Nicole Grimaudo

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Il bello di… un ordine fragile

 

Un gioco di sguardi e con Dante Balestra scatta subito l’alchimia, perché è impossibile non amare la straordinaria umanità del Professore. Tra ricordi e lavoro, l’attrice new entry nella serie tv di successo, il giovedì su Rai 1, si racconta al RadiocorriereTv

 

 

Come ti ha accolto la famiglia di Un Professore?

Come una famiglia affiatata e premurosa: è stato davvero un ingresso caloroso. Quando si subentra in un progetto che esiste da tanto tempo c’è sempre un po’ di timore, è come entrare in una classe al quarto anno, non sai mai come saranno i compagni. In questo caso, però, ho trovato una squadra unita, composta da grandi professionisti, generosi e appassionati. C’è stato un vero “cuscinetto” ad accogliermi, è stato molto bello, a partire da Alessandro Gassmann che, oltre a essere il grande attore che tutti conosciamo, è una persona dall’animo enorme. Lavorare con lui è stato un piacere.

Se mai la vita di Dante Balestra ne avesse avuto bisogno, l’arrivo della nuova preside del Da Vinci spariglia un po’ le carte…

Ormai lo abbiamo capito: il professor Balestra, nella regolarità, si annoia (ride). L’arrivo della nuova preside creerà un po’ di scompiglio, soprattutto all’inizio. Già dalla prima puntata si percepisce un gioco di sguardi tra i due che lascia intuire la possibilità di qualcosa. Rispetto alle storie precedenti, però, questo incrocio di occhi nasconde un reale bisogno di affetto da entrambe le parti.

Chi è Irene?

È una donna che appare molto forte, risoluta e “risolta”, ma ovviamente non è tutto così lineare. Ha dedicato la vita allo studio, ma porta con sé un matrimonio sbagliato, un trasferimento in una nuova città per ricominciare e una figlia nel pieno di un’età complessa, tra adolescenza e ingresso nell’età adulta.

Mamma e figlia nella stessa scuola…

Sua figlia frequenta il quinto anno del liceo classico Da Vinci, insieme ai ragazzi di Dante. Non è una ragazza semplice e Irene si è ritrovata a fare da madre e padre da quando il marito ha abbandonato entrambe. L’incontro con Dante avviene nel momento della sua massima fragilità, e quest’uomo riesce a darle il conforto di cui aveva bisogno.

Cosa significa, per lei, nella vita quotidiana, scuotere gli equilibri?

Io sono una persona che, per indole e temperamento, cerca sempre di non stravolgere troppo l’equilibrio. Mi piace l’ordine (ride), anche perché ho avuto una vita e un passato in cui l’equilibrio non esisteva affatto. Cerco quindi di preservare ciò che con il tempo sono riuscita a costruire: un equilibrio spesso precario, perché così è la vita, ma fatto di punti fermi e certezze che mi fanno stare bene.

Cosa ha voluto dare di sé al suo personaggio?

Ho cercato di darle umanità. È una preside giovane, inizialmente un po’ rigida per essere più credibile nel ruolo, ma resta pur sempre una donna di quarantacinque anni, legata alle istituzioni e alle regole, ma con una vita, una storia e una figlia con cui confrontarsi. Non volevo renderla antipatica, anche perché Irene è un personaggio che sentivo molto vicino. Amo lavorare con i giovani e ho cercato di costruire una preside contemporanea, autorevole senza farsi detestare dagli studenti.

Ritroviamo i ragazzi della quinta B nell’anno della maturità. Che ricordi ha di quell’anno?
(Ride)… Diciamo che lavorare mi ha aiutata molto, ma gli anni della scuola sono quelli in cui senti di avere il mondo in mano, con una leggerezza e un coraggio che solo a vent’anni puoi avere. Ricordo la maturità con tenerezza: intere giornate a studiare con due compagni, pranzi a base di scatolette di tonno, e nottate ad ascoltare Notte prima degli esami di Antonello Venditti. Tanti giri notturni in motorino, per prendere un po’ d’aria, e un’ansia terribile la sera prima. È il primo vero momento in cui ti senti giudicato, e io l’ho percepito moltissimo.

Tra scuola, studenti e famiglie si crea un forte patto di fiducia. Ha mai incontrato un insegnante “alla Dante”?

Alle medie, la mia professoressa di italiano. La porterò sempre nel cuore. L’ho amata molto perché usciva dagli schemi e aveva stabilito con noi un contatto reale. Non avevamo paura di esprimere le nostre opinioni, neppure quelle più difficili. Con lei c’era una grande apertura, fondamentale in un’età delicata come l’adolescenza, quando non sei né carne né pesce. Le devo molto: mi ha spinto a scrivere, mi ha spronata e sostenuta anche umanamente in un periodo in cui ero sopraffatta dalle insicurezze.

“Un Professore” ha conquistato un pubblico trasversale. Perché secondo lei?
Perché è una serie onesta: offre ritratti autentici della scuola e dei ragazzi, che sono meravigliosi e veri, proprio come quelli che incontriamo ogni giorno per strada. È interessante anche il modo in cui affronta il rapporto con le famiglie, mai banale né melenso, sempre nel rispetto della filosofia del Servizio Pubblico. Anche quest’anno tratta temi forti. I ragazzi, che ormai sono critici televisivi esperti e abituati a vedere contenuti su tutte le piattaforme, aspettano questa serie perché si sentono chiamati in causa e ben rappresentati.

Che cosa vorrebbe che la scuola rappresentasse davvero per i suoi figli, oltre all’istruzione?

Vorrei che i professori vedessero non una classe, ma individui. Ogni ragazzo è un mondo a sé e andrebbe messo a fuoco singolarmente. Capisco che sia faticoso, ma riconoscere l’unicità di uno studente aiuta a comprenderne la sensibilità e la storia. Vorrei una scuola in cui i ragazzi si sentano compresi, liberi di esprimersi, di agire, di sbagliare. Una scuola in cui vadano volentieri. Vedere mio figlio sereno nel varcare la soglia la mattina mi fa sentire tranquilla.
Mi piacerebbe che a scuola si parlasse di più di sessualità, di droghe, di temi scomodi, per non lasciare i ragazzi soli. E vorrei che il teatro diventasse parte della programmazione: sarebbe meraviglioso. Sono tutte vie per restituire ai giovani quel contatto umano che, secondo me, oggi manca molto.

