EMA STOKHOLMA – CAROLINA REY – MANOLA MOSHLEI

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E adesso… missione Ariston
(ma sempre con il tacco)

 

Tre personalità diverse. Tre modi di vivere il palco. Una sola voce comune: quella del “PrimaFestival”. Dal Emma – Carolina – Manola: le “Charlie’s Angels” di Carlo Conti. Dal 21 al 28 febbraio alle 20.35 su Rai 1, RaiPlay e Rai Radio2

 

 

Partiamo dall’inizio: la chiamata di Carlo Conti. Cosa avete pensato quando vi ha proposto la conduzione?

Ema: “Glielo dico o non glielo dico che il PrimaFestival l’ho già fatto?” (ride). Mi hanno sempre detto che Sanremo è una di quelle cose che fai una volta nella vita, e invece no… allora non ho detto nulla e ho ringraziato Carlo con un: “Che figata, sono troppo felice”. Diciamo che ho fatto, come sempre, la gnorri. Devo dire che, essendo una grande fifona, sono contenta di aver già avuto questa esperienza, perché le seconde volte sono più facili da affrontare. Ora so cosa mi aspetta, so cos’è il gobbo (ride)… e già questo aiuta! E poi con me ci sono due ragazze che conosco benissimo: sarà tutto più easy.

Carolina: Io ero convinta di aver fatto una battuta di troppo. Ero ancora impegnata con “Sanremo Giovani” e, quando ho visto la chiamata di Carlo – che spesso, di fronte alle mie freddure, mi risponde che mi scambierebbe con una Carolina a caso – ho pensato: “Ecco, ho esagerato” (ride). Invece mi ha detto che voleva propormi il “PrimaFestival” e a me si è gelato il sangue. Ho chiuso la chiamata, tutto l’aplomb che avevo cercato di mantenere con Conti è sparito e ho iniziato a piangere e saltare per strada senza alcuna dignità (ride). Un sogno nel cassetto che non avrei mai immaginato potesse concretizzarsi, perché non capita tutti i giorni che i sogni si realizzino davvero.

Manola: Non me l’aspettavo davvero. Ci speravo, certo, ma tra il dire e il fare ce ne passa. Ricordo che ero a Napoli per vedere la concorrenza, la finale di “X Factor”, perché cerco sempre di tenermi aggiornata su tutte le tendenze musicali. Quando ho ricevuto la chiamata di Carlo – tra l’altro eravamo ancora nel vivo di “Sanremo Giovani”, a ridosso della finale – ho risposto dicendo: “Dove ho sbagliato?” (ride). Di tutta risposta Carlo mi ha chiesto se avessi qualcosa da fare dal 21 al 28 febbraio… Sono impazzita di gioia. Credo che sia un gol importantissimo nella carriera, una bellissima occasione, un punto di svolta. Ne ho avuti tanti nella mia vita professionale, che hanno sempre preceduto un cambiamento importante. Mi auguro che sia così anche questa volta.

Con chi avete condiviso per prime questa emozione?

Ema: Con la mia agenzia, prima di tutto, perché mi piace troppo condividere le belle cose con chi lavora con me. Il lavoro per me è sempre una cosa di squadra. Prima ancora degli amici, volevo condividere la notizia con chi lavora con me ogni giorno.

Carolina: Con la mia famiglia. Anzi, ho fatto uno scherzo a mia madre dicendole che mi sposavo! Poi ho urlato al telefono: “Mi ha chiamato Carlo!”. Sono giorni che piango, ma di felicità. Abbiamo festeggiato tutti insieme a cena la sera stessa, perché le belle notizie sono davvero belle se puoi condividerle con le persone a cui tieni. La mia migliore amica, per esempio, mi ha preparato una scatola a forma di cuore con dentro tutti i regalini portafortuna e un kit di sopravvivenza per Sanremo. E anche lì ho pianto come una fontana…

Manola: Con mio padre. Mia madre non c’è più da qualche anno, ma è sempre stata quella che ha creduto nel mio fuoco creativo. Ha “istruito” bene mio padre, rassicurandolo e dicendogli sempre che fossi una piccola fiamma sotto una montagna di cenere: “Una volta che la sposti, è fatta”. Lui, che per me avrebbe voluto il posto fisso e vedeva nella mia quasi laurea in giurisprudenza la possibilità di una occupazione più sicura, oggi è il mio primo sostenitore. Poi ho chiamato tutti: la mia compagna, la sua famiglia… e ho iniziato a pensare ai professionisti che potranno affiancarmi in questo periodo.

Carlo vi ha definite le sue “Charlie’s Angels”. Che effetto vi fa?

Ema: Io sarei una spia bravissima, lo dico. Riesco a capire le cose dai piccoli dettagli! Non ho visto né la serie né il film, ma l’idea di giocare con tre personalità diverse mi diverte molto.

Carolina: Io avevo in mente il film con Cameron Diaz, Drew Barrymore e Lucy Liu; Carlo invece il telefilm. Quando gliel’ho fatto notare mi ha detto: “Mi stai dando del vecchio?”. Alla fine, qualunque fonte di ispirazione va bene. Lui è assolutamente convinto di questo ruolo e quando ce l’ha raccontato mi sono immaginata con la tutina di latex a fare la spia in giro per Sanremo. È un gioco divertente, un filo conduttore per raccontare il Festival in modo diverso.

Manola: Carlo è un professionista generoso, incredibile. Non ce ne sono tanti così in giro e mi dispiace leggere commenti negativi dei classici leoni da tastiera che giudicano senza conoscere il suo lavoro. Non sanno quanto sia importante per lui, quanto sia bravo in quello che fa. È stato lui, qualche anno fa, dopo avermi vista all’opera all’Arena di Verona mentre intervistavo alcuni cantanti italiani, a scrivermi subito offrendomi una grande opportunità lavorativa. Ha intuizioni geniali, ti cuce addosso un ruolo studiato solo per te. Sembra sempre amichevole, un po’ guascone, ma in realtà ti sta osservando, cerca di metterti in luce il più possibile. Guarda che ha combinato con me, Emma e Carolina. Per alcuni può sembrare ridondante – la bionda, la mora, la castana, ma secondo me l’ha fatto solo per farsi chiamare Charlie… Nel nostro gruppo WhatsApp siamo le “Carlo’s Angels”. Tutto torna.

Che valore ha per voi il lavoro di squadra?

Ema: È la parte che preferisco del lavoro. Amo la mia solitudine nella vita privata, ma al lavoro voglio confronto, discussione, scambio. Con Gino Castaldo in radio ci confrontiamo spesso, non solo sulla musica. Sono certa che con le ragazze ci troveremo bene: siamo abituate a stare insieme e, soprattutto, ci rispettiamo.

Carolina: Se funziona la squadra, funzioniamo tutte. Ho sempre lavorato in gruppo, pensando che non sia importante quanto dici, ma quello che hai da dire. Sarà stimolante lavorare insieme, supportarci e darci forza a vicenda.

Manola: Fondamentale. Per me è meglio che lavorare in solitaria. Se funziona una squadra, se funzionano le menti messe a confronto, si crea qualcosa di indistruttibile. Mi piace che il merito sia condiviso. È bello quando tra donne c’è collaborazione e solidarietà, come nel nostro caso: è tutto di guadagnato.

Provate a definirvi…

Ema: Sia Carolina che Manola sono persone realizzate. Potrei definirle entrambe donne “forti, toste, indipendenti”.

Carolina: Manola è forza, Ema creatività istintiva.

Manola: Carolina è una persona molto dolce, accomodante e accogliente: viene voglia di aprirsi con lei. Ema la amo, è come una sorella ormai. È una persona senza mezzi termini, una leonessa di cui ti puoi fidare al cento per cento.

In cosa siete diverse e in cosa vi assomigliate?

Ema: Abbiamo umorismi diversi. Io faccio battute che fanno ridere solo me (ride). Però condividiamo dedizione e rispetto. Io sono più diretta, Carolina più “patatona”, Manola ha un umorismo più inglese. Ci accomunano il tipo di carriera, la dedizione al lavoro, la passione per la radio. Tra l’altro abbiamo scoperto l’altro giorno che andiamo in onda tutte e tre alla stessa ora.

Carolina: Siamo diverse, abbiamo tre personalità forti, ma condividiamo il rispetto per il lavoro e per il percorso fatto. Abbiamo fatto gavetta, mattoncino dopo mattoncino, e questo ci unisce. Io magari butto tutto in caciara, Ema ha l’estro creativo, Manola è pragmatica. Ci compensiamo.

Manola: Secondo me ci somigliamo molto nell’approccio al lavoro: siamo metodiche, strutturate, precise, difficilmente in ritardo, e non è scontato. Sarà semplice condividere questa esperienza perché abbiamo grande rispetto l’una dell’altra. Siamo invece molto diverse nell’approccio quotidiano: io sono la più organizzata, loro a volte più “tra le nuvole”. Sono molto pragmatica, concreta, con i piedi per terra. Ho tutti gli orari segnati e le indicazioni precise delle cose da fare. Eppure, pur ricevendo tutte le stesse comunicazioni, mi arrivano sempre messaggi del tipo: “A che ora dobbiamo andare oggi?” (ride).

Arrivate tutte dall’esperienza nella commissione musicale di “Sanremo Giovani”. Quanto vi ha preparato a questo ruolo?

