LE STELLE DI BALLANDO

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Ballo con disciplina, ironia e un po’ di fucsia

 

 Torna in tv con il sorriso e la leggerezza che l’hanno sempre contraddistinto, ma con una nuova sfida: “Ballando con le Stelle”. Dietro il volto della Signora Coriandoli, Maurizio Ferrini porta in pista non solo un personaggio iconico, ma una visione personale della vita, dell’arte, e del cambiamento. Ecco cosa ci ha raccontato

TESTO:

Cosa l’ha spinta a tornare in televisione con un progetto così diverso e impegnativo come “Ballando con le Stelle”?

Il divertimento. Io da giovane ballavo molto, ero appassionato. Ora sono decisamente fuori forma, ma proprio questo rende la sfida ancora più interessante. È molto difficile, lo ammetto, ma altrettanto divertente. E quando mi diverto, do tutto.

La Signora Emma Coriandoli è un personaggio amatissimo e iconico: come si è preparato per portarla in pista?

Mi sono preparato… facendo finta di esserlo! (ride) No, davvero, è molto più difficile di quanto sembri. Anche se i maestri cercano di semplificare, ci sono ritmi veloci, tempi stretti, movimenti precisi. Faccio del mio meglio. E la Coriandoli fa il resto!

Come concilia la comicità surreale della Signora Coriandoli con la disciplina e la tecnica della danza sportiva?

Nella vita ho ottenuto ogni risultato grazie alla disciplina. Un attore senza disciplina non impara niente. Io credo nello studio, nel rigore. Anche la comicità più folle si costruisce con ordine, concentrazione e tanto lavoro. Sempre.

Come ha gestito gli allenamenti e l’impegno fisico?

All’inizio mi sedevo ogni tre minuti! Adesso no. Grazie a Simone Di Pasquale, che è un insegnante straordinario, ho avuto tanti miglioramenti in poco tempo. Mi impegno, seguo le direttive, non mi ribello. Almeno, ci provo! Dovrei fare di più, ma sono felice così.

Nel corso degli anni ha spesso reinventato la sua immagine…

Il cambiamento è il mio alleato. Per me il nemico è il lavoro fisso. Ho cambiato casa ogni due anni, da sempre. Sono come una Rolling Stone — “una pietra che rotola non raccoglie muschio” — e questo mi tiene vivo. Conosco cinque lingue, viaggio, studio, sono sempre curioso. È questo il mio motore.

Il pubblico la conosce anche per la sua sincerità e sensibilità, oltre che per il talento comico: quanto è importante per lei mostrare anche questo lato di sé in televisione?

La TV è trasparente, non puoi fingere. E quando accetti il gioco, come in “Ballando”, devi sapere che riceverai critiche, voti bassi, giudizi. Ma siamo professionisti. Non possiamo rispondere con rabbia o offese. Alcune reazioni che vedo nei miei colleghi, sinceramente, mi imbarazzano. Io preferisco rimanere sereno.

Quali emozioni ha provato la prima volta che si è ritrovato a ballare con Simone Di Pasquale? C’è stato un momento che l’ha colpita particolarmente?

Simone è bravissimo, severo il giusto, e mi insegna con pazienza. All’inizio ero un disastro, mi sedevo spesso, ma ora non mollo più. Ho visto dei miglioramenti e questo mi rende felice. Il merito è anche suo.

Il personaggio di Emma Coriandoli rappresenta la donna italiana di una certa epoca e realtà sociale: secondo lei, qual è il messaggio più attuale che questa figura può ancora trasmettere oggi?

Ballare. Le donne devono tornare a ballare. E devono trascinare anche gli uomini, che spesso restano indietro. Gli uomini sono il lato pigro, conservatore. Ballare fa bene alla testa e al cuore. È una disciplina che apre la mente.

Guardando al futuro, cosa le piacerebbe affrontare dopo questa esperienza?

Intanto personalmente vorrei andare in barca a vela, anche se ha molte controindicazioni! (ride) Ma più di tutto, vorrei continuare a ballare anche dopo “Ballando”. Non cinque volte a settimana, certo, ma andare a scuola di ballo sì. Lo consiglio a tutti. I ballerini sono persone piene di vitalità e semplicità. Gente vera. E poi, senza disciplina, non si ottiene nulla.

Nel suo libro “La signora Coriandoli, una donna in fucsia”, il colore diventa quasi un personaggio. Cosa rappresenta per lei il fucsia, e cosa racconta davvero di lei?

Il fucsia è ironico. È il colore di un giallo, dove in realtà la Coriandoli è sia l’investigatrice che la colpevole. È un gioco, senza pretese. Un piccolo divertimento, una strizzata d’occhio. Un libro che racconta un mondo tutto suo e un po’ mio.

Geppi Cucciari

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Splendida Cornice

 

Con il suo stile ironico, intelligente e inimitabile, Geppi Cucciari, torna a illuminare il palinsesto di Rai 3 con il programma di Rai Cultura. Dal 16 ottobre in prima serata

 

 

Quando l’intrattenimento culturale incontra evasione, divulgazione e satira. Da giovedì 16 ottobre Geppi Cucciari torna in prima serata su Rai 3 con “Splendida Cornice”, per ospitare artisti del mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo e volti meno noti per racconti e conversazioni illuminanti su tanti argomenti diversi con l’obiettivo sempre chiaro di divertirsi e divertire. Il pubblico in studio è formato da spettatori attivi che si sono autocertificati nelle diverse tipologie di italiani: anziani da bar, protagonisti, donne doppio ruolo. Caselle di marketing che diventano persone vere, curiose, pronte a interfacciarsi con i competenti, quattro cattedratici di grande professionalità alle prese con quesiti spesso improbabili, tra i quali spiccano il femminismo dell’irresistibile Amalia Ercoli Finzi, la prima ingegnera aero-spaziale italiana e l’acume del professor Giuseppe Antonelli, il più autorevole linguista. Autoradio della trasmissione e accompagnamento di livello per le performance dal vivo, torna anche la band di Nicola “Ballo” Balestri, il bassista storico di Cesare Cremonini e fondatore dei Lùnapop. Nella prima puntata, Woody Allen racconterà il suo nuovo romanzo “Che succede a Baum? “, mentre Carla Signoris, Brenda Lodigiani e Gianna Serra omaggeranno il talento comico e creativo di Stefano Benni. Previsto anche un omaggio alla Scala del Calcio, San Siro, prima del suo abbattimento e un occhio attento sull’attualità, a cominciare dalla situazione a Gaza.