Dopo Noi del Rione Sanità e Un Professore, dove ti rivedremo?

C’è in ballo una serie Rai molto interessante, una sorta di giallo tutto al femminile, le cui riprese dovrebbero iniziare a gennaio. È un progetto a cui tengo molto, un ruolo da protagonista che mi permette di raccontare un personaggio a tutto tondo. Interpretare ruoli piccoli, paradossalmente, è più difficile: in poche scene devi raccontare tanto. Un ruolo più ampio ti permette invece di conoscerlo meglio e di lavorare su una palette di colori più ricca.
Uscirà anche un film americano, la mia prima esperienza internazionale, molto divertente, girato con Kevin James. A gennaio volerò negli Stati Uniti per l’anteprima a New York, poi sarà disponibile su Netflix.

Cosa deve avere una storia per conquistare la sua attenzione?

Deve riuscire a smuovermi dentro, a far “vibrare lo stomaco”. Anche se giro poche scene, ci deve essere qualcosa di emotivamente forte. Cerco ruoli che raccontino la forza delle donne. Ultimamente interpreto spesso figure femminili con vite difficili, donne lasciate, maltrattate. Mi interessa raccontare il coraggio: quel coraggio che noi donne sappiamo trovare, la capacità di essere tante cose insieme — madri, mogli, amiche, esseri umani completi e forti.

BEPPE CONVERTINI

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Nel cuore dell’Italia che resiste: un viaggio tra riti, memoria e identità

 

Nel libro “Il Paese delle tradizioni”, edito Rai Libri, l’autore attraversa borghi, riti antichi e feste popolari per raccontare un’Italia che custodisce le sue radici con passione. Tra cortei storici, dialetti, cerimonie ancestrali e il lavoro instancabile di volontari e Pro Loco, emerge un Paese vivo e autentico

 

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Nel libro parla di un’Italia che resiste. Qual è stato il primo momento, durante questo viaggio, in cui ha davvero percepito questa resistenza viva?

L’ho percepita in tanti luoghi e in tanti momenti. Mi sono trovato davanti a persone che mettono passione, amore e anche spettacolo nelle tradizioni che custodiscono. È un’attrazione spontanea, unica. In Italia c’è una grande voglia di mettere al centro le proprie radici, di non rinunciarci, perché le radici sono vita: ti danno forza, ti fanno andare avanti, sono un elemento fondamentale per tutti noi.

Le tradizioni popolari hanno un forte valore identitario. Ce n’è una che l’ha emozionata più delle altre?

Sì, più di una. Sulmona, ad esempio, mi ha colpito molto: è una città affascinante non solo per la sua bellezza, ma per la giostra cavalleresca che rievoca un passato lontano. Essere lì, in mezzo agli abiti d’epoca, ai figuranti, ai cavalieri, ai musici e agli sbandieratori, è stato come vivere un’altra epoca. C’è un corteo storico con migliaia di persone in costume, frutto di un lavoro minuzioso che dura un anno intero. È straordinario vedere quanta cura ci sia dietro ogni abito, ogni dettaglio. Mi è capitato qualcosa di simile anche a Oria, con le rievocazioni legate a Federico II, e in altre città come Salerno. Queste tradizioni emozionano perché sono vive, sono comunitarie, sono una parte della nostra storia che continua a camminare.

Molti dei riti che racconta sono mantenuti vivi da volontari e Pro Loco. Che immagine dell’Italia emerge dal loro impegno quotidiano?

Emerge un’Italia che crede profondamente nelle proprie tradizioni. I volontari portano avanti riti e mestieri che altrimenti rischierebbero di scomparire. Io stesso racconto anche i “misteri”, che oggi si praticano meno rispetto al passato, ma che sono parte della nostra identità. L’Italia è un Paese che deve tornare a valorizzare questi patrimoni: i volontari e le Pro Loco fanno un lavoro enorme, spesso invisibile, ma preziosissimo.

Nel libro ha inserito molte fotografie. C’è uno scatto che, più di tutti, racconta l’essenza del suo viaggio?

Sì, uno legato a un gruppo di suonatori popolari. Stavamo in un posto magnifico sulla costa, e loro hanno iniziato a intonare canti della tradizione, improvvisando anche degli stornelli in dialetto. È stato un momento potentissimo. Il dialetto, infatti, è un elemento fondamentale del mio libro: è una lingua che va tramandata. Io, quando posso, mi diverto a parlare il mio dialetto martinese. Una sola parola dialettale racchiude un mondo, ti porta subito in un luogo preciso. Viaggiando e ascoltando i dialetti, ti rendi conto di quanto siano identitari: ti fanno capire dove sei.

Si è trovato davanti a cerimonie molto particolari, anche ancestrali. Come ha gestito, da narratore, il confine tra spettacolo e spiritualità?

La spiritualità è un modo di vivere, non è mai solo spettacolo. È un momento di introspezione, di riflessione. Io, ogni volta che inizio un viaggio o uno spettacolo, mi affido alla Croce. La spiritualità accompagna ogni tappa e ogni luogo. Ricordo che da bambino seguivo le processioni del mio paese: erano affascinanti non solo per la religiosità, ma per i personaggi, i costumi, le tradizioni che ogni comunità custodisce. Ogni regione ha le sue “pezze”, come le chiamo io, i suoi simboli, i suoi dettagli unici. È questa la bellezza dell’Italia: tradizioni che regalano momenti di preghiera, di gioia, di commozione, ma anche di festa, di condivisione e di umanità.

Nella sua carriera ha viaggiato molto per raccontare il Paese. In che modo questo libro completa o arricchisce il lavoro fatto con “Paesi Miei” e “Il Paese Azzurro”?

Questo libro mi ha permesso di rivedere alcune tradizioni che avevo già conosciuto grazie alla televisione, ma con un altro sguardo. Alcune le ho rivissute, altre le ho scoperte da zero. Ho avuto la fortuna di immergermi nelle sagre, nei cortei storici, nelle vocazioni popolari, e ogni volta l’emozione è nuova. Il libro mi ha dato l’occasione di mettere tutto insieme, di raccontare non solo ciò che ho visto, ma ciò che ho sentito. Le tradizioni ci fanno pensare a chi eravamo, al nostro passato, e a quello che ci portiamo dentro. E se non avessi viaggiato così tanto, forse non avrei capito quanto questo patrimonio sia vasto. L’Italia è meravigliosa: dall’infiorata alle fiere artigiane, dalle sagre più intime alle celebrazioni più grandi. Mi sento davvero fortunato per aver potuto raccontare tutto questo ne “Il Paese delle Tradizioni”.