Ema: In quell’occasione penso solo ai giovani, non mi concentro su altro. Sono molto focalizzata sulla musica e sul dare ai ragazzi il consiglio giusto o una critica costruttiva. Forse questa esperienza ci ha aiutato a conoscerci meglio, a confrontarci sulle questioni musicali, anche se abbiamo gusti estremamente diversi.

Manola: Sono due cose molto diverse. Fare la “commissaria” a Sanremo Giovani è stata una grande e bellissima responsabilità, che rifarei mille volte, ma è stato anche molto complicato a livello emotivo. In fin dei conti avevi in mano il potenziale futuro di qualcuno, il loro sogno. Dire no non è mai facile. Il “PrimaFestival”, invece, sarà una responsabilità diversa: anche se c’è un gruppo di lavoro dietro, ci metto la faccia e mi sottopongo al giudizio.

Carolina: In realtà credo che la preparazione per il “PrimaFestival” venga da altre esperienze, perché il percorso nella Commissione di “Sanremo Giovani” comportava l’enorme responsabilità di giudicare dei ragazzi e la loro arte, decidendo – nel bene e nel male – il destino di una canzone. Sicuramente mi ha aiutato a comprendere meglio la grande macchina di Sanremo e la sua complessa organizzazione.

Il backstage è il cuore del “PrimaFestival”. Cosa vi incuriosisce di più?

Ema: La parte più bella sono le prove, che negli ultimi anni hanno attirato sempre di più l’attenzione dei giornalisti: ormai sembrano quasi una serata di Festival. In quel momento ti senti una privilegiata, perché mentre tutta l’Italia aspetta le serate di Sanremo, noi siamo lì a vivere tutto dal vivo. È un privilegio.

Carolina: L’aspetto più emotivo e autentico degli artisti. Il pubblico vede la performance impeccabile, sembrano tutti sicuri e concentrati, ma prima di salire sul palco c’è paura, insicurezza, verità. Andare a curiosare alle prove, raccogliere le emozioni del momento, osservare il rovescio della medaglia è affascinante.

Manola: Da radiofonica è inevitabile vivere più il backstage rispetto a ciò che avviene on stage. Siamo abituate a raccontare il dietro le quinte, a intervistare l’artista prima che si esibisca o subito dopo. Ma non mi era mai capitato al Festival di Sanremo. Il backstage dell’Ariston è una grande novità. Siamo pronte a raccontare tutto quello che a casa non arriva: il lavorio frenetico di questa macchina. Porteremo alla luce tutto il possibile, anche i camerini meno sfavillanti (ride).

Un tris di donne al “PrimaFestival”, Laura Pausini alla conduzione con Carlo Conti…

Ema: È sempre stato il momento delle donne, solo che spesso non è stato valorizzato nel modo corretto. Per presenza o per mancanza, si è sempre discusso del potere femminile. Carlo Conti non ragiona in questi termini: chiama a lavorare le persone in base alle competenze. Però è bello vedere che, andando avanti nel tempo, c’è sempre più parità numerica. Le donne, nonostante tutto quello che devono affrontare, alla fine spaccano.

Carolina: Sono stata felicissima per Laura Pausini, perché il primo regalo che ho chiesto ai miei genitori è stato il Canta Tu, che negli anni ’90 andava fortissimo con il disco de “La solitudine”. Credo di aver fatto fischiare le orecchie a tutti i parenti (ride). Vederla sul palco di Sanremo per me è un cerchio che si chiude, anche a livello di passioni musicali. Penso che ci siano sempre più donne forti nel mondo della musica ed è giusto che abbiano sempre più spazio. E una persona così generosa e attenta nel dare il giusto riconoscimento alle professioniste non poteva che essere Carlo Conti.

Manola: Sarebbe bello che la presenza di tante donne al Festival, e non solo, non facesse più notizia. Anche in questo Carlo si è rivelato per quello che è: un fan delle donne. Durante le selezioni di Sanremo Giovani ci diceva di non lasciare indietro le ragazze, perché ha ben chiara la percezione di quanto sia difficile per noi ottenere certe posizioni e credibilità. Non sono per niente sorpresa delle sue scelte.

Il vostro primo ricordo del Festival?

Emma: Elisa con “Luce”. Ero in Italia da pochissimo. L’ho vista poi al Primo Maggio e ho rivissuto quel momento pensando a Sanremo.

Carolina: Ho sempre guardato il Festival a casa e, soprattutto da quando vivo da sola, in compagnia di un gruppo d’ascolto con pizze e foglietti su cui annotare le classifiche personali. Da piccola lo guardavo con mia mamma, che è una cantante lirica e non ha mai apprezzato molto la musica leggera. Andava così: io amavo quella musica, lei la criticava (ride). Ora è rimasto tutto invariato, solo che adesso io ci sono dentro e lei critica pure me.

Manola: Sono cresciuta con mia nonna, perché i miei genitori mi hanno avuta molto giovani e hanno iniziato a lavorare subito, lasciandomi spesso da lei (ride). Abitavamo nello stesso palazzo: era tutto molto semplice, tranne il fatto che a casa sua giravano dieci nipoti, dall’adolescente di sedici anni fino a me, che ero uno scricciolo. I primi Sanremo che ricordo sono quelli di Pippo Baudo e duravano un’eternità, ma per noi quei cinque giorni insieme erano sacri. All’inizio non mi interessava molto, eppure guai a guardare altro: a un certo punto ho iniziato ad amarlo. È diventata una tradizione che mi ha sempre legata a lei. Il primo ricordo musicale forte è la vittoria di Laura Pausini nel ’93: quella canzone mi ha fatto impazzire, era la cosa più figa che fosse successa in Italia in quel momento.

Se poteste cantare una canzone di Sanremo?

Ema: “Se questa è l’ultima canzone e poi la luna esploderà…” (canta a squarciagola). Ha un ritornello pazzesco anche per noi stonati. È un invito a sfogarsi: in quel momento nessuno ti giudica.

Carolina: “L’essenziale” di Marco Mengoni. Una delle più belle canzoni del Festival, che ho cantato mille volte in macchina.

Manola: “Chiamami ancora amore” di Vecchioni. Mi emoziona, così come il ricordo di lui sul palco dell’Ariston con le braccia aperte, mentre si riprendeva quella luce che per un periodo non gli era stata riconosciuta. E poi torna, vince Sanremo e si apre all’Ariston.

Diretta TV: paura o adrenalina?

Ema: Paura.
Carolina: Adrenalina.
Manola: Adrenalina pura.

Ariston: tacco o sneaker?

Ema: All’Ariston si corre con il tacco, sempre. Anche a costo di sembrare un fenicottero.

Carolina: Tacco altissimo, così ad Emma posso arrivare un po’ più su del seno.

Manola: Tacco. Anche se il ginocchio che mi sono rotta l’anno scorso protesta.

Avete già pensato alla prima frase dopo il TG1?

Ema: Forse “Buonasera amici”. Ma prima recupero “Charlie’s Angels”, il film o il telefilm, così con gli autori capiremo quanto giocare, almeno per l’apertura, su questo tema.

Carolina: Mi preparo, ma poi mi affido all’emozione del momento. Voglio essere autentica. In questo momento ho idee un po’ vaghe e confuse, ma aspetto di vivere quell’attimo così come sarà.

Manola: Sicuramente mi presenterò. Chi fa radio ha l’abitudine di contestualizzare. Ma poi improvviserò.

ESCLUSIVA RAIPLAY

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Mare fuori #Confessioni

 

 

Le vicende e i racconti più intensi dei protagonisti della serie dal 18 febbraio sulla piattaforma Rai

 

 

Dal 18 febbraio su RaiPlay, tornano i retroscena della fiction raccontati dai protagonisti stessi che si rivelano davanti alle telecamere, confessando le emozioni dei personaggi che interpretano, le scelte difficili e le ferite di ognuno di loro, sviscerando temi che la serie, con i suoi ritmi serrati, può solo sfiorare. In attesa della nuova stagione, il pubblico potrà così rivivere le vicende della quinta stagione tra realtà e finzione, tra nuovi arrivi e addii struggenti: gli ultimi episodi, infatti, hanno lasciato lo spettatore con il fiato sospeso, regalando vari colpi di scena che hanno tracciato nuove traiettorie.  Si approfondiranno alcune delle storie che maggiormente hanno lasciato il segno, tra cui: il rapporto sempre più controverso tra Rosa e Carmela, la discesa agli inferi di Dobermann, il legame tossico tra Sonia e Marta, l’amore ‘impossibile’ tra Cucciolo e Milos e i segreti che si celano dietro il bel viso di Simone. Infine, verrà rivolto uno sguardo particolare anche sulle malefatte dei nordici appena arrivati a stravolgere gli equilibri dell’IPM. “Mare Fuori #Confessioni” è un original Rai Contenuti Digitali e Transmediali.

SVEVA SAGRAMOLA & EMANUELE BIGGI

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Il pianeta nel salotto di casa

 

 

“Geo” è una pietra miliare della divulgazione televisiva, punto di riferimento di un pubblico che sceglie di ascoltare, approfondire, incontrare la bellezza. Il segreto del successo? «La voglia di raccontare la natura e la vita come una rivista da sfogliare e risfogliare» affermano i conduttori, consapevoli come il ruolo di servizio pubblico del programma, sia proprio quello di «contribuire a formare negli spettatori una coscienza ecologica, fornire strumenti per capire il nostro ruolo nel mondo e il valore delle nostre azioni». Dal lunedì al venerdì alle 16.15 su Rai 3

 

 

Un successo che il tempo non scalfisce ma fortifica, qual è il segreto di “Geo”?