Giulio Scarpati

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Le Stanze di Verdi

 

Un viaggio cinematografico tra musica, storia e curiosità. Road movie alla scoperta di un Giuseppe Verdi inedito: agronomo, filantropo e patriota. Dal 6 ottobre al cinema, il film mescola docufilm e fiction, tra melodie verdiane, i luoghi storici di Busseto, le Roncole e Milano, e racconta il Maestro in una prospettiva emozionante e coinvolgente

 

Com’è nata la tua partecipazione a questo progetto e che cosa l’ha colpita di più durante le riprese?

Avevo lavorato tanti anni fa in un bellissimo film con Giorgio Leopardi, “La casa bruciata”, con le musiche di Ennio Morricone. Era la storia di un prete comboniano che difendeva gli indios, e che poi è stato ucciso. Il film era ispirato a quella vicenda, con la regia di Massimo Spano. Conoscevo il produttore e mi ha proposto questa nuova idea che mi ha un po’ spiazzato: un docufilm in cui dovevo interpretare me stesso, in una sorta di road movie nel Piacentino, fino a Busseto, le Roncole e Milano, attraversando i luoghi verdiani. Mi incuriosiva l’idea di essere allo stesso tempo spettatore e narratore della storia. Amo la musica e l’opera, quindi ero già avvantaggiato e subito attratto dal progetto.

Il suo personaggio si muove tra realtà e finzione…

Insieme agli sceneggiatori abbiamo pensato che mi trovassi a Piacenza per uno spettacolo, e che un imprevisto tecnico mi costringesse a restare lì. Da quel momento comincia il viaggio tra i luoghi verdiani, che è diventato anche un viaggio interiore. Il docufilm è molto onirico, con parti di fiction e molte improvvisazioni, nate dagli incontri reali con studiosi e persone legate alla figura di Verdi. Per me è stato un percorso nuovo, emozionante e pieno di curiosità. Il regista è Riccardo Marchesini, la supervisione è di Pupi Avati, con cui avevo già lavorato. E naturalmente ci sono le musiche di Verdi, dal vivo e di sottofondo, con un coro stupendo registrato in una chiesa.

Che tipo di emozioni ha provato in questo viaggio?

Molti di quei luoghi sono purtroppo in abbandono, e questo è un dolore forte. Ci sono città ricche che potrebbero fare di più per valorizzarli. Manca spesso la cura per le nostre meraviglie artistiche, e questo è un discorso generale per tutta l’Italia. Ma c’è anche l’altra faccia della scoperta: il rapporto tra Verdi e la sua terra. Era un agronomo, un allevatore, faceva formaggio, e reinvestiva i guadagni della musica nell’acquisto di terreni. Si alzava alle cinque per andare a cavallo e controllare i campi. Aveva una grande attenzione per i contadini e arrivò perfino a costruire un ospedale per loro, perché spesso morivano prima di raggiungere quello più vicino. È un aspetto poco conosciuto che mi ha molto colpito.

Nel docufilm emerge proprio un Verdi inedito. Quale di questi aspetti l’ha sorpreso di più?

Sicuramente quello dell’agronomo. Non lo immaginavo così attento ai dettagli pratici. Quando ha costruito l’ospedale per i contadini, ha cercato la massima eccellenza in ogni cosa, dalle attrezzature alle lenzuola, comprate personalmente. Lo stesso vale per la “Casa di Riposo per Musicisti” a Milano: l’ha progettata come un teatro, per far sentire a casa propria i cantanti e i musicisti in difficoltà. Essere benefattore per Verdi non era solo costruire, ma creare luoghi capaci di trasmettere dignità e bellezza.

E poi c’è il Verdi “popolare”, quello che ha avvicinato la musica alla gente…

Verdi ha fatto un’opera culturale enorme. Le sue arie si cantavano per strada: un modo per sentirsi parte di un’Italia che stava nascendo. In un Paese ancora diviso, la sua musica univa. E questo vale ancora oggi: ci insegna che l’arte può diventare linguaggio comune.

Dopo questo viaggio così profondo, cosa pensa possa insegnarci oggi la storia di Verdi?

Le sue difficoltà iniziali sono una lezione per i giovani che vogliono fare un mestiere artistico. Al Conservatorio di Milano lo bocciarono perché “inadeguato alla musica”. Ma non si arrese: trovò un maestro privato grazie ai suoi mecenati e andò avanti con determinazione. Ha trasformato il dolore, la perdita dei figli e della moglie, in creatività. Verdi è diretto, sincero, parla con la forza della terra: entra subito nei sentimenti. E questo lo rende universale.

Qual è il luogo verdiano che l’ha emozionata di più?

La suite dove Verdi è morto. C’è ancora un rispetto tangibile: mettono la paglia per strada per attutire i rumori, come fecero nei suoi ultimi giorni. È un segno di attenzione, di memoria viva. E credo che sia giusto ricordare Verdi non solo come un musicista straordinario, ma come un uomo che ha reso popolare l’opera.

Nella sua carriera ha interpretato spesso figure legate alla memoria e all’identità italiana. Questo l’ha aiutata ad entrare nel mondo di Verdi?

Forse sì, ma in modo diverso. Quando interpreti una persona realmente esistita hai la responsabilità di essere credibile. Con Verdi è stato più libero: non lo interpretavo, lo cercavo. Mi piaceva scoprire l’uomo dietro il mito. Spesso semplifichiamo troppo queste figure. Vale anche per Pascoli, a cui sto dedicando ora uno spettacolo teatrale. Anche lui è stato ridotto a poche poesie scolastiche, ma era un poeta modernissimo, pieno di curiosità e umanità. Raccontare figure così, restituendo loro complessità, è un modo per fare giustizia alla cultura italiana.

E per concludere, lasciamo Verdi ed entriamo in “Cuori 3”. So che ci sarà una bella novità…

Sì! Interpreto Gregorio Fois, un sensitivo che entra nell’ospedale delle Molinette come nuovo primario. È un personaggio molto intuitivo, elegante, ma anche un po’ stravagante. In ospedale crea scompiglio: non gli va mai bene nulla, vuole fare a modo suo! È stata un’esperienza divertente, in un clima sereno e creativo.

Prix Italia

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La realtà, il nostro bene più prezioso

 

Al Palazzo Reale di Napoli, dal 20 al 24 ottobre, la 77esima edizione del concorso internazionale per broadcaster organizzato dalla Rai. In programma anteprime, programmi live, eventi internazionali e performance dal vivo per celebrare il capoluogo partenopeo, culla millenaria di cultura e innovazione al centro del Mediterraneo. Il Radiocorriere Tv incontra il Segretario Generale del Premio Chiara Longo Bifano

 

“Get Real” è il claim del 77° Prix Italia. Come nasce questa scelta?

