AL CINEMA

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Io sono Rosa Ricci

 

Nelle sale dal 30 ottobre con Maria Esposito, Andrea Arcangeli e Raiz. «Un film drammatico e d’azione che vuole intrattenere ed emozionare offrendo al pubblico di “Mare Fuori” un punto di vista inedito su uno dei suoi personaggi più affascinanti» dice la regista Lyda Patitucci

 

Napoli, 2020. Rosa Ricci ha quindici anni e un’eredità ingombrante: è figlia di uno dei boss più temuti della città. È una ragazzina schiva, che vive in una gabbia dorata protetta da Don Salvatore e dal suo clan. Quando viene rapita da un narcotrafficante intenzionato a colpire suo padre, Rosa si ritrova prigioniera su un’isola remota. Minacciata e costantemente in pericolo, durante la sua prigionia, intraprende però un percorso di crescita e stringe un legame profondo che le darà forza e una nuova consapevolezza. Mentre il padre scatena una guerra per salvarla, Rosa non aspetta di essere salvata: progetta la sua fuga. Quando finalmente torna a Napoli, non è più la ragazza di prima: ora è pronta a riprendersi la sua vita. E a scegliere, da sola, il suo destino. Cresce l’attesa per “Io sono Rosa Ricci”, diretto da Lyda Patitucci con Maria Esposito, Andrea Arcangeli e Raiz, nelle sale italiane da giovedì 30 ottobre. “Un film drammatico e d’azione che vuole intrattenere ed emozionare, offrendo al pubblico di ‘Mare Fuori’ un punto di vista inedito su uno dei suoi personaggi più affascinanti” afferma la regista. L’obiettivo è raccontare il suo percorso di formazione, non riproducendo ciò che la serie ha già mostrato, ma ampliandone l’universo con uno stile nuovo, in continuità con ciò che tutti conoscono. “Il pubblico deve riconoscersi in questo mondo, ma al tempo stesso guardarlo da una prospettiva diversa – prosegue Patitucci – Se nella serie Rosa Ricci si presenta sparando a un amico per entrare in carcere e vendicare il fratello, la domanda che ha guidato questo film è: quali esperienze l’hanno portata a diventare quella ragazza? La risposta è in una storia che mostra il prima: Rosa, cresciuta sotto la protezione paterna e amata nonostante il contesto criminale, viene improvvisamente strappata al suo mondo e scaraventata in una realtà ostile, abitata da uomini minacciosi e da una lingua che non comprende. Lì vive un’esperienza estrema, con in gioco la vita stessa. Il suo obiettivo, per tutto il film, resta chiaro e universale: essere libera e tornare a casa”. Nel buio di questa prigionia, l’unica luce è l’incontro con Victor. Giovane narcos al soldo di Agustin, inizialmente suo carceriere, diventa presto il suo grande alleato. “Rosa si aggrappa a lui per sopravvivere e fuggire, ma la liberazione non è a senso unico. Se Rosa è pronta a morire pur di essere libera, Victor è un ragazzo che vive rassegnato alla morte, intrappolato in un mondo che non ha scelto, svuotato dei sentimenti. Proprio questo è il dono che Rosa gli farà: restituirgli la possibilità di vivere” conclude la regista. La storia si sviluppa tra due mondi: l’isola di Agustin, dove Rosa è prigioniera, e Napoli, la sua casa, dove Don Salvatore lotta disperato per trovare i soldi del riscatto. L’isola è un luogo immaginario, sospeso fra il Mediterraneo e l’Atlantico. Come in un western contemporaneo, il paesaggio contribuisce a definire l’identità visiva ed emotiva del film. Questi due mondi si raccontano anche attraverso il cast e la lingua. Da un lato i napoletani – guidati da Maria Esposito e Raiz – dall’altro i sudamericani, capeggiati da Jorge Perugorría (Agustín). In bilico tra i due universi c’è Victor, che attraverso Rosa riscopre anche le sue origini. “Io sono Rosa Ricci” è una storia di vita, morte e amore: sentimenti forti e universali che spero di aver raccontato in maniera dinamica, materica, con un tono deciso che sposa il genere.

Serie Tv     

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Uno slancio d’amore

 

«Nelle prime due stagioni ho voluto tenere la briglia corta per non sciupare la meravigliosa fioritura che vive ora. È la stagione più complessa e completa: c’è davvero di tutto. Vedremo Ricciardi abbandonarsi all’amore e alla gioia di vivere» commenta Lino Guanciale intervenuto a Napoli in occasione del Prix Italia. La terza stagione de Il Commissario Ricciardi da novembre in prima serata Rai 1

 

Nella sua Napoli, tra le luci e le ombre della città, Luigi Alfredo Ricciardi ha conquistato ancora una volta il suo pubblico, accorso numeroso al Prix Italia per salutarlo. Un evento sold out, reso ancora più speciale dalla cornice d’eccezione: un Teatro San Carlo gremito per l’anteprima della terza stagione della serie. Là dove tutto era cominciato, là dove si è accesa la magia di Maurizio De Giovanni, che racconta: «Questa terza serie è quella dei romanzi più potenti dal punto di vista della storia orizzontale, cioè quella di Ricciardi. Il Commissario compie uno scatto in avanti emotivo e sentimentale, cambiando radicalmente la propria vita. Sono convinto che sia la stagione più intensa da questo punto di vista e confido che possa piacere agli spettatori ancora più delle prime due». Molte le novità di questo nuovo capitolo, in onda a novembre in prima serata su Rai 1, a cominciare da quelle raccontate da Lino Guanciale, entusiasta lettore della saga. L’attore descrive così il suo legame con il personaggio: «Dal punto di vista professionale è stato uno snodo fondamentale per me. Ricciardi è uno di quei personaggi difficili da non guardare con ammirazione, per la sua capacità di restare saldo in anni oscuri e di convivere con la maledizione che lo perseguita. Mi ha conquistato il suo grande coraggio, la sua umanità. Da lettore prima e da attore poi, cerco in ogni modo di esserne all’altezza». Entrando nel vivo della nuova stagione, Guanciale aggiunge: «Nelle prime due stagioni ho voluto tenere la briglia corta per non sciupare la meravigliosa fioritura che vive ora. È la stagione più complessa e completa: c’è davvero di tutto. Vedremo Ricciardi abbandonarsi all’amore e alla gioia di vivere. È anche quella più divertente, perché perfino il Commissario si troverà in situazioni capaci di strappare un sorriso». Il racconto riparte dalla Napoli del 1933, dove Ricciardi inizia finalmente a frequentare ufficialmente la sua Enrica, pur senza liberarsi del tormento interiore e della maledizione che resta un segreto troppo pesante da condividere: «Ho tenuto Luigi Alfredo stretto nel suo impermeabile, proprio come nei romanzi di De Giovanni, per liberarlo un po’ alla volta dai suoi fardelli e farlo abbandonare all’amore», spiega ancora Guanciale. Ma il cuore pulsante della storia rimane Napoli, «una città che non ha specchi, non si guarda e vive la vita come se fosse un eterno presente», osserva De Giovanni. «Se solo si convincesse delle sue caratteristiche uniche, potrebbe davvero diventare qualcosa di straordinario». Il viaggio nel mondo del Commissario Ricciardi non può prescindere dal dottor Bruno Modo, interpretato con classe da Enrico Ianniello, che riflette sul profondo significato della libertà: «La libertà è la possibilità di amare gli altri senza alcuna barriera. C’è una caratteristica che Modo e Maurizio (De Giovanni) condividono: una gigantesca tenerezza nei confronti del mondo». Una tenerezza che si trasforma in amore attraverso le due figure femminili che da sempre avvolgono Ricciardi. La prima è Enrica, interpretata da Maria Vera Ratti: «Sono cresciuta con Enrica, sia come persona che come attrice. È un personaggio al quale ci si può ancorare con grande libertà, cosa rara, soprattutto all’inizio di una carriera. Ci sono aspetti in comune che porto con me anche nella vita quotidiana, e che sono cambiati nel corso delle stagioni».  Poi Livia, portata in scena da Serena Iansiti, che ricorda: «È stato un regalo pazzesco. Alessandro D’Alatri, il primo regista della serie, mi diceva sempre di pensare a questa donna come a una rockstar capace di rompere gli schemi. Livia mi ha dato la possibilità di essere tutto: una star e, allo stesso tempo, una donna fragile che vive i suoi sentimenti con estrema verità e sincerità. La sua è una vita in ascolto, umana e straziante al tempo stesso». A chiudere il cerchio è il brigadiere Maione, ombra del Commissario, interpretato da Antonio Milo: «Maione è un personaggio che mi ha permesso di comprendere meglio cosa significa essere napoletano, cosa rappresenta per me questa città. È stato come vivere una favola, ritrovare un amico caro».