SVEVA: “Geo” è un programma molto amato perché riesce ad intrattenere in modo garbato, regalando serenità allo spettatore, proponendo un intrattenimento colto e pieno di bellezza. È un programma curato nei minimi dettagli, frutto di un grande lavoro di squadra. I documentari che mandiamo in onda raccontano la natura selvaggia e anche il rapporto con l’ambiente di persone che curano la terra, che la amano e la proteggono, e negli approfondimenti in studio accanto alle criticità raccontiamo sempre le soluzioni possibili.

EMANUELE: Il mio personale punto di vista è che “Geo” sia una trasmissione amata perché non ha mai rincorso mode e “ansie narrative” di un certo tipo di televisione, che non ci appartengono. Non è un segreto, ma un metodo se mai basato sulla ricerca di contenuti solidi, a volte pure profondi, e con ospiti competenti nelle loro materie. Informazione e divulgazione che cerchiamo di portare a tutti in modo normale, non bacchettone, “come se fossimo assieme nel salotto di chi ci guarda” come mi ha insegnato il nostro autore Vittorio Papi appena entrai a “Geo”. Forse l’unico vero segreto è proprio quello che dietro non ci sono “divismi”, ma voglia di raccontare la natura e la vita come una rivista da sfogliare e risfogliare.

 

Cosa vi appassiona, a distanza di anni, di questo progetto?

EMANUELE: La cosa che personalmente apprezzo di più è la possibilità di riuscire a veicolare a tantissime persone anche messaggi importanti di convivenza, conservazione della natura, e della possibilità di avere un’umanità migliore in un format che non è necessariamente per addetti ai lavori. Poter parlare di una specie a rischio di estinzione tra un documentario su una località segreta del Molise ed un angolo di cucina tradizionale, significa che quel messaggio potrà raggiungere tante persone che un programma più specifico magari non avrebbe raggiunto. Anzi, crea proprio, secondo me, quella connessione tra i fatti naturali e quelli umani, che sono indissolubilmente legati gli uni agli altri.

SVEVA: La possibilità di contribuire a formare nel pubblico una coscienza ecologica, dare strumenti per capire il nostro ruolo nel mondo e il valore delle nostre azioni come motori di cambiamento per un mondo più giusto.

Siete una coppia molto affiatata, qual è il segreto di questo legame?

SVEVA: Emanuele è rimasto una persona e non è mai diventato un personaggio. È immune dal narcisismo che spesso la tv innesca nei conduttori di successo. È un grande fotografo naturalistico e un biologo; appena può scappa in cerca di corsi d’acqua dove poter fotografare le rane, che con tutti gli anfibi, sono tra i suoi animali preferiti, insieme ai rettili e agli insetti; non tutti sanno che canta e compone musica heavy metal, forse la cosa più lontana che io possa immaginare dai miei gusti, ma è un compagno di lavoro straordinario, allegro, affidabile, preparatissimo, e tra noi non c’è mai stata competizione, perché entrambi lavoriamo per un progetto e non per il nostro ego.

EMANUELE: Io e Sveva ci siamo piaciuti da subito, da quando in quel lontano pomeriggio di giugno 2013 entrai nella redazione di “Geo” per un primo colloquio conoscitivo. Con lei e con gli autori ci fu subito un bel feeling. Io e Sveva siamo forse in parte diversi (lei di certo non ascolta musica metal come il sottoscritto!!) ma solidamente simili nei valori che ci appartengono, come la correttezza professionale, la voglia di fare sì che tutta la trasmissione sia bella, non solo il nostro cantuccio. Aggiungo che siamo complementari in quello che è il nostro ruolo all’interno della trasmissione. Non c’è prevaricazione e non c’è divismo tra di noi. Arriviamo in studio, ci si chiede come va, a volte ci raccontiamo problemi personali e piccole vittorie quotidiane e poi via, si inizia con la trasmissione con un sorriso, sapendo che di fianco c’è una persona di cui fidarsi sempre.

 

Cosa significa essere divulgatori televisivi nell’era dei social, che ha portato la narrazione ad alta velocità?

EMANUELE: Penso che il medium televisivo sia necessariamente ormai collegato anche ai social, se non altro attraverso i vari profili in cui i telespettatori comunque interagiscono. Fino a non molto tempo fa, il massimo che poteva accadere dopo uno spazio che era particolarmente piaciuto e dispiaciuto ai telespettatori, era che la redazione poteva ricevere qualche lettera, telefonata e più recentemente e-mail da qualche persona particolarmente volenterosa. I social hanno aperto completamente la connessione tra chi è “dentro”  e chi è “fuori”. Per me questo non è necessariamente un male. È vero che magari un certo pubblico predilige ormai l’informazione superficiale ed effimera di un social, ma è anche vero che dai social si può avere un riscontro in tempo praticamente reale dell’apprezzamento o meno di una parte del programma. Permette di riflettere anche qualitativamente su quanto si è fatto nel bene e nel male. È un nuovo modo di intendere la comunicazione che non si ferma più, come un tempo alla mera intervista in studio, perché ora avvertiamo più velocemente quello che le persone pensano di quello di cui si è discusso.

SVEVA: Sarebbe un errore inseguire il pubblico dei social attraverso il mezzo televisivo, sono due platee distinte che hanno linguaggi diversi: della tv, sui social, possono andare solo frammenti, mentre chi si siede di fronte ad un programma ha un altro senso del tempo ed è disposto ad ascoltare, ad approfondire, a pensare in un modo diverso.

Verso i trent’anni di trasmissione per Sveva, dodici per Emanuele, che cosa significa vivere con “Geo” accanto?

SVEVA: Significa avere disciplina, ed una quotidianità scandita da regole ed orari molto precisi, a volte limitanti. Se anche hai una giornata difficile, al momento di andare in onda in diretta devi essere concentrato e presente a te stesso, lasciare fuori i problemi, e dare moltissime energie al pubblico che ti guarda da casa, ai tuoi ospiti, al gruppo di lavoro che si fa in quattro perché tutto vada per il meglio. Ma è come una terapia, perché quando smetti di lavorare e torni al tuo problema lo vedi dopo essertene distaccato per un po’ e a volte questo restituisce forza e lucidità. E poi c’è il grande privilegio intervistare ospiti autorevoli e imparare ogni giorno qualcosa di nuovo.

EMANUELE: “Geo” per me è stato un vero cambiamento di come organizzavo la mia vita, anche perché ormai, da dodici anni, faccio avanti e indietro dalla mia Genova a Roma tutte le settimane per nove mesi l’anno circa. Il lunedì lascio la mia famiglia e la mia casa per arrivare a Roma. È diventata una sorta di routine che è parte della mia vita lavorativa. Vivere con “Geo” significa sapere che parto ogni settimana con l’idea di poter raccontare a quanta più gente possibile la natura che mi appassiona, le battaglie per la salvaguardia del pianeta e di noi con esso. E questo mio spostamento mi è più lieve quando per strada qualcuno mi ferma e mi dice “caro Emanuele, tu e Sveva siete sempre nei miei pomeriggi e mi tenete compagnia come se foste di famiglia”.

Qual è il tratto della vostra personalità che più emerge nella conduzione di “Geo”?

EMANUELE: Forse a questa domanda dovrebbe rispondere chi mi conosce e mi guarda, come mia moglie o la mia famiglia in generale, ma spero che il tratto che esce di più sia la mia forsennata e cieca passione per la natura. Al di là di questo, spero che emerga un’immagine di me positiva, perché di negatività il mondo ne ha già fin troppa! Alcune volte mio padre (che non è certo imparziale nel giudizio) dice che emerge anche il mio lato più scherzoso ed ironico, la qual cosa non mi disturba affatto!

SVEVA: Di me credo che emerga la curiosità e l’interesse per le culture del mondo e le persone, non a caso mi sono laureata in antropologia culturale!

 

 

 

 

 

 

PIERLUIGI COLANTONI

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Tutti cantano Sanremo

 

 

“Perdere l’amore”, “La solitudine”, “Volevo essere un duro”, “Maledetta primavera” e tanti altri brani senza tempo. Le melodie sanremesi più amate, le strade e le piazze dei centri storici italiani, musicisti, passanti e turisti: insieme per dare vita a un grande rito collettivo. Il direttore dell’Area Creativa della Direzione Comunicazione della Rai racconta al RadiocorriereTv come nasce e prende forma la campagna di comunicazione, in onda da alcune settimane sui canali Rai: «C’è stato un momento in cui la pubblicità era soltanto bellezza, estetica, modelli, oggi la comunicazione è reale, se le persone la sentono vera e sincera, allora la seguono, la sposano»

 

 

“Tutti cantano Sanremo” è il nome della campagna della Rai che sta accompagnando i telespettatori al Festival… come è nata?