 

LE STELLE DI BALLANDO

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Martina per davvero

 

Tenace e appassionata, Martina Colombari punta a conquistare la fase finale dello show di Rai 1. «Quando Milly mi ha chiamata non ci ho pensato due volte, ho detto subito di sì» racconta al RadiocorriereTv. Il segreto per piacere al pubblico? «Essere autentici. Le persone premiano l’onestà, per funzionare è necessario essere veramente se stessi»

 

 

Cosa l’ha spinta a dire di sì alla proposta di Milly Carlucci?

Guardavo il programma da anni, ogni sabato sera, mi dava un senso di calma, di leggerezza, di spensieratezza. Vedere gli altri ballare riesce a portarti in altri mondi. E così, quando Milly mi ha chiamata, non ci ho pensato due volte e ho detto subito di sì.

Dalle passerelle al cinema alle serie tv… ma “Ballando” è un altro mondo ancora, cosa l’ha colpita di questo microcosmo?

“Ballando” è un macrocosmo, Milly è il Giorgio Armani della televisione e io mi ritrovo molto in lei. Senza voler sembrare presuntuosa posso dire che nell’approccio alle cose siamo molto simili, due professioniste. Milly fa un lavoro incredibile, è quasi tutto sulle sue spalle: dalla creatività all’organizzazione, alla gestione, alle scelte tecniche. È una donna in gamba, quando c’è lei sai di essere in buone mani. Ha garbo, e il programma ha il suo stesso garbo: è un macchinone incredibile, non è solo una gara di ballo, non è solo un varietà, è molto di più.

Qual è il segreto per piacere a “Ballando con le Stelle”?

“Ballando” premia chi riesce a essere autentico e io, fino a questo momento, avevo un po’ di difficoltà a raccontarmi a 360 gradi. Ma se non lo fai rimani indietro, perché il pubblico premia l’onestà, per funzionare è necessario essere veramente se stessi. Me lo dicevano, io ci ho messo qualche puntata, e non perché non lo volessi fare.  Non è un qualcosa di automatico, ognuno ha i propri tempi. Per farlo mi devo fidare delle persone, dell’ambiente.

Che ambiente ha trovato?

Ho trovato dei compagni di viaggio fantastici con i quali ho legato e un ambiente positivo.  Potrebbe sembrare retorico, ma non lo è. Dal trucco alla sartoria, ai tecnici in studio, non c’è stato un malcontento, si lavora tutti con il sorriso, magari affaticati o con una preoccupazione, perché in ogni vita ci sono le difficoltà, le frustrazioni, ma tutti hanno voglia di fare bene e questo si percepisce. Ci sono sempre delle giornate di crescita, di confronto, di connessione.

Una connessione che non sembra mancare con il suo maestro Luca Favilla…

Sono una persona che ama le altre persone, stare in mezzo agli altri, e una volta che si crea un rapporto si dà al cento per cento. Quando devi ballare non puoi trattenerti, ti devi affidare, fidare. Ci deve essere un racconto reciproco. Luca, in due mesi, ha saputo tutto di me e io ho saputo tutto di lui, involontariamente o volontariamente ci siamo aperti come un libro, ci siamo raccontati. Quando vai in pista e sei in performance, la persona che balla con te deve essere tutto: il tuo migliore amico, il tuo migliore amante. Poi, una volta che si esce da lì, dalla sala prove, dallo studio, il rapporto torna a essere più normale.

Un pregio e un difetto di Luca…

Il pregio… mi trasmette sempre positività, non mi dà mai la sensazione di ansia, di nervosismo.

E il difetto?

Capita che in alcuni momenti sia forse un po’ troppo calmo, ma questo è ugualmente utile perché riesce a bilanciare il mio carattere.

“Ballando” è sinonimo di continue sfide e allenamenti; che rapporto ha con la fatica?

La adoro, non mi stanco mai. Anche quando Luca mi consiglia di recuperare, di riposare, rispondo di no, la parola riposare nel mio vocabolario non c’è (sorride). Recupererò alla fine di “Ballando”.

Cosa si dice in famiglia di questa Martina ballerina?

Sono tutti molto felici. Mio marito (Billy Costacurta) mi vede sempre bella pimpante. Sin dalla mattina mi sveglio col sorriso, con la voglia di andare in auditorium, di provare nuove coreografie. Anche mio figlio e i miei genitori sono felici e mi sostengono.  Ma loro sono tutti di parte.

Le capita di ballare con suo marito?

Quasi mai. Anche quando eravamo più giovani e andavamo in discoteca, le ragazze, le amiche ballavano, mentre gli uomini rimanevano a bordo pista parlando e sorseggiando un drink. Capita talvolta che si vada a un aperitivo, a una cena e che si balli qualche minuto, abbiamo i nostri soliti passi che facciamo con qualsiasi tipo di musica (sorride), è ormai il nostro codice di ballo.

Molti concorrenti, anche delle passate edizioni, dicono che “Ballando” ha cambiato loro la vita… sta accadendo anche a lei?

Questa esperienza mi sta facendo scoprire una Martina più autentica e la bellezza di poter essere me stessa senza filtri.

A poche settimane dalla conclusione di “Ballando” si immagina sul podio?

So di voler arrivare in finale, la puntata del 20 dicembre la voglio fare (sorride).

Cosa emoziona, ancora oggi, Martina Colombari?

Le donne, le mamme, le mogli mie coetanee che mi fermano per strada e mi dicono che sono loro di esempio. Questo mi riempie di orgoglio perché la mia carriera è stata tutta alla luce del sole, sulle mie gambe. Il fatto che mi si riconosca questo percorso è molto bello e mi gratifica.

