DOCUMENTARIO

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Il mio nome è Riccardo Cocciante

 

Il primo docufilm sulla vita del cantautore andrà in onda il 4 marzo in prime time su Rai 1

 

 

Nel mese del suo ottantesimo compleanno, Riccardo Cocciante torna a stupire il suo pubblico con l’annuncio di un film che racconta tutta la sua vita, dove l’aspetto personale e quello professionale si fondono restituendo il profilo di un artista la cui esistenza è da sempre indissolubilmente legata alla musica. Un anno, il 2026, che segna un grande ritorno per Cocciante: dal 26 febbraio tornerà anche in scena Notre Dame de Paris, l’opera popolare più esportata al mondo, con le musiche firmate dal Maestro, prodotta da Clemente Zard e interamente curata e distribuita da Vivo Concerti. In estate sarà inoltre protagonista di un tour da solista, prodotto anch’esso da Vivo Concerti, che lo vedrà esibirsi in alcune delle più suggestive location open air italiane. Il docufilm “Il mio nome è Riccardo Cocciante”, diretto da Stefano Salvati, farà scoprire allo spettatore le diverse sfumature di questo artista poliedrico, attraverso il suo inedito racconto in prima persona tra ricordi, difficoltà, incertezze e una ricchissima vita artistica. Il film ripercorre la vita di Cocciante dalla nascita fino alla lavorazione dei progetti dell’ultimo anno. Immagini di repertorio e fotografie personali inedite restituiscono il ritratto dell’artista in gioventù e del suo contesto familiare. Per la prima volta le elaborazioni grafiche saranno integrate anche da contenuti generati dall’AI che andranno a impreziosire i repertori giovanili della vita di Cocciante e si uniranno alle molte testimonianze raccolte. Da Laura Pausini a Gianna Nannini, da Elodie a Achille Lauro, da Mogol a Fiorella Mannoia, voci e testimonianze di colleghi e persone che hanno intrecciato i loro percorsi con il Maestro che completano la definizione del ritratto a tutto tondo di un artista di fama internazionale e di un compositore senza tempo. In onda il 4 marzo in prime time su Rai 1.

 

 

EVENTO

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Ci vediamo da Lucio

 

La musica che unisce generazioni nel segno di Dalla. In onda il 3 marzo in seconda serata su Rai 2, il programma condotto da Elenoire Casalegno racconta la quarta edizione della rassegna dedicata al cantautore bolognese. Tra premi, nuovi talenti e grandi interpreti, il progetto celebra l’eredità artistica del musicista e il valore di una musica che continua a innovare restando autentica

 

 

Che cosa rappresenta oggi questo progetto nel panorama musicale italiano?

Prima ancora del progetto bisogna pensare a che cosa rappresenta Lucio Dalla per la musica italiana. Io ne sento molto la mancanza e non credo di essere la sola. Parliamo di un artista che ha cambiato le regole della musica, della scrittura, dell’arrangiamento. Era un musicista capace di passare dal pop al jazz, dall’elettronica all’opera, muovendosi con naturalezza tra stili diversi. Sicuramente ha lasciato un segno profondo.

Questa edizione si svolge all’interno della casa di Lucio Dalla, un luogo simbolico e molto evocativo. Che atmosfera si respira registrando proprio lì?

Io in quella casa c’ero stata quando avevo vent’anni e mi colpì fortissimo, perché è un luogo pregno d’arte, che ti avvolge, ti abbraccia, ti circonda. Tornarci dopo quasi trent’anni mi ha dato una sensazione particolare: non sembra la casa museo di un artista scomparso. Quella casa è viva, è come se lui non se ne fosse mai andato. È una sensazione difficile da descrivere, ma non c’è tristezza, anzi: è come se la sua presenza fosse ancora lì.

 

La rassegna è dedicata alle forme innovative di musica e creatività. A suo avviso, che cosa significa oggi innovare davvero nella musica?

Significa non cercare di piacere a tutti a ogni costo, non inseguire le mode o usare scorciatoie per strizzare l’occhio al pubblico. Innovare vuol dire essere se stessi, non scendere a compromessi.

Il programma mette a confronto artisti affermati e nuovi talenti. Quanto è importante creare questo ponte tra generazioni diverse?

È un ponte necessario, non solo nella musica ma in qualsiasi settore. Mia nonna diceva sempre: “Se i giovani sapessero e i vecchi potessero”. È un insegnamento prezioso, perché ciascuno può dare molto all’altro. Le nuove generazioni non devono essere messe a confronto, ma tenute per mano. L’esperienza e l’insegnamento da una parte, l’energia e lo sguardo nuovo dall’altra: non deve esserci contrapposizione, ma unione.

Che immagine della musica italiana emerge da questa edizione?

Un’immagine molto aperta. Lucio era un artista che parlava con tutti, che attraversava i generi, dal jazz in poi. Quando la comunicazione è autentica, questo dialogo è possibile.

