruppo. La sua compagna Stella, incinta, trova nella memoria del suo amore la forza di andare avanti e di dare al loro bambino un futuro diverso.

Il vescovo Cassino (Maurizio Aiello) e Don Bastiano (Fabio Troiano)

Rappresentano l’autorità della Curia: Cassino, più bonario e ambiguo, tende a chiudere un occhio sui metodi non convenzionali di Don Giuseppe; Don Bastiano, invece, è il suo acerrimo rivale, custode inflessibile delle regole e del potere ecclesiastico.

 

La storia inizia così…

Primo episodio

Don Giuseppe Santoro, prete combattivo e innovatore, è costretto a lasciare l’incarico al carcere di Poggioreale dopo che alcuni detenuti sono evasi nel corso di una trasferta organizzata da lui per avviare un progetto di reinserimento sociale. Il parroco viene destinato dalla Curia al rione Sanità dove trova un contesto molto difficile in cui la malavita e la dispersione scolastica impediscono qualsiasi prospettiva di riscatto per i giovani del quartiere. Nonostante l’ostilità iniziale, Don Giuseppe comincia a muovere i primi passi nel nuovo ambiente e a sfidare gli imperativi della Curia e le azioni criminali di Mariano, il boss del quartiere, celebrando il funerale pubblico di un ragazzo ucciso dalla malavita sul sagrato della chiesa del Monacone.

Secondo episodio

È Natale e Don Giuseppe tenta di cementare i legami della comunità attraverso l’allestimento di una scuola di teatro per i ragazzi nella chiesa dell’Immacolata. Stretto dalle difficoltà economiche alla vigilia del proprio matrimonio, Sante mente alla compagna Stella e le promette una festa da sogno, pur non potendo permettersela. Don Giuseppe ritrova la sua ex fidanzata da ragazzo, Manuela, oggi madre della piccola Matilde, ancora ferita da quell’abbandono vent’anni prima. Intanto, tra i ragazzi le tensioni e le aspirazioni si intrecciano: Caterina resta stretta tra le aspettative del padre magistrato e il desiderio di libertà; Mimmo e Enzo, più cinici, osservano con distacco ma iniziano a lasciarsi coinvolgere; Anna e Alex oscillano tra curiosità e scetticismo; Massimo, invece, viene adescato dalle attenzioni del camorrista Mariano, che lo spinge a fargli da spia per controllare il nuovo parroco. Il rione viene però funestato da un terribile delitto: Sante viene ucciso da un colpo di pistola davanti a tutti, compresa la sua futura sposa.

MANILA NAZZARO & JULIAN BORGHESAN

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Quando la musica racconta la vita

 

Un’intervista doppia che svela il programma “Radio2 Music Room” dove la musica incontra le storie quotidiane, la leggerezza e il divertimento. I conduttori raccontano com’è lavorare insieme, tra DJ set improvvisati, aneddoti da Sanremo e momenti esilaranti in diretta. Uno sguardo vivace e autentico su ciò che accade ogni giorno tra le 14.30 e le 16.00, dove gli ascoltatori sono sempre protagonisti

 

Chi tra voi due è il DJ mancato e chi l’enciclopedia musicale?

MANILA: L’enciclopedia musicale è Julian. Il DJ mancato, però stile Lady Gaga, stile Madonna, sono io! Quando lavoriamo insieme sulla radio digitale, sono quella che smanetta con il DJ Pro: tolgo i brani, li rimetto, li cambio. Lui mi guarda e dice: “Vabbè, fai quello che ti pare!”. Quindi sì, lui è sicuramente l’enciclopedia musicale. Io, invece, sono la DJ. Un po’ matta, un po’ casuale, ecco!

JULIAN: Sicuramente lei è la DJ mancata. Anche se, lo ammetto, me la cavo bene alla console. Comunque sì, Manila si sente proprio una DJ mancata. E io, a quanto pare, sono l’enciclopedia musicale. Anche se detta così suona un po’ troppo! Diciamo che ho una grande passione per la musica, cerco di conoscerla bene e di trasmettere questo amore anche a chi ci ascolta.

Cosa non può mancare nel vostro programma?

JULIAN: La musica è sicuramente l’ingrediente principale. Anche se il nostro non è più un programma solo musicale, la musica resta la cornice protagonista. Ci permette di raccontare la quotidianità di tutti: attraverso i brani parliamo di fatti, curiosità, notizie, aneddoti… il tutto sempre con leggerezza e con quella sana allegria che ormai ci contraddistingue.

MANILA: Sicuramente non ci sono mai copioni. Anche se abbiamo una bellissima squadra di lavoro, io e Julian andiamo molto a braccio. A volte tiriamo fuori delle cose che neanche l’autore conosce! Ma sempre divertenti. C’è tanta quotidianità, quella di tutti noi, anche se la musica resta la vera protagonista. Poi ci sono le nostre playlist preferite, che rappresentano molto anche noi. Siamo un po’ boomer, diciamolo, perché ci piace condividere i ricordi legati a certe canzoni. La nostra playlist è giovane, ma include hit che hanno fatto la storia della musica mondiale. Abbiamo anche una sezione dedicata alle “meteore musicali”: canzoni che hanno reso famoso un artista ma sono state l’unico grande successo della sua carriera. E poi, ovviamente, c’è la nostra solita leggerezza.

Qual è stato il momento più assurdo o divertente successo durante una diretta?

MANILA: Impossibile sceglierne uno solo! Lavoriamo insieme da oltre tre anni. Di momenti divertenti e assurdi ce ne sono stati tantissimi, ma quelli più strani capitano spesso a Sanremo. Ad esempio, ci fermano per fare una foto con me e Julian scherza: “Scusate, ma con me no? Sono un famosissimo rapper internazionale!” E la gente ci casca! Succedono queste cose e noi ridiamo tantissimo. Ma davvero, tantissimo.

JULIAN: Sanremo è un’esperienza unica dove può accadere di tutto, e il problema diventa muoversi con Manila! Lei non passa inosservata: si crea subito la coda per selfie e foto. A un certo punto sembra di essere in giro con Carlo Conti. Io scherzo sempre dicendo che lei e Carlo se la battono! In generale, tutte le trasferte — come anche al Salone del Turismo a Rimini — sono sempre un po’ un’avventura.

Se poteste intervistare un artista del passato, chi scegliereste e perché?