È una wake-up call, una consapevolezza da parte dei broadcaster del ruolo che abbiamo verso il pubblico, che è quello di lanciare chiavi di lettura di una realtà complessa, nella quale è talvolta impossibile comprendere cosa è vero da cosa non lo è. Siamo a Napoli, in collaborazione con il  Comitato Nazionale Neapolis 2500 e il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale per celebrare la storia millenaria di una città proiettata nel futuro: lo facciamo attraverso la sirena Partenope, che altro non è che la sirena di Ulisse. Ulisse che con la razionalità riesce a entrare in sintonia con quello che reale non è, riuscendo, appunto, ad ascoltare le sirene senza rimanere vittima della malia. “Get Real” è un invito a non tapparsi le orecchie, a usare la ragione, le armi della comprensione… Dico sempre, e parlo come giornalista di un broadcaster di servizio pubblico, che la realtà è forse il nostro bene più prezioso ed è su questa che dobbiamo continuare a costruire il nostro racconto. “Get Real” può sembrare qualcosa di lontano perché è un termine inglese, ma in realtà si sposa perfettamente con un’espressione napoletana che viene dal latino “exitare”, che vuol dire far star svegli, vigili… È rappresentato graficamente da una sirena i cui capelli diventano onde, le onde sonore dei broadcaster che attraversano il mondo e, per una settimana, si incontrano appunto nel Golfo di Napoli.

Quanto il Prix Italia racconta del nostro presente?

Molto e lo dimostra la grande partecipazione che di anno in anno allarga la sua Community. Abbiamo ricevuto 238 programmi provenienti da 89 broadcaster: da Tokyo a Buenos Aires, da Oslo a Johannesburg, ormai siamo fieramente globali. I nostri 90 giurati hanno selezionato soprattutto le storie che ci riguardano di più, la complessità dell’oggi, dalle fiction che parlano dell’Afghanistan ai documentari sulle guerre, a partire dall’Ucraina, con punti di vista originali e molto on the road. E poi i grandi temi del sociale comuno sguardo attento alla tecnologia e all’innovazione attraverso l’intelligenza artificiale, vista non solo come spauracchio, come paura della tecnologia, ma come risorsa utile ai broadcaster nel racconto del mondo. Infine, l’arte, la grande musica, linguaggio universale in grado di superare le barbarie.

Se i prodotti radio-televisivi sono da sempre pilastri del Premio, ad assumere un ruolo centrale è oggi anche il digital…

Nel concorso abbiamo rinnovato le sezioni della categoria Digital dando molto spazio all’interazione con l’utente. Grande attenzione al digitale la darà anche il Festival con tre anteprime: la nuova serie di “Pillole sulla disinformazione”, che spiega come diventare fact-checker di se stessi; “Il Collegio”, il docu-reality ambientato nel 1990; “Playing Memories”, una performance dedicata alla musica partenopea messa in scena da giovani talenti europei. Immancabili anche le anteprime tradizionali, di Rai Cinema, con il Film La Salita e Rai Documentari con Elvira Notari.

E poi Rai Fiction. Lunedì 20 ottobre il Teatro San Carlo ospiterà l’anteprima della terza stagione de “Il Commissario Ricciardi”, presto su Rai 1, con una sorpresa in serbo per i fan del personaggio creato da Maurizio De Giovanni…

Grazie alla felice collaborazione con Bonelli Editore, con cui lo scorso anno abbiamo celebrato Rai 100, Torino e Dylan Dog, anche grazie alla straordinaria disponibilità di Lino Guanciale, quest’anno sarà la volta del fumetto de “Il commissario Ricciardi”. Le copertine diventeranno un gift da collezione per gli spettatori del Teatro, con il firmacopie con i disegnatori, Maurizio De Giovanni e tutto il cast della serie.

Tra i focus in programma anche quello sul futuro del documentario…

E nello specifico sulla coproduzione, tema al centro di una giornata formativa per il pubblico e per i delegati internazionali, con case history provenienti da tutto il mondo. Un momento di stimolo e r confronto che servirà anche ai più giovani, per capire per esempio come presentare un pitch di successo. Non a caso il Presidente di turno del Prix Italia è uno dei massimi esperti del settore, il giapponese Imamura Ken-Ichi.

Cosa rimane nel Prix di oggi dello spirito che nel 1948 portò alla nascita del Premio?

Il Prix Italia nasce nel dopoguerra come luogo di incontro tra broadcaster europei. Erano dei pionieri innamorati dell’eccellenza. Sergio Zavoli diceva che il Premio è la più alta espressione della Rai nel racconto della società civile. Ecco perché, accanto alle pregevoli opere in Concorso che si potranno vedere su RaiPlay, il Prix Italia è anche un grande evento sul territorio. Se guardiamo il programma di quest’anno troviamo moltissima Napoli a cominciare dalle location: siamo nel Palazzo Reale che è la reggia, il luogo del potere. Ma il potere doveva essere vicino alla cultura, quindi eccoci a due passi dalla Biblioteca Nazionale voluta da Benedetto Croce e dal Teatro San Carlo. In questi luoghi parleremo di innovazione coinvolgendo le Università, le scuole, le Associazioni. Il pubblico potrà vedere la tv che si fa palco, all’aperto, con meno filtri, più vicina, più una di noi. Ci saranno i talent, gli incontri, la musica, come quella dei Sanitansamble, un’orchestra giovanile nata nel rione e ormai modello internazionale. E ancora loro, le sirene, in una mostra multimediale, curata da Marina Polla de Luca in collaborazione con la Scuola internazionale di Comics, dedicata alle donne che hanno reso celebre Napoli per sempre.

Ma il Prix Italia quest’anno è anche più internazionale che mai…

L’abbiamo chiamata International Week, da una visione della Direttrice delle Relazioni internazionali e Affari europei della Rai Simona Martorelli. Un impegno poderoso realizzato grazie alla collaborazione con il Maeci ed il Comitato Neapolis 2500. Si Comincerà già  il 15 ottobre in concomitanza con i Med-Dialogues dell’ ISPI, con un evento, che vedrà riuniti broadcster provenienti da tutto il Mediterraneo. Avremo poi, tra gli altri, la News Assembly dei responsabili delle news dei broadcaster di EBU, e, momento clou, la BBC Lecture, dedicata al ruolo cruciale dell’informazione, con la presenza di Jeremy Bowen, celebre corrispondente di guerra e International editori di BBC News.

Qual è oggi la mission del Prix Italia?

Promuovere l’eccellenza e avvicinarla al pubblico in tutte le sue espressioni.