Il racconto televisivo oggi è spesso molto veloce, mentre questo progetto sembra voler dare spazio anche all’ascolto e alla narrazione. Pensa che il pubblico senta il bisogno di questo tipo di racconto?

Chi ama la musica sente questo bisogno. Non si può amare la musica italiana senza conoscere Lucio Dalla, senza entrare nella sua dimensione, nella sua vita, nella sua arte. Vale per chi la musica la fa, ma anche per chi la ascolta. E poi Lucio è ancora attualissimo: la buona musica non ha tempo, non ha età. Rimane un capolavoro, un’eredità che resta per sempre.

Dalla musica alla sua conduzione: con una lunga esperienza alle spalle, c’è stata una sfida particolarmente stimolante nel guidare un programma come questo?

È stato molto emozionante, soprattutto tornare in quella casa, rivivere certe sensazioni e scoprirne di nuove, anche attraverso gli aneddoti e le reazioni degli artisti ospiti. Ho visto, per esempio, Malika molto emozionata e felice di partecipare a questo omaggio. È riuscita a emozionare tutti, a strapparci una lacrima. È un’artista che, come Lucio, ama spaziare tra molti stili e riesce a toccarti nel profondo. La tecnica conta, certo, ma non basta. Un artista deve emozionare. La storia della musica è piena di interpreti che magari non avevano una vocalità straordinaria, ma arrivavano dritti dentro. Quando succede, capisci che lì c’è qualcosa di vero.

 

 

 

 

Rosso Volante

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Sport, amore, amicizia, coraggio

 

Eugenio Monti, per tutti il “Rosso Volante”, come lo soprannominò Gianni Brera. “Rosso” per il colore dei capelli e “Volante” perché il volo, la velocità era la sua stessa vita. È tuttora uno degli atleti più titolati al mondo, e la sua storia diventa un film diretto da Alessandro Angelini, in onda lunedì 23 febbraio su Rai 1. A vestire i panni del campione Giorgio Pasotti, mentre Linda Lee, moglie di Monti, è interpretata da Denise Tantucci

 

 

Eugenio Monti, per tutti il “Rosso Volante”, come lo soprannominò Gianni Brera. “Rosso” per il colore dei capelli e “Volante” perché il volo, la velocità era la sua stessa vita. È tuttora uno degli atleti più titolati al mondo. Maria Pia Ammirati, direttrice di Rai Fiction, presenta così l’opera: “Ringrazio chi ha permesso a questa storia di arrivare al pubblico, una vicenda particolare, sembrerebbe di nicchia, perché nasce da uno sport meno seguito, ma che in realtà parla a un pubblico molto più vasto. Un grazie particolare a Giorgio Pasotti, che mi ha fatto scoprire Eugenio Monti e ci ha permesso di portare la sua vita sul piccolo schermo, veicolando valori importanti come solo sa fare servizio pubblico. Ringrazio il Presidente Mollicone per aver ricordato l’importanza della narrativa popolare, che noi portiamo avanti con la televisione e con RaiPlay, raccontando spesso grandi personaggi, eroi e antieroi che hanno fatto la storia d’Italia. Quella di Monti è una storia di grande valore civile, che nasce dal suo genio e da quella lealtà sportiva che forse si è un po’ smarrita negli anni, ma che resta il sale di ogni competizione. Lo sport, in fondo, è empatia: capacità di stare con gli altri, apertura verso il prossimo e impegno totale di corpo, mente e cuore. Il mio ringraziamento va alla squadra: a Silvio Napolitano per la scrittura, ad Alessandro Angelini che, da grande regista, ha interpretato magnificamente il racconto, e al cast, con Giorgio che veste i panni del Rosso Volante. La citazione di Brera è emblematica: una penna straordinaria e intuitiva che, con un solo soprannome, ha saputo tratteggiare non solo un personaggio, ma un intero percorso di vita.”

 

Giorgio Pasotti

Come ha scoperto questa storia?

È avvenuto tutto per caso, ero ospite a un evento del CONI e, a un certo punto, è stato proiettato un breve filmato d’epoca sulle imprese dei grandi campioni del passato. Tra questi c’era il celebre episodio di Innsbruck 1964, dove Monti smontò un bullone dal proprio bob per darlo ai rivali britannici Nash e Dixon. Ne sono rimasto letteralmente folgorato, mi sono chiesto come fosse possibile che una storia di tale potenza etica fosse quasi dimenticata dal grande pubblico cinematografico. Da quel momento è iniziata una ricerca matta e disperatissima, ho iniziato a scavare negli archivi, a leggere biografie, cercare testimonianze dirette a Cortina d’Ampezzo, dove Monti era una vera leggenda. Mi sono ovviamente rivolto a  Rai Fiction, perché non volevo solo interpretarlo, ma desideravo che questo  progetto avesse il respiro di un’epopea sportiva che parlasse di lealtà prima ancora che di vittorie.

Chi era Eugenio Monti, oltre lo sport?