MANILA: Direi Lucio Dalla. L’ho conosciuto, l’ho incrociato tantissime volte, ma non ho mai avuto l’occasione di intervistarlo. Quando sono diventata Miss Italia, lui era lì a cantare “Attenti al lupo”, a un metro da me. E da lì la musica è diventata parte della mia vita. Ma mi è rimasto il rammarico di non aver mai scambiato due chiacchiere con lui. Avrei avuto tantissima curiosità su come sono nati certi brani, sulle sue storie d’amore, su Lucio artista e uomo.

JULIAN: Lucio Dalla l’ho avuto ospite qualche mese prima che ci lasciasse. Finita la diretta, mi disse: “Fratello, ti aspetto a Bologna che ce ne andiamo in trattoria insieme.” È l’ultima cosa che ricordo di lui, un momento bellissimo che mi porto dentro. Poi, se parliamo di grandi del passato, direi anche Elvis Presley, perché non è solo un cantante ma un fenomeno culturale che ha cambiato per sempre la musica popolare. Intervistarlo avrebbe significato andare alla fonte del mito.

Chi è più social tra voi due?

MANILA: Io. Ma senza neanche pensarci! Anche all’interno delle puntate sono quella che porta sempre i trend più strani, che spopolano sui social. L’ultimo è stato quello sulla moda dei baffi nelle donne. Julian ride ancora, ma effettivamente le cose più assurde le scovo tutte io. Ho due figli adolescenti che mi aggiornano. Quindi sì, sono involontariamente molto social.

JULIAN: È lei, senza alcun dubbio. Manila è anche oltre il social perché senza volerlo, cresce, coinvolge, appassiona. È quasi un caso da studiare, lo dico davvero. Le basta pensare a qualcosa e aumentano follower e like! E poi ha un seguito fidelizzato, che è la cosa più bella. Io ci provo, ma lei è più forte!

Perché ascoltare “Radio2 Music Room”?

MANILA: Perché garantiamo leggerezza e qualità. Perché c’è bella musica, ci sono storie vere. La musica è la protagonista, ma diventa anche un pretesto per ritagliarsi una risata, un po’ di empatia. E di questi tempi, serve.

JULIAN: Perché no? Siamo un mix giusto: leggerezza, qualità, buona musica e un bel rapporto umano. E poi, ogni tanto, si ride pure!

MARCO LIORNI

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In famiglia da 24 anni

 

Il conduttore torna, per il terzo anno consecutivo, alla guida de “L’Eredità”, con all’attivo ben 360 puntate. L’intervista del RadiocorriereTv: «Ogni giorno per noi è come una prima puntata – afferma – ci mettiamo sempre gusto, entusiasmo, curiosità». L’appuntamento è su Rai 1 da lunedì 20 ottobre, tutti i giorni alle 18.40

 

 

Due edizioni alle spalle, una in partenza, cosa ha imparato da “L’Eredità”?

Ho imparato tanto! “L’Eredità” è quiz puro, anche se in questi anni si è evoluto. Dentro c’è anche qualcosa che ho imparato nei cinque splendidi anni a “Reazione a catena”.

Come ha caricato le batterie nel corso dell’estate?

Libri, mostre, film e serie ma soprattutto tanta natura. Ma abbiamo lavorato tanto sulle novità della nuova edizione.

Una lunga carriera alle spalle, tante trasmissioni condotte, qual è il segreto per condurre al meglio l’Eredità?

Non credo ci sia un segreto… ogni giorno per noi è come una prima puntata, ci mettiamo sempre gusto, entusiasmo, curiosità.

Quali nuovi giochi ci porta la nuova edizione?

Un meccanismo più meritocratico nel “Triello” e il nuovo gioco che si intitola “1, 2, 3 …quella!”: tre indizi che fanno riferimento a parole molto diffuse. Tutti ce le abbiamo sulla punta della lingua ma a volte non ti vengono!

 

“L’Eredità” è sinonimo di famiglia, cosa le ha dato, nel rapporto con il pubblico, questo programma?

Bravo! Ha trovato un bel sinonimo. Mi ha dato il privilegio di stare con il pubblico in quell’ora in cui la giornata comincia a essere alle spalle, magari l’ora in cui si prepara la cena o si cena o si fa un aperitivo… Quindi un orario di mezzo, di relax. Si crea una specie di complicità.

Hai un consiglio per affrontare al meglio la ghigliottina?

Sì, ma non è un consiglio semplice: bisogna essere concentrati e allo stesso tempo bisogna lasciarsi andare. Sembra un ossimoro, ma ti devi un po’ astrarre per tenere la testa libera di viaggiare tra gli indizi e le associazioni e arrivare così alla mitica parola della ghigliottina.

Cosa deve avere un concorrente per entrare nel cuore del pubblico e anche nel suo?

Essere felice mentre sta con noi. Ci aiuta nel creare il clima che vogliamo vivere e aiuta anche lui, perché se sei felice giochi più leggero e forse magari indovini anche di più.

A dicembre sarà di nuovo in Calabria con “L’anno che verrà”, cosa rappresenta per lei la diretta di fine e inizio anno?

Lo scorso anno mi ha dato una grande emozione perché è un momento altamente rituale della televisione, l’ho vissuto decine di volte dall’altra parte, quindi stare lì…viaggi con la consapevolezza di quanto quella sera stai dentro tantissime case in un momento carico di emozioni e di speranze.

 

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LA NUOVA EDIZIONE

Il game show più longevo della televisione italiana festeggia i suoi 24 anni, continuando a registrare ottimi ascolti. La scorsa edizione ha ottenuto una media di 4,2 milioni di telespettatori con il 26,04% di share. La puntata più seguita è stata quella del 13 febbraio 2025 con 5 milioni di telespettatori e il 29,3% di share, mentre i picchi hanno toccato 5,8 milioni e il 31,5%. Tra le novità di questa edizione c’è il gioco “1, 2, 3…”: il concorrente, partendo da tre indizi, dovrà indovinare l’oggetto o l’argomento misterioso, per continuare la sua avventura fino a conquistare l’accesso all’imperdibile Ghigliottina. Qui il Campione di puntata avrà l’occasione di aggiudicarsi il montepremi accumulato durante la gara. Confermata la presenza delle due Professoresse: la trevigiana Greta Zuccarello e la veneziana Linda Pani. La regia è di Luigi Rizza.

