AD ALTA VOCE

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I libri alla radio

La carta, le parole, i suoni. I romanzi più amati, italiani e internazionali, letti dai migliori attori, sono il cuore del programma di Rai Radio3, ideato e curato da Fabiana Carobolante. In onda dal lunedì al venerdì alle 17

Fabiana Carobolante, come nasce “Ad Alta Voce”?

Il programma è nato nel 2002, andava in onda alla mattina e proponeva una lettura di grandi classici, il primo romanzo fu “Anna Karenina” di Lev Tolstoj, seguì “Il Circolo Pickwick” di Charles Dickens. Sin da subito ci accorgemmo dell’interesse degli ascoltatori, che cominciarono a seguirci con grande attenzione. Allora non esistevano ancora il portale di Rai Radio3 e i nostri podcast, così gli ascoltatori registravano autonomamente e abusivamente il programma e lo mettevano a disposizione in rete, organizzandosi per passarsi le puntate. Ci fu una partecipazione che non ci aspettavamo. A seguirci non erano solo le persone che non potevano muoversi o i non vedenti, ma tutti. Nel tempo il programma è cresciuto, anche grazie all’importante lavoro di Anna Antonelli, abbiamo cambiato collocazione nel palinsesto di Rai Radio3, fino a raggiungere l’orario attuale, le 17, all’interno di “Fahrenheit”. Nel tempo sono arrivati il sito, il nostro grandissimo archivio, la possibilità di ascoltare le puntate in rete e per un certo periodo di scaricarle. In un momento complesso e particolare come quello che stiamo vivendo, le letture “Ad Alta Voce” sono una grande risorsa della Rai. Le persone, stando a casa, hanno ancora più voglia di ascoltare.

Come scegliete i testi e gli attori che li interpretano? In vari modi. Se all’inizio presentavamo solo classici, che di certo non sono esauriti, nel tempo c’è stata sempre più un’apertura verso il Novecento, verso romanzi più recenti, privilegiando, salvo rare eccezioni, testi che non siano appena usciti. L’unica eccezione, in questo senso, è avvenuta quest’anno, con la lettura del vincitore del premio libro dell’anno di “Fahrenheit”, “Febbre” di Jonathan Bazzi, che è anche uno dei finalisti al Premio Strega.

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LUCA ARGENTERO

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Dottore sul set e presto papà

Protagonista di “DOC Nelle tue mani”, la serie di Rai Fiction che giovedì scorso, al debutto su Rai1, ha incollato davanti al teleschermo oltre X milioni di telespettatori, l’attore torinese racconta al RadiocorriereTv l’intensa esperienza umana e professionale: “fare il medico è qualcosa che ha più a che fare con l’eroismo che con la carriera o il denaro, i fatti drammatici di questi giorni lo testimoniano”. E ancora, sull’imminente paternità, afferma: “Sto per diventare padre, sono monotematico, penso solo a quello, a come gestire l’arrivo di un bebè”

A distanza di tre anni torna in televisione con una serie che parla di un medico, proprio nel momento in cui i medici sono in prima linea per affrontare un’emergenza globale. Come si è accostato al suo personaggio?

In modo molto diretto perché quella raccontata da “DOC” è una storia vera e il medico di cui stiamo parlando, Pierdante Piccioni, esiste, ha scritto un libro e oggi è davvero in prima linea nel centro nevralgico dell’emergenza Coronavirus nel nord Italia, tra Lodi e Codogno. Mi sono accostato al personaggio, che nella serie ha il nome di Andrea Fanti, prima attraverso il racconto personale di Pierdante, quindi con un po’ di preparazione tecnica, trascorrendo del tempo in un reparto d’ospedale, per capire come funziona l’attività.

Che consigli le ha dato il dottor Piccioni?

Nessun consiglio, è stato un narratore. In Andrea Fanti c’è l’esperienza personale di Pierdante Piccioni e ci sono delle sfumature, più sottili, legate al mio sentire la vicenda. Risvegliarsi dopo dodici anni di coma significa avere di fronte uno scenario che non riconosci più. Molto banalmente, in dodici anni il mondo cambia, stiamo vedendo come possa cambiare anche in pochi giorni.

Mi racconta che cosa ha provato, da osservatore, in reparto?