Non volevo fare un santino, ma raccontare un uomo spigoloso, un montanaro vero che però aveva una nobiltà d’animo fuori dal comune e un legame indissolubile con le sue Dolomiti.

La velocità era il suo mondo, ma nella vita Eugenio è mai riuscito a rallentare?

Ha rallentato solo quando ha conosciuto sua moglie, Linda Lee, nel ’69. Da quel momento ha diminuito la sua velocità, come spesso accade ai campioni che, quando incontrano un sentimento profondo, iniziano a percepire i rischi in modo diverso. Inconsciamente, non vogliono portare il peso emotivo degli affetti nella competizione, perché può diventare pericoloso. Con l’amore, Monti ha rallentato fisiologicamente fino al ritiro dall’agonismo, ma non ha mai abbandonato lo sport.

In che senso?

Nel senso che non bisognerebbe mai abbandonare l’attività fisica. Lo sport aiuta a vivere meglio, a scoprire i propri limiti e ad alzare l’asticella. Fare piccoli progressi quotidiani aiuta ad avere una mente focalizzata e libera dalle tensioni e dalle preoccupazioni della vita. Lo sport è, prima di tutto, salute.

Se avesse avuto la possibilità di incontrare il vero “Rosso Volante”, cosa gli avrebbe detto?

Forse non gli chiederei nulla. Mi basterebbe stargli accanto e respirare la sua grandezza.

 

Denise Tantucci

Chi è Linda Lee?

È una donna che non sta solo ‘accanto’ a un campione, ma che ne comprende la solitudine. In quegli anni lo sport era eroico e brutale; il mio compito era portare l’umanità dietro il casco e la velocità. È stata una figura fondamentale per Eugenio. Il film racconta i suoi ultimi anni: quelli paradossalmente più gloriosi, segnati dalla medaglia d’oro per il fair play, ma anche dalla consapevolezza della malattia e dell’età che avanza — un fattore determinante nello sport. Linda arriva e usa l’unica arma a sua disposizione: la sincerità. Quella del medico, che non può tacere sullo stato di salute, ma anche quella dell’essere umano che ne incontra un altro e sente di volerlo amare e proteggere. Nel film traspare la paura, ma anche la forza di restargli accanto; Linda impara a “essere pietra” per sostenerlo, anche quando avrebbe voluto solo essere sabbia e lasciarsi andare.

Com’è stato lavorare con Giorgio Pasotti?

Lavorare con Giorgio è stato naturale. Lui ha portato l’ossessione sportiva di Monti, io ho cercato di portargli la terra ferma. C’è una scena in particolare, girata al tramonto tra le cime, in cui abbiamo sentito davvero lo spirito di quegli anni.

Oltre lo sport, la storia di un campione, cosa deve rimanere?

Oggi siamo abituati a tutto e subito. Questa storia parla di attese, di bulloni svitati, di gesti che valgono più di una medaglia d’oro. Spero che i ragazzi della mia età capiscano che il successo non è nulla senza l’eleganza d’animo.”

 

La storia

  1. Eugenio Monti, campione di bob, ha 36 anni, ha vinto quasi tutto, ma gli manca l’oro olimpico ed è deciso a conquistarlo ai Giochi Olimpici invernali di Innsbruck. Monti realizza un tempo eccezionale, ma durante la gara si accorge che il rivale Tony Nash ha perso un bullone. Senza pensarci un attimo, gli dà il suo. Un gesto di grande lealtà sportiva che permette agli inglesi di vincere l’oro, mentre l’Italia deve accontentarsi del bronzo. Per il suo eccezionale esempio di fair play, il Comitato Olimpico Internazionale premia Monti con il trofeo Pierre De Coubertin, considerato la più alta onorificenza per un atleta. L’episodio del bullone è il punto di partenza di un racconto che ripercorre i quattro anni che portano Eugenio Monti (“Rosso Volante”, come lo soprannominerà il giornalista Gianni Brera per la sua audacia e il colore dei suoi capelli) a vincere l’agognata medaglia d’oro alle Olimpiadi di Grenoble nel 1968. Quattro anni di tenacia, cadute e speranze di un campione di grande talento che ha sempre sfidato la vita. Una storia di sport, amore, amicizia, coraggio.

Maurizio Pagnussat

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Traduco in immagini il battito delle canzoni

 

L’emozione che resta sempre nuova, il lavoro condiviso con gli artisti, le nuove soluzioni tecniche e la ricerca di un equilibrio tra tecnologia e sensibilità musicale. Il regista di Sanremo racconta come nasce la regia delle serate, il clima di lavoro con Carlo Conti e la lunga preparazione che rende possibile la diretta

 

 

 

Diversi Sanremo alle spalle, l’emozione è sempre forte e nuova?

Sempre forte. È un avvenimento che ti prende e che, per un lungo periodo, finisce per coinvolgere completamente la tua esistenza.

Come racconterà, per immagini, il Festival?