 

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I NUMERI DE “L’EREDITA’”

In questi anni sono stati circa 26.000 i concorrenti che hanno preso parte al game show, e 450.000 le domande formulate. Tra i tanti partecipanti al game show, è Guido Gagliardi il concorrente che ha vinto di più (con 316.250,00€ e 5 ghigliottine indovinate), mentre Massimo Cannoletta è il concorrente che ha partecipato a più puntate consecutive (51 puntate con 8 ghigliottine indovinate e 280.000€ di montepremi). Le ghigliottine conquistate sono 830 e hanno permesso di distribuire premi per 43,5 milioni di euro. Nella passata edizione sono state vinte 28 ghigliottine su 208 puntate per un totale di € 1.500.000. Con un totale di 5.472 puntate andate in onda “L’Eredità” resta uno dei programmi più amati dal pubblico italiano.

 

LE STELLE DI BALLANDO

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Ballo con disciplina, ironia e un po’ di fucsia

 

 Torna in tv con il sorriso e la leggerezza che l’hanno sempre contraddistinto, ma con una nuova sfida: “Ballando con le Stelle”. Dietro il volto della Signora Coriandoli, Maurizio Ferrini porta in pista non solo un personaggio iconico, ma una visione personale della vita, dell’arte, e del cambiamento. Ecco cosa ci ha raccontato

TESTO:

Cosa l’ha spinta a tornare in televisione con un progetto così diverso e impegnativo come “Ballando con le Stelle”?

Il divertimento. Io da giovane ballavo molto, ero appassionato. Ora sono decisamente fuori forma, ma proprio questo rende la sfida ancora più interessante. È molto difficile, lo ammetto, ma altrettanto divertente. E quando mi diverto, do tutto.

La Signora Emma Coriandoli è un personaggio amatissimo e iconico: come si è preparato per portarla in pista?

Mi sono preparato… facendo finta di esserlo! (ride) No, davvero, è molto più difficile di quanto sembri. Anche se i maestri cercano di semplificare, ci sono ritmi veloci, tempi stretti, movimenti precisi. Faccio del mio meglio. E la Coriandoli fa il resto!

Come concilia la comicità surreale della Signora Coriandoli con la disciplina e la tecnica della danza sportiva?

Nella vita ho ottenuto ogni risultato grazie alla disciplina. Un attore senza disciplina non impara niente. Io credo nello studio, nel rigore. Anche la comicità più folle si costruisce con ordine, concentrazione e tanto lavoro. Sempre.

Come ha gestito gli allenamenti e l’impegno fisico?

All’inizio mi sedevo ogni tre minuti! Adesso no. Grazie a Simone Di Pasquale, che è un insegnante straordinario, ho avuto tanti miglioramenti in poco tempo. Mi impegno, seguo le direttive, non mi ribello. Almeno, ci provo! Dovrei fare di più, ma sono felice così.

Nel corso degli anni ha spesso reinventato la sua immagine…

Il cambiamento è il mio alleato. Per me il nemico è il lavoro fisso. Ho cambiato casa ogni due anni, da sempre. Sono come una Rolling Stone — “una pietra che rotola non raccoglie muschio” — e questo mi tiene vivo. Conosco cinque lingue, viaggio, studio, sono sempre curioso. È questo il mio motore.

Il pubblico la conosce anche per la sua sincerità e sensibilità, oltre che per il talento comico: quanto è importante per lei mostrare anche questo lato di sé in televisione?

La TV è trasparente, non puoi fingere. E quando accetti il gioco, come in “Ballando”, devi sapere che riceverai critiche, voti bassi, giudizi. Ma siamo professionisti. Non possiamo rispondere con rabbia o offese. Alcune reazioni che vedo nei miei colleghi, sinceramente, mi imbarazzano. Io preferisco rimanere sereno.

Quali emozioni ha provato la prima volta che si è ritrovato a ballare con Simone Di Pasquale? C’è stato un momento che l’ha colpita particolarmente?

Simone è bravissimo, severo il giusto, e mi insegna con pazienza. All’inizio ero un disastro, mi sedevo spesso, ma ora non mollo più. Ho visto dei miglioramenti e questo mi rende felice. Il merito è anche suo.

Il personaggio di Emma Coriandoli rappresenta la donna italiana di una certa epoca e realtà sociale: secondo lei, qual è il messaggio più attuale che questa figura può ancora trasmettere oggi?

Ballare. Le donne devono tornare a ballare. E devono trascinare anche gli uomini, che spesso restano indietro. Gli uomini sono il lato pigro, conservatore. Ballare fa bene alla testa e al cuore. È una disciplina che apre la mente.

Guardando al futuro, cosa le piacerebbe affrontare dopo questa esperienza?

Intanto personalmente vorrei andare in barca a vela, anche se ha molte controindicazioni! (ride) Ma più di tutto, vorrei continuare a ballare anche dopo “Ballando”. Non cinque volte a settimana, certo, ma andare a scuola di ballo sì. Lo consiglio a tutti. I ballerini sono persone piene di vitalità e semplicità. Gente vera. E poi, senza disciplina, non si ottiene nulla.

Nel suo libro “La signora Coriandoli, una donna in fucsia”, il colore diventa quasi un personaggio. Cosa rappresenta per lei il fucsia, e cosa racconta davvero di lei?

Il fucsia è ironico. È il colore di un giallo, dove in realtà la Coriandoli è sia l’investigatrice che la colpevole. È un gioco, senza pretese. Un piccolo divertimento, una strizzata d’occhio. Un libro che racconta un mondo tutto suo e un po’ mio.

Geppi Cucciari

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Splendida Cornice

 

Con il suo stile ironico, intelligente e inimitabile, Geppi Cucciari, torna a illuminare il palinsesto di Rai 3 con il programma di Rai Cultura. Dal 16 ottobre in prima serata

 

 

Quando l’intrattenimento culturale incontra evasione, divulgazione e satira. Da giovedì 16 ottobre Geppi Cucciari torna in prima serata su Rai 3 con “Splendida Cornice”, per ospitare artisti del mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo e volti meno noti per racconti e conversazioni illuminanti su tanti argomenti diversi con l’obiettivo sempre chiaro di divertirsi e divertire. Il pubblico in studio è formato da spettatori attivi che si sono autocertificati nelle diverse tipologie di italiani: anziani da bar, protagonisti, donne doppio ruolo. Caselle di marketing che diventano persone vere, curiose, pronte a interfacciarsi con i competenti, quattro cattedratici di grande professionalità alle prese con quesiti spesso improbabili, tra i quali spiccano il femminismo dell’irresistibile Amalia Ercoli Finzi, la prima ingegnera aero-spaziale italiana e l’acume del professor Giuseppe Antonelli, il più autorevole linguista. Autoradio della trasmissione e accompagnamento di livello per le performance dal vivo, torna anche la band di Nicola “Ballo” Balestri, il bassista storico di Cesare Cremonini e fondatore dei Lùnapop. Nella prima puntata, Woody Allen racconterà il suo nuovo romanzo “Che succede a Baum? “, mentre Carla Signoris, Brenda Lodigiani e Gianna Serra omaggeranno il talento comico e creativo di Stefano Benni. Previsto anche un omaggio alla Scala del Calcio, San Siro, prima del suo abbattimento e un occhio attento sull’attualità, a cominciare dalla situazione a Gaza.