 

 

Ciao Ornella

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Una storia artistica legata da sempre alla Rai quella di Ornella Vanoni. La cantante milanese, protagonista di una carriera straordinaria lunga oltre sessant’anni, è stata interprete di brani divenuti pilastri della canzone italiana e internazionale: da “Senza fine” a “La musica è finita”, da “Una ragione di più” a “L’appuntamento” e ancora “Eternità” e decine di altri successi. La musica, il teatro con Giorgio Strehler, la prosa e la radio. L’esordio televisivo è del 1961 con “Giardino d’inverno” di Antonello Falqui, programma che decreta l’apprezzamento del pubblico per le doti canore di Ornella. Arrivano “Studio Uno”, le partecipazioni a “Senza Rete”, “Scala reale” e “Canzonissima” e a tanti altri fortunati show di prima serata che vedono impegnata Vanoni anche nel ruolo di conduttrice: da “L’appuntamento” con Walter Chiari a “Fatti fattacci” con Gigi Proietti e “Due come noi” con Pino Caruso. Otto le partecipazioni al festival di Sanremo, oltre 55 milioni i dischi venduti. Una popolarità mai venuta meno.

Ornella Vanoni in un’intervista al RadiocorriereTv del 2019

Quella con il suo pubblico è una lunga storia d’amore che dura da una vita. Come ha costruito questo idillio?

Questo rapporto nasce da tanti anni, dalla conoscenza di tanti pezzi ai quali il pubblico è affezionato. In concerto mi chiedono tutti “L’appuntamento”, “Domani è un altro giorno”, e parlo anche dei giovani, un cantante dura quando riesce a creare dei classici. Poi si rinnova facendo pezzi nuovi, ma i classici nel repertorio non devono mai mancare. Il pubblico viene ad ascoltarti perché è legato a te soprattutto per quelle canzoni.

All’origine del suo successo ci sono anche grandi autori, a chi si sente più legata?

Sicuramente a Gino Paoli, visto che oltre a essere un grande autore ne ero anche innamorata, poi i genovesi, i francesi. Allora c’erano dei bei testi, eravamo in pochi e quei pochi avevano brani di autori importanti ed erano loro stessi importanti. Oggi cantiamo in troppi.

Il suo è un repertorio ricco di hit, quali sono i brani che più la raccontano?

Se li ho cantati mi rappresentano tutti, in vari momenti della mia vita, della mia carriera. La cosa bella del fare musica dal vivo è che volendo è possibile cambiare anche la scaletta. Se i tuoi musicisti conoscono il tuo repertorio puoi dire: stasera non me la sento di cantare quel brano perché sono triste.

Ornella, cosa le piace cantare quando non è sul palco?

“Vecchio Scarpone” e le canzoni degli alpini, un repertorio veramente orrendo.

Cosa la emoziona nella vita di tutti i giorni?

Incontrare un paio d’occhi che brillano intelligenti.

Le capita spesso?

Raro, ma quando capita è molto bello.

Che cosa la diverte della sua professione?

Mi piace molto stare sul palco, anche perché non ho più paura. Un tempo, visto anche il mio fisico, non potevano capire che fossi timida, invece lo ero tanto, avevo una paura tremenda. Ora che me la posso godere e mi diverto mi dispiace lasciarlo. Mi accorgerò da sola quando non sarò più in grado. Siamo un Paese strano per le donne, di tanto in tanto leggo: ma perché la Vanoni sta sul palco alla sua età? Imbecille, ci sto perché canto bene, non sono un baule, ho ancora un fisico, perché non ci devo stare? Invece gli uomini non li criticano. L’Italia è molto maschilista.

 

 

25 NOVEMBRE

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Non sei sola

 

Numerose le iniziative editoriali televisive, radiofoniche e digital della Rai in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

 

Da lunedì 24 a sabato 29 novembre sono tante le iniziative messe in campo dalla Rai per celebrare la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, a partire dalla campagna istituzionale della Direzione Comunicazione, con lo spot realizzato in Piazza del Popolo a Roma per tenere viva l’attenzione sul drammatico fenomeno dei femminicidi nel nostro Paese. Protagonisti i canali tv e radiofonici, la piattaforma RaiPlay e i social del Servizio Pubblico. Un’offerta trasversale alle diverse direzioni e reti, per la tv si parte lunedì 24 alle 23.30 con “Storie di sera”, si prosegue martedì 25 con “Agorà”, “Restart”, “Elisir”, “È sempre mezzogiorno”, “Ore 14”, “Amore criminale”, “Sopravvissute”, “Porta a Porta”, il film “C’è ancora domani” di e con Paola Cortellesi. Giovedì 27 appuntamento con “Geo”, sabato 29 con il film “Mia” con Edoardo Leo. Ampia copertura della giornata da parte di tutte le testate giornalistiche, Tg e Gr, dal 25 novembre disponibile su RaiPlay Sound il podcast di Rai Radio “Chi ha ucciso Candi Candi?”. Tra i tanti programmi radiofonici in campo “Radio anch’io”, “Radio 2 staiSerena”, “Tutta la città ne parla”, “Sabina Style”. Numerosi i contenuti disponibili su RaiPlay, dal grande cinema d’autore (“La vita possibile”, “Nome di donna”, “L’amore rubato”, “La ciociara”, “L’amore che vorrei”, “Corpo unico”), ai documentari, dal teatro alle serie tv.

 

ROCCO HUNT

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La musica per rimanere giovani

 

Al suo debutto nel ruolo di coach a “The Voice Senior”, il cantautore e rapper campano ha già conquistato l’affetto del pubblico del programma di Antonella Clerici. Parola d’ordine dell’artista? Spontaneità, nelle sue canzoni e sul palco. Il venerdì in prima serata su Rai 1

 

 

Come sta vivendo il debutto a “The Voice Senior”?

È una grande emozione e, al tempo stesso, una bella soddisfazione, anche perché è il mio esordio da coach. Certo, da quello che si è potuto vedere nelle prime puntate, sia io che il mio socio di poltrona questo ruolo non è che ce lo sentiamo tanto addosso (sorride): cerchiamo di non prenderci mai troppo sul serio. È comunque la prima volta nella mia carriera che ricopro un ruolo non solo musicale, diverso dall’esibirmi sul palcoscenico in Italia o nel mondo: è una nuova esperienza.

In tandem con Clementino, quali regole vi siete dati per la scelta dei componenti della vostra squadra?