È nata l’anno scorso mentre giravamo gli spot di Sanremo 2025. Ho pensato al claim di Carlo Conti “Tutti cantano Sanremo” e mi sono detto che sarebbe stato bello se quel “tutti” avesse significato veramente “tutti”. E così mi sono chiesto: cosa accadrebbe se un’orchestra collocata in una piazza, in una strada, iniziasse a suonare i temi del Festival? Cosa farebbero i passanti? Canterebbero? Si fermerebbero? Parteciperebbero? Ma quando l’abbiamo pensato non c’erano i tempi giusti per realizzare il progetto, che è stato rimandato di un anno.

Come avete scelto le città nelle quali girare?

Intorno a maggio-giugno abbiamo iniziato a contattare dei conservatori, che in alcuni casi si sono detti disponibili. Abbiamo quindi cercato di dare una rappresentazione dell’Italia intera, spostandoci da nord a sud e portando le nostre telecamere a Torino, Trento, Parma, Pesaro, Lucca, Roma e Cosenza…

… e le canzoni da suonare e cantare insieme al pubblico come sono arrivate?

Le abbiamo scelte insieme a Carlo Conti secondo alcuni criteri, in primis quello della cantabilità. Sono tante le canzoni rimaste nella storia della musica italiana, e molte di queste sono di Sanremo, ma non tutte sono dei veri e propri inni che le persone continuano a cantare. Abbiamo scelto quelle di cui il pubblico conosce il testo e che ama cantare in gruppo, i brani che aggregano. Secondo criterio è quello della resa dell’arrangiamento del brano eseguito da un’orchestra sinfonica. Pensiamo a “Incoscienti giovani” di Achille Lauro, arrangiata per archi e coro dal maestro Valeriano Chiaravalle: quando l’ascolti ti accorgi che quella canzone ha un senso molto completo anche in una versione classica.

Quali sono state le difficoltà che avete trovato lungo il percorso? Come le avete superate?

All’inizio non le immaginavo e non le potevo conoscere, ma quando abbiamo iniziato a condividere il progetto internamente, tutto è stato più chiaro. Una campagna non è mai di una sola persona ma di un intero gruppo di lavoro, l’idea è soltanto la matrice, che poi si somma ai tasselli portati dagli altri. Se in un primo momento, ad esempio, l’idea era di girare in una o due location al massimo, il confronto ci ha portati a scegliere il viaggio per le piazze italiane, da nord a sud. Dopo avere scelto i conservatori, abbiamo fatto in modo che le orchestre suonassero e registrassero i quindici brani scelti.

Passaggio fondamentale…

… sì, perché l’audio in presa diretta comportava molti rischi, a partire dal possibile disturbo del vento o dei rumori della strada, che avrebbero potuto compromettere la qualità e il risultato finale. E così, prima di andare sul set, ci sono state le prove e le registrazioni del sonoro. Tra novembre e dicembre siamo finalmente andati nelle piazze dove ci siamo dovuti confrontare con l’incognita delle condizioni meteo, perché la pioggia e la neve possono creare danni importanti agli strumenti musicali. Anche solo poche gocce d’acqua possono rovinare violini, viole, violoncelli e contrabbassi. Nella tappa di Torino, ad esempio, il giorno della registrazione siamo stati accolti da grandi fiocchi di neve e così, per proteggere gli strumenti dei musicisti dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, intervenuta nello spot, si è scelto di girare all’interno. Abbiamo pensato alla stazione dei treni, ma non c’erano i tempi per farlo e così abbiamo allestito una finta stazione nel foyer dell’auditorium della Rai. Tutti n fuga dalla pioggia anche a Lucca, dove un’orchestra di novanta persone è scappata dal temporale trovando rifugio in una vicina galleria.

Un progetto che ha riscontrato da subito l’entusiasmo della gente…

In un primo momento, quando l’operazione non era ancora conosciuta, le persone si avvicinavano e canticchiavano ma con un po’ di timidezza. Poi, per aiutarle, abbiamo coinvolto un vocal coach che è andato in mezzo a loro spiegando quello che stavamo cercando di fare. Quando hai 30-40 persone che iniziano a cantare, è un attimo che ne arrivino 50, 100. E così le nostre telecamere si sono concentrate proprio sul coinvolgimento della gente, sulla loro curiosità, sulle loro emozioni. Dal punto di vista registico abbiamo voluto riportare verità, entusiasmo. In questo tempo tecnologico di intelligenza artificiale, le persone hanno bisogno di un grandissimo calore umano. Sanremo rappresenta sicuramente uno degli eventi più caldi e più vivi, pensiamo al teatro Ariston, alle strade della città ligure piene di persone che acclamano gli artisti o che più semplicemente vivono l’atmosfera della festa.

Quando una campagna di comunicazione si può considerare riuscita?

Quando le persone che la guardano si sentono rappresentate e pensano che quella campagna parli anche di loro. Cantare a squarciagola, all’aperto, è un qualcosa che ci riguarda, che ci fa sentire vivi, che riguarda un po’ tutti noi. Credo che questa campagna abbia funzionato per l’energia umana e vitale che è riuscita a creare.

“Tutti cantano Sanremo” ha coinvolto telespettatori, territorio e social…

Quando abbiamo girato a Roma, in Piazza di Spagna, c’erano migliaia di persone, l’evento è subito rimbalzato sui social, è finito sui giornali, in televisione, dando vita a un secondo momento promozionale.

Direttore, in quale direzione va l’immagine del Servizio Pubblico radiotelevisivo? Come volete raccontare la Rai del futuro?

Ogni nuova campagna ci fa pensare. Quella sulle Olimpiadi, ad esempio, è molto contemporanea e moderna nel linguaggio. Quella su Sanremo è nel segno della partecipazione, componente di cui le persone oggi hanno e sentono necessità. C’è stato un momento in cui la pubblicità era soltanto bellezza, estetica, modelli, oggi la comunicazione è reale, se le persone la sentono vera, sincera, allora la seguono, la sposano. Credo che una direzione possibile sia proprio quella di ridare ai nostri spettatori verità, portandoli a essere parte, insieme a noi, di un processo creativo.

Cosa significa, per lei, ideare le campagne di comunicazione che raccontano la tv, la radio e la piattaforma della Rai?

Mi onora, ci onora, comunicare a tutto il pubblico italiano la possibilità di seguire i contenuti della Rai e lo sforzo di tutto il Servizio Pubblico. Mi sento fortunato di poter lavorare con una squadra straordinaria che è quella della Direzione Comunicazione guidata da Fabrizio Casinelli, che è l’Area Creativa, fatta di registi, di impiegati, di tante figure che non si fermano al semplice lavoro, ma che alzano l’asticella portando la sfida sempre più in alto.

TOPO GIGIO

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Vi aspetto a teatro

 

La storia di un’icona e della donna che lo ha creato, Maria Perego. Una fiaba romantica che celebra il potere della fantasia e dei legami. Milena Miconi, Sergio Friscia e Teresa Morici guidano il cast diretto da Maurizio Colombi. In prima nazionale il 1° marzo al Teatro Verdi di Genova, dal 6 marzo al Lirico Giorgio Gaber di Milano, dal 25 marzo al Brancaccio di Roma

 

Perdona se siamo indiscreti, quanti anni hai (veramente)?

Beh, questa è una domanda che non si fa ad un topino come me, eh scusa eh. Comunque, sono nato nel ’59, 1959, quando c’erano “Carosello” e lo “Zecchino d’oro”.. va beh dai ho 66 anni.

 

Come ti mantieni così giovane e allegro?

Ho un cuore così grande da riempire tutto l’amore che mi danno le persone speciali. Ecco questo è il mio segreto. E poi faccio una dieta tutta personale a base di Gruviera che mi mantiene tenero.

 

Sappiamo che presto sarai protagonista di un musical, come ti trovi nelle vesti di showman, o forse sarebbe meglio dire… showmouse?

Mi sento a mio agio…  io sono abituato alle grandi star, sai che ho incontrato Michael J., Raffaellina Carrà, Lucio Dalla, e non sai quanti altri… Ballerò, canterò, e vi strapazzerò di coccole.

 

Che spettacolo sarà?

Sarà un musical come i più grandi di Broadway… con tanti ballerini, tante canzoni, e una storia emozionante, una fiaba commovente!  Racconteremo in modo fantastico la storia della mia mamma, che poi è la mia storia. Un po’ di storia vera e tanta fantasia. Sarà un grande spettacolo per tutta la famiglia, nipoti, nonni, zii, tutti quanti… anche i cugini.

 

Una vita sul palcoscenico, quali sono i momenti per te indimenticabili?

Beh l’ultimo Sanremo è stata una esperienza davvero stupenda, piena di emozione, ho cantato con Lucio Corsi e c’era il mio amico speciale Carletto.

 

Come mantieni viva la passione per lo spettacolo?

Adesso adesso più che mai… perché c’è una nuova storia su di me, prima non esisteva. Tutti i grandi personaggi nascono da una storia. Peter Pan, Pinocchio, Alice… Io invece ero solo un personaggio da TV ma con questa fiaba tutti scopriranno la magia che mi circonda e perché sono diventato così famoso.

 

Come hai visto cambiare i bambini nel tempo?

Beh i bambini nel tempo sono cambiati sì, sono più adulti e tecnologici, però sono speciali perché mi guardano con il cuore. Io vivo grazie alla loro immaginazione, e in questo non sono mai cambiati.

 

Come è cambiata la tua vita dopo la partecipazione a Sanremo con Lucio Corsi? 