Giulio Scarpati

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Le Stanze di Verdi

 

Un viaggio cinematografico tra musica, storia e curiosità. Road movie alla scoperta di un Giuseppe Verdi inedito: agronomo, filantropo e patriota. Dal 6 ottobre al cinema, il film mescola docufilm e fiction, tra melodie verdiane, i luoghi storici di Busseto, le Roncole e Milano, e racconta il Maestro in una prospettiva emozionante e coinvolgente

 

Com’è nata la tua partecipazione a questo progetto e che cosa l’ha colpita di più durante le riprese?

Avevo lavorato tanti anni fa in un bellissimo film con Giorgio Leopardi, “La casa bruciata”, con le musiche di Ennio Morricone. Era la storia di un prete comboniano che difendeva gli indios, e che poi è stato ucciso. Il film era ispirato a quella vicenda, con la regia di Massimo Spano. Conoscevo il produttore e mi ha proposto questa nuova idea che mi ha un po’ spiazzato: un docufilm in cui dovevo interpretare me stesso, in una sorta di road movie nel Piacentino, fino a Busseto, le Roncole e Milano, attraversando i luoghi verdiani. Mi incuriosiva l’idea di essere allo stesso tempo spettatore e narratore della storia. Amo la musica e l’opera, quindi ero già avvantaggiato e subito attratto dal progetto.

Il suo personaggio si muove tra realtà e finzione…

Insieme agli sceneggiatori abbiamo pensato che mi trovassi a Piacenza per uno spettacolo, e che un imprevisto tecnico mi costringesse a restare lì. Da quel momento comincia il viaggio tra i luoghi verdiani, che è diventato anche un viaggio interiore. Il docufilm è molto onirico, con parti di fiction e molte improvvisazioni, nate dagli incontri reali con studiosi e persone legate alla figura di Verdi. Per me è stato un percorso nuovo, emozionante e pieno di curiosità. Il regista è Riccardo Marchesini, la supervisione è di Pupi Avati, con cui avevo già lavorato. E naturalmente ci sono le musiche di Verdi, dal vivo e di sottofondo, con un coro stupendo registrato in una chiesa.

Che tipo di emozioni ha provato in questo viaggio?

Molti di quei luoghi sono purtroppo in abbandono, e questo è un dolore forte. Ci sono città ricche che potrebbero fare di più per valorizzarli. Manca spesso la cura per le nostre meraviglie artistiche, e questo è un discorso generale per tutta l’Italia. Ma c’è anche l’altra faccia della scoperta: il rapporto tra Verdi e la sua terra. Era un agronomo, un allevatore, faceva formaggio, e reinvestiva i guadagni della musica nell’acquisto di terreni. Si alzava alle cinque per andare a cavallo e controllare i campi. Aveva una grande attenzione per i contadini e arrivò perfino a costruire un ospedale per loro, perché spesso morivano prima di raggiungere quello più vicino. È un aspetto poco conosciuto che mi ha molto colpito.

Nel docufilm emerge proprio un Verdi inedito. Quale di questi aspetti l’ha sorpreso di più?

Sicuramente quello dell’agronomo. Non lo immaginavo così attento ai dettagli pratici. Quando ha costruito l’ospedale per i contadini, ha cercato la massima eccellenza in ogni cosa, dalle attrezzature alle lenzuola, comprate personalmente. Lo stesso vale per la “Casa di Riposo per Musicisti” a Milano: l’ha progettata come un teatro, per far sentire a casa propria i cantanti e i musicisti in difficoltà. Essere benefattore per Verdi non era solo costruire, ma creare luoghi capaci di trasmettere dignità e bellezza.

E poi c’è il Verdi “popolare”, quello che ha avvicinato la musica alla gente…

Verdi ha fatto un’opera culturale enorme. Le sue arie si cantavano per strada: un modo per sentirsi parte di un’Italia che stava nascendo. In un Paese ancora diviso, la sua musica univa. E questo vale ancora oggi: ci insegna che l’arte può diventare linguaggio comune.

Dopo questo viaggio così profondo, cosa pensa possa insegnarci oggi la storia di Verdi?

Le sue difficoltà iniziali sono una lezione per i giovani che vogliono fare un mestiere artistico. Al Conservatorio di Milano lo bocciarono perché “inadeguato alla musica”. Ma non si arrese: trovò un maestro privato grazie ai suoi mecenati e andò avanti con determinazione. Ha trasformato il dolore, la perdita dei figli e della moglie, in creatività. Verdi è diretto, sincero, parla con la forza della terra: entra subito nei sentimenti. E questo lo rende universale.

Qual è il luogo verdiano che l’ha emozionata di più?

La suite dove Verdi è morto. C’è ancora un rispetto tangibile: mettono la paglia per strada per attutire i rumori, come fecero nei suoi ultimi giorni. È un segno di attenzione, di memoria viva. E credo che sia giusto ricordare Verdi non solo come un musicista straordinario, ma come un uomo che ha reso popolare l’opera.

Nella sua carriera ha interpretato spesso figure legate alla memoria e all’identità italiana. Questo l’ha aiutata ad entrare nel mondo di Verdi?

Forse sì, ma in modo diverso. Quando interpreti una persona realmente esistita hai la responsabilità di essere credibile. Con Verdi è stato più libero: non lo interpretavo, lo cercavo. Mi piaceva scoprire l’uomo dietro il mito. Spesso semplifichiamo troppo queste figure. Vale anche per Pascoli, a cui sto dedicando ora uno spettacolo teatrale. Anche lui è stato ridotto a poche poesie scolastiche, ma era un poeta modernissimo, pieno di curiosità e umanità. Raccontare figure così, restituendo loro complessità, è un modo per fare giustizia alla cultura italiana.