 

Fiction

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Bentornati a Makari

 

Una quarta stagione che promette di essere indimenticabile, a partire da domenica 19 ottobre in prima serata Rai 1

 

Quattro nuove prime serate per la serie di successo tratta dai testi di Gaetano Savatteri che, per la quarta volta, immergono il pubblico nella magnifica cornice mozzafiato della Sicilia per vivere le avventure dello scrittore di gialli Saverio Lamanna. Spalleggiato, come sempre, dal simpaticissimo Piccionello, Saverio non resiste alla tentazione di ficcare il naso nelle indagini della polizia, anche se a metterlo alla prova non saranno solo enigmi e misteri. Non appena Suleima si allontana da Màkari per dare una svolta alla carriera, Michela ricompare all’orizzonte, e chissà se le vibrazioni amorose della precedente stagione sono davvero del tutto sopite. Nella vita di Saverio, infine, piomba una sorpresa ancora più inaspettata: un’adolescente terribile di nome Arianna. A fare da contorno, il vicequestore Randone e tanti altri affezionatissimi amici come Marilù, Azrah, Giulio e il padre di Saverio.

 

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INTERVISTA CLAUDIO GIOE’, ESTER PANTANO, SERENA IANSITI

 

DUE DONNE PER LAMANNA

«La Sicilia è l’isola del tesoro delle storie», disse una volta Gaetano Savatteri. Perché la storia di Makari è speciale per voi?

PANTANO: Mi ha fatto scoprire una parte di Sicilia che non è la mia, che non corrisponde al mio territorio. Vengo da Catania, e quella di Makari è una zona di vacanza per lo più per i palermitani. Makari è diventata speciale perché mi ha permesso di conoscere altre culture, altre contaminazioni, ma soprattutto rappresenta una ricchezza per i suoi personaggi, tutti diversamente siciliani, eppure profondamente legati a questa terra, proprio come me, Claudio e Domenico. Attraverso queste storie ho compreso quanto le differenze siano importanti: ci raccontano come sia possibile andare oltre gli stereotipi, rendendo impossibile una narrazione unica della Sicilia, della sicilianità e dei siciliani stessi.

IANSITI: Io non sono siciliana, ma per lavoro e per la mia vita privata ho avuto spesso a che fare con questa terra. Non conoscevo bene la zona del Trapanese, in particolare la Riserva dello Zingaro e Makari, e posso dire — anche a rischio di sembrare banale — che è un territorio straordinario, ricchissimo. Aver girato per tre mesi consecutivi immersi completamente in quella realtà, e non in altri set fuori regione, come spesso accade per le scene in interni, arricchisce profondamente l’attore e la persona. Lavorare sul personaggio di Michela è stato vitale: ho cercato di darle una leggera sfumatura linguistica (non mi azzarderei ad andare oltre, ride), e di mostrare come si immerge nelle storie e nelle relazioni con gli altri protagonisti.

GIOÈ: Io, al contrario, le zone di Makari le conosco fin da ragazzino: ci andavo in vacanza d’estate. Tornare in quei luoghi, che conservano ancora un’anima selvaggia, è stato davvero un sogno. Credo che ciò che più risuona di questi paesaggi — e che ritroviamo anche nella letteratura di Savatteri — sia il bisogno di andare a fondo nel lato quasi ancestrale dei personaggi. Questo ritorno, questo recuperare gli aspetti carnali e istintivi delle persone, dà vita a storie che toccano nel profondo, sia dal punto di vista culturale che emotivo. È un’immersione totale in quei colori, in quel mare abbagliante, in quei tramonti spettacolari che non possono far altro che esaltare, in modo eccelso, la sicilianità di queste terre.

Saverio Lamanna, diviso tra due donne. Quali aspetti della sua umanità fanno emergere Suleima e Michela?

GIOÈ: Questa relazione, che gli sceneggiatori si sono divertiti a introdurre, mette in luce lati molto diversi di Saverio. Con Suleima c’è una confidenza profonda, un innamoramento che dura ormai da tre anni: è una storia consolidata, fatta di complicità e affetto. Naturalmente non mancano i motivi di conflitto — legati alle loro identità e professioni — che talvolta creano distanza, ma sono problematiche che i due affrontano con maturità. Dall’altro lato, è innegabile la fascinazione che Saverio prova per Michela. Tra loro nasce subito una complicità istintiva: lei sa stimolarlo, lo spinge ad andare avanti nel suo percorso di scrittore. È una fan dei libri di Lamanna e, inevitabilmente, il suo narcisismo ne è lusingato. Tra i due si crea una naturale sintonia che finisce per spiazzare il nostro “detective di penna”.

In che modo Suleima e Michela esprimono il loro desiderio di essere donne libere e indipendenti?

PANTANO: Per Suleima c’è un’evoluzione naturale. Sta completando gli studi, è cresciuta come donna e comincia a manifestare le proprie necessità, anche nella relazione con un uomo più grande di lei. Le difficoltà che ne derivano — e questo vale per tutti, non solo per Suleima e Lamanna — creano uno stallo, una sospensione in cui non c’è né un passo avanti né un arrendersi a ciò che la relazione è diventata. In lei nasce un’esigenza diversa: capire come costruire qualcosa di più profondo, cercando di non essere sempre quella che va e ritorna nel nido, in questo angolo di paradiso. Diventa fondamentale per lei comprendere se e come si possa andare avanti insieme.

IANSITI: Michela è una professoressa che ama il suo mestiere, il contatto con i ragazzi, senza rinunciare alla passione per le indagini e per i gialli. È una fan di Lamanna, ma non dipende da lui. Quando, nella scorsa stagione, abbiamo visto spegnersi quella particolare interazione con Saverio, lei non si è fermata: è vitale, entusiasta, capace di rimettersi in gioco. La vita sentimentale è importante, certo, ma non indispensabile. Michela va avanti, trova un nuovo percorso, e si lancia con istinto e curiosità quasi adolescenziale, senza paura di soffrire.

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PUNTATE

FERRAGOSTO È CAPO D’INVERNO
domenica 19 ottobre 2025
tratta dal racconto omonimo di Gaetano Savatteri

Proprio adesso che tutto fila a meraviglia, Suleima dovrà stare per vari mesi a Malta per lavoro. Saverio non ha neppure il tempo di crogiolarsi nella malinconia che viene travolto da una novità: a Màkari viene assassinato Ignazio Dinolfo, noto come il Mostro di Barrafato, condannato venti anni prima per un terribile omicidio. Saverio inizia a indagare e capisce presto che, per arrivare alla soluzione del delitto, dovrà scoprire anche la verità sul passato del Mostro. Ma non è tutto. Saverio, infatti ritrova Michela, in procinto di sposarsi con lo scrittore Edoardo Laurentano. E in più a Màkari compare Claudia, un’ex che Saverio non vede da anni. Sta per partire per l’Antartide e gli chiede di ospitare la figlia quattordicenne Arianna. Che farà Saverio? Accetterà di accogliere la sconosciuta e terribile adolescente?