Mi sa che è cambiata più la sua che la mia… Adesso fa tanti concerti. Però aver cantato con il mio amico Lucio è stato davvero bello. Adesso ho anche io uno spettacolo tutto mio e, come fa lui, racconto la mia storia.

 

TITOLO BOX:

Topo Gigio il musical – Strapazzami di coccole tour

 

TESTO BOX:

La vera storia di Topo Gigio approda per la prima volta a teatro in forma di musical, per rendere omaggio al pupazzo italiano più amato al mondo sin dagli anni Sessanta, che prenderà vita sul palcoscenico. Tratto dal libro di Morris Doves “Il cuore di Gigio”, il musical racconta la nascita dell’amato protagonista e il legame profondo con Maria Perego, la donna straordinaria che lo ha creato nel 1959. Un giorno d’inverno, una ragazza si ferma davanti alla vetrina di un negozio per guardare un albero di Natale fatto di una strana plastica…e vede, nascosto in quella plastica, un pupazzo che le sorride. Nasce così, a Milano, uno dei characters che ha segnato la nostra epoca. Topo Gigio si afferma sulle scene internazionali, diventando un simbolo di dolcezza e innocenza. Milena Miconi, attrice e showgirl tra le più note del panorama teatrale e televisivo, con una lunga carriera che spazia dalla fiction al palcoscenico, interpreta Maria Perego, la donna che ha dato vita a Topo Gigio. Teresa Morici, giovanissima promessa del musical italiano, attrice, cantante e ballerina di soli dodici anni, è Maria Perego da bambina, custode dell’origine più intima e immaginativa della storia. Sergio Friscia, volto noto della televisione e della radio, apprezzato per la sua capacità di coniugare ironia e profondità interpretativa, vestirà i panni di Mr. P, personaggio chiave che accompagna il racconto con umanità e misura, dando voce al senso universale della narrazione. Nel racconto trovano spazio anche i personaggi di Walt Disney, Raffaella Carrà e Il Mago Zurlì, che diventano un archetipo fiabesco, consentendo alla narrazione di mischiare realtà storica e immaginario collettivo, in un gioco teatrale appassionante. Le coreografie sono di Rita Pivano, mentre le musiche originali di Franco Fasano sostengono l’impianto emotivo dello spettacolo, alternandole a brani iconici di Topo Gigio (Strapazzami di coccole, Se avessi la coda anch’io, Ma le gambe, El Trabalero, Mamma Maria, On Broadway), in dialogo costante con la storia. Con un’anteprima a Genova (il primo marzo al Teatro Verdi), lo spettacolo debutta a Milano (dal 6 al 15 marzo 2026 al Teatro Lirico Giorgio Gaber), e Roma (dal 25 al 26 marzo 2026 al Teatro Brancaccio).

 

 

PresaDiretta

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Le grandi inchieste della domenica

 

Da domenica 15 febbraio alle 20.30 su Rai 3 il programma di Riccardo Iacona con il coordinamento giornalistico di Maria Cristina De Ritis

 

 

Dal 15 febbraio, ogni domenica alle 20.30 su Rai 3 “PresaDiretta”, il giornalismo che aiuta a capire dove va il mondo, di Riccardo Iacona. La prima ora del programma, “PresaDiretta Open”, sarà dedicata a un tema di attualità, con filmati e largo spazio per gli ospiti in studio. E poi le grandi puntate monografiche di “PresaDiretta”, con le inchieste e i reportage, che toccheranno i temi più caldi del momento. Si allargano la crisi demografica e il buco nei conti delle pensioni, intanto i giovani italiani se ne vanno all’estero; gli Stati Uniti di Trump sempre più aggressivi e antidemocratici; la drammatica questione palestinese nella Striscia di Gaza e le politiche del Governo Netanyahu in Cisgiordania; il laboratorio economico ultra-liberista del presidente argentino Milei; le sfide e i successi della scienza nella medicina rigenerativa e le insidie delle “cure miracolose” proposte a caro prezzo per le malattie degenerative; i tagli nella Manovra finanziaria di quest’anno e un bilancio del PNRR che sta per concludersi; la sfida sull’Intelligenza artificiale della Cina e il suo impatto sull’ambiente e sui posti di lavoro; il narcotraffico e le nuove alleanze delle organizzazioni criminali dentro e fuori il nostro Paese.

 

Alla ricerca del nemico. Gli Stati Uniti di Trump, dove la democrazia scricchiola. Un Paese polarizzato: da una parte l’odio in rete, la violenza per le strade, le intimidazioni nei confronti della stampa, gli attacchi ai diritti civili, dall’altra storie come quella di Zohran Mamdami, socialista, democratico e musulmano, neosindaco di New York che parla alla gente di affitti e trasporti pubblici. E in Italia, qual è lo stato di salute della nostra democrazia?  Storie di giornalisti minacciati dai gruppi criminali e dalle querele temerarie, che vivono sotto scorta.

 

La pensione che non c’è. Allarme sulla tenuta dei conti dell’Inps: nessuno ci dice davvero quanto è grave la situazione e quanto lo diventerà, tra crisi demografica e bassi salari, risorse sprecate ed evasione contributiva. In alcune Regioni i pensionati sono più numerosi dei lavoratori e i conti non tornano già oggi. Intanto la Germania è diventata il primo Paese per emigrazione giovanile italiana: lì i nostri ragazzi trovano lavoro qualificato, stipendi molto più alti, casa, welfare. Trovano la possibilità di costruire il proprio futuro.

 

Quanto si è allungata la nostra vita? La promessa di un’esistenza sempre più lunga alimenta non solo il progresso scientifico, ma anche il business della longevità. Un viaggio affascinante dalle nuove frontiere della medicina rigenerativa, alle truffe di chi propone improbabili trasfusioni di cellule staminali, eseguite a peso d’oro. Dalla ricerca sulle neurotecnologie con i chip impiantati nel cervello che curano le lesioni, alla malattia degenerativa che la medicina non riesce ancora a curare, l’Alzheimer. La sanità pubblica che non sempre ce la fa e le famiglie che si sentono abbandonate.

 

La pace dei forti. Un reportage tra Gaza, Israele e Cisgiordania. Il racconto della vita di tutti i giorni nella Striscia e la sua trasformazione in un luogo invivibile e desertificato; gli agricoltori le cui terre sono state confiscate e l’allontanamento delle Ong internazionali. In Israele un reportage tra le forze politiche che sostengono il Governo Netanyahu. Infine, un viaggio in Cisgiordania, da Ramallah a Jenin: la violenza dei coloni e dell’esercito israeliano, la mancanza di rappresentanza politica palestinese. Sullo sfondo, gli attacchi al diritto internazionale e il duro lavoro della Corte Internazionale dell’Aja.

E’ tornata l’Austerity. La Legge di Bilancio più leggera di sempre e i mercati che plaudono: siamo diventati campioni del rigore finanziario. Ma quali saranno gli effetti dei tagli alla spesa pubblica? E il PNRR sarà una stampella per la nostra economia o si trasformerà in una zavorra? Un consuntivo tra luci e ombre. E poi un reportage nel laboratorio economico più radicale del nostro tempo: l’Argentina di Javier Milei. Le privatizzazioni, i tagli drastici della spesa pubblica, il pareggio di bilancio inseguito ad ogni costo. Cosa ci insegna questa ricetta economica?

 

L’impatto dell’Intelligenza Artificiale. Che effetti avrà l’Intelligenza Artificiale sulle nostre vite? Un grande reportage di “PresaDiretta”, che dall’Italia ci porta fino in Cina. L’impatto ambientale dei datacenter nel nord Italia, dal consumo di suolo all’aumento della richiesta di energia. Le ripercussioni dell’arrivo dell’Intelligenza Artificiale nel mondo del lavoro. Quali e quanti sono i posti a rischio? Intanto la Cina sfida il mondo e porta l’Intelligenza artificiale nell’istruzione pubblica nazionale, costruisce robot umanoidi sempre più intelligenti, progetta Ospedali interamente gestiti dall’Intelligenza Artificiale.

 

Le Mafie degli altri. Come si sono evolute le organizzazioni criminali di stampo mafioso? Non solo Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta, in Italia operano anche mafie straniere che si sono alleate con le nostre. Il racconto di PresaDiretta lungo le vie della droga ci porta in giro per il mondo. A Prato dove agisce la mafia cinese, con le sue regole; in Albania dove l’infiltrazione nelle istituzioni è tale da essere definita sempre più spesso come un narco-Stato; in Ecuador, paese con uno dei più alti tassi di morti violente nel mondo, diventato in pochissimo tempo il baricentro delle rotte del narcotraffico.

