Le sirene guidate dall’affascinante Ryn tornano in prima visione assoluta dal 9 marzo ogni lunedì in prima serata
L’attesa seconda serie arriva dopo il successo
della prima stagione che, trasmessa lo scorso autunno, ha totalizzato una media
di 1,68 per cento di share, con un sorprendente picco di 720.098 ascoltatori
per il 2,96 per cento. Creata e prodotta da Eric Wald e Dean White, “Siren”
racconta le avventure degli abitanti della cittadina costiera di Bristol Cove,
scossi dall’arrivo di Ryn, giovane donna dal passato misterioso alla ricerca
della sorella Donna, che è stata rapita dall’esercito locale. I biologi marini
Ben e Maddie scoprono che Ryn e la sorella in realtà sono sirene e aiutano la
donna a venire a capo della vicenda. Nella seconda stagione, il numero di
creature marine si moltiplica, Ben e Maddie cercano di ristabilire un contatto
con Ryn in seguito agli eventi catastrofici che chiudevano la prima stagione ed
Helen scopre un insospettabile lato oscuro che metterà in discussione il
passato di Bristol Cove.
Il RadiocorriereTv intervista Cristiana Capotondi, protagonista di “Bella da Morire”, la domenica su Rai1 in prima serata
Donna e
poliziotto, Cristiana ci racconta la sua esperienza “in divisa”?
Non ho avuto molte occasioni per indossare la divisa
sul set, ma Eva è sicuramente una donna con la pistola e con il tesserino da
poliziotta a portata di mano. Qualcuno l’ha definita “non troppo professionale”
ma, se è vero che prende tutto molto sul personale e non mette in campo quel
distacco utile alle indagini, ha un pathos molto forte perché si occupa di femminicidio.
Si intuisce che queste storie la toccano da dentro. In alcuni casi, muovendosi
in maniera molto goffa, diretta e ideologica commette degli errori. La serie
non è solo il racconto di un’indagine per scoprire chi ha ucciso Gioia, ma anche
la storia di una ispettrice di polizia e della sua emancipazione dalle proprie
fragilità, dalle rigidità ideologiche. Nella sua ricerca della verità Eva indaga
anche all’interno di se stessa per scardinare dei punti che la fanno
soffrire.
Cosa c’è dietro il titolo “Bella da
morire”?
È chiaramente una provocazione che prende spunto dalla
storia di una ragazza che vuole diventare attrice, soubrette e durante il
proprio percorso artistico viene uccisa. Anche se si scoprirà poi che le
dinamiche che hanno condotto alla morte la donna non hanno niente a che fare
con la sua aspirazione artistica, “Bella da morire” vuole richiamare l’attenzione
sul concetto di corpo e di come la società ha considerato quello femminile fino
ad oggi. In questo, per esempio, ci vengono in aiuto le calciatrici che
raccontano l’utilizzo del proprio corpo senza il “ricorso” alla seduzione, ma per
il gioco e il piacere del gioco.
Come ha
costruito il suo personaggio? Cosa troviamo di lei in Eva?
Condivido con Eva quella severità interiore di punto
di pretesa nei confronti di se stessi, la determinazione, la capacità di
cambiare quando capisco di aver sbagliato. Mi allontana da lei il suo essere
troppo maschile, “ossessivo” nelle azioni, e soprattutto quell’aggressività nel
rapporto con i compagni di lavoro. In un mondo prevalentemente maschile anche
Eva si comporta da maschio, una dimensione che le donne dovrebbero imparare a
cambiare. Il valore di una donna in un posto di lavoro oggi è proprio la sua
femminilità.
Nelle sale il film che racconta la vita di Antonio Ligabue, uno dei più importanti artisti del ’900. Diretto da Giorgio Diritti ed interpretato da Elio Germano, il biopic, in concorso al 70° Festival del Cinema di Berlino, è prodotto da Rai Cinema e Palomar
E’ uscito delle sale italiane “Volevo Nascondermi”, il film diretto da Giorgio Diritti che racconta la vita di Antonio Ligabue, uno dei protagonisti dell’arte contemporanea internazionale. Il biopic, interpretato nel ruolo del protagonista da Elio Germano, è stato presentato in concorso al 70° Festival Internazionale del Cinema di Berlino. Sin da bambino Antonio Ligabue trova nella pittura il suo personale riscatto al senso di solitudine e di emarginazione. Figlio di un’emigrante italiana e di un padre ignoto, nasce a Zurigo nel 1899. Abbandonato in un orfanotrofio, viene dato in affidamento a un’anziana coppia del posto. Dopo aver trascorso un’infanzia e un’adolescenza difficili, caratterizzate anche da ricoveri in istituti rieducativi e manicomi dove per altro gli viene riconosciuta una grande abilità nel disegno, è espulso dalla Svizzera “per i continui atteggiamenti turbolenti nei confronti della famiglia e della comunità”. Vive per anni in una capanna nei boschi lungo il fiume Po e proprio qui incontra lo scultore Renato Marino Mazzacurati.