LE STELLE NON VOGLIONO SAPERNE
domenica 26 ottobre 2025
tratta dal racconto omonimo di Gaetano Savatteri

Avere a che fare con un’adolescente è sempre complicato, soprattutto se Arianna si oppone a qualsiasi tentativo di Saverio di stabilire dei canali di comunicazione. A questo si aggiunge che Lamanna deve fare i salti mortali per nascondere la sua esistenza a Suleima. Per fortuna, il nostro Lamanna ha accanto Michela, che si rivela sempre più necessaria. Quando qualcuno uccide lo chef Pino Mendolia, amico di vecchia data di Marilù, nella cucina del suo ristorante stellato, Saverio e Piccionello si gettano a capofitto nelle indagini. Non sarà facile arrivare alla verità, come non sarà facile per Saverio contrastare Arianna, decisa ad andare a studiare in un esclusivo college milanese. Per convincerla a restare a Màkari, Saverio è disposto a tutto. Persino a scomodare suo padre. E quando tutto sembrerà rientrare, un ritorno improvviso rimescolerà le carte in tavola.

IL BALLO DEI DIAVOLI
domenica 2 novembre 2025
tratta dal racconto omonimo inedito di Gaetano Savatteri

Randone è nei guai: sospettato di essere implicato nella morte di Angelora Tomarchio, avvenuta nella sua casa-museo mentre per le strade si svolgeva il tradizionale Ballo dei diavoli, il vicequestore è stato sospeso. Si tratta di un depistaggio o qualcuno vuole metterlo nei guai? Saverio non può che indagare. A complicare la situazione ci si mette prima Arianna, con la quale il rapporto è sempre più complicato e che ora rischia la sospensione, e poi l’arrivo a Màkari dei genitori di Suleima. Alfonso e Matilde sono decisi ad aiutare Saverio ad avviare un’attività più redditizia di quella di scrittore: vuole o non vuole mettere su famiglia? In realtà, Saverio non ha una risposta: la sua vita sentimentale è sempre più complicata, vista la presenza di Michela nella sua vita. E, forse, è arrivato il momento di dire la verità a Suleima e raccontarle dell’arrivo di Arianna nella sua vita…

LA MAGNA VIA
domenica 9 novembre 2025
tratta dal romanzo omonimo di Gaetano Savatteri

Suleima si precipita a Màkari per conoscere Arianna, ma Saverio è diviso fra opposti sentimenti e desideri, senza riuscire a risolversi, in bilico tra lei e Michela. La situazione, già delicata, si complica quando, durante un’escursione a Pizzo Maraventano organizzata dal professor Lamanna e Mimì, viene trovato il corpo di Paolo Trovato, detto u’ sceccu, e Saverio e Piccionello si ritrovano a indagare. Nel frattempo, Saverio dovrà gestire il ritorno di Claudia, una nuova sbalorditiva scoperta e l’annuncio dell’imminente partenza di Michela per l’Australia. Per Saverio Lamanna è arrivato il momento di prendere in mano la propria vita.

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I PERSONAGGI

Saverio Lamanna (Claudio Gioè)

Saverio è stato un giornalista di belle speranze, che ha fatto una rapida carriera fino a diventare portavoce del sottosegretario Giulio Racano. Ma improvvisamente, a causa di un banale incidente, perde tutto e si ritrova, sbeffeggiato e squattrinato, a dover riparare nella vecchia casa di vacanza dei genitori a Màkari. E qui comincia la sua nuova vita. A Màkari Saverio ritrova l’amicizia del caro Piccionello, riesce a buttarsi dietro le spalle la carriera in frantumi e cerca un nuovo destino, quello di scrittore. Ma soprattutto si innamora di una ragazza: Suleima. Con Suleima è amore vero, e in breve la loro diventa una relazione seria. Non mancheranno però rannuvolamenti nel rapporto e, in particolare, una terza persona giungerà a mettere in pericolo la solidità del loro amore.

Suleima Lynch (Ester Pantano)

Quando incontra Saverio, Suleima è una studentessa universitaria che sta facendo un lavoro stagionale di cameriera a Màkari. Fra loro scocca il dardo e trascorrono una bellissima estate d’amore. Ma il tempo corre e Suleima è giovane – molto più giovane di Saverio -, la sua vita è in trasformazione, non può non cambiare. Dopo un periodo di lavoro a Milano e alcuni mesi in cui è stata fra i protagonisti della comunità di talenti della Città del sole, anche per trovare una stabilità nel rapporto con Saverio, Suleima decide di rimanere a Màkari, dove comincia a lavorare come architetto. Ma chissà se questo le può davvero bastare. La verità è che Suleima sta crescendo, sta scoprendo sé stessa, non è più solo la ragazza ironica e leggiadra incontrata in quella prima estate. È una persona diversa, nuova, più adulta, che deve trovare e costruirsi il proprio destino. E con questo Saverio dovrà continuare a fare i conti.

 

Peppe Piccionello (Domenico Centamore)

Piccionello è la vera colonna di Màkari, con i suoi infradito, i pantaloni corti e le magliette strambe. Immutabile, eppure sempre nuovo. Antico e al contempo modernissimo. Portatore di una saggezza popolare che alla fine ha sempre la meglio sulle elucubrazioni e sulla cultura sofisticata di Saverio. La sua amicizia, la sua generosità e la sua sincerità saranno fondamentali per il percorso di “rinascita” del nostro Lamanna a Màkari non meno dell’amore di Suleima. Inoltre, l’irresistibile Peppe da un po’ ha trovato l’amore e si è messo insieme ad Azrah, la nuova cuoca di Marilù.

Marilù (Antonella Attili)

Ha aperto il suo albergo-ristorante quando nessuno credeva che a Màkari turisti e vacanzieri sarebbero arrivati davvero. Il destino le ha dato ragione e ora Marilù a Màkari è come un’istituzione. Conosce Saverio da sempre e, siccome conosce bene anche i suoi difetti, è spesso pungente con lui ma gli vuole bene, è una vera amica e nei momenti giusti sa consigliarlo e stargli vicino. E del suo savio consiglio Lamanna avrà sempre più bisogno. Non solo per i suoi guai privati, ma anche per le indagini, perché l’acume di Marilù sa sempre farsi valere.