 

Il Collegio 9

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Un racconto che commuove

 

Presentato in anteprima a Napoli in occasione della 77^ edizione del Prix Italia, suona la campanella su RaiPlay per i diciotto nuovi allievi della nona edizione del docu reality diventato un vero e proprio cult generazionale. Obiettivo finale: superare l’esame di terza media

 

 

Diciotto nuovi allievi si siederanno tra i banchi di scuola del Convitto Nazionale Mario Pagano di Campobasso, in Molise, per misurarsi con il severo corpo docente e puntare a superare l’esame di terza media. La classe protagonista si troverà catapultata nel 1990: l’anno del crollo definitivo del blocco sovietico, della liberazione di Nelson Mandela, dell’indimenticabile Mondiale di calcio di Italia ‘90, dei walkman sempre accesi e delle cassette registrate a casa. Alla guida del collegio ci sarà ancora l’inimitabile preside Paolo Bosisio mentre dietro la cattedra ritroveremo: Andrea Maggi, prof di italiano e di educazione civica, Maria Rosa Petolicchio docente di matematica e scienze, David. W Callahan di inglese e poi ancora Alessandro Carnevale insegnante di arte e Luca Raina per storia e geografia. Ai docenti storici si aggiungeranno tre nuove professoresse: Giusi Serra per Musica, Lucia Bello per Educazione Fisica e la dottoressa Monica Calcagni, medico chirurgo specialista in ostetricia e ginecologia, che terrà un corso di Educazione Sessuale. A raccontare le avventure dei prossimi collegiali ci sarà Pierluigi Pardo nuova voce narrante della tanto attesa serie.

 

Il RadiocorriereTv ha incontrato Andrea Maggi, prof di italiano e di educazione civica, e Maria Rosa Petolicchio docente di matematica e scienze.

 

Una posizione privilegiati di osservazione per questi ragazzi de Il Collegio. Come vi sentite?

Petolicchio: Non siamo nuovi a questa esperienza, diciamo che, con il tempo, ci abbiamo preso la mano. Accogliere ragazzi nuovi, conoscerli sul momento e iniziare con loro un percorso di relazione e di dialogo educativo è sempre qualcosa di nuovo e stimolante, un’esperienza positiva.

Maggi: È come una caccia al tesoro! I ragazzi arrivano mostrandosi in un modo e poi, man mano che li conosci, scopri volti e sfumature diversi. Questo, secondo me, è l’aspetto più affascinante de Il Collegio.

 

I giovani sono spesso sotto la lente di ingrandimento degli adulti. Come li racconterà questa nuova edizione?

Petolicchio: È bello che i ragazzi de Il Collegio si raccontino in prima persona, portando con sé le loro storie, le loro fragilità, i loro pensieri. È un racconto autentico, che commuove.

Maggi: È vero, è un racconto che ci tocca nel profondo. Ma vorrei anche aggiungere, cara collega, che se i ragazzi riescono ad aprirsi così, un po’ di merito è anche nostro (ride). Non siamo qui per caso!

 

Cosa rappresenta per voi l’esperienza de Il Collegio?

Petolicchio: Come insegnante, mi sono ritrovata quasi per caso, per una fortunata coincidenza, a vivere un’esperienza straordinariamente positiva e arricchente, che mi ha permesso di conoscere un mondo diverso da quello della mia quotidianità. Un mondo che, ogni volta che si riapre la parentesi de Il Collegio, ritrovo con grande piacere. È davvero un momento di vita che mi ha dato tanto. È sempre commovente rivedere le persone che ho conosciuto grazie a questo programma e scoprire cosa c’è dietro lo schermo, dietro la televisione: un universo che non avrei mai immaginato così ricco e autentico.

Maggi: Io, semplicemente, mi diverto. Mi emoziono, anche se cerco di non darlo troppo a vedere. Quando i ragazzi tirano fuori la loro genuinità sanno essere davvero spiazzanti. E poi mi diverto tantissimo con la collega Petolicchio e con il preside Paolo Bosisio. Siamo molto legati, ormai amici.

 

Come sono stati i vostri anni Novanta?

Petolicchio: Il 3 maggio del 1990 sono diventata mamma per la prima volta, un’esperienza che mi ha cambiato la vita. Per me, dunque, quell’anno è davvero speciale.

Maggi: Il 1990 è l’anno di Italia ’90! Come dimenticarlo? Ricordo il mitico Totò Schillaci, che oggi ci guarda da lassù. Sicuramente farà il tifo per noi, perché questa edizione, ambientata proprio nel 1990, è anche un po’ dedicata a lui.

MAURO & STRABIOLI

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Vi aspettiamo al Caffè Italia

 

In viaggio con Greta e Pino nel presente e nelle sue contraddizioni. Ad aiutare conduttori e spettatori, gli strumenti della cultura. Dal 3 novembre, ogni lunedì alle 15.40 su Rai 3 il programma d’intrattenimento culturale

 

Dopo la pennichella arriva il momento del caffè… Dal 3 novembre, ogni lunedì, lo offrirete ai telespettatori di Rai 3… che appuntamento sarà?

GRETA: Sarà un caffè insieme, chiacchierando dei temi che io e Pino più amiamo, che sono legati ai libri, al cinema, alla musica e ad altro ancora, al racconto anche dell’Italia. Ogni settimana, a farci da sfondo, sarà una città diversa, partiremo da Napoli: è come se il nostro caffè viaggiasse in giro per l’Italia, e in ogni città affrontasse un tema in qualche modo legato al luogo visitato.