Nelle sale il film che racconta la vita di Antonio Ligabue, uno dei più importanti artisti del ’900. Diretto da Giorgio Diritti ed interpretato da Elio Germano, il biopic, in concorso al 70° Festival del Cinema di Berlino, è prodotto da Rai Cinema e Palomar
E’
uscito delle sale italiane “Volevo Nascondermi”, il film diretto da Giorgio
Diritti che racconta la vita di Antonio Ligabue, uno dei protagonisti dell’arte
contemporanea internazionale. Il biopic, interpretato nel ruolo del
protagonista da Elio Germano, è stato presentato in concorso al 70° Festival
Internazionale del Cinema di Berlino. Sin da bambino Antonio Ligabue trova
nella pittura il suo personale riscatto al senso di solitudine e di
emarginazione. Figlio di un’emigrante italiana e di un padre ignoto, nasce a
Zurigo nel 1899. Abbandonato in un orfanotrofio, viene dato in affidamento a
un’anziana coppia del posto. Dopo aver trascorso un’infanzia e un’adolescenza
difficili, caratterizzate anche da ricoveri in istituti rieducativi e manicomi
dove per altro gli viene riconosciuta una grande abilità nel disegno, è espulso
dalla Svizzera “per i continui atteggiamenti turbolenti nei confronti della
famiglia e della comunità”. Vive per anni in una capanna nei boschi lungo il
fiume Po e proprio qui incontra lo scultore Renato Marino Mazzacurati.
A distanza di tre anni da “Magellano” e reduce dal secondo posto al Festival, il cantautore toscano ha pubblicato “Viceversa” (BMG), quarto album da studio, un inno alla condivisione e all’abbandono dell’individualismo. “Ogni brano diventa l’occasione per mettersi in discussione e decifrare il proprio equilibrio all’interno della società – afferma – Chi sono io? Come mi vedono gli altri? Un’osservazione che prima è interiore, poi si rivolge verso la collettività. O viceversa”. L’8 ottobre Gabbani sarà protagonista di un concerto all’Arena di Verona
Secondo posto a Sanremo, prima
del Festival sperava nel podio o è stata una sorpresa?
È stata una piacevole sorpresa,
sono molto felice del risultato e dell’affetto ricevuto. Sono tornato con un
brano più intimista e il fatto che sia stato recepito in questo modo e che
tante persone mi abbiano votato e lo abbiano apprezzato, è per me un risultato
molto bello. Non sapevo quale sarebbe stata la reazione della gente e invece “Viceversa”
è stato accolto con grande entusiasmo e ciò mi dà molta gioia.
Al pubblico di Sanremo lei piace,
le giurie e i telespettatori del Festival la premiano. Dove nasce questo
feeling?
Io cerco sempre di essere sincero
e di salire sul palco mostrandomi per quello che sono, in modo spontaneo, e
penso sia questo che arrivi alle persone.
Ha affermato che il brano
“Viceversa” è anche una strada per capire qualcosa di sé. Chi è Francesco oggi?
Questo album è frutto di un
percorso mio personale. Dopo il successo del 2017 ho capito che per me era
importante continuare il mio percorso di analisi personale che si è declinata
nelle canzoni dell’album. Una ricerca nel tentativo di interpretare il rapporto
tra l’individuo e la collettività, tra chi sono e come mi vedono gli altri.