 

AL CINEMA

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Il mago del Cremlino – Le origini di Putin

 

Dal 12 febbraio nelle sale il film di Olivier Assayas con Paul Dano, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Will Keen con Jeffrey Wright e con Jude Law

 

 

Basato sul romanzo di Giuliano da Empoli, “Il mago del Cremlino – Le origini di Putin” di Olivier Assayas arriva nelle sale italiane giovedì 12 febbraio. La pellicola porta lo spettatore nella Russia dei primi anni ‘90. L’URSS è crollata. Nel caos di un Paese in ricostruzione, Vadim Baranov, un giovane uomo dall’intelligenza brillante, si sta facendo strada. Ex artista d’avanguardia nonché produttore di un reality show televisivo, Baranov diventa il braccio destro di un uomo che ha lavorato nel KGB e che è destinato a conquistare il potere assoluto: Vladimir Putin, altrimenti detto «lo zar».  Profondo conoscitore del sistema politico, Baranov diventa lo spin doctor della nuova Russia: confeziona discorsi, crea scenari, cattura percezioni. Tuttavia, c’è un’unica persona che sfugge al suo controllo: Ksenia, uno spirito libero, una donna indipendente e avulsa dai meccanismi del potere e del controllo politico. Dopo quindici anni di silenzio, lontano dalla scena politica, Baranov accetta di parlare. Le sue rivelazioni confondono i confini fra verità e finzione, realtà e strategia. “Il mago del Cremlino” esplora gli oscuri meandri del potere, in cui ogni parola diventa lo strumento di un preciso disegno politico. Nel cast Paul Dano, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Will Keen, e con Jeffrey Wright e con Jude Law. Di seguito l’intervista proposta dal portale di 01 Distribution al regista Olivier Assayas.

Secondo Lei, questo film è più un thriller politico, un’opera incentrata sui personaggi o una riflessione sul potere?

Secondo me, è tutte e tre le cose insieme! Il film mira a dare forma umana a realtà politiche complesse e a sintetizzarle in questioni accessibili al pubblico a cui non è richiesta per forza la conoscenza della storia. Volevamo ridurre i fatti alla loro essenza, mostrare la loro rilevanza nella loro universalità. Non si tratta solo di Vladimir Putin o della odierna Federazione Russa, ma di questioni più ampie e universali. Quando ho conosciuto Giuliano, gli ho detto che trovavo il suo libro avvincente e che immaginavo avesse attinto a fonti di alto livello all’interno dello Stato, per poter restituire un resoconto tanto dettagliato dei meccanismi interni del potere. Ma lui mi ha risposto: «Niente affatto. Sono stato in Russia quattro o cinque volte e non ho mai avuto una talpa all’interno del governo. Però ho ricoperto il ruolo di Assessore alla Cultura del Comune di Firenze nella giunta guidata da Renzi, continuando a collaborare con lui anche quando è diventato Presidente del Consiglio. In fondo le modalità del potere, il suo linguaggio e i suoi metodi, sono sempre gli stessi, sia in Russia che in Italia. Ho capito come funziona il potere russo mentre osservavo, giorno dopo giorno, il modo in cui operava il potere italiano”.

 

Si è sentito in dovere di attenersi strettamente agli eventi storici o qualche volta ha volutamente confuso realtà e finzione?

In alcuni momenti c’è una leggera accelerazione, in altri ho giocato con la cronologia per ottenere un effetto drammatico, ma non mi sono mai permesso di barare. L’obiettivo era restare il più possibile fedele ai fatti, anche se stavamo adattando un romanzo che a sua volta si prendeva alcune libertà, seppur moderate. Con Emmanuel non solo abbiamo cercato costantemente di conferire verità e autenticità nella storia, ma anche di affinare, per quanto possibile, la critica sui compromessi morali e le scorciatoie democratiche dei leader russi, presenti e passati.

 

Putin viene ritratto come un personaggio profondamente complesso.

Secondo me tutta la politica appartiene al regno della complessità, senza semplificazioni o demagogia; qui non siamo al telegiornale. È un mondo difficile da afferrare e da comprendere, un mondo in cui spesso la spiegazione più contorta è quella più autentica e vera. Le sfumature delle strategie politiche variano da paese a paese, da un’epoca all’altra, ma in fondo l’essenza del potere resta sempre la stessa. Giuliano, come tutti i politici, ha letto Machiavelli e Baltasar Gracián, e anche se non applica i loro principi alla lettera, ne comprende i meccanismi e le costanti che gli consentono di costruire tutto il resto. È questo il criterio attraverso il quale ho considerato la politica e riflettuto sul mio tempo.

 

Come ha scelto gli attori del film?

La parte più difficile è stata quella di Putin, perché è al potere da così tanto tempo e lo vediamo ogni giorno nei vari notiziari. Tutti conoscono il suo volto. In un certo senso, era questa la scommessa del film: Jude Law sarebbe riuscito a interpretare un Putin credibile? Conosco Jude da anni: nel 2011 abbiamo fatto parte della stessa giuria a Cannes, siamo diventati amici e col tempo mi ha persino proposto di produrre un paio di progetti. Purtroppo però, non sono andati in porto. Continuando a seguire la sua carriera come spettatore, ho avuto la sensazione che fosse sempre più attratto dalla trasformazione, che avesse sviluppato una grande abilità di cambiare pelle. E nonostante non sia così simile fisicamente a Putin, ero convinto che lo avrebbe impersonato in modo molto convincente. Infatti è riuscito a trasmettere molto di Putin ma, nonostante l’accurata trasformazione, dobbiamo ammettere che Jude conserva più umanità del suo personaggio, il che in effetti non è molto difficile. Per tutti gli altri ruoli, reali o immaginari, non c’era l’obbligo di puntare sulla somiglianza fisica, poiché il grande pubblico non avrebbe necessariamente riconosciuto i volti degli altri protagonisti. L’unico criterio che ho seguito è stato trovare gli attori migliori soprattutto perché questo film è proprio incentrato sulle performance. E alla fine sono riuscito a scritturare un cast incredibile. Paul Dano, che interpreta un personaggio di fantasia, è stato immediatamente convincente. È un attore straordinario, ricco di sfumature, che grazie al suo talento e alla sua meticolosa attenzione ai dettagli riesce a trovare, in ogni circostanza, la chiave più intima del suo personaggio. Il suo straordinario autocontrollo può persino confondere. In sala montaggio, di solito si cerca di trovare la ripresa giusta. Con Paul, ogni ripresa è giusta e, in un certo senso, ognuna racconta una storia leggermente diversa, come se il suo lavoro consistesse nell’offrire al regista un caleidoscopio di espressioni che abbraccia l’intera gamma emotiva della scena. Alicia Vikander è stata la scelta più naturale per interpretare Ksenia. Avevo appena lavorato con lei nella serie HBO Irma Vep, c’è molta sintonia fra noi e quindi ho immaginato da subito che sarebbe stata lei a interpretare Ksenia. In realtà è stata proprio Alicia a ispirare questo personaggio.

 

 

Film Tv

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Un passo alla volta

 

Costretto all’esilio da bambino, Abdon Pamich impara prima a resistere e solo dopo a vincere. La marcia è il gesto con cui ricostruisce sé stesso, trasformando la fatica in speranza. Un cammino umano che precede e dà senso alla vittoria olimpica. In onda martedì 10 febbraio su Rai 1

 

 

Abdon Pamich cammina ancora. Anziano, su un altopiano carsico, ripercorre a piedi una strada che appartiene alla sua infanzia. Quel gesto semplice e ostinato apre una frattura nel tempo e riporta lo sguardo a Fiume, città di confine travolta dalla Storia, nel secondo dopoguerra. L’annuncio della liberazione accende una speranza breve e luminosa. Abdon e il fratello maggiore Giovanni credono che la normalità sia finalmente possibile. Ma l’arrivo del nuovo potere jugoslavo spezza l’illusione. Lo zio Cesare, allenatore di pugilato, figura carismatica e guida morale dei ragazzi, viene prelevato “per chiarimenti”. Il padre subisce pressioni politiche che lo rendono sospetto per il nuovo regime e vulnerabile come capro espiatorio. Fiume cambia nome, lingua e volto. Per gli italiani comincia il tempo della paura. Cesare riesce a espatriare. Poco dopo anche il padre di Abdon fugge in Italia, con la speranza di costruire un futuro e richiamare i suoi. L’attesa, però, diventa insostenibile. Arresti e sparizioni si moltiplicano, i confini si chiudono. Abdon e Giovanni, ancora adolescenti, scelgono di non cedere alla disperazione. Partono da soli. La fuga è una corsa disperata verso il confine: perdono il treno, affrontano trenta chilometri a piedi sotto il sole, con scarpe leggere e poche lire in tasca. In Italia li attendono campi profughi, povertà e diffidenza. I fratelli, comunque, riescono a proseguire gli studi. Tutto quello che Abdon ha visto e imparato a Fiume gli apre una porta nella scuola e, poco dopo, nello sport. A Genova incontra un formidabile allenatore Giuseppe Malaspina, il Mago della marcia, che riconosce in quel ragazzo taciturno una qualità rara: la capacità di resistere, di durare. La marcia diventa per Abdon il linguaggio dell’esule: non lo scatto, ma il passo continuo; non la fuga, ma l’andare avanti, sempre. Dopo anni di lavoro silenzioso e sconfitte, arriva l’oro olimpico a Tokyo, coronamento di un percorso umano, prima ancora che sportivo.

 

 

 

I PERSONAGGI

GIOVANNI PAMICH (Adolescente: Tobia De Angelis – Bambino: Gregorio Cattaneo della Volta)

Fratello maggiore di Abdon. Sicuro di sé, brillante, ha già deciso di diventare chirurgo. Simbolo della razionalità e della chiarezza d’intenti. Trascina Abdon nelle decisioni più importanti.