PINO: In ogni puntata cercheremo di approfondire un macro-tema, passando dal costume alla cronaca. Per la prima puntata abbiamo scelto il sesso…

GRETA: E Napoli è una città carnale, passionale, sensuale, no?

PINO: Prima ospite sarà Veronica Pivetti, il cui primo romanzo (“Per sole donne”) raccontava di cinque donne che parlavano tra loro di sesso in maniera libera.

GRETA: Nel primo appuntamento con il nostro piccolo caffè letterario ci saranno anche gli scrittori Irene Cao, Massimiliano Lenzi e Cinzia Tani.

PINO: I libri sono una passione che accomuna me e Greta, io vengo dal “Il Caffè”, lei da “La biblioteca dei sentimenti”. Il nostro vuole essere un intrattenimento culturale, che ci consenta anche di approfondire i temi della bellezza, dell’arte, dei giovani e del loro linguaggio.

L’impegno è dunque quello di unire cultura e leggerezza?

GRETA: Nell’intrattenimento culturale il rapporto con il pubblico è paritario. Noi apriamo semplicemente una porticina, diamo uno stimolo. Con “La biblioteca dei sentimenti” ci dedicavamo ai classici, e in molti, tra il pubblico, ci hanno ringraziato per averli spinti a rileggere “Anna Karenina” o “Moby Dick”. Mi auguro che succeda la stessa cosa con questo nuovo programma. I nostri saranno 45 minuti di leggerezza profonda, che non significa affatto superficialità.

Nella prima puntata il tema è quello della sessualità, in televisione si può parlare di tutto?

PINO: Proprio come nella vita si dovrebbe parlare di tutto, sempre in maniera cosciente e consapevole, perché quando entri nelle case delle persone devi farlo con una certa forma e questo non per censurarsi. Penso che cose che si potrebbero esprimere anche con un linguaggio più forte, debbano essere proposte con educazione e rispetto. In questa prima puntata, in cui parliamo di erotismo, ci sarà una mia lettera aperta a Stefania Sandrelli nella quale cito proprio le mie prime pulsioni, i miei primi turbamenti, di quando a 13 anni vidi “Novecento” di Bernardo Bertolucci. Ho cercato di esprimere quelle sensazioni di erotismo, di scoperta della sessualità che ho vissuto, con un linguaggio appropriato.

GRETA: Si può parlare di tutto, ma per ogni cosa si deve usare un tono adeguato all’argomento. Troppo spesso, purtroppo, si usa lo stesso tono per tutto.

Qual è la chiave per fare servizio pubblico anche con l’intrattenimento?

PINO: Il servizio pubblico deve essere radicato al presente e non deve togliere la lente da quello che succede, dal cambiamento dei linguaggi nella società, e al tempo stesso deve mantenere un rapporto con la memoria. Deve incuriosire, educare senza voti, gesso e lavagna. Non bisogna guardare soltanto agli ascolti ma anche ai contenuti, al linguaggio, alla grammatica, all’etica.

GRETA: La chiave, secondo me, è data dalla sincerità, dall’onestà intellettuale di chi fa il programma, che viene scritto dagli autori. Noi che facciamo questo mestiere non esisteremmo senza le persone che ci guardano: il pubblico va rispettato e lo rispetti solo portando te stesso.

 

Qual è l’ultimo libro che vi ha dato, per così dire, un pugno sullo stomaco?

PINO: L’ultimo libro che mi ha solleticato è “Paradiso” di Michele Masneri, che è anche regista di “Stile Alberto”, docufilm su Alberto Arbasino. Arbasino è stato un grande scrittore e divulgatore che anche le nuove generazioni dovrebbero scoprire.

GRETA: Tra le ultime letture non ne trovo una che mi abbia colpito così tanto, ma rispondo citando un classico che ogni tanto rileggo, forse proprio il primo libro più importante nella mia vita, che è “Una vita” di Maupassant. Amo riaprire i libri che per me sono stati importanti, li tengo sul tavolino del salotto e non avendo molto tempo mi accontento di rileggerne, di tanto in tanto, anche solo qualche pagina.

 

Cosa vi diverte del vostro fare televisione oggi?

PINO: È un mestiere in cui ogni volta ti sembra di dover ricominciare da capo. In qualche maniera, in più di trent’anni, il palinsesto l’ho attraversato, sono passato dall’alba al preserale, ai tentativi di prima serata. La cosa che più mi appassiona è poter sperimentare ed essere liberi di veicolare un messaggio, un’emozione, un sorriso. E questo è ciò che cerco di fare in televisione, sono per il pensiero libero. Poi c’è il teatro dove mi permetto anche di andare oltre.

GRETA: Intanto la televisione mi diverte farla, mi piace moltissimo tutto quello che avviene dietro le quinte. Mi sento una privilegiata perché io sono stata una bambina degli anni Ottanta, un’adolescente degli anni Novanta, e quindi sono cresciuta con la televisione e con l’idea che fosse una piccola grande scatola magica. Sognavo di entrarci dentro e di vedere che cosa succedeva. Questa emozione la provo ogni volta che affronto un nuovo progetto e tutto quello comporta, dalla scrittura alla realizzazione. Quando poi hai un riscontro dal pubblico, soprattutto con dei programmi di nicchia, l’emozione è grande.

 

LE STELLE DI BALLANDO

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Un bellissimo viaggio

 

Con la sua ironia e una sincerità senza filtri, Nancy Brilli racconta la sfida di “Ballando con le Stelle” come un viaggio fisico ed emotivo, tra dolori muscolari e scoperte interiori. Dopo vent’anni di corteggiamento da parte di Milly Carlucci, l’attrice ha detto sì: “Mi ha conquistata la sua tenacia”. E oggi, tra prese, passi e fatica vera, Brilli riscopre il piacere di affidarsi, di imparare, di lasciarsi guidare, anche fuori dal set

 

Cosa l’ha spinta a dire sì alla proposta di Milly Carlucci?

Me l’ha proposto per vent’anni! Ma c’era sempre un motivo per fare altro. Questa volta si è incastrata nello spazio tra due lavori e poi mi sono detta: “Ma sei una persona così costante nel volermi!”. Quanto poco spesso succede che ti desiderino così tanto nel lavoro, dove sembriamo sempre tutti intercambiabili. Invece lei mi ha proprio corteggiata. E allora ho accettato, perché me l’ha chiesto Milly Carlucci.

Cosa significa, e quanta fatica costa, mettersi in gioco in un’arte diversa da quella in cui si è avuto successo?

Mi è capitato di ballare in altre occasioni, quando ho fatto una commedia musicale, ma stiamo parlando del 1987! Facevo tre lezioni al giorno, ma su quello che mi diceva Franco Miseria. Questo genere di balli, invece — molto specifici, tecnici, infatti si chiamano “balli sportivi” — non li avevo mai affrontati. Ci vuole un’energia, una forza fisica che non mi aspettavo. Pensavo che fosse faticoso, ma non immaginavo che lo fosse così tanto.

C’è qualcosa che sta scoprendo di se stessa, che non conosceva, grazie a questa nuova esperienza?