Vicequestore Giacomo Randone (Filippo Luna)

Non sarà un supereroe, ma Randone è comunque un bravo sbirro, benché talora pecchi qua e là di un pizzico di superficialità e semplicismo. Saverio per lui è un po’ una maledizione, perché gli capita fra i piedi sempre quando è nel mezzo di un’indagine e la sua ostinazione a fare il detective per caso ha spesso e volentieri irritato il poliziotto. Ma ormai, malgrado i continui battibecchi, sono grandi amici. Anzi, diciamolo, Randone è furbo e per questo lo lascia fare, perché sa che in fondo il fiuto di Saverio può essergli molto utile. E questa volta, almeno in un’occasione, l’aiuto di Saverio gli sarà non solo utile, ma addirittura vitale!

Michela Pacino (Serena Iansiti)

Bellissima insegnante del Liceo Calpurnio Siculo, è un’appassionata lettrice dei libri di Saverio, tanto da organizzare per Lamanna un corso sul romanzo poliziesco all’interno della propria scuola. Michela è una giovane donna brillante, acuta e piena di verve e, non appena ha conosciuto Saverio, fra i due si è creata immediatamente una perfetta intesa. È stato come se si fossero conosciuti da sempre; anche perché per certi versi si assomigliano, sono uguali. Che dire? A un feeling così naturale e straordinario la mera amicizia rischia presto di andare un po’ stretta, e infatti per un attimo il loro rapporto ha rischiato di deragliare in qualcosa di molto, molto diverso. Dopo questa febbre fugace, non si sono visti per un anno. Presto però il destino li farà incontrare di nuovo. Cosa succederà?

Beppe Convertini

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Una bella sfida

 

Le emozioni, la fatica, la gioia di Beppe Convertini: il RadiocorriereTv incontra il popolare conduttore, tra i protagonisti del sabato di Rai 1

 

 

Come vive la sfida di “Ballando”?

È tutto molto elettrizzante, adrenalinico perché è una bella sfida. Non essendo un ballerino, affronto ogni volta una prova diversa, con un ballo o una coreografia differenti. Bisogna ricordarsi tutto, seguire al meglio, ed è un’emozione continua.

 

Che cosa l’ha spinta ad accettare la sfida di Milly Carlucci?

Esclusivamente mia madre, la persona più importante della mia vita. Quando mi ha chiamato Milly era il giorno del suo 88° compleanno e stavamo a cena con tutta la famiglia: sorelle, nipoti, pronipoti, cognati. Lei era sorpresa dalla chiamata e, ascoltando Milly, le brillavano gli occhi. Diceva: “Dai, dai, vai a fare Ballando con le Stelle, figlio mio!”. Non potevo dire di no.

 

A cosa pensa un istante prima di esibirsi?

Quando estraggono la busta con i nomi c’è molta adrenalina. Poco prima di scendere in pista è un mix di emozioni: ti dai la carica, ti fai il segno della croce e pensi “facciamo del nostro meglio”, perché abbiamo lavorato tanto, fatto allenamenti, provato la coreografia. Allo stesso tempo, non essendo un  ballerino c’è l’incertezza: riuscirò a fare tutto? È emozionante e imprevedibile.

 

Il ballo è anche una prova fisica notevole. Come sta vivendo la fatica degli allenamenti?

La maggior parte dei muscoli del mio corpo non aveva mai lavorato così. È impegnativo ma fa bene: è uno sport straordinario, apre mente e cuore. Invito tutti a ballare: il ballo fa vivere meglio, distrae dalla quotidianità e permette di vivere momenti speciali. In quel momento sei tu e il ballo.

 

C’è qualcosa della sua sensibilità di conduttore che ritrova in questa nuova avventura da ballerino?

Sono due mondi completamente diversi. Qui gareggi con atleti, conduttori, attori, cantanti, persone con carriere importanti e affascinanti. Devi confrontarti su un terreno completamente nuovo, e questo mix di personalità, esperienze e caratteri diversi è il segreto del programma.

 

Mi dica un pregio e un difetto della sua maestra di ballo, Veera Kinnunen.

È molto brava, generosa, bella, simpatica, dolce. Cura davvero il ballerino e sa capire dove puoi arrivare, in che cosa puoi migliorare. Non le trovo difetti.

 

Ci racconta un aneddoto del dietro le quinte?

Accade di tutto: Filippo Magnini fa flessioni e addominali, Rosa Chemical canta meravigliosamente. Ognuno cerca di scaldarsi e prepararsi, emergono le caratteristiche di ciascuno.

 

C’è un passo che l’ha messa particolarmente alla prova?

Tutti, proprio perché non ho mai ballato. Ogni passo realizzato, ogni parte di coreografia completata, dà grande soddisfazione ed è molto emozionante e appagante dopo tante ore di allenamento.

 

Se dovesse fare un pronostico sul podio, chi metterebbe?

Metterei Francesca Fialdini al primo posto, poi Barbara D’Urso. Al terzo posto un uomo: Filippo Magnini, che è bravissimo e si impegna tanto. Come outsider, bravo anche Paolo Belli. Quest’anno le donne sono molto forti, eccezionali.

 

Paolo Belli

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Sono in ballo… e balliamo

 

Al fianco di Milly Carlucci nello show di Rai 1 da venti edizioni, Paolo Belli ha accettato la nuova sfida gareggiando come ballerino: «In pista provo un grande senso di libertà»

 

Quali emozioni la animano in questo momento?

Dopo la disperazione iniziale che ha preceduto il debutto, mi sento di dire libidine, leggerezza. È come se mi fossi tolto vent’anni di dosso. Mi piace fare sport, ho sempre giocato a calcio, vado in bici, ma da qualche anno a questa parte, cominciando ad avere una certa età, ha iniziato a farmi male tutto (sorride). La gara mi ha spronato…

… come convive con questa nuova fatica fisica?

Ho scoperto dei muscoli che non pensavo di avere, soprattutto nelle braccia. Ma la cosa bella è come tutto questo faccia bene. Ho raccontato nella prima puntata come quando non sono sul palco io sia spesso in conflitto con me stesso. Beh, da quando è iniziata l’avventura qualcosa è cambiato, sto bene fisicamente e nella testa. La mia soddisfazione è da sempre quella di far star bene gli altri, ma oggi sentirmi così bene è una grande emozione. Ringrazio mia moglie che mi ha spinto a dire di sì a Milly, a lasciarmi andare, a godermela.

Come va con la sua maestra, Anastasia Kuzmina?

È tanto brava quanto esigente. Mi ha già fatto vedere la nuova coreografia, sono 1880 passi quando ne basterebbero 8 (sorride). Lei è davvero eccezionale, una persona dolce, bella, simpatica, ma al tempo stesso estremamente severa, è Paolo Belli al femminile. Quando sono in prova con l’orchestra pretendo molto da me stesso come dai miei musicisti, Anastasia è come me, non mi dà tregua. Ma sono in ballo e balliamo.