L’attore calabrese interpreta il mafioso Enzo Brusca ne “Il cacciatore”, la cui seconda stagione è in onda il mercoledì in prima serata su Rai2. “Non ho fretta di bruciare le tappe – afferma – certo, mi piacerebbe un giorno avere un ruolo da protagonista per fare uscire il lato divertente che c’è in me”
Da “Lo spietato” al cinema a “Il cacciatore”
in televisione, nel ruolo del cattivo lei funziona molto bene…
Questo mi fa piacere, significa che la
ricerca funziona. Non ho i lineamenti da cattivo, sono forse il bravo ragazzo
della porta accanto, quindi si lavora per contrasto. È giusto che
approfondisca l’essere umano in tutte le sue sfaccettature, il contrasto
enfatizza ancora di più il personaggio negativo. Per mia natura, e per ciò che
ho fatto a teatro, mi sento più vicino alla linea della commedia, è comunque
molto interessante il confronto con registri diversi di recitazione. Ne “Lo
spietato”, una sorta di gangster comedy, ho interpretato il personaggio Slim
con grande autoironia, gli ho dato una forma quasi grottesca.
Come si è avvicinato al personaggio di Enzo Brusca?
Abbiamo
fatto uno studio legato ai fatti, agli accadimenti, alle testimonianze del
processo. L’impianto della serie è reale, si basa su fatti accaduti, raccontati
anche dal libro di Alfonso Sabella, e poi c’è una parte romanzata. Nella prima
stagione abbiamo lavorato su un Enzo Brusca che si sente sottovalutato dal fratello,
un giovane uomo che si trova dentro a una gabbia che lo opprime.
Il RadiocorriereTv intervista il cantautore vincitore del 70esimo Festival di Sanremo con il brano “Fai rumore”, contenuto nell’album “Che vita meravigliosa” (Carosello Records) uscito il 14 febbraio: “Sono riuscito a raccontare la mia intimità, a condurre nel profondo della mia anima chiunque mi ascoltasse”
foto di Giuseppe Gradella
La sua
esibizione ha fatto un bel rumore sul palco dell’Ariston, soddisfatto?
Non mi aspettavo tutto questo
rumore, eppure non potrei essere più felice. Devo ammettere che mi sono sentito
accolto con un grande calore fin dal primo giorno, ancora prima di salire sul
palco dell’Ariston. Ricevere, poi, tutti questi premi e questo
apprezzamento mi riempie il cuore di gioia. Ho
partecipato al Festival senza grandi aspettative, ciò che mi interessava era
portare il mio vissuto, comunicare la mia interiorità nella maniera più
autentica e sincera possibile. E forse è stato proprio questo ad avermi
premiato: credo che quando ci si mette totalmente a nudo ci si connette
umanamente con l’altro.
Cosa succede
nella vita di un cantautore che vince Sanremo?
Il palco di Sanremo è un
grandissimo amplificatore, partecipare, e ancor di più vincerlo, sicuramente
influisce sulla quotidianità. Ed è giusto godersi tutti i cambiamenti in atto,
le gioie, il successo, ma è importante, allo stesso tempo, rimanere se
stessi.
Lei non è nuovo al Festival. Cosa
le ha consentito, questa volta, di conquistare pubblico e critica?
Esattamente è stata la mia terza volta
sul palco dell’Ariston. Come ho già detto nell’arco della mia carriera ho
sempre ottenuto ciò che meritavo. In passato mi esponevo fino a un certo punto
e ancora non ero riuscito ad abbattere quel “muro dell’incomunicabilità” e a
colmare quei vuoti che mi divoravano lo stomaco. Se oggi, anche grazie a
Sanremo, la gente si è avvicinata a me, è perché io stesso glielo ho permesso.
Sono riuscito a raccontare la mia intimità, a condurre nel profondo della mia
anima chiunque mi ascoltasse. Se riesci ad essere sincero con te stesso
probabilmente quella emotività arriva anche a chi ti ascolta.
Da Aosta a Taranto passando per
la Svezia. Quanto la sua vita ha contaminato e contamina la sua musica?
Credo che ogni minima esperienza,
ogni persona che incontriamo, ogni luogo in cui andiamo, ogni viaggio lasci una
traccia dentro di noi, talvolta anche in maniera inconscia per poi
ripresentarsi inaspettatamente. E tutti questi vissuti si mescolano tra di loro
e forgiano la tua identità. Taranto, che è quella che sento più casa mia, mi ha
sicuramente dato una grande spinta a fare rumore e allo stesso tempo a
stimolare gli altri a farlo. Il brano che ho portato a Sanremo è anche una
dedica a Taranto e alla situazione insostenibile che sta vivendo, per aiutarla
a farsi sentire, a fare rumore.