Della mia testardaggine ero perfettamente a conoscenza! Però una cosa l’ho accettata dal primo momento in cui ho incontrato il maestro: quella di mettermi nelle sue mani. Perché io sono, come tante donne che lavorano e che si tirano su praticamente da sole, abituata a prendermi le responsabilità, a rimboccarmi le maniche, a lavorare sempre e comunque. In questo caso, invece, sei la donna. E la donna, in questo genere di ballo, si deve affidare al maestro, si deve affidare all’uomo. E allora ho detto: “Sai che c’è? Proviamo questa cosa inebriante”. Mi sono affidata al mio maestro che, peraltro, essendo un campione, sa esattamente che cosa stiamo facendo. Ed è una bellissima esperienza.

A proposito del suo maestro Carlo Aloia: un pregio e un difetto?

È romano e testardo come me. C’è stato un giorno che stavo proprio con la schiena a pezzi e gli ho detto: “Ti prego, non sono una maestra alta due metri e cinquanta per venticinque chili! Sono una signora di sessant’anni, abbi pietà!”. Non dico mai di no, non è da me. Non dico “questo non lo faccio”, io dico: “ci provo”. Però non ti garantisco di farcela, perché lui, grande pregio, è fortissimo: ti prende, ti fa una presa, ti gira e ti rivolta.

Che rapporto ha con la fatica?

Sono abituata. Non mi è mai successo di fare una cosa senza fatica. Ma francamente va bene così. Mi piace faticare e guadagnarmi quello che riesco a conquistare. Certo, a volte mi piacerebbe anche dire: “Beh, anche con un pochino meno va bene!”, perché faticare va bene, ma a volte mi sento proprio un mulo da soma.

Cosa si dice in famiglia, nella cerchia ristretta degli amici, di questa Nancy ballerina?

Sono tutti fan assoluti! Sono assolutamente partigiani: tifano per me, mi incoraggiano. Mi ha stupito moltissimo mio figlio che, come molti ragazzi della sua età, non segue lo spettacolo del sabato sera. Non se ne perde uno! Magari lo guarda come fanno loro, non in diretta in televisione ma sulle piattaforme, magari solo il pezzo che gli interessa. Però non si è perso un ballo.

A cinque settimane dalla partenza del programma, quale podio si aspetta?

Non ci penso. Questo è proprio il caso in cui mi sto godendo il viaggio. Vorrei solo non avere tutti questi dolori muscolari che si affacciano ogni giorno! Abbiamo il fisioterapista in studio, che è sempre super prenotato, e mi dice: “C’è il dolore da tango, che è sotto la scapola perché alzi il braccio; c’è il dolore da jive, che è al ginocchio; c’è il dolore lombare, quello al polpaccio…” Insomma, ogni ballo ha il suo dolore! Io in questo momento ne ho cinque diversi in corso, perché da una parte mi sto portando dietro un vecchio infortunio fresco. Detto questo, però, mi sto davvero godendo il viaggio, perché io stessa vedo la differenza tra il primo ballo — da totale neofita — e quello che stiamo facendo adesso. Si impara tanto.

Molti concorrenti, anche delle passate edizioni, dicono che Ballando con le stelle in qualche modo ha cambiato la loro vita. Sta accadendo anche a lei?

No, al momento per niente.

SIGFRIDO RANUCCI

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Sempre in profondità

 

Il racconto della complessità dei nostri tempi nelle inchieste di “Report”. «Mi attrae la possibilità di raccontare un contesto veramente complicato, forse il più complicato dal dopoguerra. Sempre con gli occhi aperti e con il massimo rigore» dice al RadiocorriereTv. Da domenica 26 ottobre in prima serata

 

 

Pochi giorni ancora e tornano le inchieste di “Report”, da dove si riparte?

Ripartiamo con il solito sguardo di “Report”, partiamo però con una nuova sigla, che alla soglia dei trent’anni abbiamo rinnovato cercando di parlare anche con i più giovani. Ci occuperemo di dove sono finiti i fondi per la cultura, del concetto di merito e di come è stato interpretato in questi anni. Il merito viene riconosciuto in maniera discrezionale e non oggettiva, si rischia in qualche modo di cadere nell’eccesso di potere. Torneremo a parlare di alimentazione, di come viene lavorata e trattata la carne che finisce sulle nostre tavole. Parleremo di sanità, in maniera sempre puntuale e approfondita, vedremo a che punto si è dopo gli investimenti del PNRR, e poi grande sguardo e profondità sui temi internazionali. Torneremo sugli interessi che ci sono sulla ricostruzione in Palestina, andando a vedere anche quali potessero esserci dietro ai bombardamenti e alla distruzione di Gaza. Ci occuperemo di come si sta comportando l’Europa sul conflitto Ucraina-Russia, della corsa agli armamenti. Vedremo anche come viene finanziato il progetto politico che fa capo a Trump, la destra americana, come viene finanziato in Europa. Daremo spazio a inchieste propositive, come quella sulle potenzialità della nostra industria spaziale, che se avesse un vero supporto anche a livello internazionale, in Europa non sarebbe seconda a nessuno. Parleremo anche del Garante della privacy, vedremo di chi è garante.

Cosa ti attrae e cosa ti spaventa dei nostri tempi?

Mi attrae la possibilità di raccontare un contesto veramente complicato, forse il più complicato dal secondo dopoguerra a oggi, quello di un giornalista è un punto di vista privilegiato. Ciò che mi spaventa di più è il senso di smarrimento che vive la gente per bene. Ho l’impressione che ci si sia anestetizzati all’orrore della guerra, incapaci di reagire emotivamente. Un senso di smarrimento alimentato dal fatto che non si hanno uomini di pace, che possono lavorare per la pace. Purtroppo, penso che sia destinata al fallimento, proprio per questo motivo, la pace a Gaza. Devi poterci lavorare attorno alla pace, non è un accordo tra affaristi.

Come si pone un programma di approfondimento come “Report” di fronte al tentativo, sempre più diffuso nell’era social, di semplificare il racconto della realtà?

Andando sempre a cercare la profondità, questo è il problema sostanziale. Il 70 per cento delle persone ormai si informa sul web, sui social, che però non sono lo strumento più adatto, perché la notizia che viene privilegiata non è quella vera, ma quella che raccoglie più click, che ha la capacità di raccogliere maggiore consenso, più visibilità. Faccio sempre un esempio paradigmatico: il 20 marzo 2020, in piena pandemia, apparve sui nostri profili social un video tratto dal Tg Leonardo di cinque anni prima, che parlava di un esperimento fatto in laboratorio in Cina, a Wuhan, su un coronavirus, e che sul web veniva messo in relazione alla pandemia. Quel video fu diffuso alle 11 del mattino, nel giro di poche ore fece 470 mila visualizzazioni, rimbalzò sui siti ortodossi russi, su quelli americani di estrema destra, e fu rilanciato in Italia dai siti sovranisti. In poco tempo aveva raggiunto 680 milioni di visualizzazioni, si aveva la percezione che il virus fosse scappato da un laboratorio. Non era così.