Ho avuto da subito la conferma di quel che pensavo, ossia che quella del medico non è solo una professione, ma una vocazione. Anche i fatti, drammatici, di queste settimane, ci raccontano come non si possa parlare di un lavoro: fare il medico è qualcosa che ha più a che fare con l’eroismo che con la carriera o il denaro. Nelle mie giornate in ospedale ho conosciuto persone che operano al di là della definizione stessa di professione, è una questione più complessa, che riguarda i medici e i pazienti, sono dinamiche emotive molto più belle e profonde. Mi auguro che i medici che vedranno “DOC” vivano la serie come un sincero omaggio, realizzato con estremo rispetto, a chi, come loro, si prodiga ogni giorno per il prossimo. Abbiamo cercato di rendere il racconto credibile, di non dare al telespettatore la sensazione di trovarsi in una fiction.

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PECHINO EXPRESS

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Non ci arrendiamo mai

Determinazione, carisma e ironia. Vera Gemma e Gennaro Lillio sono “I sopravvissuti”, la coppia uscita dal gioco alla sesta puntata del talent di Rai2

Da “I Guaglioni” e “Le figlie d’arte” sono nati “I sopravvissuti”, un mix esplosivo, una coppia agguerrita. Prima della partenza vi sareste mai aspettati un’evoluzione simile?

GENNARO: No, non avrei mai pensato che dopo l’eliminazione avrei fatto parte di una nuova coppia, con una donna che non conoscevo, tutto decisamente inaspettato.

VERA: Quando Asia (Argento) si è fatta male davo per scontato che sarei tornata a casa, gli autori invece mi hanno proposto di rimanere e Asia mi ha detto che, se non avessi continuato, mi avrebbe tolto il saluto. All’inizio mi sono messa a piangere e, nonostante mi atteggi a sex symbol, ho chiesto di non andare in coppia con un uomo, cosa che non mi è stata garantita…

GENNARO: Con un uomo no, ma con un superuomo sì…

VERA: Un uomo da perdere la testa, ho resistito con grande fatica grazie alla mia indiscussa professionalità (ridono a squarciagola).

Cosa vi ha spinto a partecipare a “Pechino”?

GENNARO: Sono entrato nel cast solo pochi giorni prima della partenza, venivo dal “Grande Fratello” e non ero prontissimo per affrontare un altro reality, ma mi sono lanciato in questa avventura, che mi ha portato grandi sorprese e tante cose belle, consapevole che raramente mi sarebbe più capitata una possibilità simile.

VERA: Non ho avuto scelta, ho ricevuto la telefonata di Asia che mi ha detto che dovevamo partire, che dovevo assolutamente andare con lei, che senza di me non avrebbe accettato. L’ho fatto principalmente per lei, poi le cose hanno avuto un’evoluzione diversa, chi l’avrebbe mai immaginato! (sorride). Sono stata ben felice di potere restare e di mostrare agli italiani la mia personalità, il mio modo di essere.

Questa esperienza vi ha cambiati?

VERA: No, rimango sempre la stessa. Non c’è fatto della vita che possa cambiare il mio modo di essere, posso capire delle cose, evolvermi, però resto me stessa sempre e comunque. Certo, il viaggio con “Pechino” mi ha resa, in questo momento, più nazional popolare. Vivevo abbastanza nascosta, l’attenzione delle persone nei miei confronti è una cosa nuova che mi fa compagnia, mi fa felice, mi dà calore umano, soprattutto in questo momento in cui tutti dobbiamo restare chiusi in casa.

GENNARO: A differenza di Vera, che ha viaggiato tanto, che ha vissuto anche in America, questo viaggio per me ha grande significato. È stato un’occasione importante che mi ha consentito di mettermi in discussione. Sono tornato a casa pensando alle tante persone incontrate lungo il tragitto che, pur essendo molto povere, dividevano con noi quel poco che avevano. Ecco, dovremmo farlo anche noi nella nostra quotidianità, tendendo la mano a chi ha bisogno d’aiuto.

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SIGFRIDO RANUCCI

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Torna Report, in prima linea dal territorio

Da lunedì 30 marzo in prima serata su Rai3 le inchieste della redazione guidata da Sigfrido Ranucci. “In periodo di emergenza cambia il format – afferma il giornalista – Con le squadre sul territorio saremo più vicini all’attualità, per fornire informazioni fresche, con il solo fine di cercare di evitare ulteriori errori che potrebbero essere fatali per un Paese già in ginocchio”

Cosa significa fare Servizio Pubblico in giorni così difficili?