E per concludere, lasciamo Verdi ed entriamo in “Cuori 3”. So che ci sarà una bella novità…

Sì! Interpreto Gregorio Fois, un sensitivo che entra nell’ospedale delle Molinette come nuovo primario. È un personaggio molto intuitivo, elegante, ma anche un po’ stravagante. In ospedale crea scompiglio: non gli va mai bene nulla, vuole fare a modo suo! È stata un’esperienza divertente, in un clima sereno e creativo.

Prix Italia

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La realtà, il nostro bene più prezioso

 

Al Palazzo Reale di Napoli, dal 20 al 24 ottobre, la 77esima edizione del concorso internazionale per broadcaster organizzato dalla Rai. In programma anteprime, programmi live, eventi internazionali e performance dal vivo per celebrare il capoluogo partenopeo, culla millenaria di cultura e innovazione al centro del Mediterraneo. Il Radiocorriere Tv incontra il Segretario Generale del Premio Chiara Longo Bifano

 

“Get Real” è il claim del 77° Prix Italia. Come nasce questa scelta?

È una wake-up call, una consapevolezza da parte dei broadcaster del ruolo che abbiamo verso il pubblico, che è quello di lanciare chiavi di lettura di una realtà complessa, nella quale è talvolta impossibile comprendere cosa è vero da cosa non lo è. Siamo a Napoli, in collaborazione con il  Comitato Nazionale Neapolis 2500 e il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale per celebrare la storia millenaria di una città proiettata nel futuro: lo facciamo attraverso la sirena Partenope, che altro non è che la sirena di Ulisse. Ulisse che con la razionalità riesce a entrare in sintonia con quello che reale non è, riuscendo, appunto, ad ascoltare le sirene senza rimanere vittima della malia. “Get Real” è un invito a non tapparsi le orecchie, a usare la ragione, le armi della comprensione… Dico sempre, e parlo come giornalista di un broadcaster di servizio pubblico, che la realtà è forse il nostro bene più prezioso ed è su questa che dobbiamo continuare a costruire il nostro racconto. “Get Real” può sembrare qualcosa di lontano perché è un termine inglese, ma in realtà si sposa perfettamente con un’espressione napoletana che viene dal latino “exitare”, che vuol dire far star svegli, vigili… È rappresentato graficamente da una sirena i cui capelli diventano onde, le onde sonore dei broadcaster che attraversano il mondo e, per una settimana, si incontrano appunto nel Golfo di Napoli.

Quanto il Prix Italia racconta del nostro presente?

Molto e lo dimostra la grande partecipazione che di anno in anno allarga la sua Community. Abbiamo ricevuto 238 programmi provenienti da 89 broadcaster: da Tokyo a Buenos Aires, da Oslo a Johannesburg, ormai siamo fieramente globali. I nostri 90 giurati hanno selezionato soprattutto le storie che ci riguardano di più, la complessità dell’oggi, dalle fiction che parlano dell’Afghanistan ai documentari sulle guerre, a partire dall’Ucraina, con punti di vista originali e molto on the road. E poi i grandi temi del sociale comuno sguardo attento alla tecnologia e all’innovazione attraverso l’intelligenza artificiale, vista non solo come spauracchio, come paura della tecnologia, ma come risorsa utile ai broadcaster nel racconto del mondo. Infine, l’arte, la grande musica, linguaggio universale in grado di superare le barbarie.

Se i prodotti radio-televisivi sono da sempre pilastri del Premio, ad assumere un ruolo centrale è oggi anche il digital…

Nel concorso abbiamo rinnovato le sezioni della categoria Digital dando molto spazio all’interazione con l’utente. Grande attenzione al digitale la darà anche il Festival con tre anteprime: la nuova serie di “Pillole sulla disinformazione”, che spiega come diventare fact-checker di se stessi; “Il Collegio”, il docu-reality ambientato nel 1990; “Playing Memories”, una performance dedicata alla musica partenopea messa in scena da giovani talenti europei. Immancabili anche le anteprime tradizionali, di Rai Cinema, con il Film La Salita e Rai Documentari con Elvira Notari.

E poi Rai Fiction. Lunedì 20 ottobre il Teatro San Carlo ospiterà l’anteprima della terza stagione de “Il Commissario Ricciardi”, presto su Rai 1, con una sorpresa in serbo per i fan del personaggio creato da Maurizio De Giovanni…

Grazie alla felice collaborazione con Bonelli Editore, con cui lo scorso anno abbiamo celebrato Rai 100, Torino e Dylan Dog, anche grazie alla straordinaria disponibilità di Lino Guanciale, quest’anno sarà la volta del fumetto de “Il commissario Ricciardi”. Le copertine diventeranno un gift da collezione per gli spettatori del Teatro, con il firmacopie con i disegnatori, Maurizio De Giovanni e tutto il cast della serie.

Tra i focus in programma anche quello sul futuro del documentario…

E nello specifico sulla coproduzione, tema al centro di una giornata formativa per il pubblico e per i delegati internazionali, con case history provenienti da tutto il mondo. Un momento di stimolo e r confronto che servirà anche ai più giovani, per capire per esempio come presentare un pitch di successo. Non a caso il Presidente di turno del Prix Italia è uno dei massimi esperti del settore, il giapponese Imamura Ken-Ichi.

Cosa rimane nel Prix di oggi dello spirito che nel 1948 portò alla nascita del Premio?

Il Prix Italia nasce nel dopoguerra come luogo di incontro tra broadcaster europei. Erano dei pionieri innamorati dell’eccellenza. Sergio Zavoli diceva che il Premio è la più alta espressione della Rai nel racconto della società civile. Ecco perché, accanto alle pregevoli opere in Concorso che si potranno vedere su RaiPlay, il Prix Italia è anche un grande evento sul territorio. Se guardiamo il programma di quest’anno troviamo moltissima Napoli a cominciare dalle location: siamo nel Palazzo Reale che è la reggia, il luogo del potere. Ma il potere doveva essere vicino alla cultura, quindi eccoci a due passi dalla Biblioteca Nazionale voluta da Benedetto Croce e dal Teatro San Carlo. In questi luoghi parleremo di innovazione coinvolgendo le Università, le scuole, le Associazioni. Il pubblico potrà vedere la tv che si fa palco, all’aperto, con meno filtri, più vicina, più una di noi. Ci saranno i talent, gli incontri, la musica, come quella dei Sanitansamble, un’orchestra giovanile nata nel rione e ormai modello internazionale. E ancora loro, le sirene, in una mostra multimediale, curata da Marina Polla de Luca in collaborazione con la Scuola internazionale di Comics, dedicata alle donne che hanno reso celebre Napoli per sempre.