Cosa ha pensato la sera del debutto un istante prima di scendere in pista?

Quello che penso da molti anni a questa parte prima che si accenda la luce della telecamera: che fortuna che ho avuto nella vita. Sin da bambino sognavo di fare lo show del sabato sera e ancora una volta sono lì, mettendoci ogni giorno tutto me stesso. Sono consapevole del fatto che c’è della gente più brava di me che però non ha avuto questo privilegio.

Ha un gesto scaramantico all’inizio di puntata?

Quando entro con Milly dal ledwall a inizio puntata guardo con la coda dell’occhio i miei musicisti. Un sorriso per dirci, siamo ancora qui!

Sua moglie a parte, cosa si dice in famiglia di Paolo ballerino?

Sono rimasti increduli tutti quanti. I bimbi, i miei nipotini, erano fuori di testa, mio figlio stesso era contento e sorpreso, mi ha mandato un vocale alle due di notte, era commosso.

Gli amici?

Va beh, gli amici sono fatti per prenderti in giro, dissacrano tutto. Ci conosciamo da una vita, sono quelli dell’asilo, siamo cresciuti insieme. Da loro mi è arrivato tutto quello che mi aspettavo (ride), la pagheranno cara al momento giusto.

Qual è l’avversario che teme di più?

Tutti, sono uno più bravo dell’altro. Sono tutti alti, belli, capaci, fighi. Ma più che altro temo me stesso perché conosco il mio corpo, quando giocavo a calcio mi strappavo spesso, e vorrei arrivare in finale perché è una bellissima esperienza. Vorrei anche riuscire a mantenere la concentrazione, i passi da memorizzare in ogni esibizione sono davvero tantissimi (sorride).

Immagina già un podio?

No, la gara è ancora lunga, sono tutti bravi. Ma una persona la metto al primo posto incontrastato, ed è Milly. Mi ha regalato tantissimo in questi venti anni.

Cosa la sorprende ancora di Ballando?

L’entusiasmo e l’affetto della gente che segue il programma è ancora meravigliosamente sorprendente. Credo che il mix tra ballo, musica, begli abiti, educazione, belle luci, sia ancora vincente. Viviamo in un contesto storico difficile, non posso dimenticare che in questo momento a Gaza, come a Est, in Ucraina, ci sono situazioni molto, molto difficili, così come le difficoltà non mancano nel quotidiano di ognuno di noi. Lo spettacolo serve per alleggerire le cose che fanno parte del quotidiano delle persone.

 

Salvo Sottile

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Siamo inviati vecchio stile

 

In prima serata su Rai 3 tutti i venerdì l’approfondimento di “FarWest”: «Il mestiere mi ha insegnato a non avere pregiudizi, a essere sempre curioso verso le cose e di allargare gli orizzonti, di avere sempre la mente aperta» racconta il conduttore al RadiocorriereTv

 

 

Che Italia stai scoprendo stagione dopo stagione?

Sto scoprendo un’Italia aggrappata alla speranza di non soccombere di fronte alla mancanza delle regole. I farwest non sono soltanto italiani, ma mondiali, visto tutto quello che sta succedendo a Gaza, in Ucraina, ed è per questo che all’interno del programma abbiamo cercato di aprire una finestra sui farwest del mondo, sugli esteri, sulle guerre, con gli occhi ben puntati su tutto quello che sta succedendo. Il piano di pace di Donald Trump, Hamas… Ci rendiamo conto che il farwest non è solo un mondo senza regole italiano, ma a livello internazionale.

Quali sono le nuove frontiere dell’Italia?

Le truffe. Le più disparate. Ad andare per la maggiore sono quelle legate all’intelligenza artificiale. Dopo la prima puntata abbiamo scoperto che ci sono truffatori che utilizzano l’IA con volti riconoscibili, da Meloni a Giorgetti, a personaggi dello spettacolo, e che hanno a disposizioni delle banche dati di gente già truffata, a cui si rivolgono proponendo loro di recuperare i soldi che hanno perso. Ma lo fanno per truffarli di nuovo. Ci sono persone che vengono truffate per due volte.

Come è cambiato, negli anni, il lavoro del cronista?

Quando ho iniziato io, 33 anni fa, non c’erano i telefonini, attraverso un cellulare puoi collegarti e andare in diretta da ogni luogo. Credo che il futuro sia proprio questo, la possibilità di andare in diretta da ovunque, di raccontare le cose per come le vedi in maniera immediata. Ovviamente, tutto questo passa spesso per una mancata verifica delle fonti. Il mondo veloce a cui assistiamo cerca a volte di andare per le vie brevi, di acquisire immagini, contenuti, testi senza verificare la loro origine, un po’ come fa anche l’intelligenza artificiale quando le chiediamo di risolvere un problema. Credo che il valore aggiunto di “FarWest” sia quello di avere una squadra di cronisti che vanno sul posto, che prediligono la qualità dell’immagine, del racconto. Siamo ancora inviati vecchio stile, che cercano di fare dell’inchiesta il corpo principale del nostro lavoro.

 

Cosa ha insegnato il mestiere del giornalista all’uomo Salvo Sottile?

Il mestiere mi ha insegnato a non avere pregiudizi, a essere sempre curioso verso le cose e ad allargare gli orizzonti, ad avere sempre la mente aperta, ad andare a scavare sempre un po’ più a fondo, senza accontentarmi della prima cosa che guardo.

 

Tra le tante storie di frontiera che racconti quali ti colpiscono di più e perché?

C’è sicuramente l’Ucraina. Ho la sensazione, a volte, che su Gaza ci sia un sacco di empatia da parte di tutti, la Flotilla, la gente che sta scendendo in piazza. Mi sembra, invece, che dell’Ucraina ci siamo tutti un po’ dimenticati. Anche lì ci sono donne e bambini uccisi, e quando lo fai notare ti rispondono che l’Ucraina ha armi, ha soldi, ha l’appoggio dei governi del mondo, mentre i palestinesi no. È vero, però vorrei che non si facessero vittime di serie a o di serie b. Tutti hanno diritto ad avere il nostro appoggio e la nostra solidarietà.

Puoi anticiparci alcuni temi delle prossime inchieste?