Con le blind stiamo cercando di costruire una squadra di artisti che abbia le nostre stesse affinità musicali, anche per poter lavorare bene insieme e per dare una marcia in più al loro talento, che già c’è. Io e Clementino veniamo dal rap, dalla cultura hip hop; io un po’ di più dal mondo pop, e tutto questo si respira nel team che stiamo formando. La nostra intenzione è rendere giustizia agli artisti che partecipano a “The Voice Senior”, molti dei quali sono grandi musicisti, e alle loro storie. Al primo posto c’è il rispetto per le persone che partecipano: ogni storia che ci troviamo di fronte va trattata con i guanti. Come dice anche Antonella Clerici, prima della gara vengono le vicende umane, l’empatia, le emozioni che la gente prova ascoltando e vedendo queste seconde chances.

La parola che più lega tra loro le storie dei partecipanti è forse “passione”…

La passione è il motore che mette in moto un uomo, ed è ciò che ci stimola giorno per giorno, che non ci fa sentire mai arrivati, che ci porta a non mollare mai. La seconda opportunità per questi senior è dettata in primis proprio da una forte passione, dal desiderio di rimettersi in gioco, di crederci ancora, di non sentirsi arrivati, nonostante molti di loro siano anche professionisti eccellenti nei loro settori. La passione e la musica ci rendono giovani per sempre.

Giovane e già con una carriera importante alle spalle. È cambiato nel tempo il suo essere musicista?

Negli anni ho spaziato tra i generi ed è stato molto stimolante, sempre con tanta voglia di imparare. Ed è così anche questa volta a “The Voice Senior”, dove porto la mia esperienza ma osservo chi ne ha più di me: gli altri coach, i maestri dell’orchestra.

Quanto incide la contemporaneità nel suo modo di comporre?

È fondamentale per la scrittura, per tutto ciò che rappresenta il processo creativo. Vengo dal rap, che è un genere di denuncia, che parla delle cose che ci circondano. Dico sempre che noi siamo come spugne che assorbono e poi buttano sul foglio tutto quello che hanno dentro: per me la quotidianità, le storie personali, rimangono centrali.

Il pubblico le vuole bene: come convivono la vena più intima del compositore con quella più pop del palcoscenico?

Attraverso la spontaneità che c’è nella mia musica, nel mio modo di essere. L’importante è metterci sempre se stessi, ed è questo l’anello di congiunzione tra i mondi che ci rappresentano. Porto a chi mi ascolta una musica molto autobiografica e questo mi consente di mostrarmi per quello che sono.

Per salutarci le chiedo di dedicare una canzone ai suoi compagni di viaggio… Cominciamo con Clementino…

A Clementino dedico “Amici mai” di Antonello Venditti, ad Arisa “Avrai” di Claudio Baglioni, a Nek “Walking on the Moon” dei Police, a Loredana “Jammin’” di Bob Marley.

E ad Antonella Clerici?

Sicuramente “Sei bellissima” di Loredana Bertè.

AL CINEMA

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Breve storia d’amore

 

Nelle sale dal 27 novembre il film di Ludovica Rampoldi. Con Pilar Fogliati, Adriano Giannini, Andrea Carpenzano e con Valeria Golino

 

 

Quattro personaggi i cui destini collidono la sera in cui Lea (Pilar Fogliati) conosce Rocco (Adriano Giannini) in un bar e inizia con lui una relazione clandestina, consumata in una stanza d’albergo. Un tradimento come tanti, in apparenza, che prende una piega imprevista quando Lea comincia a infilarsi nella vita di Rocco, fino a coinvolgere i rispettivi compagni in una resa dei conti finale. Nelle sale arriva il 27 novembre “Breve storia d’amore” scritto e diretto da Ludovica Rampoldi, coproduzione Rai Cinema. Ho scritto la prima bozza di questa storia molto tempo fa. Avevo venticinque anni, e idee intransigenti e assolute sulle relazioni – racconta la regista – quella perentorietà che si può avere solo davanti a cose di cui non si sa niente. Quando ho ripescato quel vecchio soggetto, anni dopo, mi sono trovata davanti le stesse domande da cui ero partita. Cos’è una coppia? Come funziona, quali sono i suoi confini, cosa la tiene insieme e cosa la fa naufragare, cosa è lecito e cosa inaccettabile nell’unione tra due individui? Solo che di risposte non ne avevo più, non così perentorie almeno. Da qui l’idea di fare di questa storia il mio primo film da regista, cercando una strada personale al tema più logoro del mondo: lei, lui, l’altro – e l’altra”. Nel cast, insieme a Fogliati e Giannini, Andrea Carpenzano nel ruolo di Andrea e Valeria Golino in quello di Cecilia. “Avevo in mente un tono e un ritmo preciso – prosegue Rampoldi – il languore dei pomeriggi in un albergo in disarmo, i dialoghi dopo il sesso, le bugie guardandosi negli occhi, le risate di chi ride insieme per la prima volta, l’inquietudine di chi vede la propria vita partire alla deriva. Volevo che fosse un film serio ma non drammatico, essendo l’ironia lo strumento più affilato per andare in profondità. E volevo che avesse un passo di racconto capace di coinvolgere lo spettatore, depistandolo e interrogandolo come in un mistery o in un thriller psicologico. Far convivere questi tre elementi – il romance, l’ironia, il thriller – è stata la sfida maggiore”. Una commedia sull’amore e sulla vita di coppia, raccontata come una partita a scacchi. “Ho cercato di osservare questi quattro personaggi alla giusta distanza, come il protagonista guarda le sue formiche nella teca: creature che si affannano, ignare che il mondo non si esaurisce in quella scatola di plexiglass – conclude Ludovica Rampoldi – Li ho raccontati senza giudizio, rispecchiandomi in ognuno di loro, perchè tutti abbiamo tradito, siamo stati traditi, o siamo stati l’altra donna, l’altro uomo. E in questo storto triangolo ho voluto creare un legame tra le due donne in cui una salva l’altra, donandole un’altra prospettiva e gli strumenti per uscire dalla teca in cui ha ristretto il suo orizzonte. Alla fine, ho capito che l’unico atteggiamento possibile di fronte al mistero è accettarlo. L’esistenza dell’altro, la sua vita intima, desiderante e segreta, così come la propria. E che la vita di coppia è, come nella scena iniziale, una partita a scacchi in cui nessuna strategia può salvarti dal prendere un pugno in faccia, e sanguinare”.