GIOVANNI PAMICH SENIOR (Fausto Maria Sciarappa)

Padre di Abdon e Giovanni Pamich. Imprenditore a Fiume. Uomo razionale, abituato a guidare la famiglia. Vede il suo mondo crollare con la nazionalizzazione delle aziende. Nonostante tutto, resta una figura autorevole e cerca di proteggere i figli, anche sacrificandosi.

ZIO CESARE (Diego Facciotti)

Fratello di Giovanni Pamich Senior, ex pugile e allenatore. Carismatico, diretto, figura guida per i ragazzi. Incoraggia la forza interiore e la tenacia. La sua lezione “segui il cuore” accompagnerà Abdon per tutta la vita.

GIUSEPPE MALASPINA (Michele Venitucci)

Ex marciatore e allenatore di Abdon. Figura paterna e guida spirituale. Vede in lui un talento naturale e lo indirizza, dandogli fiducia e metodo.

MAURA (Gaja Masciale)

La ragazza di cui Abdon si innamora e che presto diventa sua moglie. Simbolo dell’affettività che radica Abdon in una nuova vita. Una donna elegante, voce narrante nel Tv movie.

IRENE (Eleonora Giovanardi)

Madre di Abdon e Giovanni Pamich. Donna forte e coraggiosa. Protegge i figli durante la guerra, soffre in silenzio e si sacrifica per la famiglia. È la voce emotiva che piange e spera, incarnazione dell’attaccamento alla casa e ai valori familiari.

 

 

IL REGISTA ALESSANDRO CASALE RACCONTA

«Quando inizia davvero la storia di un atleta? Non il giorno della prima medaglia, né quando indossa una divisa. Per Abdon Pamich, tutto comincia con un’assenza: quella della sua terra, Fiume, e del senso di appartenenza che gli viene strappato via da ragazzino. Raccontare la vita di Abdon Pamich significa raccontare molto più di una carriera sportiva: è il ritratto di un uomo che ha fatto della costanza, della determinazione e della resilienza il suo stile di vita. La sua marcia non è solo disciplina atletica, ma una metafora esistenziale. Un cammino iniziato tra le macerie della guerra e approdato alla gloria olimpica. Questo film racconta la genesi di un uomo prima che dell’atleta, un cammino interiore che parte dalla perdita, dall’esilio, dall’adattamento in un’Italia che non sa ancora accogliere, ma che lo costringerà a diventare forte, paziente e tenace. Prima ancora di imparare a marciare, Abdon impara a resistere. La scelta registica è quella di un racconto intimo, sobrio, ma visivamente potente. Il film alterna due piani temporali principali: da una parte, la giovinezza segnata dall’esilio da Fiume e dall’arrivo in Italia come profugo; dall’altra, la lunga preparazione come marciatore che lo porterà alla medaglia d’oro delle Olimpiadi di Tokyo 1964 e a tutto ciò che è stato necessario per arrivarci. La marcia è un gesto ripetitivo, ossessivo, quasi ipnotico. Il corpo di Abdon è il nostro paesaggio: sudore, muscoli, calli, sforzo. “Il Marciatore, la vera storia di Abdon Pamich” è il ritratto di un uomo, non solo di un atleta. Pamich non è una figura mitologica, ma un uomo fatto di carne e silenzi, sacrifici e umiltà. Il tono narrativo che abbiamo scelto è intimo e sobrio, evitando ogni trionfalismo retorico. Il nostro film vuole ispirare non solo chi ama lo sport, ma chiunque creda che il tempo, la fatica, la pazienza e il coraggio siano ancora valori possibili. Abdon Pamich non correva per fuggire, ma per costruire qualcosa. E noi, con questa opera, vogliamo seguirlo. Un passo alla volta. Vogliamo raccontare una storia di formazione ambientata in un’Italia del dopoguerra vista dagli occhi di un giovane profugo. Il film si concentra su quegli anni invisibili, marginali, ma essenziali: il trauma della fuga, l’arrivo da profugo in Italia, le difficoltà familiari, la povertà e poi, quasi per caso, l’incontro con la marcia. Non vogliamo raccontare un successo, ma il bisogno profondo di trovarne uno.»

Irene Giancontieri

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Una ricerca continua

 

La giovane attrice racconta il suo esordio in “Don Matteo”, il rapporto con Nino Frassica, la costruzione del personaggio di Caterina, l’importanza del teatro e dello studio, il valore della tecnica e della ricerca costante. Tra ansia, comicità e consapevolezza, emerge il ritratto di una giovane interprete che vede il mestiere dell’attore come un percorso di crescita artistica e umana, oltre la visibilità e i numeri. Il giovedì in prima serata Rai 1

 

 

“Don Matteo” è il suo primo grande ruolo televisivo. Entrare in una serie così amata e longeva, con un pubblico molto affezionato, dev’essere stato un bel salto. Com’è stato?

È il mio primo ruolo in assoluto davanti a una telecamera, un’emozione enorme. All’inizio ero molto spaventata, venivo dall’Accademia e mi trovavo accanto a colleghi con molta più esperienza di me. Alcuni arrivavano dal Centro Sperimentale, altri dalla Silvio D’Amico… insomma, avevano tutti già fatto qualcosa prima. Ero l’unica davvero “alla prima volta”, ma questa differenza non si è mai sentita, non me l’hanno mai fatta pesare. Mi sono inserita in modo molto naturale, quasi camaleontico, grazie a un gruppo di lavoro incredibilmente accogliente. Tutti i reparti – attori, regia, troupe – sono stati calorosissimi. Questo mi ha aiutata tantissimo a sentirmi tranquilla e a prendere confidenza.

Ha condiviso molte scene con Nino Frassica ed Eugenio Mastrandrea…

Sì, soprattutto le scene in caserma. Ho iniziato subito, dai primi ciak con loro e questo mi ha aiutato molto, perché mi sono adattata, ho seguito il loro ritmo. Anche il personaggio di Caterina è nato così, nel confronto con loro. All’inizio è stato un vero vortice televisivo, sei scene al giorno sono tante, un tour de force massacrante (ride). Ero tesissima, ma piano piano mi sono sciolta. Loro sono stati carinissimi fin da subito.

Nino Frassica è un artista a 360 gradi. Com’è stato lavorare accanto a quello che possiamo definire un maestro?

È stato stupendo. Il percorso di Caterina è molto simile al mio: lei esce dall’Accademia dei Carabinieri, io dall’Accademia di recitazione. Entrambe ci ritroviamo in un mondo nuovo, piene di paure. E c’è Nino che, in scena e fuori, mi guidava, ha creduto in me immediatamente. Il provino l’ho fatto proprio con lui, è stato il primo a respirare la mia attorialità, sul set, poi, lavoravamo sempre insieme: trucco, prove, cambiamenti alle scene. Questo ha creato un legame fortissimo, io non faccio ridere “di mio”, la comicità nasce dalla reazione a lui. Nino è l’istrionico, io la spalla. È una dinamica che si è creata in modo naturale e che poi è diventata anche un rapporto umano molto bello.

Parliamo di Caterina Provvedi…

Caterina è una giovane marescialla, appena uscita dall’Accademia. È alle prime armi, non solo professionalmente ma anche emotivamente. Ha 25 anni, ma dentro è molto più piccola: è ansiosa, emotivamente “accesa”, per niente fredda. Nelle situazioni di panico perde il controllo. All’apparenza sembra avere una vita lineare, ma in realtà ha un passato che verrà svelato nel corso della serie. È un personaggio molto umano.

Cosa l’ha legata a lei?

Tantissimo. Mi ricorda me durante l’adolescenza: ansiosa, forse più di me (ride), ambiziosa, fragile. Interpretarla mi ha permesso di esplorare una parte di me anche buffa e comica. Giocare sulle sue fragilità, sulla sua purezza, sul suo essere candida mi ha divertito molto. È un personaggio tridimensionale: può essere agitata, ma anche calma, forte e vulnerabile. Mi sono rivista molto in lei.

Che cosa ha rappresentato “Don Matteo” in questo momento della sua vita?

È stato fondamentale. È un codice molto specifico, quello della fiction, e “Don Matteo” ha ritmi serratissimi. Imparare a stare dentro questo meccanismo mi ha dato una sicurezza enorme, che secondo mi sarà molto d’aiuto anche quando dovrò affrontare ruoli al cinema. Ora il mio rapporto con la macchina da presa è cambiato: non mi spaventa più, so bene dove guardare, sento la luce, sono più consapevole tecnicamente. È un’esperienza immersiva che mi porterò dietro per sempre. E poi non avrei mai pensato di esordire con un ruolo comico. Uscivo dall’Accademia con un’idea molto “pesante” del mestiere, mentre questo lavoro mi ha insegnato che si può essere leggeri senza essere superficiali. Dare spessore alla leggerezza è difficilissimo, ma bellissimo.

Nella sua formazione c’è molto teatro. Quanto è importante?

È fondamentale. Il teatro dà struttura, rigore, consapevolezza, non basta avere solo un viso carino: recitare significa saper dire bene le battute, saper reagire, saper costruire una scena. Il lavoro sulle battute, sul ritmo, sullo sguardo… tutto questo viene dallo studio. L’Accademia ti lascia delle competenze che poi si vedono, anche in televisione e al cinema.

Cosa cerca dal suo lavoro?