“Report” ha indagato sulla diffusione di quella notizia…

Siamo andati a vedere chi per primo l’avesse lanciata, ed era una signora di Riccione di 74 anni, che non potendo uscire di casa causa divieto, stava rassettando la propria abitazione. Mettendo mano ai cassetti trova un appunto che lei stessa aveva scritto cinque anni prima. Legge di questo Tg Leonardo, fa l’associazione con ciò che il mondo sta vivendo, e deduce che ciò che quel servizio racconta sia all’origine del virus della pandemia. Lo manda alle sue amiche che lo girano a loro volta ad altri amici e in poche ore fa il giro del mondo. Questo vuol dire che la signora era una depistatrice? Certamente no. Che i social media siano depistatori? No, fanno semplicemente il loro mestiere, quello di cercare di incamerare più follower possibili, di farci passare più tempo sulle loro pagine. Il fatto è che noi ci formiamo su questo tipo di strumenti, che riteniamo più credibili di un certo tipo di giornalismo.

 

Una carriera importante alle spalle, cosa ti insegna ancora questo mestiere?

Intanto che devi stare sempre con gli occhi aperti, che devi avere il massimo rigore perché uno scivolone può essere fatale per la tua credibilità, per quella del programma, dei compagni di lavoro e della Rai. E poi, soprattutto, che puntare sulla qualità, sulle idee, è ancora una scelta vincente.

A un giovane consiglieresti di fare il giornalista oggi?

Assolutamente sì. Abbiamo bisogno di giovani preparati, indipendenti.

Che consiglio gli daresti?

Di non confondere mai lo strumento tecnologico con i contenuti, di mantenere un giudizio critico e viva la propria memoria. Immaginiamo che la memoria digitale sia qualcosa di eterno, ma non è così. Se i motori di ricerca, le piattaforme di condivisione, gli strumenti del web dovessero staccare la spina, noi perderemmo un patrimonio immenso.

Sarebbe il caos…

Esempio ne è quanto accaduto a un avvocato di Latina qualche settimana fa. Aveva preparato una memoria difensiva per un proprio cliente citando alcune sentenze cercate attraverso l’intelligenza artificiale. Il giudice si accorge che quelle sentenze non c’erano mai state e rimprovera l’avvocato che a sua volta chiede all’IA per quale motivo gli avesse dato delle risposte sbagliate. L’intelligenza artificiale risponde di essere programmata per non deludere. Ecco, questo è un grande rischio.

 

PAOLO PETRECCA

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Verso Milano/Cortina 2026

 

A vent’anni dall’ultima edizione, quando Torino ospitò i Giochi invernali 2006, la fiamma olimpica si appresta a tornare in Italia.  Appuntamento dal 6 al 22 febbraio, in televisione, in radio e su RaiPlay. Il RadiocorriereTv incontra il direttore di Rai Sport: «Vi faremo divertire ed emozionare, sperando di gioire per tanti successi italiani»

 

Dal 6 al 22 febbraio sulla Rai le Olimpiadi invernali, che spettacolo vedremo?

Uno spettacolo unico, dal quale ci aspettiamo grandi risultati dei nostri atleti. Sarà un racconto che prenderà il via con le Olimpiadi invernali e che proseguirà, a marzo, con i Giochi paralimpici invernali. Scenderà in campo la squadra di Rai Sport, cento persone al lavoro tra giornalisti, assistenti e tecnici, impegnata dalla mattina fino alla notte nella cronaca degli eventi e con trasmissioni di analisi e commento in onda sette giorni su sette. Si partirà su Rai 2 con “Mattina Olimpica” condotta da Tommaso Mecarozzi, fino al primo pomeriggio, tra le 18.30 e le 19.30 avremo un ampio Tg Sport, ci saranno le “Notti Olimpiche” con Sabrina Gandolfi, “Casa Italia” con Marco Lollobrigida, mio vicedirettore e volto storico di Rai Sport. Insieme ai giornalisti, capitanati da Auro Bulbarelli, avremo molti talent che ci aiuteranno a regalare agli italiani settimane piene di emozioni.

Il racconto delle gare e di tutto ciò che ruota intorno…

Tra Milano, Cortina e Livigno racconteremo lo sci alpino come lo sci di fondo, il pattinaggio e lo slittino, il carling e lo snowboard. Saremo in diretta su Rai 2, la rete olimpica, e Rai Sport con le gare di tutte le 16 discipline. Insieme a quello sportivo ci sarà il racconto degli atleti e delle loro storie, del nostro territorio, delle Alpi tra le montagne più belle del mondo, delle nostre città. Dal 17 novembre al 2 febbraio, ci avvicineremo alle Olimpiadi con “Road to Milano-Cortina”, in onda il lunedì alle 19 su Rai 2 al termine del Tg Sport. Dal 6 dicembre cominceremo invece a seguire la fiamma olimpica nel suo viaggio in Italia con una pagina dedicata trasmessa in coda al Tg Sport . Le Olimpiadi e le Paralimpiadi invernali saranno disponibili anche su RaiPlay.

Da giornalista e da tifoso, c’è un ricordo delle Olimpiadi invernali che ti sta particolarmente a cuore?

Pensando ai campioni più recenti ti dico Sofia Goggia, oro nel 2018 e argento 2022 nella discesa libera, penso alle imprese di tanti altri atleti e atlete italiani. La mia memoria da tifoso va lontano nel tempo, allo sci di Gustav Thöni, di Piero Gros, di Alberto Tomba, ai tanti sciatori che hanno fatto la storia dello sci, alle valanghe azzurre.

In quali discipline l’Italia potrà darci maggiori soddisfazioni?

Il mio cuore va allo sci, ma mi aspetto molto dallo snowboard e dal freestyle, con atleti molto forti: sono certo che saremo conquistati dalla spettacolarità di queste discipline. Credo che anche l’hockey su ghiaccio saprà darci delle belle soddisfazioni.

Una promessa ai telespettatori della Rai…

Vi faremo divertire ed emozionare, sperando di gioire per tanti successi italiani. La Rai è Servizio Pubblico e un grande evento come le Olimpiadi deve essere visibile in chiaro, da tutti: lo sport è aggregazione, è sogno, insegna a gioire quando si vince e a rialzarsi quando si perde. Lo sport è anche racconto di vita vissuta e dei territori, dell’impiantistica italiana. Su questo fronte fiore all’occhiello è la nuova cabinovia di Livigno, completamente trasparente, dalla quale andremo anche in diretta.