La difficoltà del momento è data dagli spostamenti, dal rischio che stanno correndo i nostri inviati, che ringrazio per il loro coraggio, la loro generosità, la dedizione al Servizio Pubblico. È anche difficile, per un programma come “Report”, mantenere il proprio sguardo, quello d’inchiesta, in una situazione di questo tipo, in condizioni di emergenza. Si naviga a vista, ma nonostante tutto apriremo la stagione con una puntata alla “Report”, portando elementi di originalità, un nostro sguardo, delle chiavi di interpretazione, su perché siamo a questo punto. Rimettiamo in fila alcuni fatti, perché il programma continua a essere il romanzo dei fatti. Il messaggio sarà: restate a casa non solo perché ce lo dicono le Istituzioni, ma perché è l’unica cosa che possiamo fare per uscire da questa situazione, perché l’Italia non era e non è pronta ad affrontare una situazione emergenziale.

Come sta cambiando l’informazione in queste settimane?

Si ha l’impressione di essere al centro di un frullatore, di una maionese impazzita, dove l’unico appuntamento fisso è quello delle 18 con il macabro conteggio dei contagiati, dei guariti, delle persone decedute. Si vive come se si fosse sospesi nel tempo, con una clessidra di cui non conosci le dimensioni, una sensazione surreale. Sicuramente ne uscirà un Paese diverso da raccontare da quello che abbiamo lasciato, servirà del buon giornalismo per identificare le responsabilità. Io sono per l’unità, ma dovranno anche essere vagliate le incompetenze che hanno guardato più alla pancia che al concetto di bene comune, di prevenzione, non avendo la lungimiranza che la prevenzione, nella sanità, significa più Pil, più persone che stanno bene e che producono. L’amarezza più grande è che non siamo riusciti, come Paese e come mondo, a proteggere i più fragili.

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CESARE BOCCI

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Nella vita e nello spettacolo, con il cuore

Una lunga chiacchierata con Cesare Bocci, da venti anni l’amato Mimì del Commissario Montalbano, che al RadiocorriereTv confessa di provare un “grande vuoto” dopo la perdita di tre pilastri della serie: “Quando si spegne la macchina da presa restano le amicizie, persone che dopo tanti anni rincontro sempre con enorme piacere”

foto di Duccio Giordano

Tutto nasce dalle parole di uno scrittore, un uomo del Novecento, e dalla sua capacità di renderle sempre contemporanee…

La grande penna di Andrea Camilleri è riuscita a farci immedesimare nelle sue parole, rievocando atmosfere che forse oggi non esistono più. Grazie alla perfetta sinergia con il regista, “Il Commissario Montalbano” ha restituito al pubblico Vigata e i personaggi che lui aveva “solo” immaginato.

In poco tempo il maestro Camilleri, il regista Sironi e lo scenografo Ricceri ci hanno lasciato. Com’è stato portare avanti questo lavoro?

Confesso che la prima puntata non sono riuscito a vederla, fa ancora troppo male. Non mi sembra vero quello che è successo, è stato molto duro portare avanti le riprese. In questa famiglia sono improvvisamente mancati il papà, il nonno, lo zio. Stanno pian piano uscendo di scena coloro che Montalbano lo hanno pensato e realizzato. Camilleri lo ha scritto, Sironi con Ricceri lo hanno tradotto in immagini, hanno dato l’indirizzo a noi attori e lo hanno impresso nell’immaginario collettivo.

Viviamo giorni difficili, quanto bisogno abbiamo oggi di quelle atmosfere?

Tantissimo! I modelli narrati da Camilleri nelle storie di Montalbano sono quelli di uomini con valori molto solidi. Oggi più che mai abbiamo bisogno di uomini e donne veri, capaci di assumersi le proprie responsabilità, coerenti in quello in cui credono.

Un collega dietro la macchina da presa. Com’e andata?

È stato strano perché con Alberto c’era un rapporto simbiotico, capivamo al volo quello che voleva. Spesso gli attori hanno una visione personale di una scena e la quadra la trova sempre il regista. Quando hai un collega, che è anche regista, è più difficile, ma con Luca, un professionista straordinario, ci conosciamo da così tanti anni…

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MARTA FLAVI

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Voglio vivere il momento

foto di Ludovica Borzise

Il racconto dei sentimenti è il fil rouge della sua carriera. Il RadiocorriereTv intervista Marta Flavi, conduttrice della rubrica “Lui e lei” all’interno di “Unomattina in famiglia”, che al nostro giornale ricorda gli esordi su Rai1 con “Linea Verde”: “avevo le valigie sempre pronte, una con abiti estivi, l’altra con un vestiario invernale. Solo il giovedì sapevo da dove sarei andata in onda la domenica”. E sull’emergenza Coronavirus confida: “in questo momento orrendo abbiamo tempo per pensare a ciò che davvero conta, a quello che vogliamo veramente”

Una laurea in psicologia, una carriera ricca di soddisfazioni e successi. Che ricordi ha di Marta ragazza?