 

 

 

FILM TV

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Carosello in Love

 

È il 1957. La televisione entra nelle case degli italiani, nei cortili gremiti, nei bar affollati e con il nuovo medium arriva “Carosello”, un programma di grande successo, che cambia per sempre l’immaginario del Paese. Nel mezzo la ricerca dell’amore di Laura e Maria, tra sogni e ambizioni. Ludovica Martino e Giacomo Giorgio, protagonisti del film tv, in prima visione domenica 30 novembre su Rai 1, raccontano i loro personaggi

 

 

Da quando la televisione è entrata nelle case degli italiani, molte cose sono cambiate: il modo di parlare, di scrivere, di guardare, di desiderare e anche di sognare. Laura è una ragazza affascinata (come tante nel 1957) dal potere della tv, che vince il concorso per segretarie in Rai contro la volontà del padre. Tutto pur di entrare in quel mondo straordinario. Carosello è il suo primo e unico amore. Laura ama tutto ciò che rappresenta quel programma: i prodotti che promuove e i modelli di felicità che propone. Determinata e affidabile, sogna una vita come quelle che si vedono sullo schermo, tra colori accesi e patinati. Per Mario, invece, il televisore è un apparecchio come un altro, un elettrodomestico. Creativo e sciupafemmine, lavora come regista per Carosello fin dal primo giorno di riprese ma il suo sogno è il cinema, lì è solo di passaggio. Laura considera Mario un intellettuale snob e farfallone e lui, a sua volta, pensa che Laura sia una tipa ingenua, una delle tante che si fa abbindolare da falsi miti e fantasie. All’inizio tra i due sono scintille – lei è sognatrice ma determinata, lui ironico e guascone – ma col passare degli anni, quelli iconici della storia di Carosello, le cose cambiano e l’ostilità si tramuta in stima, la stima in affetto, l’affetto in attrazione e l’attrazione, be’, dopo vent’anni e tanti sbagli da parte di entrambi, potrebbe finalmente diventare amore.


Un sogno chiamato tv

LAURA CECCARELLI (Ludovica Martino)

Laura, complessa e affascinante, muove i suoi passi in un’epoca in cui in molte donne è forte il desiderio di emancipazione. Sedotta dal fascino della tv, conquista tutti grazie al suo grande talento immaginativo che la renderà fondamentale nell’ideazione e realizzazione di un programma che diventerà storico: Carosello. Laura è creativa e pragmatica, non si accontenta di essere una segretaria in Rai, si muove con fiducia in un mondo che non regala solo illusioni, ma anche opportunità incredibili. Una donna in continua evoluzione; solo il tempo e l’esperienza l’aiuteranno a superare le delusioni e a comprendere il vero senso dell’esistenza.

 

MARIO DE ANGELIS (Giacomo Giorgio)

Mario è un promettente e disincantato regista che nasconde la sua complessità dietro un’apparente superficialità. Non si lascia sedurre dai miraggi offerti dalla televisione; il lavoro nella pubblicità non ha nulla a che vedere con il cinema vero. “Carosello” è per lui un compromesso che accetta come soluzione temporanea. Con il tempo si scoprirà vulnerabile, metterà la sua creatività al servizio della pubblicità e scoprirà, anche in amore, di non essere il cinico scettico che credeva di essere.

 

INTERVISTA

Come sognano Laura e Mario al tempo di Carosello?

MARTINO: A livello professionale il loro sogno è costruirsi una carriera, ognuno spinto dalle proprie motivazioni. E poi sognano l’amore: una storia intensa, coinvolgente, non priva di ostacoli.

GIORGIO: Dal punto di vista professionale, Mario desidera lavorare nel cinema, ma si ritrova a fare i conti con le odiatissime pubblicità. Laura, invece, sogna con tutte le sue forze di ottenere un ruolo importante in televisione, uno scrigno magico che all’epoca rappresenta una novità assoluta. Vuole emanciparsi dall’idea della donna confinata alla cura della casa, senza altre aspirazioni. Le loro sono due strade destinate inevitabilmente a incrociarsi.

Qual è, secondo voi, il giusto equilibrio tra talento e ambizione?

MARTINO: A volte l’ambizione può superare il talento: è la perseveranza a guidarti verso strade che non avresti mai pensato di poter percorrere. Il talento è importante, certo, ma ha bisogno di essere sostenuto da un bagaglio di conoscenze e tecniche a cui attingere nei momenti difficili.

GIORGIO: Aggiungerei un altro elemento: una generosissima dose di fortuna. Nella serie, ad esempio, alcuni incontri “sbagliati” rovinano la più grande ambizione del protagonista, quella di fare il grande cinema.

Nel nostro contemporaneo è sempre più difficile “distinguersi”. Come si fa a diventare “pezzi unici”?

MARTINO: Oggi è sempre più complicato. I social, che lavorano spesso troppo sull’apparenza e meno sulla sostanza, hanno generato molta confusione e una concorrenza incessante, non sempre accompagnata da risultati di qualità.

GIORGIO: Io, invece, preferisco vedere la questione da un’altra prospettiva. Credo che per raggiungere una vera unicità si debba essere il più autentici possibile. È già stato fatto quasi tutto, ma in un momento in cui tutto appare fake e costruito, come diceva Ludovica, tirare fuori la propria verità e autenticità — anche senza essere sempre super performanti — è un modo concreto per essere unici.

Cosa portereste nel vostro mondo artistico dell’universo “Carosello”?

MARTINO: Le idee, la creatività… c’era qualcosa di davvero affascinante. Alcune pubblicità erano sorprendentemente bizzarre (ride). Era incredibile, direi quasi avanguardistico, riuscire a creare qualcosa di unico e cinematografico all’interno di uno spot.

GIORGIO: Ripeto spesso questo concetto, perché mi sta molto a cuore: ai tempi di “Carosello”, quando la televisione compariva per la prima volta nelle case degli italiani, non esisteva il “classismo” che riscontriamo oggi. Fare televisione, pubblicità o una serie non era considerato un lavoro di serie B rispetto al cinema o al teatro. Ciò che conta, per me, non è il contenitore ma il contenuto, il modo in cui le cose vengono realizzate. Basti pensare che nei Caroselli recitavano Vittorio Gassman, Guttuso, Mina e molti altri grandissimi. Oggi sembra che un attore di serialità valga meno di uno del cinema: spero che presto si riesca a superare questo pregiudizio.