Ma il Prix Italia quest’anno è anche più internazionale che mai…

L’abbiamo chiamata International Week, da una visione della Direttrice delle Relazioni internazionali e Affari europei della Rai Simona Martorelli. Un impegno poderoso realizzato grazie alla collaborazione con il Maeci ed il Comitato Neapolis 2500. Si Comincerà già  il 15 ottobre in concomitanza con i Med-Dialogues dell’ ISPI, con un evento, che vedrà riuniti broadcster provenienti da tutto il Mediterraneo. Avremo poi, tra gli altri, la News Assembly dei responsabili delle news dei broadcaster di EBU, e, momento clou, la BBC Lecture, dedicata al ruolo cruciale dell’informazione, con la presenza di Jeremy Bowen, celebre corrispondente di guerra e International editori di BBC News.

Qual è oggi la mission del Prix Italia?

Promuovere l’eccellenza e avvicinarla al pubblico in tutte le sue espressioni.

 

Fiction

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Bentornati a Makari

 

Una quarta stagione che promette di essere indimenticabile, a partire da domenica 19 ottobre in prima serata Rai 1

 

Quattro nuove prime serate per la serie di successo tratta dai testi di Gaetano Savatteri che, per la quarta volta, immergono il pubblico nella magnifica cornice mozzafiato della Sicilia per vivere le avventure dello scrittore di gialli Saverio Lamanna. Spalleggiato, come sempre, dal simpaticissimo Piccionello, Saverio non resiste alla tentazione di ficcare il naso nelle indagini della polizia, anche se a metterlo alla prova non saranno solo enigmi e misteri. Non appena Suleima si allontana da Màkari per dare una svolta alla carriera, Michela ricompare all’orizzonte, e chissà se le vibrazioni amorose della precedente stagione sono davvero del tutto sopite. Nella vita di Saverio, infine, piomba una sorpresa ancora più inaspettata: un’adolescente terribile di nome Arianna. A fare da contorno, il vicequestore Randone e tanti altri affezionatissimi amici come Marilù, Azrah, Giulio e il padre di Saverio.

 

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INTERVISTA CLAUDIO GIOE’, ESTER PANTANO, SERENA IANSITI

 

DUE DONNE PER LAMANNA

«La Sicilia è l’isola del tesoro delle storie», disse una volta Gaetano Savatteri. Perché la storia di Makari è speciale per voi?

PANTANO: Mi ha fatto scoprire una parte di Sicilia che non è la mia, che non corrisponde al mio territorio. Vengo da Catania, e quella di Makari è una zona di vacanza per lo più per i palermitani. Makari è diventata speciale perché mi ha permesso di conoscere altre culture, altre contaminazioni, ma soprattutto rappresenta una ricchezza per i suoi personaggi, tutti diversamente siciliani, eppure profondamente legati a questa terra, proprio come me, Claudio e Domenico. Attraverso queste storie ho compreso quanto le differenze siano importanti: ci raccontano come sia possibile andare oltre gli stereotipi, rendendo impossibile una narrazione unica della Sicilia, della sicilianità e dei siciliani stessi.

IANSITI: Io non sono siciliana, ma per lavoro e per la mia vita privata ho avuto spesso a che fare con questa terra. Non conoscevo bene la zona del Trapanese, in particolare la Riserva dello Zingaro e Makari, e posso dire — anche a rischio di sembrare banale — che è un territorio straordinario, ricchissimo. Aver girato per tre mesi consecutivi immersi completamente in quella realtà, e non in altri set fuori regione, come spesso accade per le scene in interni, arricchisce profondamente l’attore e la persona. Lavorare sul personaggio di Michela è stato vitale: ho cercato di darle una leggera sfumatura linguistica (non mi azzarderei ad andare oltre, ride), e di mostrare come si immerge nelle storie e nelle relazioni con gli altri protagonisti.

GIOÈ: Io, al contrario, le zone di Makari le conosco fin da ragazzino: ci andavo in vacanza d’estate. Tornare in quei luoghi, che conservano ancora un’anima selvaggia, è stato davvero un sogno. Credo che ciò che più risuona di questi paesaggi — e che ritroviamo anche nella letteratura di Savatteri — sia il bisogno di andare a fondo nel lato quasi ancestrale dei personaggi. Questo ritorno, questo recuperare gli aspetti carnali e istintivi delle persone, dà vita a storie che toccano nel profondo, sia dal punto di vista culturale che emotivo. È un’immersione totale in quei colori, in quel mare abbagliante, in quei tramonti spettacolari che non possono far altro che esaltare, in modo eccelso, la sicilianità di queste terre.

Saverio Lamanna, diviso tra due donne. Quali aspetti della sua umanità fanno emergere Suleima e Michela?

GIOÈ: Questa relazione, che gli sceneggiatori si sono divertiti a introdurre, mette in luce lati molto diversi di Saverio. Con Suleima c’è una confidenza profonda, un innamoramento che dura ormai da tre anni: è una storia consolidata, fatta di complicità e affetto. Naturalmente non mancano i motivi di conflitto — legati alle loro identità e professioni — che talvolta creano distanza, ma sono problematiche che i due affrontano con maturità. Dall’altro lato, è innegabile la fascinazione che Saverio prova per Michela. Tra loro nasce subito una complicità istintiva: lei sa stimolarlo, lo spinge ad andare avanti nel suo percorso di scrittore. È una fan dei libri di Lamanna e, inevitabilmente, il suo narcisismo ne è lusingato. Tra i due si crea una naturale sintonia che finisce per spiazzare il nostro “detective di penna”.

In che modo Suleima e Michela esprimono il loro desiderio di essere donne libere e indipendenti?

PANTANO: Per Suleima c’è un’evoluzione naturale. Sta completando gli studi, è cresciuta come donna e comincia a manifestare le proprie necessità, anche nella relazione con un uomo più grande di lei. Le difficoltà che ne derivano — e questo vale per tutti, non solo per Suleima e Lamanna — creano uno stallo, una sospensione in cui non c’è né un passo avanti né un arrendersi a ciò che la relazione è diventata. In lei nasce un’esigenza diversa: capire come costruire qualcosa di più profondo, cercando di non essere sempre quella che va e ritorna nel nido, in questo angolo di paradiso. Diventa fondamentale per lei comprendere se e come si possa andare avanti insieme.