Quest’anno abbiamo puntato molto su una collaborazione stretta con gli artisti. Abbiamo proposto delle “mood board” insieme al reparto grafico della Rai e ai miei collaboratori. Il racconto sarà molto ritmato, con numerosi cambi di inquadratura, perché è un Festival giovane, con molti cantanti che si esibiscono per la prima volta sul palco dell’Ariston, e abbiamo cercato di costruire un’immagine coerente.

Tra tecnologia e cuore, qual è il punto di equilibrio?

Il cuore, il ritmo, il battito cardiaco, quello che la canzone esprime. Sto cercando di dare continuità a ciò che sento con le immagini, di tradurre in immagini quello che mi ispira la canzone.

Tecnicamente quali saranno le novità?

Ci sono novità abbastanza importanti: più camere volanti, diversi angoli di ripresa e non solo l’inquadratura centrale, ma anche molti tagli laterali. La scenografia può diventare multicolore, cambiare aspetti e trasformarsi. Ci saranno anche più grafica e diversi elementi che ho voluto introdurre rispetto allo scorso anno.

Cosa significa avere un conduttore come Carlo Conti?

È una garanzia, una presenza che tranquillizza, perché sappiamo che lo troviamo sempre nel posto giusto. Allo stesso tempo ci dà carica e ci sprona al divertimento. Non è un personaggio che soffoca, lascia molta libertà e con lui c’è grande sintonia: un clima ideale per esprimere al meglio il proprio lavoro.

Come si prepara alle lunghe dirette del Festival?

In realtà la diretta è forse l’elemento meno importante, o meglio, quando si va in diretta è già tutto pronto. La fase di preparazione è quella che mi coinvolge e mi impegna di più. Abbiamo una squadra di altissimo livello, quindi la diretta non ci spaventa. Potremmo andare avanti anche ventiquattr’ore… anche se speriamo di restare nei tempi e ottenere un buon risultato.

C’è un gesto scaramantico che fa prima del live?

Preferirei non dirlo. Sono un po’ scaramantico, ma con molte ore di diretta ci ho fatto il callo. Comunque qualcosa facciamo… diciamo che un augurio beneaugurante non manca mai.

Nicola Savino

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Un Dopofestival libero, imprevedibile e allegramente disordinato

 

Entusiasmo, responsabilità e voglia di sorprendere: per il presentatore, è come una convocazione in Nazionale. In questa nuova edizione punta su leggerezza, improvvisazione e una squadra affiatata per raccontare il Festival in modo spontaneo, mantenendo ritmo, attenzione e uno spazio di confronto aperto, mai prevedibile

 

 

 

Che effetto le fa tornare al “Dopofestival” e cosa ha in mente per questa nuova edizione?

Tornare al “Dopofestival” è qualcosa di bellissimo. Il Festival di Sanremo è un po’ come la convocazione in Nazionale per un calciatore, sono i nostri mondiali. Quest’anno vorrei fare, sulla scorta delle esperienze precedenti, qualcosa di abbastanza spericolato: preparare il meno possibile. Il “Dopofestival” è un dopo-partita, quindi bisogna registrare quello che accade e non costruire troppo prima. L’importante è preparare un buon cast, una buona compagnia di giro, guardare con attenzione la serata del Festival e invitare più amici possibile tra i cantanti. Mi piacerebbe che fosse qualcosa di allegramente disordinato, con un’atmosfera rilassata ma piena di allegria, un po’ come i “Dopofestival” degli anni Ottanta che ricordo da spettatore.

È un dopo-partita, ma qual è la sfida più grande nel gestire un programma così libero e imprevedibile notte dopo notte?

La sfida è mantenere l’attenzione. Come in una conversazione vera, serve avere il cervello sempre acceso. Bisogna tenere vivo il ritmo e far capire al pubblico che si tratta di qualcosa che sta accadendo in quel momento, quindi imperdibile. Se c’è un aggettivo da temere, è “prevedibile”: non dobbiamo esserlo.

Che dinamica di squadra immagina e che ritmo vuole dare al programma?

La squadra è fondamentale. Con me ci saranno Aurora Leone dei The Jackal, che considero un talento straordinario, molto preparata sulla musica e con un linguaggio comico che apprezzo molto, e Federico Basso, stand-up comedian e vincitore dell’ultima edizione di LOL, capace di improvvisare con grande intelligenza e misura. Ci sarà poi la musica del maestro Enrico Cremonesi. Questo è il punto di partenza, ma il “Dopofestival” sarà uno spazio molto aperto: ai giornalisti, agli artisti, ai comici, agli esperti del Festival e a chiunque sia a Sanremo e abbia qualcosa da raccontare. I punti fermi sono la squadra di base, tutto il resto deve restare aperto e vivo.

Quando gli artisti arrivano subito dopo l’esibizione, cosa emerge che il pubblico non ha visto?