IL REGISTA, Jacopo Bonvicini, RACCONTA

«“Carosello” racconta una storia d’amore che, come tante volte accade nella vita, fatica a riconoscersi, a trovare la propria strada. Mario e Laura si conoscono da sempre, vivono a pochi metri di distanza l’uno dall’altra e condividono lo stesso ambiente di lavoro, ma nonostante tutto questo impiegano una vita intera nel tentativo di “trovarsi”. Seguendo le loro vite attraversiamo un pezzo di storia della televisione italiana e nello specifico di Carosello, un programma che più̀ di ogni altro ha incarnato l’evoluzione del costume e della società̀ del nostro paese tra gli anni 50ʼ e 70ʼ del ‘900. Ho cercato di approcciare questa storia rispettando la delicatezza e la grazia che attraversavano il copione. Nella costruzione dei personaggi e nella messa in scena abbiamo cercato un equilibrio tra il realismo che richiedeva il fatto di raccontare una storia calata nella realtà̀ di Carosello, specchio dinamico dei cambiamenti del paese, e il tono “fiabesco” della storia di amore tra i nostri due protagonisti. Il lavoro di costume, trucco e acconciatura è stato così impostato cercando di seguire filologicamente i passaggi di epoca e lo stile di ogni specifico decennio raccontato e allo stesso tempo tenendo sempre in mente la necessità di caratterizzare i nostri personaggi donandogli un carattere che potesse distinguerli e renderli “unici” nel panorama estetico delle varie epoche. Anche la scenografia e la fotografia sono state impostate cercando prima i toni caldi degli anni ʼ50 e ʼ60 per poi virare dolcemente verso le atmosfere più̀ fredde e vicine alla modernità̀ degli anni ʼ70, senza dimenticare mai di dare agli ambienti e ai personaggi un carattere peculiare e sospeso tra la realtà̀ e la favola. L’Italia è così diventata una Roma sognata che assomiglia ad un piccolo paese senza tempo e la televisione un contenitore in cui si muovono le speranze e i dolori di un popolo incarnato dai personaggi della storia, le cui vite sono allo stesso tempo così lontane e così simili alle nostre. Ho dunque provato a posare lo sguardo su Mario e Laura con dolcezza ed empatia, cercando di rimanergli vicino nei loro errori, gioie, entusiasmi e patimenti del cuore, così comuni e universali da avere la forza di attraversare le epoche e parlare a tutti.»

ALICE & ELLEN KESSLER

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Irraggiungibili

 

In Italia dal 1961, le gemelle più amate della tv hanno danzato e cantato in alcuni dei programmi di maggior successo della Rai, da “Giardino d’inverno” a “Studio Uno”, da “Canzonissima” a “La prova del nove” e “Al Paradise”, ottenendo una popolarità mai venuta meno. Il RadiocorriereTv le ricorda nell’intervista a Umberto Broccoli

 

 

Raccontare Alice ed Ellen Kessler, Professore, da dove si parte?

Si parte dalla parola professionalità, la cosa più giusta da fare in questa nostra storia. Queste due ragazze, con un’infanzia difficilissima, a un certo punto si sono inventate la loro professione e lo hanno fatto, è il caso di dirlo, con un rigore teutonico. Prima sono scappate dalla Germania Est, poi sono andate al Lido di Parigi, dove si sono messe nelle mani di Margaret Kelly per entrare nelle “Bluebell”. Per farcela non bisognava essere brave, ma fuori norma, e loro entrarono nelle “Bluebell”. Poi, nel 1961, arrivarono Guido Sacerdote e Antonello Falqui, perché a quei tempi la Rai, che mi onoro di servire, mandava i registi in giro per cercare nuovi talenti. Falqui le vede e loro, senza sapere una sola parola di italiano, debuttano in “Giardino d’inverno”. Questo dimostra la caparbietà, la professionalità, il rigore, l’attenzione al dettaglio e soprattutto la loro comune sorte di fare tutto insieme e bene. Il loro ritratto è vederle ballare: quando vedi in scena le Kessler, vedi una sola persona, come fosse una allo specchio. Indissolubilmente legate fin dall’inizio.

Cosa hanno rappresentato le Kessler, in quei lontani anni Sessanta, per il pubblico italiano?

Lo sdoganamento del sogno proibito, ma anche qualcosa di più, come la pacificazione con la Germania, l’età del benessere, la voglia spensierata di divertirsi, caratteristica degli anni del nostro boom economico, quando l’Italia correva con una lira che era la capofila delle monete europee. Hanno rappresentato esattamente quello che succedeva quando Giulio Cesare, duemila anni prima, conquista la Germania e arrivano in Italia le donne bionde, per cui le romane volevano essere bionde come le germaniche. Non potendolo essere, si diffonde la moda delle parrucche, fatte con i capelli e con i crini di cavallo, che si compravano al Foro Romano. C’è un cambio di gusto. Le Kessler hanno rappresentato realmente la realizzazione di un sogno sia per gli adolescenti di quegli anni, vedi me, sia per tutto quello che il pubblico italiano ha imparato a vedere: la bellezza, la bravura. Il varietà educava al bello, alla non improvvisazione, al sapere che queste signore passavano ore e ore in sala prove con Don Lurio e con il suo assistente, che si chiamava Gino Landi.

Che cosa le ha rese così iconiche agli occhi del pubblico?

Gli spettatori erano pietrificati di fronte alla loro bravura. Quando tu subisci, e dico subisci con la “S” maiuscola, il fascino di un movimento così armonico ripetuto su due piani solo apparentemente differenti ma che sono lo stesso piano, sei irrimediabilmente attratto. Di ballerini e ballerine ne abbiamo avuti a centinaia; con le Kessler percepivi la differenza dell’irraggiungibile.

Cosa ci insegna la grande televisione degli anni Sessanta-Settanta?

Di tendere sempre al punto più alto. Devi sapere talmente tanto fare bene le cose da fare apparire semplice una cosa difficilissima. Parlo anche della naturalezza con la quale Alice ed Ellen Kessler ballavano.

Chiuda un istante gli occhi, dove ama rivedere le gemelle Kessler?

Questa è una domanda tranello perché, essendo io figlio di uno degli autori di “Studio Uno” (Bruno Broccoli), nonché il nipote di certe idee di Broccoli e Verde, non posso non vederle in “Giardino d’inverno”, agghindate con quei turbanti fuori dal tempo, che cantano “Pardon messieurs… se noi parliamo male il vostro italien…”.