Il suo brano è un invito a
fermarsi a riflettere, a essere se stessi. Come e quando ha raggiunto questo
obiettivo?
Non credo ci sia un momento
particolare in cui ho capito di averlo raggiunto, piuttosto credo che questa
consapevolezza si sia affermata progressivamente nel corso della mia carriera
artistica, anche dopo numerose delusioni e sofferenze. Sono soprattutto queste
che ci permettono di fermarci a riflettere sugli errori, su quello che è stato
per affrontare al meglio quello che sarà. Oggi, e ancora di più grazie a
Sanremo, credo di avere acquistato quella maturità necessaria a capire che
anche dai dolori possono nascere grandi cose. Il mio album “Che Vita Meravigliosa”
si chiama così non perché la vita è tutta rose e fiori, ma è meravigliosa
proprio per i suoi saliscendi, per i suoi continui cambi di direzione e le
belle opportunità che nascono proprio dagli stessi errori.
Da mercoledì 19 febbraio su Rai 2 quattro prime serate per proseguire il racconto liberamente ispirato dal libro autobiografico“Cacciatore di mafiosi” scritto dal magistrato Alfonso Sabella.
Torna su Rai 2, da mercoledì 19 febbraio, una delle serie più potenti e innovative: il Cacciatore. Quattro prime serate, liberamente tratte dal libro “Cacciatore di mafiosi” scritto da Alfonso Sabella, già sostituto procuratore del pool antimafia di Palermo, che partendo da fatti veri, ripercorrono gli anni cruciali della lotta dello Stato contro mafia. Francesco Montanari interpreta Saverio Barone, entrato a far parte dell’antimafia di Palermo nel 1993, lo stesso giorno in cui il dodicenne Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito, viene rapito dai Corleonesi. E’ un personaggio animato da un grande desiderio di giustizia, ma anche estremamente ambizioso e motivato dalla volontà di liberare quel bambino, simbolo della ferocia che caratterizza Cosa Nostra, e di farla pagare ai boss. La seconda stagione, che riprende esattamente da dove si era interrotta la prima, racconta la sfida tra Barone e il boss Giovanni Brusca, capo mafioso responsabile del rapimento e della segregazione del piccolo Di Matteo. Cacciatori e prede si fronteggiano in uno scontro spietato, durante il quale vengono messe in evidenza le vite degli uomini che, nel bene e nel male, hanno scritto una pagina indimenticabile della storia italiana. Da una parte gli uomini di giustizia, costretti a vivere all’ombra del pericolo, mentre cercano di preservare un barlume di umanità e proteggere le persone che amano. Dall’altra i boss, le belve in fuga, ferite ma capaci di rispondere alle minacce con una violenza implacabile. Altro aspetto fondamentale di questa seconda stagione è l’evoluzione che la mafia sta vivendo in quegli anni: a quella corleonese guidata da Brusca, lo “Scannacristiani”, si contrappone quella della “sommersione”. Anche Bernardo Provenzano è nato a Corleone, ma vuole una mafia diversa, che non spara più, che non fa rumore, che non combatte lo Stato con le bombe, ma che si rende invisibile e silenziosa e si annida anche nelle Istituzioni. E’ la nuova “mafia dei colletti bianchi” che punta a prendersi tutto e di fronte alla quale anche la lotta dello Stato deve cambiare ed adattarsi. “La Sicilia – spiega il regista Davide Marengo – diventa una terra di frontiera contesa tra forze contrastanti, dove personaggi crepuscolari si affrontano consci che solo chi è in grado di adattarsi ai cambiamenti del tempo resterà in piedi, mentre gli altri verranno catturati o cadranno in battaglia”. “Il Cacciatore è uno dei prodotti – ha sottolineato Eleonora Andreatta, direttore di Rai Fiction – più ambiziosi e di altissima qualità che sono stato realizzati.