Dipende molto dall’orario in cui hanno cantato. Se si sono esibiti presto, spesso arrivano con l’adrenalina già scesa; se invece hanno cantato tardi, l’adrenalina è ancora molto alta. In entrambi i casi colpisce la tenuta psicologica dei cantanti, soprattutto di quelli un po’ più esperti. I più giovani, invece, a volte sono spaesati, perché conoscono meno il mondo della televisione e la televisione conosce meno loro. In quei casi diventa importante studiare bene il cast, capire chi sono e metterli a loro agio.

Quanto è importante avere uno spazio in cui il Festival possa essere raccontato e discusso senza filtri?

La missione che mi ha dato Carlo Conti è proprio questa: uno spazio libero, nei limiti dell’educazione. Tutti possono fare domande, anche provocatorie, ma senza scadere nell’insulto. È un principio in cui credo molto, soprattutto quando si parla dei ragazzi più giovani, che vanno sempre rispettati e, se necessario, difesi.

Porta qualcosa delle esperienze televisive precedenti in questa nuova avventura?

Ogni programma, ogni esperienza, anche quelle meno fortunate, ti fa crescere e ti lascia qualcosa. Sicuramente porterò anche l’imitazione di Carlo Conti, che ormai è quasi il mio sistema operativo.

Che rapporto aveva con il Festival quando lo guardava da ragazzo?

Ricordo il Festival visto in famiglia, commentato per settimane, e le classifiche dei dischi invase dalle canzoni di Sanremo. Persino le gite scolastiche di primavera avevano come colonna sonora i brani del Festival. Nella mia memoria, dalla fine degli anni Settanta in poi, con artisti come Anna Oxa e con le edizioni di Pippo Baudo, il Festival è rifiorito.

C’è un momento della storia di Sanremo che per lei rappresenta davvero il Festival?

Penso sempre a Pippo Baudo che, dopo la vittoria tra i giovani, fa notare al pubblico un dettaglio tecnico di Laura Pausini: il modo in cui avvicinava e allontanava il microfono per modulare la voce. Lei era emozionatissima, e quel piccolo particolare, apparentemente insignificante, raccontava la cura, il talento e l’emozione. Ecco, per me anche questo è Sanremo.

Marco Cunsolo

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Cuore, esperienza e tecnologia. È il nostro Sanremo

Al Festival come alle Olimpiadi l’impegno della Rai è nel segno della qualità e dell’innovazione, per trasformare i grandi eventi, le emozioni dello spettacolo e dello sport, in prodotti televisivi e digitali apprezzati da milioni di persone. Una sfida entusiasmante che il Direttore di Produzione Tv Rai racconta al nostro giornale

Una carriera iniziata nel 1988 al Centro di Produzione Tv della Rai di Roma che lo porta a confrontarsi nel tempo con tutti gli aspetti della produzione televisiva. Marco Cunsolo, dal 2023 a capo della Direzione Produzione Tv, racconta l’altro Festival di Sanremo, quello meno noto agli spettatori, fatto di donne e uomini che dedicano competenza, passione e cura alle fasi di progettazione e realizzazione di uno dei fiori all’occhiello della Rai. Dalle scene alle luci, dalle riprese audio e video alle grafiche. Una grande squadra di professionisti di cui fanno parte tecnici e programmisti, ma anche costruttori, costumisti, truccatori, parrucchieri, operai. Forze Rai che giungono ogni anno a Sanremo dai Centri di Produzione Tv di Roma, Napoli, Torino e Milano. La macchina del Festival ha acceso i motori, per portare sugli schermi le canzoni e i loro interpreti insieme alle emozioni della gara canora più amata.

Martedì 24 febbraio alle 20.40 il segnale che partirà dall’Ariston di Sanremo raggiungerà la messa in onda al centro Rai di Saxa Rubra a Roma e da lì milioni di spettatori, in televisione come in rete. Una magia che nasce dal lavoro di centinaia di professionisti, cosa accadrà in quel preciso momento? 

Alle 20.40 non sarà solo l’accensione di 12 telecamere in ultra HD dell’OB20 di Roma, ma l’avvio simultaneo di una catena tecnica e umana — acquisizione, regia, trasporto su fibra/satellite, master control, encoding e distribuzione — che trasforma ciò che accade sul palco in un programma visibile a milioni di persone in Tv e in rete, grazie al lavoro coordinato di centinaia di professionisti Rai che da mesi lavorano al progetto più importante per l’Azienda, ma anche alla  vetrina tecnologica del più grande broadcaster europeo, la Rai.

Cosa significa, per Direzione Produzione Tv, prepararsi a un evento della portata del Festival? 

Significa mettere in piedi, coordinare e testare una macchina complessa che trasforma uno spettacolo dal vivo in un prodotto televisivo e digitale fruibile da milioni di persone; è un lavoro che coinvolge tecnologia avanzata, scelte editoriali e una catena umana molto ampia. Gli obiettivi da raggiungere sono numerosi, tra cui garantire la qualità editoriale attesa, assicurare quella tecnica con immagini, audio, luci, grafica e sottotitoli che devono essere coerenti e privi di errori, proteggere la continuità di trasmissione con la creazione delle necessarie ridondanze e piani di emergenza, per evitare qualsivoglia tipo di interruzione. Ma significa anche curare, con il massimo della professionalità, gli aspetti audio legati agli artisti in gara, mettendoli al centro con le loro necessità, facendoli sentire “tutelati” e aprendo l’orizzonte alle sonorità che ci si attendono da questo tipo di manifestazioni live e in diretta.