Dario Aita

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Ricerco l’essenziale

 

“Ogni storia ti costringe a porti domande diverse, alle quali non sempre si ha una risposta” racconta l’attore siciliano, new entry nell’affiatata famiglia di “Un Professore”, il giovedì in prima serata Rai 1. Accolto con calore nel cast della serie, racconta il mestiere dell’attore come un continuo incontro – con gli altri e con se stessi – e condivide il senso profondo che guida il suo percorso artistico

 

 

Un ritorno a scuola per lei, nell’anno della maturità. Più emozione o più incubo?
Direi più emozione. Non ho vissuto la mia maturità come un incubo, pur non essendo stato un alunno “modello”. Ho sempre avuto però il coraggio di approfondire ciò che mi interessava. Anche all’esame ho portato davanti alla commissione le mie passioni, e questo è stato possibile grazie a figure di riferimento importanti: insegnanti molto validi che hanno capito subito chi fossi e quali potenzialità avessi. Invece di ostacolarmi, le hanno sostenute, alimentate. Non tutti hanno questa fortuna.

Come si è sentito dall’altra parte della barricata?

Molto bene (ride). Ho sempre pensato che, se non avessi fatto l’attore, sarei diventato un insegnante, soprattutto nei primi anni dopo il liceo. Ripensandoci, credo che le tante “fasi” di desiderio verso altre professioni fossero tutte, in un certo senso, sublimazioni del lavoro artistico.

In che senso?

Ho sempre visto l’insegnante come un intrattenitore, un divulgatore che parla a un gruppo di persone cercando di affascinarle con il proprio carisma, di contagiare i ragazzi con la sua passione. Il confine tra chi fa spettacolo raccontando storie e chi insegna è molto labile: anche l’insegnante deve raccontare, deve avvincere.

Parliamo di Leone Rocci e del legame con il professor Balestra…

Fin dalla prima puntata sappiamo che Leone è un ex allievo di Dante e che da lui ha ereditato un metodo d’insegnamento non convenzionale. E, come spesso accade alle nuove generazioni, avrebbe voluto fare un passo avanti rispetto al suo maestro, magari evitando i suoi errori. La verità, però, è che tutti sbagliamo, anche nelle valutazioni. Leone non fa eccezione, è fallibile. Ma è anche un insegnante appassionato, capace di guardare i suoi studenti come individui e non come una massa indistinta, uno strano animale a tante teste. Ogni ragazzo è un mondo a sé, con potenzialità e personalità uniche. E Leone questo lo ha compreso bene…

E poi insegna fisica…

Una materia che non ho amato molto a scuola. Forse avevo delle lacune, o forse non ho avuto la fortuna di trovare qualcuno che me la facesse amare. Grazie a questo ruolo, però, ho imparato a vedere la fisica non solo come il regno della razionalità, ma anche come quello dell’immaginazione. Le grandi scoperte sono nate da persone che hanno immaginato l’esistenza di qualcosa anche in assenza di prove, ipotizzando l’impossibile e cercando di dimostrarlo. La fisica è davvero il luogo in cui il mistero incontra la realtà.

Questo professore porta un cognome che gli studenti dei licei classici non possono dimenticare… Rocci come il Vocabolario di greco…

Avevo entrambi i vocabolari: il GI di Montanari e il Rocci ereditato da mio padre. A volte li portavo entrambi a scuola, sperando di essere “salvato” (ride), ma niente: neanche così riuscivo a tradurre le versioni come si doveva.

New entry nella terza stagione di una serie di successo. Come è stato accolto in questa famiglia?

Questa domanda mi emoziona, perché ho ricevuto dal cast e dalla troupe un’accoglienza splendida, e non è affatto scontato, soprattutto in gruppi così consolidati, che spesso tendono a essere un po’ esclusivi. Ho sentito un grande calore dai ragazzi, ma in modo particolare da Alessandro Gassmann e Claudia Pandolfi: li ho adorati, come colleghi e come persone. Un po’ di paura c’era, perché il pubblico delle serie è molto affezionato agli equilibri delle prime stagioni, e l’arrivo di un nuovo personaggio può non essere visto di buon occhio. Per ora, però, sta andando bene, l’entusiasmo per Leone si percepisce.

L’importante è che non porti scompiglio tra Dante e Anita… quello potrebbe essere rischioso…

Chissà (ride).

Cosa si aspetta da una nuova sfida professionale?

Mi auguro sempre di cambiare grazie all’incontro con le persone con cui lavoro, personaggi o interpreti che siano. E poi c’è sempre un incontro speciale: quello con me stesso. È sempre diverso, si rinnova ogni volta, perché ogni storia ti costringe a porti nuove domande, alle quali non sempre esiste una risposta.

Parliamo di Franco Battiato… un gigante

Sto girando proprio in questo periodo. Non posso dire molto, se non che sto imparando una quantità enorme di cose, una montagna. E allo stesso tempo una montagna piccolissima nell’universo, ma difficilissima da scalare. Credo che abbia a che fare con l’indicibile. Per questo è difficile spiegare cosa ho scoperto o imparato, perché, al di là dei dettagli quotidiani, appartiene al mondo delle sensazioni, dell’invisibile.

Cantava Battiato in “La stagione dell’amore”:
“Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore,
Nuove possibilità per conoscersi,
E gli orizzonti perduti non si scordano mai…”

Cosa fa pulsare il tuo cuore nella vita? Cosa ti fa sentire vivo?

Due cose, soprattutto: la capacità di creare e la capacità di fare. Quando vedo qualcuno che crea qualcosa con le proprie forze, con la propria energia, con la propria immaginazione, l’atto creativo mi fa pulsare il cuore. E poi l’idea che, nella nostra solitudine e piccolezza, pur essendo minuscole particelle dell’infinito, siamo parte di un grande organismo che ci comprende e che ci fa appartenere, in qualche modo, al divino. Questo mi piace.

Sul suo profilo Instagram c’è molta eleganza, molto stile. E la vita, spesso, è una questione di stile. Ha trovato il suo?

Anche questo tema riguarda la ricerca. La “questione di stile”, per dirla alla Battiato, per me è sempre stata una lotta tra pensieri convenzionali e non convenzionali. Forse a un certo punto si supera tutto questo e si arriva all’essenziale. Io, però, sono ancora nella fase in cui voglio colpire, trovare la mia originalità, stupirmi. Posso dire che l’essenziale, per ora, è ancora lontano.

Qualcuno diceva: “l’essenziale è invisibile agli occhi”.