Il RadiocorriereTv incontra il vincitore delle Nuove Proposte della 70esima edizione del Festival della Canzone Italiana. Il giovane cantautore romano ha conquistato il pubblico con il brano “Vai bene così”: “Dobbiamo imparare che la sconfitta non è cadere, chiedere scusa e ripartire, ma l’ossessione della vittoria”
Leo, chiuda gli occhi un istante e riviva gli ultimi
mesi…
È stata un’esperienza
incredibile, tutto inaspettato. Ho dato il massimo in ogni esibizione e non avrei
mai creduto di arrivare in finale, tantomeno di vincere. Mi sono divertito, non
sono una persona competitiva, ho semplicemente portato il mio messaggio molto
sincero. Forse, alla fine, è stato proprio questo a essere premiato. La canzone
“Vai bene così” l’avevo scritta in un momento particolare, nel quale avevo
bisogno di sentirmi dire quelle parole, poi ho pensato di condividerle con
altre persone. Dobbiamo imparare che la sconfitta non è cadere, chiedere scusa
e ripartire, ma l’ossessione della vittoria
Sanremo
giovani, le selezioni, l’amicizia con i suoi compagni d’avventura. Cosa le ha
lasciato questo percorso?
Sicuramente
mi ha regalato autostima e fiducia in ciò che faccio, mi ha dato molta
motivazione, facendomi capire che il duro lavoro e la sincerità premiano. Sono
felice di avere fatto questo percorso con Matteo Costanzo, un grande amico con
il quale scriviamo la musica, una persona sincera come me, anche lui aveva
bisogno di rivalsa. Sono onorato anche del lavoro di tutto il mio team.
Musicalmente a chi si ispira?
Ammiro
moltissimo il cantautorato italiano, apprezzo chiunque scriva nella nostra
splendida lingua e riesca a comunicare emozioni. Le parole italiane sono molto
più difficili da incastrare nella musica in modo originale, è una lingua
complessa. Mi appassionano poi le sonorità inglesi e americane. Nei miei brani
c’è anche quel suono più internazionale.
Ci sono artisti che sente più vicini?
In
Italia Brunori Sas, Jovanotti, tra gli storici Lucio Dalla, Ivano Fossati,
Francesco De Gregori, Edoardo Bennato, Vasco Rossi, sono tutti artisti dei
quali mi sono sempre nutrito. I loro testi rimangono nella storia della
canzone, sono impegnati, il loro è un linguaggio ricercato che viene sempre dal
cuore. In campo internazionale penso agli Oasis, ai Coldplay, agli Imagine
Dragons, Ben Howard, ci sono artisti che sono incredibili. Penso che la qualità
della musica sia elemento essenziale. Mi piacerebbe essere ricordato, un giorno,
come un artista che fa buona musica, che sa quello che fa.
L’attore siciliano, nel cast sin dalla prima stagione, si racconta al RadiocorriereTv: “La serie mescola il nero, il rosa, la commedia, il giallo, è un cocktail per tutta la famiglia, senza violenza, un prodotto pulito e sincero”
Frassica, vent’anni di Don Matteo, quando iniziò
questa avventura pensava che avrebbe avuto tanto successo?
Assolutamente no. La serie era già pronta da
un anno e non si sapeva quando sarebbe andata in onda, cosa che di solito
succede quando c’è qualche indecisione. Una volta trasmessa ha spaccato, è
stata subito un successo.
Come si è evoluto il
suo personaggio nel corso degli anni?
È cresciuto insieme a me. Prima era più
arzillo, poi pian piano le figlie sono diventate grandi, si sono sposate, quindi
è diventato nonno, poi vedovo. La sua è la vita di un uomo comune, Nino
Cecchini è un uomo di oggi con tutti i pregi e i difetti. È un uomo di
provincia, è caldo, sa stare in mezzo alla gente, è molto sociale.
Lei, Nino, cosa si
porta dietro della sua provincia?
Penso di portarmi tutto. La provincia la
conosco, così come conosco i miei paesani. A volte, anche non accorgendomene,
imito qualcuno, qualche atteggiamento di persone del mio paese. Immagazzino tutto
quello che vedo, lo teatralizzo, prima o poi esce in una battuta.
Quanto si
assomigliano Nino Cecchini e Nino Frassica?
Sono stato io a farlo assomigliare a me, in
modo che fosse più facile recitarlo. Ho fatto sì che si comporti come mi
comporto io.
Dopo tanti anni come
vive il set di “Don Matteo”?
È come andare a scuola. Si lavora per mesi e
poi ci sono le vacanze che ti consentono di fare altro, passa un po’ di tempo e
ci si ritrova per la nuova stagione. È stancante ma piacevole, quella è la mia
classe, con il capoclasse e i maestri.
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