 

 

 

 

 

Serie tv

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Noi del Rione Sanità

 

Molti lo chiamano il “Miracolo del Rione Sanità”, ma ha un nome e un cognome e uno sguardo volto al futuro. La serie diretta da Luca Miniero, in onda su Rai 1 da giovedì 23 ottobre, ruota attorno alla figura carismatica di Don Antonio Loffredo (che nel racconto diventa Don Giuseppe Santoro, interpretato da Carmine Recano), prete pragmatico e visionario che con la sua energia e la sua perseveranza dà inizio al cambiamento

 

La serie racconta la straordinaria trasformazione del Rione Sanità di Napoli: da quartiere malfamato e dimenticato, dove per decenni la criminalità ha soffocato ogni tentativo di riscatto sociale, a nuovo polo culturale e turistico, oggi simbolo di rinascita e speranza. Al centro di questo cambiamento c’è Don Antonio Loffredo, il parroco visionario che ha compiuto quello che molti chiamano il “Miracolo del Rione Sanità”. Nel 2006, con la fondazione di una cooperativa sociale, Don Antonio ha dato vita a un progetto di rigenerazione partito da un piccolo gruppo di sei giovani del quartiere. Insieme, hanno restituito vita a spazi abbandonati, creando opportunità di lavoro legate all’arte, allo sport e alla cultura — alternative concrete alla criminalità e al degrado. A questa figura si ispira il protagonista della serie, Don Giuseppe Santoro (interpretato da Carmine Recano): un prete intraprendente e carismatico, guidato da una fede concreta, che crede nella salvezza attraverso l’azione. Don Giuseppe comprende che per cambiare davvero la Sanità bisogna prima cambiare lo sguardo dei suoi ragazzi — quelli senza futuro, nati e cresciuti tra le strade del quartiere — avvicinandoli al potere trasformativo della bellezza e dell’arte. Come in una moderna favola metropolitana, ispirata all’omonimo libro autobiografico di padre Antonio Loffredo, Noi del Rione Sanità intreccia il percorso di Don Giuseppe e della sua comunità con quello di una Napoli luminosa e contraddittoria, dove la miseria e la meraviglia convivono. È un racconto di rinascita collettiva, fatto di piccoli gesti di coraggio, solidarietà e amore per la propria terra.

 

Un’incredibile esperienza umana

«Indossare l’abito talare è stata un’esperienza particolare, quasi come entrare in un’altra dimensione. Ho subito avvertito il peso e la responsabilità di quel gesto: un’esperienza umana intensa, tra le più difficili ma anche tra le più emozionanti della mia carriera. Sono molto legato a questa storia, perché ho vissuto in prima persona il momento in cui don Antonio arrivò al quartiere Sanità e fondò la cooperativa. Ricordo bene i corsi — uno in particolare era tenuto da un mio caro amico — e spesso andavo a trovare i ragazzi, ad assistere agli spettacoli. Ho conosciuto da vicino quel lavoro e quella realtà: ragazzi segnati, spesso rassegnati, schiacciati dalla mancanza di opportunità. Eppure, in loro c’era una straordinaria luce, una creatività e una sensibilità rare. Don Antonio ha saputo coglierle, ha creduto in loro e ha trasformato un luogo dimenticato in una fucina di possibilità. Ha portato il teatro dentro la chiesa, creando spazi di incontro e di rinascita, offrendo ai ragazzi uno sguardo nuovo per ritrovare — e amare — la vita.»
Carmine Recano

 

In bilico tra rischio e possibilità

«Il quartiere Sanità è un luogo che, da napoletano, conoscevo fin da giovane come difficile, quasi invivibile — ma non pericoloso. Tornarci da regista, ritrovare un territorio completamente trasformato, è già stata parte del racconto che volevo portare sullo schermo. Ho avuto la fortuna di conoscere don Antonio Loffredo e di apprezzarne l’energia contagiosa, capace di spiegare meglio di qualsiasi parola le ragioni di questa rinascita. La serie mi ha permesso di raccontare la sua straordinaria vicenda, attraverso un racconto corale ed emotivo, sullo sfondo di una Napoli viva e stratificata. Il Rione Sanità non è solo un susseguirsi di luoghi, ma un organismo pulsante, coprotagonista silenzioso che respira insieme ai personaggi. La macchina da presa si avvicina con rispetto, evitando ogni romanticizzazione del degrado o della sofferenza, cercando invece la bellezza nei dettagli quotidiani, nei gesti minimi, nei silenzi. L’unicità del cast che popola questa serie si è rivelata un supporto chiave nel dipingere questa incredibile vicenda di riscatto e speranza. Carmine Recano incarna la figura di guida morale, mai idealizzata e anzi profondamente umana, ed è affiancato da altri grandi nomi come Giovanni Ludeno, Bianca Nappi, Vincenzo Nemolato e Tony Laudadio. Insieme a loro anche Ludovica Nasti e un gruppo di giovani attori napoletani – molti dei quali esordienti – portano in scena una generazione in bilico tra rischio e possibilità, restituendo interpretazioni asciutte, sincere e lontane da ogni retorica.»

Luca Miniero, regista

 

I PERSONAGGI

Don Giuseppe Santoro (Carmine Recano)

Prete idealista e carismatico, guida un progetto di rigenerazione sociale nel cuore del Rione Sanità. La sua missione è concreta prima che spirituale: offrire a chi è in difficoltà un’occasione reale di riscatto, aiutandolo a costruire un futuro dignitoso e autonomo per sé e per la propria famiglia.

Massimo (Rocco Guarino)

Figlio di un collaboratore di giustizia, sogna di fare l’attore ma è irresistibilmente attratto dalle scorciatoie del crimine. Inizialmente diffidente verso Don Giuseppe, cade poi nella rete del boss Mariano Sommella, che sfrutta le sue fragilità e il bisogno di sentirsi parte di una “famiglia”.

Enzo (Federico Cautiero)

Amico leale di Massimo, è segnato dalla morte del fratello e schiacciato da un dolore che lo spinge verso la vendetta. Attraverso il teatro e la cooperativa guidata da Don Giuseppe ritrova un senso, una speranza, e anche l’amore. Diventa così il simbolo della resilienza e della rinascita del rione.

Mimmo (Giampiero De Concilio)

Ragazzo solare e instancabile, aiuta i genitori nel piccolo emporio di famiglia. Quando la camorra mette a rischio la sua vita e quella dei suoi cari, sarà costretto a mettere alla prova il proprio coraggio e la propria integrità, anche a costo di scontrarsi con l’amico Massimo. Alla fine, riuscirà a coronare il suo sogno d’amore con Caterina.

Caterina (Caterina Ferioli)

Cresciuta nei “quartieri alti”, figlia di un magistrato e di un’aspirante artista, inizialmente vive con disagio il trasferimento nel Rione Sanità. Ma il teatro diventa per lei un rifugio e una forma di libertà. Il conflitto con il padre la spingerà a lottare per affermare se stessa e per vivere apertamente il suo amore per Mimmo.

Anna (Ludovica Nasti) e Alex (Federico Milanesi)

Figli di un panettiere e di una madre detenuta, crescono grazie alle attività promosse da Don Giuseppe. Anna, inizialmente frivola e soggiogata da Massimo, trova la forza di cambiare, dedicandosi al fratello Alex e aiutandolo a superare la dislessia e la paura di studiare.

Manuela (Nicole Grimaudo) e Matilde (Andrea Solimena)

Manuela, ex promessa sposa di Don Giuseppe, vive un matrimonio segnato dalla violenza e dall’alcol. Rancorosa verso il parroco che l’ha abbandonata sull’altare, troverà in lui un alleato inatteso quando la figlia Matilde verrà rapita dal padre. Il percorso per ritrovarla sarà anche un cammino di perdono.

Mariano Sommella (Giovanni Ludeno)

Camorrista carismatico e manipolatore, tira i fili nell’ombra e seduce gli adolescenti del quartiere — tra cui Massimo — per tenerli legati al potere criminale, sabotando ogni tentativo di riscatto civile e sociale.

Carmine (Ivan Castiglione)

Padre di Massimo, detenuto a Poggioreale, ha scelto di collaborare con la giustizia dopo una vita nella criminalità. Orgoglioso del suo cambiamento, tenta con fatica di riconquistare la fiducia del figlio.