IANSITI: Michela è una professoressa che ama il suo mestiere, il contatto con i ragazzi, senza rinunciare alla passione per le indagini e per i gialli. È una fan di Lamanna, ma non dipende da lui. Quando, nella scorsa stagione, abbiamo visto spegnersi quella particolare interazione con Saverio, lei non si è fermata: è vitale, entusiasta, capace di rimettersi in gioco. La vita sentimentale è importante, certo, ma non indispensabile. Michela va avanti, trova un nuovo percorso, e si lancia con istinto e curiosità quasi adolescenziale, senza paura di soffrire.

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PUNTATE

FERRAGOSTO È CAPO D’INVERNO
domenica 19 ottobre 2025
tratta dal racconto omonimo di Gaetano Savatteri

Proprio adesso che tutto fila a meraviglia, Suleima dovrà stare per vari mesi a Malta per lavoro. Saverio non ha neppure il tempo di crogiolarsi nella malinconia che viene travolto da una novità: a Màkari viene assassinato Ignazio Dinolfo, noto come il Mostro di Barrafato, condannato venti anni prima per un terribile omicidio. Saverio inizia a indagare e capisce presto che, per arrivare alla soluzione del delitto, dovrà scoprire anche la verità sul passato del Mostro. Ma non è tutto. Saverio, infatti ritrova Michela, in procinto di sposarsi con lo scrittore Edoardo Laurentano. E in più a Màkari compare Claudia, un’ex che Saverio non vede da anni. Sta per partire per l’Antartide e gli chiede di ospitare la figlia quattordicenne Arianna. Che farà Saverio? Accetterà di accogliere la sconosciuta e terribile adolescente?


LE STELLE NON VOGLIONO SAPERNE
domenica 26 ottobre 2025
tratta dal racconto omonimo di Gaetano Savatteri

Avere a che fare con un’adolescente è sempre complicato, soprattutto se Arianna si oppone a qualsiasi tentativo di Saverio di stabilire dei canali di comunicazione. A questo si aggiunge che Lamanna deve fare i salti mortali per nascondere la sua esistenza a Suleima. Per fortuna, il nostro Lamanna ha accanto Michela, che si rivela sempre più necessaria. Quando qualcuno uccide lo chef Pino Mendolia, amico di vecchia data di Marilù, nella cucina del suo ristorante stellato, Saverio e Piccionello si gettano a capofitto nelle indagini. Non sarà facile arrivare alla verità, come non sarà facile per Saverio contrastare Arianna, decisa ad andare a studiare in un esclusivo college milanese. Per convincerla a restare a Màkari, Saverio è disposto a tutto. Persino a scomodare suo padre. E quando tutto sembrerà rientrare, un ritorno improvviso rimescolerà le carte in tavola.

IL BALLO DEI DIAVOLI
domenica 2 novembre 2025
tratta dal racconto omonimo inedito di Gaetano Savatteri

Randone è nei guai: sospettato di essere implicato nella morte di Angelora Tomarchio, avvenuta nella sua casa-museo mentre per le strade si svolgeva il tradizionale Ballo dei diavoli, il vicequestore è stato sospeso. Si tratta di un depistaggio o qualcuno vuole metterlo nei guai? Saverio non può che indagare. A complicare la situazione ci si mette prima Arianna, con la quale il rapporto è sempre più complicato e che ora rischia la sospensione, e poi l’arrivo a Màkari dei genitori di Suleima. Alfonso e Matilde sono decisi ad aiutare Saverio ad avviare un’attività più redditizia di quella di scrittore: vuole o non vuole mettere su famiglia? In realtà, Saverio non ha una risposta: la sua vita sentimentale è sempre più complicata, vista la presenza di Michela nella sua vita. E, forse, è arrivato il momento di dire la verità a Suleima e raccontarle dell’arrivo di Arianna nella sua vita…

LA MAGNA VIA
domenica 9 novembre 2025
tratta dal romanzo omonimo di Gaetano Savatteri

Suleima si precipita a Màkari per conoscere Arianna, ma Saverio è diviso fra opposti sentimenti e desideri, senza riuscire a risolversi, in bilico tra lei e Michela. La situazione, già delicata, si complica quando, durante un’escursione a Pizzo Maraventano organizzata dal professor Lamanna e Mimì, viene trovato il corpo di Paolo Trovato, detto u’ sceccu, e Saverio e Piccionello si ritrovano a indagare. Nel frattempo, Saverio dovrà gestire il ritorno di Claudia, una nuova sbalorditiva scoperta e l’annuncio dell’imminente partenza di Michela per l’Australia. Per Saverio Lamanna è arrivato il momento di prendere in mano la propria vita.

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I PERSONAGGI

Saverio Lamanna (Claudio Gioè)

Saverio è stato un giornalista di belle speranze, che ha fatto una rapida carriera fino a diventare portavoce del sottosegretario Giulio Racano. Ma improvvisamente, a causa di un banale incidente, perde tutto e si ritrova, sbeffeggiato e squattrinato, a dover riparare nella vecchia casa di vacanza dei genitori a Màkari. E qui comincia la sua nuova vita. A Màkari Saverio ritrova l’amicizia del caro Piccionello, riesce a buttarsi dietro le spalle la carriera in frantumi e cerca un nuovo destino, quello di scrittore. Ma soprattutto si innamora di una ragazza: Suleima. Con Suleima è amore vero, e in breve la loro diventa una relazione seria. Non mancheranno però rannuvolamenti nel rapporto e, in particolare, una terza persona giungerà a mettere in pericolo la solidità del loro amore.

Suleima Lynch (Ester Pantano)

Quando incontra Saverio, Suleima è una studentessa universitaria che sta facendo un lavoro stagionale di cameriera a Màkari. Fra loro scocca il dardo e trascorrono una bellissima estate d’amore. Ma il tempo corre e Suleima è giovane – molto più giovane di Saverio -, la sua vita è in trasformazione, non può non cambiare. Dopo un periodo di lavoro a Milano e alcuni mesi in cui è stata fra i protagonisti della comunità di talenti della Città del sole, anche per trovare una stabilità nel rapporto con Saverio, Suleima decide di rimanere a Màkari, dove comincia a lavorare come architetto. Ma chissà se questo le può davvero bastare. La verità è che Suleima sta crescendo, sta scoprendo sé stessa, non è più solo la ragazza ironica e leggiadra incontrata in quella prima estate. È una persona diversa, nuova, più adulta, che deve trovare e costruirsi il proprio destino. E con questo Saverio dovrà continuare a fare i conti.