Quando inizia la preparazione di tutto questo?

La fase di preparazione è ampia e comincia appena dopo la conclusione di ogni edizione del Festival. Consiste in una fase di preproduzione, basata su software predittivi, di progettazione tecnica, mappatura delle telecamere, microfoni, regie, collegamenti fibra/satellite e infrastrutture IT (Information Technology) per prepararsi al periodo di allestimento e prove, prima su Roma, poi su Sanremo, e arrivare al montaggio di palco e set a Sanremo, generalmente 45 giorni prima della prove, con l’installazione della scena, delle luci e della parte audio oltre ai cablaggi verso gli OB van (pullman regia) e punti di trasmissione. E concludersi con le rehearsal: prove tecniche, prove con orchestra e artisti, prove di regia e sincronizzazione con i vari software di automazione e playout.

Quali sono i Centri di Produzione Tv della Rai coinvolti nell’operazione Sanremo e quante le persone all’opera?

La Direzione Produzione impiega circa 400 professionisti appartenenti a diverse specializzazioni: aiuto registi e assistenti alla regia, costruttori, tecnici, operatori di ripresa, elettricisti, grafici, ispettori di palco, coordinatori, montatori, aiuto scenografi, arredatori, truccatori, parrucchieri, costumiste, scenografi, operai, oltre al personale dedicato alla security e alla safety. Il gruppo di lavoro proviene in gran parte dal CPTV di Roma, affiancato da mezzi e colleghi dei Centri di Produzione di Napoli e Torino e da personale in arrivo da diverse sedi regionali. Quest’anno il Centro di Milano, intensamente impegnato nelle produzioni legate alle Olimpiadi, non ha potuto garantire la consueta presenza numerica, pur offrendo un contributo qualitativo grazie ad alcune figure chiave. Da sottolineare anche la partecipazione di alcuni giovanissimi apprendisti, per i quali è stata prevista un’esperienza diretta nella produzione del Festival. In un momento di forte ricambio generazionale, il passaggio di competenze dai profili più esperti si intreccia con l’energia e la visione innovativa delle nuove risorse.

Quattrocento professionisti al lavoro che “suonano” come una grande orchestra…

Corretto, infatti durante le fasi organizzative, ma anche durante la settimana delle dirette, per garantire il necessario “sincronismo” e una comunicazione in tempo reale con tutti i settori è stata sviluppata, in collaborazione con la Direzione ICT (Information and Communication Technology) della Rai, una app dedicata a tutti gli operatori presenti a Sanremo, per raccogliere in un unico spazio tutte le informazioni tecniche e logistiche utili all’evento. Il suggello di un grande lavoro di squadra.

Quanta innovazione c’è dietro le quinte del Festival?  

Moltissima e costante, anche se “trasparente” per l’utenza. Lo scorso anno, durante il Festival, la Rai aveva sperimentato tecnologie audio all’avanguardia come l’Audio Immersivo in Dolby Atmos. In questa edizione la sperimentazione diventa realtà: il Festival viene infatti prodotto con un suono multicanale e completamente immersivo. Il segnale audio in Dolby Atmos permette di percepire ogni elemento sonoro con grande precisione, in qualunque punto dello spazio, restituendo un’esperienza d’ascolto tridimensionale e molto vicina alla percezione naturale dell’orecchio umano. Per la prima volta l’audio immersivo Atmos e il video 4K raggiungeranno gli utenti a casa attraverso il canale Rai 4K (210 Tivùsat) e, sempre per la prima volta, anche sul canale 101 del digitale terrestre, sui televisori compatibili e con sistemi audio multicanale o soundbar predisposte. L’ascolto in mobilità sarà invece possibile tramite RaiPlay, utilizzando cuffie collegate a smartphone o tablet. In questo caso l’effetto immersivo è ottenuto grazie all’audio binaurale, una tecnica che ricrea la spazialità del suono in cuffia. Queste innovazioni aprono nuove possibilità creative: i contenuti audio possono ora avere un impatto ancora più forte e coinvolgente, offrendo al pubblico un’esperienza sonora moderna e realistica. Il Festival di Sanremo, quest’anno, suona davvero al passo con i tempi.