Suor Celeste (Bianca Nappi)

Pragmatica, ironica e dal cuore grande, è la spalla silenziosa di Don Giuseppe. Con intelligenza e spirito materno, lo aiuta ad affrontare le difficoltà, aggirare la burocrazia e tenere insieme la comunità.

Lello (Tony Laudadio) e Asprinio (Vincenzo Nemolato)

Lello, sacrestano bonario e goloso, è spesso ripreso da Asprinio, un “chierichetto” di oltre trent’anni che rappresenta il legame più autentico tra Don Giuseppe e la gente del quartiere.

Sante (Vincenzo Antonucci) e Stella (Chiara Celotto)

Giovane operaio onesto ma intrappolato nella precarietà, Sante muore tragicamente sull’altare, lasciando un vuoto profondo nel gruppo. La sua compagna Stella, incinta, trova nella memoria del suo amore la forza di andare avanti e di dare al loro bambino un futuro diverso.

Il vescovo Cassino (Maurizio Aiello) e Don Bastiano (Fabio Troiano)

Rappresentano l’autorità della Curia: Cassino, più bonario e ambiguo, tende a chiudere un occhio sui metodi non convenzionali di Don Giuseppe; Don Bastiano, invece, è il suo acerrimo rivale, custode inflessibile delle regole e del potere ecclesiastico.

 

La storia inizia così…

Primo episodio

Don Giuseppe Santoro, prete combattivo e innovatore, è costretto a lasciare l’incarico al carcere di Poggioreale dopo che alcuni detenuti sono evasi nel corso di una trasferta organizzata da lui per avviare un progetto di reinserimento sociale. Il parroco viene destinato dalla Curia al rione Sanità dove trova un contesto molto difficile in cui la malavita e la dispersione scolastica impediscono qualsiasi prospettiva di riscatto per i giovani del quartiere. Nonostante l’ostilità iniziale, Don Giuseppe comincia a muovere i primi passi nel nuovo ambiente e a sfidare gli imperativi della Curia e le azioni criminali di Mariano, il boss del quartiere, celebrando il funerale pubblico di un ragazzo ucciso dalla malavita sul sagrato della chiesa del Monacone.

Secondo episodio

È Natale e Don Giuseppe tenta di cementare i legami della comunità attraverso l’allestimento di una scuola di teatro per i ragazzi nella chiesa dell’Immacolata. Stretto dalle difficoltà economiche alla vigilia del proprio matrimonio, Sante mente alla compagna Stella e le promette una festa da sogno, pur non potendo permettersela. Don Giuseppe ritrova la sua ex fidanzata da ragazzo, Manuela, oggi madre della piccola Matilde, ancora ferita da quell’abbandono vent’anni prima. Intanto, tra i ragazzi le tensioni e le aspirazioni si intrecciano: Caterina resta stretta tra le aspettative del padre magistrato e il desiderio di libertà; Mimmo e Enzo, più cinici, osservano con distacco ma iniziano a lasciarsi coinvolgere; Anna e Alex oscillano tra curiosità e scetticismo; Massimo, invece, viene adescato dalle attenzioni del camorrista Mariano, che lo spinge a fargli da spia per controllare il nuovo parroco. Il rione viene però funestato da un terribile delitto: Sante viene ucciso da un colpo di pistola davanti a tutti, compresa la sua futura sposa.

MANILA NAZZARO & JULIAN BORGHESAN

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Quando la musica racconta la vita

 

Un’intervista doppia che svela il programma “Radio2 Music Room” dove la musica incontra le storie quotidiane, la leggerezza e il divertimento. I conduttori raccontano com’è lavorare insieme, tra DJ set improvvisati, aneddoti da Sanremo e momenti esilaranti in diretta. Uno sguardo vivace e autentico su ciò che accade ogni giorno tra le 14.30 e le 16.00, dove gli ascoltatori sono sempre protagonisti

 

Chi tra voi due è il DJ mancato e chi l’enciclopedia musicale?

MANILA: L’enciclopedia musicale è Julian. Il DJ mancato, però stile Lady Gaga, stile Madonna, sono io! Quando lavoriamo insieme sulla radio digitale, sono quella che smanetta con il DJ Pro: tolgo i brani, li rimetto, li cambio. Lui mi guarda e dice: “Vabbè, fai quello che ti pare!”. Quindi sì, lui è sicuramente l’enciclopedia musicale. Io, invece, sono la DJ. Un po’ matta, un po’ casuale, ecco!

JULIAN: Sicuramente lei è la DJ mancata. Anche se, lo ammetto, me la cavo bene alla console. Comunque sì, Manila si sente proprio una DJ mancata. E io, a quanto pare, sono l’enciclopedia musicale. Anche se detta così suona un po’ troppo! Diciamo che ho una grande passione per la musica, cerco di conoscerla bene e di trasmettere questo amore anche a chi ci ascolta.

Cosa non può mancare nel vostro programma?

JULIAN: La musica è sicuramente l’ingrediente principale. Anche se il nostro non è più un programma solo musicale, la musica resta la cornice protagonista. Ci permette di raccontare la quotidianità di tutti: attraverso i brani parliamo di fatti, curiosità, notizie, aneddoti… il tutto sempre con leggerezza e con quella sana allegria che ormai ci contraddistingue.

MANILA: Sicuramente non ci sono mai copioni. Anche se abbiamo una bellissima squadra di lavoro, io e Julian andiamo molto a braccio. A volte tiriamo fuori delle cose che neanche l’autore conosce! Ma sempre divertenti. C’è tanta quotidianità, quella di tutti noi, anche se la musica resta la vera protagonista. Poi ci sono le nostre playlist preferite, che rappresentano molto anche noi. Siamo un po’ boomer, diciamolo, perché ci piace condividere i ricordi legati a certe canzoni. La nostra playlist è giovane, ma include hit che hanno fatto la storia della musica mondiale. Abbiamo anche una sezione dedicata alle “meteore musicali”: canzoni che hanno reso famoso un artista ma sono state l’unico grande successo della sua carriera. E poi, ovviamente, c’è la nostra solita leggerezza.

Qual è stato il momento più assurdo o divertente successo durante una diretta?

MANILA: Impossibile sceglierne uno solo! Lavoriamo insieme da oltre tre anni. Di momenti divertenti e assurdi ce ne sono stati tantissimi, ma quelli più strani capitano spesso a Sanremo. Ad esempio, ci fermano per fare una foto con me e Julian scherza: “Scusate, ma con me no? Sono un famosissimo rapper internazionale!” E la gente ci casca! Succedono queste cose e noi ridiamo tantissimo. Ma davvero, tantissimo.

JULIAN: Sanremo è un’esperienza unica dove può accadere di tutto, e il problema diventa muoversi con Manila! Lei non passa inosservata: si crea subito la coda per selfie e foto. A un certo punto sembra di essere in giro con Carlo Conti. Io scherzo sempre dicendo che lei e Carlo se la battono! In generale, tutte le trasferte — come anche al Salone del Turismo a Rimini — sono sempre un po’ un’avventura.

Se poteste intervistare un artista del passato, chi scegliereste e perché?