Da ragazza non avevo tanta voglia di studiare, i miei genitori mi costrinsero ad andare a imparare l’inglese negli Stati Uniti. Venni ospitata da una famiglia americana a Washington, il padrone di casa era uno degli avvocati di Carter, quando arrivai non parlavo una parola di quella lingua.

E come andò?

A distanza di quindici giorni capivo e parlavo l’inglese, fu un’esperienza importante e divertente. Washington era una città in cui la maggioranza degli abitanti era di colore, conobbi un mondo nuovo.

Che ruolo ha il viaggio nella sua vita?

Viaggio da sempre, mio padre ci portò in Malesia e in piena notte prendemmo parte a una battuta di pesca. Andammo in Birmania prima che la chiudessero e in Mongolia. Conosco bene l’Asia, l’Europa, spero di andare presto in Russia, sogno di visitare San Pietroburgo. E poi agli inizi della mia carriera alla Rai ho girato il mondo per “Linea Verde”.

Un’inviata molto speciale…

La trasmissione allora era condotta da Federico Fazzuoli. Avevo le valigie sempre pronte, una con abiti estivi, l’altra con un vestiario invernale. Solo il giovedì sapevo da dove sarei andata in onda la domenica. Potevo volare a New York per raccontare i giardini sui grattacieli, o in Andalusia per realizzare un servizio sui cavalli.

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LA CONCESSIONE DEL TELEFONO

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C’ERA UNA VOLTA VIGATA

foto di Paolo Ciriello

Dopo il successo di “La mossa del cavallo” e “La stagione della caccia”, l’immaginifico mondo nato dalla penna di Andrea Camilleri torna sul piccolo schermo con il film per la Tv diretto da Roan Johnson. In onda in prima serata su Rai1 lunedì 23 marzo. Nel cast Alessio Vassallo, Thomas Trabacchi, Federica De Cola e Corrado Fortuna

La collection “C’era una volta Vigata” si arricchisce di un nuovo capitolo. “La concessione del telefono”, tratto dall’omonimo romanzo storico di Andrea Camilleri (Sellerio Editore), riporta alla ribalta l’immaginaria cittadina, resa unica dalla fantasia del grande scrittore siciliano. “È la storia di tre piccole palle di neve (che nel film hanno la forma di tre lettere inviate da Pippo Genuardi al prefetto Marascianno) che, rotolando piano piano, diventeranno una valanga che travolgerà il nostro povero protagonista”, afferma il regista Roan Johnson che prosegue: “Il romanzo è un gioiello di ingegneria narrativa. Non solo per la struttura del libro così originale che alterna le “cose scritte” (lettere, documenti, articoli di giornale) con le “cose dette” (dialoghi secchi senza descrizioni). Ma anche perché la storia de ‘La concessione del telefono’è una sorta di bomba a orologeria nascosta sotto un tavolo, di cui il lettore e lo spettatore possono solo intuire la presenza. E anche gli stessi personaggi non ne sentono il ticchettio, che aumenta di scena in scena. Con il film abbiamo provato a rendere onore a questa originalità del libro”. Un libro e un film che “nonostante il tono brillante ed esilarante, sono un vero e proprio ‘j’accuse’sarcastico contro le storture e le contraddizioni della Sicilia e forse dell’Italia intera. Una commedia sulla stupidità umana (da quella istituzionale e burocratica, fino a quella sentimentale) e, al tempo stesso, una satira sociale e politica di incredibile attualità”. Il film Tv è una coproduzione Rai Fiction e Palomar.

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EDOARDO PESCE

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Ho cercato Alberto in me

foto di Antonio Di Paolo

E’ Sordi nel film diretto da Luca Manfredi, un omaggio affettuoso e sincero a un grande del cinema italiano. Attore trasformista, premiato con il David di Donatello per la sua interpretazione in “Dogman”, si racconta al RadiocorriereTV: “Provo a cambiare spesso pelle, mettermi alla prova con personaggi sempre diversi. È una bella sfida per me. Mi piacciono i ruoli oscuri, mi diverto perché cerco di dare loro un’anima”

Quale è stata la sua reazione alla chiamata del regista Luca Manfredi?