Novità anche sul fronte video…

Come nella produzione per RaiPlay di “Sotto Sanremo”, programma in sette puntate che propone interviste, reportage e momenti di backstage raccontati con lo sguardo della Gen Z. Le conduttrici provengono dal mondo social e, oltre ai contenuti girati in esterna, avranno a disposizione uno spazio fisso allestito come un “campo base” per accogliere artisti e ospiti. Il set, collegato direttamente al Teatro Ariston, è dotato di una predisposizione multicamera composta da cinque smartphone e una regia finale basata su sistemi iOS. Le riprese vengono realizzate con telefoni cellulari equipaggiati con luce, microfoni ambientali e radiomicrofoni. L’approccio “smartphone e digital first” valorizza le competenze da influencer e content creator delle conduttrici, avvicinando ulteriormente il linguaggio del programma al pubblico più giovane. Grazie all’ecosistema Blackmagic Design, i dispositivi mobili diventano veri strumenti di produzione professionale, integrando hardware e software sotto la guida tecnica e creativa di personale interno specializzato in questo tipo di realizzazioni. Tutte le camere e la produzione del Festival, invece, saranno in 4k SDR nativo, come nella scorsa edizione.

Insieme al Festival, Produzione Tv realizzerà “PrimaFestival” e “DopoFestival”, il tradizionale appuntamento post festivaliero con “Domenica In”, i programmi del Daytime in trasferta e un’infinità di collegamenti con telegiornali e non solo. Da un punto di vista produttivo come si mette insieme tutto questo? 

L’indotto produttivo creato dal Festival nella cosiddetta “golden week” estende le sue propaggini anche all’esterno del Teatro Ariston. Si parte dal Palco di Piazza Colombo (progetto Tra Palco e Città di Rai Pubblicità) che ospiterà i collegamenti con vari artisti presenti al Festival. Sul palco saranno registrate anche le puntate di “Radio2 Social Club” e la trasmissione “Playlist” di Rai 2. Le riprese saranno effettuate dall’OB van 31 del Centro di Produzione TV di Napoli con sette telecamere. Il Teatro del Casinò ospiterà invece il “DopoFestival”, con riprese del mezzo OB33 del Centro di Produzione TV di Torino. Altre regie mobili in flight case sono state allestite al Teatro Ariston. La prima, che dispone di quattro telecamere, tre collocate di fronte al teatro e una in prossimità della porta carraia dalla quale entrano gli artisti, è destinata ai programmi del Daytime. In questa edizione, con un potenziamento di tre telecamere e tre operatori, realizzerà anche “La Volta Buona” in diretta dal glass studio di piazza Borea D’Olmo e il “Primafestival” dal glass studio di fronte l’Ariston. Le altre sono la regia Tg (tre telecamere) per i collegamenti delle news, la regia dedicata a Rainews 24, una regia PTZ con camere robotizzate e la regia nella Sala Stampa, per la trasmissione delle conferenze dal Roof dell’Ariston e dalla sala Lucio Dalla al Palafiori. All’interno del teatro è allestito anche un centro di controllo, collegato in maniera ridondata sia su Roma Saxa che su Milano Sempione,  per lo smistamento di tutti i segnali in ingresso e in uscita, a servizio del Festival e di tutte le aree produttive

Nei giorni appena trascorsi Produzione Tv è stata protagonista della realizzazione televisiva delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina, ci racconta qual è stato l’impegno Rai?

Per le Olimpiadi Rai ha garantito una copertura capillare e integrata tra TV, Radio e piattaforme digitali con la trasmissione simultanea di oltre 200 ore di diretta delle gare, delle cerimonie di apertura e chiusura. Se l’Olympic Broadcasting Services ha prodotto il segnale internazionale, noi abbiamo arricchito con telecronache, studi glass e studio centrale su Sempione, con interviste e realtà aumentata: sei le zone miste TV e altrettante per la radio, la copertura di Casa Italia a Milano, Cortina e Livigno, troupe ENG ultraleggere su tutto il territorio, l’inoltro di tutti i segnali verso il CPTV Milano attraverso l’International Broadcast Centre allestito nell’ex area Fiera di Milano. Tutto questo con l’impiego di 255 persone. Ma non finisce qui, il nostro impegno produttivo proseguirà con entusiasmo con le Paralimpiadi dove gestiremo direttamente anche due venues di gara come Host Broadcaster.

Una realizzazione che ha portato il segnale Rai nelle case di tutto il mondo, cosa ha provato di fronte al raggiungimento di un risultato così importante? 

Il successo di questo progetto tecnico è la prova concreta di ciò che possiamo ottenere quando competenza e spirito di squadra si incontrano. Un risultato che ci rende fieri e ancora più legati alla nostra Azienda. L’impegno tecnico e umano messo in campo anche in questa occasione è stato notevole, il risultato raggiunto, anche in termini di ascolto, è motivo personale di grande orgoglio e rafforza il nostro senso di appartenenza alla Rai.

La produzione è il cuore di ogni broadcaster, in quale direzione sta andando la Rai?