Ci occuperemo di tanti argomenti. Abbiamo scoperto truffe clamorose, faremo un’inchiesta sulla qualità del cibo che si mangia in autostrada: spesso non ci pensiamo, arriviamo lì, prendiamo un panino, una bibita e pochi di noi stanno attenti a cosa mangiano. Faremo un’inchiesta sulle grandi opere incompiute, sui ponti sui quali nessuno è intervenuto e che dopo Genova restano obsoleti. Faremo un grosso reportage dall’Ucraina, per raccontare il dramma dei bambini che rimangono senza genitori e ai quali nessuno sa che fine far fare. Racconteremo ciò che si nasconde dietro ai teatri, ai cinema, parleremo di un certo modo di fare cultura che predilige il denaro piuttosto che la qualità.

Elisa Isoardi

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Al bar non si è mai soli

 

Un viaggio nella provincia italiana, le storie della gente della strada. La conduttrice di “Bar Centrale” al RadiocorriereTv: «Il bar è un luogo aperto e democratico dove tutti possono dire tutto, dove non si arriva a inviti». Il sabato alle 14 su Rai 1

 

 

Tante le trasmissioni televisive che si propongono di raccontare gli italiani. Cosa cerca di scoprire “Bar Centrale”?

Tutto (sorride), della provincia in generale, che ha persone e personaggi dei più vari. C’è ancora tanto da raccontare, basta guardare nelle nostre case. Per me passare dal territorio e dal prodotto alle persone è un bell’upgrade.

 

Perché, per farlo, ha scelto i tavolini e il bancone di un caffè?

Il bar è il posto dove tutti possono dire tutto, dove non si arriva a inviti. È un luogo aperto e democratico, in cui persone anche con idee diametralmente opposte possono convivere. Perché non portare in televisione questo esempio bello di serenità e dialogo? Questa è stata l’idea di partenza e sarà anche il punto d’arrivo. Anche lo studio è un bar con il suo bancone, il suo barista, con i nostri tipi da bar, avremo la nostra compagnia di giro che sarà fissa, Serena Bortone, la nostra amica geniale, Davide Rondoni, il poeta dei poeti, Rosanna Lambertucci l’amica delle donne. Non farò altro che far palleggiare il bar del paese con quello che abbiamo noi in Rai.

 

Che ricordi ha del bar della sua Caraglio nella provincia cuneese?

Era un’istituzione. Nella piazza c’erano la chiesa, il negozio di alimentari e il bar, luogo di aggiornamenti e dove passavano tutti. Nel bar, ieri come oggi, le notizie andavano in pasto alla filosofia popolare. E anche nel nostro programma avremo le notizie dell’attualità, quelle più leggere, quelle su cui riflettere. Nel corso delle settimane visiteremo tanti bar nei quali cercheremo di scoprire anche ciò che succede nei diversi paesi della provincia italiana.

 

Ricorda qualche curioso frequentatore del bar del suo paese?

C’era un signore che sapeva sempre tutto di tutti perché stava al bar dall’alba al tramonto, era bello vederlo, un’abitudine, un punto di riferimento. Il bar ti restituisce tanto, gli aneddoti e personaggi particolari. Al bar, anche quando cerchi la solitudine, non sei mai solo, perché in paese non si è mai soli.

 

Cosa era ed è solita ordinare al bar?

La mattina il caffè, così come dopo pranzo. La sera invece è il momento della cena piccola o dell’aperitivo lungo. Il bar ti accoglie in ogni momento della giornata.

 

Lei è nata in provincia, cosa c’è delle sue origini nella donna che è oggi?

La provincia ti aiuta a essere solido. Poi puoi girare il mondo, ma avere le radici forti può fare la differenza. In provincia ci sono verità e schiettezza, attaccamento al senso della realtà, ai valori veri. Mi ha aiutato a sdrammatizzare certe situazioni, a superarne altre in modo sereno. La provincia è accarezzante.

 

Cosa le ha lasciato l’esperienza di “Linea Verde”?

Il coraggio di chi vuole fare impresa nel nostro Paese, di chi fa agricoltura. Ti porti a casa la grinta di persone che da sole cercano di andare avanti e di proteggere l’ambiente. Gli agricoltori tutelano il paesaggio, senza di loro le montagne cadrebbero a pezzi. Con “Linea Verde” abbiamo cercato di tutelarli, territorio e cucina sono nel mio cuore da sempre, sin dall’inizio della mia carriera.

 

Qual è la televisione che le piace?

Cerchiamo di fare una televisione gentile. “Bar Centrale” fa suo il gesto del caffè sospeso, rituale napoletano che abbiamo tradotto in modo metaforico, raccontando un gesto gentile che una persona ha fatto nei confronti di un’altra. Lo spirito di emulazione si ha sulle cose negative ma soprattutto su quelle positive. Dobbiamo fare un passo in avanti e raccontare ciò che dovrebbe essere scontato ma non lo è più. La televisione ha ancora una grande responsabilità.

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Ha iniziato da giovanissima, quali sono i momenti televisivi che porta con sé con maggiore affetto?

“Unomattina” con Franco Di Mare, esperienza che è stata un po’ la mia università professionale, “Ballando con le stelle” che è stata una rivoluzione, e poi “Bar centrale”, programma tutto mio in età matura della mia carriera.

 

Chi è Elisa Isoardi oggi?

Una donna che a livello televisivo deve fare ancora tanto e che deve imparare tante cose. Ma fortunatamente la Rai ti dà tante possibilità di misurarti su sfide diverse.

 

Cosa le rende felice?

Guardandomi indietro sono felice di tutto ciò che ho fatto sino a oggi. La felicità sarà anche per quello che verrà.

 

 

 

Fin che la barca va… ma devi remare!

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Venti minuti di navigazione quotidiani, al calar della sera lungo il Tevere, immersi nella bellezza e nella storia di Roma. Il viaggio con Piero Chiambretti riprende lunedì 6 ottobre alle 20.15 su Rai 3

 

 

Al via la nuova stagione del programma di Piero Chiambretti, traghettatore e conduttore delle nuove venticinque puntate del preserale di Rai Cultura, in onda da lunedì 6 ottobre su Rai 3. “Fin che la barca va…” ospita personaggi del giornalismo, della cultura, della politica, dello sport, del costume e dello spettacolo. Insieme a loro, Chiambretti pone riflessioni e approfondimenti su dove si sta andando e in quali acque si sta navigando. Immersi nella bellezza di una Roma da cartolina, nasce l’opportunità di confrontarsi e dialogare su temi attuali, provando a dimostrare che si è tutti sulla stessa barca. In questa edizione è ospite fisso Patrick Facciolo, che analizza le strategie comunicative di personaggi pubblici italiani e internazionali. “Fin che la barca va lasciala andare” cantava Orietta Berti… Chiambretti aggiunge alla nota canzone che dà il titolo al programma: “ma devi remare!”