Quando mi è stato chiesto se avessi voluto partecipare a questo film, la prima domanda che ho rivolto a Luca è stata “va bene, ma Sordi chi lo fa?”. Il regista ha poi organizzato un provino che è durato ben otto ore, una vera giornata di set con trucco e tutto il resto. Abbiamo provato tre scene (quella su Stanlio e Onlio, una camminata con Federico Fellini, il momento della cacciata dalla Filodrammatica di Milano) che sono piaciute molto ad Eleonora Andreatta (direttrice di Rai Fiction). E così è iniziata questa avventura.

Cosa voleva il regista da lei?

Luca Manfredi voleva dare al film lo stesso taglio di “In arte Nino”, il bio-pic con Elio Germano che raccontava suo padre Nino in maniera intima. Voleva quindi realizzare un omaggio a uno dei più grandi attori italiani fatto in maniera evocativa, per raccontare al pubblico quella parte meno conosciuta e più legata alla vita privata di Alberto Sordi, ma anche gli inizi difficili della sua carriera, l’amicizia con Federico Fellini quando erano ancora sconosciuti. Si ripercorrono venti anni come se fossero un album di fotografie in movimento.

Tra queste fotografie ce n’è una che le è rimasta più nel cuore?

Ho studiato moltissimo, ho letto alcune biografie, ma alla fine ho pensato che fosse giusto partire dal Sordi che io conoscevo. Questo mi ha dato la possibilità di scoprire molto di lui, la sua storia d’amore con Andreina Pagnani, il fatto che a soli sedici anni, nel 1936, vinse il provino della MGM per doppiare l’inconfondibile voce di Oliver Hardy (il mitico Ollio del duo Stanlio e Ollio).

Per un romano cosa rappresenta Alberto Sordi?

La mia è una famiglia romana doc, la mia bisnonna, da parte di padre, era di via della Scrofa, apparteneva a quella romanità antica, popolana alla Paolo Stoppa, Aldo Fabrizi e Anna Magnani. Ho conosciuto il romanesco, e non il romanaccio, quello a cui apparteneva lo stesso Sordi con la sua parlata “nobile”. Come tutti i vecchi romani, Roma era il suo amore viscerale. Questo modo di esprimerci oggi lo abbiamo un po’ perso, così come anche quell’atteggiamento sornione e cinico, la capacità di scherzare sempre su tutto, conservando un gran cuore, però, alla Sordi. 

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GIOVANNA BOTTERI

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Dopo l’emergenza saremo forse migliori

Il RadiocorriereTv intervista Giovanna Botteri, corrispondente Rai da Pechino nei difficili giorni del Coronavirus: “in questi momenti recuperi il senso di quello che fai, di lavorare per un’azienda pubblica, del tuo dovere morale di raccontare, di cercare di spiegare il più possibile”

La stessa epidemia, due mondi distanti, la Cina e l’Europa. Come vedi, da Pechino, l’emergenza Coronavirus in Italia?

Speriamo di uscirne fuori tutti, perché o ne usciamo fuori tutti o non ne esce nessuno. La verità è che fino a quando continua a circolare il Coronavirus nel mondo, nessuno, da nessuna parte del Pianeta, potrà riprendere la sua vita normale. Adesso in Cina non ci sono più contagi, ma ci sono i contagi che avvengono fuori dalla Cina, è una battaglia da fare tutti assieme, cosa che Pechino e l’Italia hanno capito per primi. I Paesi che hanno pensato che non sarebbe capitato a loro, che sarebbero stati risparmiati da questa terribile sofferenza, come dice l’Oms, hanno fatto un peccato mortale, bruciando  tempo prezioso.

Quando hai avuto la percezione della gravità dell’emergenza?

Quando tutto è scoppiato, quando a noi che eravamo in Cina il presidente Xi Jinping ha detto che il Paese era in guerra, per cui improvvisamente le città si sono svuotate, tutto è stato chiuso e la gente si è barricata in casa C’è stata grande paura per un nemico che tu sapevi essere terribile, ma non sapevi da dove potesse venire, dove potesse nascondersi. In quel momento c’era la sensazione che stesse arrivando qualcosa di drammatico, mentre in Europa c’è stata una lunga fase in cui molti hanno pensato che l’emergenza non sarebbe mai arrivata tanto lontano, che era qualcosa che colpiva solo la Cina. È stato difficile avvertire che il pericolo stava montando e sentire dall’altra parte quasi una sottovalutazione.