La ricerca continua. Un attore non deve mai smettere di cercare, anche le più grandi, come Cate Blanchett o Meryl Streep, non smettono mai. Mi auguro di poter interpretare ruoli sempre diversi, anche lontani da me. Sarebbe bellissimo se qualcuno mi dicesse: “Secondo me puoi fare anche questo”, magari un villain, rompendo gli stereotipi. Preferisco sentirmi dire “che bel lavoro” piuttosto che “che bella sei”. Il resto viene dopo.

E il rapporto con la visibilità e i social?

La visibilità aiuta, è inutile negarlo, ma non deve essere il fine. Io spero sempre di incontrare persone che abbiano fiducia nell’attore che hanno davanti, come è successo a me con “Don Matteo”. Se ci si concentra solo sull’immagine, ci si limita. L’immagine è importante, certo, ma deve essere al servizio del lavoro.

È anche una persona molto sportiva. Quanto conta lo sport per un’attrice?

Tantissimo, perché il corpo è fondamentale, ancor prima della parola. Un fisico allenato è vivo, e si vede anche in camera. Se un giorno dovessi fare un film d’azione, sarei pronta.

La sua famiglia come ha reagito alla scelta di fare l’attrice?

L’hanno sempre saputo. Da piccola volevo fare musical, quindi erano preparati. Quando il sogno si è avvicinato davvero, un po’ di paura c’è stata, ma mi hanno sempre sostenuta.

Progetti futuri?

Sto facendo un po’ di provini, come tutti, spero di tornare presto a teatro e di non abbandonarlo mai.

Fausto Maria Sciarappa

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La responsabilità della vita


L’attore racconta il suo ingresso nella serie cult, il personaggio di Luciano La Rosa e le tensioni che porta alle Molinette: dalla modernizzazione dell’ospedale ai conflitti personali, passando per la medicina pionieristica degli anni Settanta, il ruolo delle donne, il teatro oggi e le sfide dell’intelligenza artificiale nel mestiere dell’attore. La terza stagione di “Cuori” è in onda la domenica su Rai 1

 

 

 

“Cuori” è diventata nel tempo un piccolo gioiello, quasi una serie cult, grazie a una narrazione molto curata e a un alto livello di realizzazione. Com’è iniziato il suo viaggio all’interno della serie?

Il mio viaggio è cominciato con una telefonata del regista, Riccardo Donna, con il quale avevo già lavorato per molti anni nella serie “Fuoriclasse”, iniziata nel 2009, tre stagioni girate a Torino. Quando mi ha chiamato dicendomi che aveva un ruolo per me, quello del nuovo primario, non ho avuto alcun dubbio. Conoscevo già “Cuori”, la struttura del cast e quella narrativa, e poi tornare a lavorare a Torino, città alla quale sono molto legato anche per ragioni familiari, e ritrovare Riccardo, gran parte della troupe e alcuni attori che conoscevo già, è stato un grande piacere. Quando poi ho letto la sceneggiatura, la prima impressione è stata più confermata. La storia è molto forte e il personaggio del nuovo primario ha un peso narrativo importante.

Chi è Luciano La Rosa? Quali sono gli elementi più forti di questo personaggio?

Luciano La Rosa arriva alle Molinette e cambia completamente gli equilibri dell’ospedale. È un professionista serissimo, un neurochirurgo specializzato nella gestione dei reparti, questo gli permette di diventare primario anche di cardiochirurgia. Vince il concorso grazie alle sue capacità e a un obiettivo molto chiaro: far funzionare al meglio il reparto. Fin dal suo arrivo si rende conto che in passato ci sono state dinamiche che non lo convincono e decide di intervenire con decisione, rivoluzionando molte cose. Questo avrà un impatto forte sugli affezionati della serie, perché inizialmente il personaggio può risultare spiazzante. Mostra subito una grande stima per il dottor Ferraris, interpretato da Matteo Martari, mentre ha più difficoltà nei rapporti con la dottoressa Brunello e con altri colleghi. Una delle sue decisioni più forti, dichiarata apertamente già nella prima puntata, è quella di modernizzare l’ospedale, rendendolo laico e togliendo alle suore il ruolo di gestione del reparto.

Oltre all’aspetto professionale, c’è anche una dimensione più intima e personale…

Luciano porta con sé un senso di colpa enorme, legato a un errore del passato che ha creato una frattura profonda nella sua famiglia, in particolare nel rapporto con la moglie. Questo peso lo accompagna per tutta la stagione e lui farà di tutto per cercare una forma di redenzione. È una parte molto delicata del personaggio, che verrà sviluppata nel corso degli episodi.

“Cuori” racconta anche una medicina pionieristica, fatta di visione e di coraggio, in un’epoca – gli anni Settanta – in cui mancavano molti strumenti e certezze scientifiche. Che riflessione le suscita questo aspetto?

Mi viene da pensare che in quegli anni ci fosse forse più libertà di sperimentare, meno controllo politico e burocratico. Non voglio dire che oggi non esistano medici straordinari, perché ci sono eccome, ma probabilmente allora c’era una maggiore meritocrazia e una visione più orientata al bene comune. Oggi temo che, in alcuni casi, la visione sia più legata al profitto o agli interessi di pochi. Detto questo, sono convinto che anche oggi esistano menti illuminate, ma spesso sono limitate da chi detiene il potere politico ed economico.

Indossare il camice, anche solo per finzione, l’ha fatto riflettere sulla responsabilità emotiva di un medico?

Moltissimo. Ho sempre paragonato medici come cardiochirurghi o neurochirurghi ai piloti di Formula 1, uno fra tutti Michael Schumacher: devono avere una freddezza assoluta. L’esperienza aiuta, certo, ma bisogna riuscire a isolarsi completamente dall’emotività. Parliamo di millimetri, o anche meno, da cui può dipendere una vita. Immaginare un medico che opera un proprio familiare è qualcosa di quasi inconcepibile. Non so davvero come si possa affrontare una situazione del genere. Io, nel mio piccolo, già a una partita di calcio perdo la calma facilmente: con un bisturi in mano sarebbe impossibile.

La terza stagione ci porta negli anni Settanta, un periodo di grandi trasformazioni sociali. Come entra questa rivoluzione culturale nella serie e nel suo personaggio?

Entra molto, soprattutto nel rapporto tra Luciano La Rosa e la dottoressa Brunello. Lui è un uomo intelligente, ma inevitabilmente figlio di una cultura patriarcale. A un certo punto toglie i fondi alla ricerca della dottoressa perché teme che, essendo donna, prima o poi possa fermarsi per maternità. È una visione che oggi riconosciamo come sbagliata, ma che purtroppo non è del tutto superata nemmeno adesso. Personalmente sono sempre stato un femminista convinto, ho sempre trovato assurdo che certi comportamenti siano accettati negli uomini e stigmatizzati nelle donne. E ancora oggi, sentire certi discorsi da parte di persone che ricoprono ruoli istituzionali è davvero sconfortante.

Se potesse viaggiare nel tempo, ci sarebbe un’epoca che le piacerebbe attraversare?

Mi piacerebbe vedere il mondo prima dell’invasione delle automobili. Anche solo la fine dell’Ottocento, con le città piene di persone a piedi, qualche carrozza, un tram. Guardare quelle vecchie foto di Roma mi affascina moltissimo.

Oggi invece viviamo l’era dell’intelligenza artificiale. Come la vede, soprattutto per il suo lavoro?

Credo che ci sia da avere paura finché non interviene il legislatore. Il rischio che vengano utilizzati volto e voce di un attore senza consenso è enorme. Bisogna tutelare la proprietà dell’immagine e dell’identità artistica. Spero davvero che si arrivi presto a regole chiare.

Ha attraversato teatro, cinema e televisione. Come vive questi tre mondi?

Il teatro, purtroppo, è fermo da un paio d’anni, ed è un grande dispiacere. Con Gianmarco Tognazzi e Renato Marchetti stavamo portando in giro “L’onesto fantasma”, uno spettacolo che avevamo commissionato a Edoardo Erba come omaggio a un amico che era mancato, che oggi però ha un problema di distribuzione. Quella del palcoscenico dal vivo è un’emozione unica, irripetibile.

A cosa sta lavorando ora?

Ho appena finito di girare un film per la Rai, “Il Marciatore”, che andrà in onda in occasione del Giorno del Ricordo. Racconta la storia di Abdon Pamich, campione olimpico e figlio di esuli istriani. È un progetto a cui tengo molto. Poi dovrebbe andare in onda anche la terza stagione de “I casi di Teresa Battaglia”, ma i palinsesti sono ancora in fase di definizione. Per il resto, torno a casa a fare il papà: è il lavoro più impegnativo di tutti (ride).

A proposito de “Il Marciatore”…

Dal punto di vista sportivo, i risultati di Abdon Pamich parlano da soli. È stato più volte campione europeo nel corso della sua carriera, oltre che campione italiano, raggiungendo l’apice con la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo del ’62. Dal punto di vista umano, si rimane letteralmente a bocca aperta quando si ascolta ciò che ha dovuto subire in prima persona. Noi raccontiamo la sua storia, ma è anche la storia di tutti gli esuli, di tutti coloro che sono stati costretti a fuggire dalla propria terra — Fiume, l’Istria, la Dalmazia — per sfuggire all’oppressione del potere politico di quel momento. È una storia che spesso non conosciamo abbastanza e che ha bisogno di essere raccontata.