 

Peppe Piccionello (Domenico Centamore)

Piccionello è la vera colonna di Màkari, con i suoi infradito, i pantaloni corti e le magliette strambe. Immutabile, eppure sempre nuovo. Antico e al contempo modernissimo. Portatore di una saggezza popolare che alla fine ha sempre la meglio sulle elucubrazioni e sulla cultura sofisticata di Saverio. La sua amicizia, la sua generosità e la sua sincerità saranno fondamentali per il percorso di “rinascita” del nostro Lamanna a Màkari non meno dell’amore di Suleima. Inoltre, l’irresistibile Peppe da un po’ ha trovato l’amore e si è messo insieme ad Azrah, la nuova cuoca di Marilù.

Marilù (Antonella Attili)

Ha aperto il suo albergo-ristorante quando nessuno credeva che a Màkari turisti e vacanzieri sarebbero arrivati davvero. Il destino le ha dato ragione e ora Marilù a Màkari è come un’istituzione. Conosce Saverio da sempre e, siccome conosce bene anche i suoi difetti, è spesso pungente con lui ma gli vuole bene, è una vera amica e nei momenti giusti sa consigliarlo e stargli vicino. E del suo savio consiglio Lamanna avrà sempre più bisogno. Non solo per i suoi guai privati, ma anche per le indagini, perché l’acume di Marilù sa sempre farsi valere.

Vicequestore Giacomo Randone (Filippo Luna)

Non sarà un supereroe, ma Randone è comunque un bravo sbirro, benché talora pecchi qua e là di un pizzico di superficialità e semplicismo. Saverio per lui è un po’ una maledizione, perché gli capita fra i piedi sempre quando è nel mezzo di un’indagine e la sua ostinazione a fare il detective per caso ha spesso e volentieri irritato il poliziotto. Ma ormai, malgrado i continui battibecchi, sono grandi amici. Anzi, diciamolo, Randone è furbo e per questo lo lascia fare, perché sa che in fondo il fiuto di Saverio può essergli molto utile. E questa volta, almeno in un’occasione, l’aiuto di Saverio gli sarà non solo utile, ma addirittura vitale!

Michela Pacino (Serena Iansiti)

Bellissima insegnante del Liceo Calpurnio Siculo, è un’appassionata lettrice dei libri di Saverio, tanto da organizzare per Lamanna un corso sul romanzo poliziesco all’interno della propria scuola. Michela è una giovane donna brillante, acuta e piena di verve e, non appena ha conosciuto Saverio, fra i due si è creata immediatamente una perfetta intesa. È stato come se si fossero conosciuti da sempre; anche perché per certi versi si assomigliano, sono uguali. Che dire? A un feeling così naturale e straordinario la mera amicizia rischia presto di andare un po’ stretta, e infatti per un attimo il loro rapporto ha rischiato di deragliare in qualcosa di molto, molto diverso. Dopo questa febbre fugace, non si sono visti per un anno. Presto però il destino li farà incontrare di nuovo. Cosa succederà?

Beppe Convertini

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Una bella sfida

 

Le emozioni, la fatica, la gioia di Beppe Convertini: il RadiocorriereTv incontra il popolare conduttore, tra i protagonisti del sabato di Rai 1

 

 

Come vive la sfida di “Ballando”?

È tutto molto elettrizzante, adrenalinico perché è una bella sfida. Non essendo un ballerino, affronto ogni volta una prova diversa, con un ballo o una coreografia differenti. Bisogna ricordarsi tutto, seguire al meglio, ed è un’emozione continua.

 

Che cosa l’ha spinta ad accettare la sfida di Milly Carlucci?

Esclusivamente mia madre, la persona più importante della mia vita. Quando mi ha chiamato Milly era il giorno del suo 88° compleanno e stavamo a cena con tutta la famiglia: sorelle, nipoti, pronipoti, cognati. Lei era sorpresa dalla chiamata e, ascoltando Milly, le brillavano gli occhi. Diceva: “Dai, dai, vai a fare Ballando con le Stelle, figlio mio!”. Non potevo dire di no.

 

A cosa pensa un istante prima di esibirsi?

Quando estraggono la busta con i nomi c’è molta adrenalina. Poco prima di scendere in pista è un mix di emozioni: ti dai la carica, ti fai il segno della croce e pensi “facciamo del nostro meglio”, perché abbiamo lavorato tanto, fatto allenamenti, provato la coreografia. Allo stesso tempo, non essendo un  ballerino c’è l’incertezza: riuscirò a fare tutto? È emozionante e imprevedibile.

 

Il ballo è anche una prova fisica notevole. Come sta vivendo la fatica degli allenamenti?

La maggior parte dei muscoli del mio corpo non aveva mai lavorato così. È impegnativo ma fa bene: è uno sport straordinario, apre mente e cuore. Invito tutti a ballare: il ballo fa vivere meglio, distrae dalla quotidianità e permette di vivere momenti speciali. In quel momento sei tu e il ballo.

 

C’è qualcosa della sua sensibilità di conduttore che ritrova in questa nuova avventura da ballerino?

Sono due mondi completamente diversi. Qui gareggi con atleti, conduttori, attori, cantanti, persone con carriere importanti e affascinanti. Devi confrontarti su un terreno completamente nuovo, e questo mix di personalità, esperienze e caratteri diversi è il segreto del programma.

 

Mi dica un pregio e un difetto della sua maestra di ballo, Veera Kinnunen.

È molto brava, generosa, bella, simpatica, dolce. Cura davvero il ballerino e sa capire dove puoi arrivare, in che cosa puoi migliorare. Non le trovo difetti.

 

Ci racconta un aneddoto del dietro le quinte?

Accade di tutto: Filippo Magnini fa flessioni e addominali, Rosa Chemical canta meravigliosamente. Ognuno cerca di scaldarsi e prepararsi, emergono le caratteristiche di ciascuno.

 

C’è un passo che l’ha messa particolarmente alla prova?

Tutti, proprio perché non ho mai ballato. Ogni passo realizzato, ogni parte di coreografia completata, dà grande soddisfazione ed è molto emozionante e appagante dopo tante ore di allenamento.

 

Se dovesse fare un pronostico sul podio, chi metterebbe?

Metterei Francesca Fialdini al primo posto, poi Barbara D’Urso. Al terzo posto un uomo: Filippo Magnini, che è bravissimo e si impegna tanto. Come outsider, bravo anche Paolo Belli. Quest’anno le donne sono molto forti, eccezionali.