MANILA: Direi Lucio Dalla. L’ho conosciuto, l’ho incrociato tantissime volte, ma non ho mai avuto l’occasione di intervistarlo. Quando sono diventata Miss Italia, lui era lì a cantare “Attenti al lupo”, a un metro da me. E da lì la musica è diventata parte della mia vita. Ma mi è rimasto il rammarico di non aver mai scambiato due chiacchiere con lui. Avrei avuto tantissima curiosità su come sono nati certi brani, sulle sue storie d’amore, su Lucio artista e uomo.

JULIAN: Lucio Dalla l’ho avuto ospite qualche mese prima che ci lasciasse. Finita la diretta, mi disse: “Fratello, ti aspetto a Bologna che ce ne andiamo in trattoria insieme.” È l’ultima cosa che ricordo di lui, un momento bellissimo che mi porto dentro. Poi, se parliamo di grandi del passato, direi anche Elvis Presley, perché non è solo un cantante ma un fenomeno culturale che ha cambiato per sempre la musica popolare. Intervistarlo avrebbe significato andare alla fonte del mito.

Chi è più social tra voi due?

MANILA: Io. Ma senza neanche pensarci! Anche all’interno delle puntate sono quella che porta sempre i trend più strani, che spopolano sui social. L’ultimo è stato quello sulla moda dei baffi nelle donne. Julian ride ancora, ma effettivamente le cose più assurde le scovo tutte io. Ho due figli adolescenti che mi aggiornano. Quindi sì, sono involontariamente molto social.

JULIAN: È lei, senza alcun dubbio. Manila è anche oltre il social perché senza volerlo, cresce, coinvolge, appassiona. È quasi un caso da studiare, lo dico davvero. Le basta pensare a qualcosa e aumentano follower e like! E poi ha un seguito fidelizzato, che è la cosa più bella. Io ci provo, ma lei è più forte!

Perché ascoltare “Radio2 Music Room”?

MANILA: Perché garantiamo leggerezza e qualità. Perché c’è bella musica, ci sono storie vere. La musica è la protagonista, ma diventa anche un pretesto per ritagliarsi una risata, un po’ di empatia. E di questi tempi, serve.

JULIAN: Perché no? Siamo un mix giusto: leggerezza, qualità, buona musica e un bel rapporto umano. E poi, ogni tanto, si ride pure!

MARCO LIORNI

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In famiglia da 24 anni

 

Il conduttore torna, per il terzo anno consecutivo, alla guida de “L’Eredità”, con all’attivo ben 360 puntate. L’intervista del RadiocorriereTv: «Ogni giorno per noi è come una prima puntata – afferma – ci mettiamo sempre gusto, entusiasmo, curiosità». L’appuntamento è su Rai 1 da lunedì 20 ottobre, tutti i giorni alle 18.40

 

 

Due edizioni alle spalle, una in partenza, cosa ha imparato da “L’Eredità”?

Ho imparato tanto! “L’Eredità” è quiz puro, anche se in questi anni si è evoluto. Dentro c’è anche qualcosa che ho imparato nei cinque splendidi anni a “Reazione a catena”.

Come ha caricato le batterie nel corso dell’estate?

Libri, mostre, film e serie ma soprattutto tanta natura. Ma abbiamo lavorato tanto sulle novità della nuova edizione.

Una lunga carriera alle spalle, tante trasmissioni condotte, qual è il segreto per condurre al meglio l’Eredità?

Non credo ci sia un segreto… ogni giorno per noi è come una prima puntata, ci mettiamo sempre gusto, entusiasmo, curiosità.

Quali nuovi giochi ci porta la nuova edizione?

Un meccanismo più meritocratico nel “Triello” e il nuovo gioco che si intitola “1, 2, 3 …quella!”: tre indizi che fanno riferimento a parole molto diffuse. Tutti ce le abbiamo sulla punta della lingua ma a volte non ti vengono!

 

“L’Eredità” è sinonimo di famiglia, cosa le ha dato, nel rapporto con il pubblico, questo programma?

Bravo! Ha trovato un bel sinonimo. Mi ha dato il privilegio di stare con il pubblico in quell’ora in cui la giornata comincia a essere alle spalle, magari l’ora in cui si prepara la cena o si cena o si fa un aperitivo… Quindi un orario di mezzo, di relax. Si crea una specie di complicità.

Hai un consiglio per affrontare al meglio la ghigliottina?

Sì, ma non è un consiglio semplice: bisogna essere concentrati e allo stesso tempo bisogna lasciarsi andare. Sembra un ossimoro, ma ti devi un po’ astrarre per tenere la testa libera di viaggiare tra gli indizi e le associazioni e arrivare così alla mitica parola della ghigliottina.

Cosa deve avere un concorrente per entrare nel cuore del pubblico e anche nel suo?

Essere felice mentre sta con noi. Ci aiuta nel creare il clima che vogliamo vivere e aiuta anche lui, perché se sei felice giochi più leggero e forse magari indovini anche di più.

A dicembre sarà di nuovo in Calabria con “L’anno che verrà”, cosa rappresenta per lei la diretta di fine e inizio anno?

Lo scorso anno mi ha dato una grande emozione perché è un momento altamente rituale della televisione, l’ho vissuto decine di volte dall’altra parte, quindi stare lì…viaggi con la consapevolezza di quanto quella sera stai dentro tantissime case in un momento carico di emozioni e di speranze.

 

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LA NUOVA EDIZIONE

Il game show più longevo della televisione italiana festeggia i suoi 24 anni, continuando a registrare ottimi ascolti. La scorsa edizione ha ottenuto una media di 4,2 milioni di telespettatori con il 26,04% di share. La puntata più seguita è stata quella del 13 febbraio 2025 con 5 milioni di telespettatori e il 29,3% di share, mentre i picchi hanno toccato 5,8 milioni e il 31,5%. Tra le novità di questa edizione c’è il gioco “1, 2, 3…”: il concorrente, partendo da tre indizi, dovrà indovinare l’oggetto o l’argomento misterioso, per continuare la sua avventura fino a conquistare l’accesso all’imperdibile Ghigliottina. Qui il Campione di puntata avrà l’occasione di aggiudicarsi il montepremi accumulato durante la gara. Confermata la presenza delle due Professoresse: la trevigiana Greta Zuccarello e la veneziana Linda Pani. La regia è di Luigi Rizza.

 

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I NUMERI DE “L’EREDITA’”

In questi anni sono stati circa 26.000 i concorrenti che hanno preso parte al game show, e 450.000 le domande formulate. Tra i tanti partecipanti al game show, è Guido Gagliardi il concorrente che ha vinto di più (con 316.250,00€ e 5 ghigliottine indovinate), mentre Massimo Cannoletta è il concorrente che ha partecipato a più puntate consecutive (51 puntate con 8 ghigliottine indovinate e 280.000€ di montepremi). Le ghigliottine conquistate sono 830 e hanno permesso di distribuire premi per 43,5 milioni di euro. Nella passata edizione sono state vinte 28 ghigliottine su 208 puntate per un totale di € 1.500.000. Con un totale di 5.472 puntate andate in onda “L’Eredità” resta uno dei programmi più amati dal pubblico italiano.