Ogni giorno racconti la Cina (e tutta l’Asia) agli italiani, una grande responsabilità. Più stanca o più fiera del tuo ruolo?

C’è forte pressione, ci sono stanchezza e paura di ammalarsi, di restare infettati. Credo comunque che in questi momenti recuperi il senso di quello che fai, di lavorare per un’azienda pubblica, del tuo dovere morale di raccontare, di cercare di spiegare il più possibile.

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PECHINO EXPRESS

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Siamo i ragazzi della porta accanto

Il RadiocorriereTv intervista Fabrizio e Valerio Salvatori, gli #inseparabili del programma di Rai2 condotto da Costantino della Gherardesca. “Chi ci ha seguito, ci ha visti per ciò che siamo nella vita di tutti i giorni – affermano – giovani con lo zaino in spalla, come quando siamo partiti da Pescara per andare a cercare occasioni di lavoro a Milano”

La vostra avventura a Pechino Express è finita alla quarta puntata alle porte della Cina. Risultato a parte, com’è andata?

FABRIZIO: L’avventura è stata bellissima da un punto di vista umano, ci siamo rafforzati come fratelli gemelli e come coppia in ambito lavorativo. Abbiamo anche rinvigorito ulteriormente l’energia positiva che ci contraddistingue, che è poi la nostra linfa primaria. A Pechino si è vista ed è risultata fondamentale in situazioni in cui qualcuno avrebbe mollato.

Non vi arrendete con facilità…

VALERIO: Siamo due che non mollano, è stato il nostro motto sin da prima della partenza. Chi ci ha seguito a “Pechino Express”, ci ha visti per ciò che siamo nella vita di tutti i giorni, ragazzi con lo zaino in spalla, come quando siamo partiti da Pescara, dove studiavamo economia, per andare a cercare occasioni di lavoro a Milano. C’è chi ha il sogno americano, noi avevamo il sogno milanese, tanta voglia di fare esperienze, di crescere. Prendevamo il treno nella notte, ci è capitato di dormire in stazione, cercavamo lavoro e di corsa si tornava a Pescara per fare un esame all’università. Abbiamo sempre voglia di metterci in gioco, anche in gara, nonostante fossimo spesso tra gli ultimi, si recuperava.

Eravate già stati in Oriente?

FABRIZIO: Abbiamo sempre viaggiato molto, prima con i nostri genitori, poi da soli, conosciamo bene l’Europa, siamo stati anche in Canada, in Tunisia, ma mai in Oriente. Eravamo emozionati al pensiero di andare in quella parte del mondo, era un sogno nel cassetto.

Quale emozione avete provato quando siete sbarcati in Thailandia?

VALERIO: C’era tanta adrenalina, per noi è stato un banco di prova, una grande opportunità ed eravamo pronti a dare il massimo.

FABRIZIO: C’era anche un po’ di paura, il gioco riservava tante incognite. “Pechino Express” è un programma imprevedibile, dai passaggi agli alloggi, alla sopravvivenza.

Siete abituati ad adattarvi alle situazioni difficili?

FABRIZIO: Siamo ragazzi acqua e sapone, facciamo una vita semplice. Abbiamo vissuto la vita degli studenti universitari, senza troppi agi (sorridono).

Il momento più difficile e quello più divertente…

VALERIO: La notte trascorsa nella tenda per strada, abbiamo anche pianto. Venivamo da una giornata complessa, i passaggi non ci erano andati proprio bene, eravamo stanchi e affamati, ma è stato anche il momento in cui è emersa la nostra forza. Ho capito che mio fratello è tutto per me.

FABRIZIO: A divertirci erano invece i nostri tentativi di trovare un passaggio, tentavamo di fare breccia sulle ragazze thailandesi. Il nostro look, che in Italia e in Europa funziona bene, là non faceva proprio colpo. 

Credete che il vostro aspetto, forse un po’ inusuale, vi abbia penalizzato?

FABRIZIO: In alcune situazioni sì. I thailandesi sono molto ospitali ma anche molto timidi, il nostro look li poteva un po’ destabilizzare. Due ragazzi uguali, capello rosso, barba alla Robinson Crusoe… Quando poi capivano che avevano  di fronte due bravi ragazzi, la diffidenza passava.

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