La Direzione Produzione Tv sta vivendo una rinnovata stagione in cui non si limita più a “supportare” i contenuti: li co‑crea, li plasma, li accompagna. L’obiettivo è affermare con forza il suo ruolo di coeditore, diventando parte attiva del racconto che arriva al pubblico. Negli studi, il cambiamento è visibile a occhio nudo. Le scenografie diventano ambienti flessibili, costruiti su ledwall, platee modulari e arredi intelligenti. Non più continui cambi di scena materica, ma spazi che si trasformano con un gesto, grazie a grafica e realtà aumentata. È un nuovo modo di pensare il set: più veloce, più creativo, più sostenibile. Parallelamente, le persone crescono insieme alla tecnologia. Percorsi di formazione, reskill e upskill accompagnano figure come direttori di produzione, direttori della fotografia e videomaker verso competenze nuove, più ibride, più adatte a un mondo che cambia ritmo ogni mese. Sul fronte tecnico, la qualità dell’immagine compie un salto: il 4K HDR e l’HD HDR diventano standard da esplorare, non più sperimentazioni isolate. E mentre la definizione aumenta, anche il modo di produrre si fa più intelligente. Software come Cuepilot automatizzano stacchi camera, grafica e luci, come già accaduto in diversi eventi, aprendo la strada a produzioni più fluide e coreografate.

Qual è l’augurio che, da direttore, fa a tutti i suoi uomini impegnati al Festival?

Vorrei davvero rivolgere a tutte le donne e gli uomini della Rai un augurio sincero e rispettoso di ogni ruolo. Nel contesto del Festival di Sanremo in particolare, sono fiero di celebrare il loro talento, la loro forza e il contributo fondamentale che offrono ogni giorno al mondo della cultura, dello spettacolo, dell’informazione, dello sport e della società.

 

Ivan Gabrielli

Carlo Conti

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Sanremo? Energia, musica e passione

 

 

A pochi giorni dal suo quinto Festival, il conduttore e direttore artistico condivide con il RadiocorriereTv le emozioni del debutto. «Sanremo è una delle tappe importanti della mia carriera – afferma – è un’occasione dove puoi mettere a frutto la tua esperienza perché mette insieme musica, spettacolo, organizzazione e idee»

 

 

Un Festival sospirato, come si sta allenando per questa nuova maratona?

Si lavora con serenità. Importante è essere concentrati a seguire un po’ tutto: ascoltare le canzoni, il lavoro con gli autori e i musicisti, prove con il regista e il team per curare i dettagli. Come dico sempre per il resto “pedalare…”.

 

Cosa la appassiona del palco e del dietro le quinte di Sanremo?

Il palco è un luogo di energia, di musica, di persone che hanno lavorato mesi per esibirsi in 3 o 4 minuti. Il dietro le quinte è dove si vedono impegno, tensione, creatività. Entrambe le dimensioni mi appassionano: il backstage ti fa capire quanto lavoro c’è dietro a quel che il pubblico vede in tre ore.

 

Trenta big per cogliere tutte le sfumature della musica italiana contemporanea. Cosa si aspetta da questo grande “mazzo di fiori” e in che cosa differisce da quello dello scorso anno?

Trenta artisti significano tante sfumature: pop, rock, rap, ballad, ritmi diversi. Il mix è fondamentale per raccontare la varietà della musica italiana oggi. Rispetto all’anno scorso, penso ci sia ancora più varietà e freschezza, e ogni esibizione è studiata come uno spettacolo a sé.

 

Tutti cantano Sanremo, ma tu, caro Carlo, cosa canti (sotto la doccia) dei Sanremo del passato?

Diciamo che mi tornano in mente brani entrati nell’immaginario di tutti. Sanremo ti accompagna nella vita, ci sono canzoni che ritornano sempre. Il cuore va a quei pezzi che ciascuno di noi ha cantato almeno una volta.

 

Ha calato un asso importante, Laura Pausini, cosa la colpisce della sua personalità?

Laura è una professionista di livello mondiale, ha esperienza, sensibilità musicale e una grande umanità. È stata una scelta naturale e porta equilibrio e autorevolezza al palco.

 

Al suo fianco anche un performer, Achille Lauro, e un attore dal grande carisma, Can Yaman… cosa si aspetta da loro e come hanno accolto la sua proposta?

Can Yaman sarà co-conduttore nella prima serata, Achille Lauro è presente con la sua energia e creatività. Sono persone con grande presenza scenica, sanno stare sul palco. Hanno accolto la proposta con entusiasmo e professionalità.

 

Cosa rappresenta Sanremo nella sua fortunata carriera?

Sanremo è una delle tappe importanti della mia carriera. È un’occasione dove puoi mettere a frutto la tua esperienza perché mette insieme musica, spettacolo, organizzazione e idee. Occuparsi della direzione artistica è una grande responsabilità e un onore.

Riccardo Bocchini

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Uno spazio infinito

 

L’architetto e scenografo di Sanremo 2026 ci guida dietro le quinte del Festival: tra materiali mai visti in Tv, palchi asimmetrici e la sfida di trasformare un teatro storico in una macchina tecnologica che muta in tempo reale

 

 

Cosa significa per lei tornare sul palco dell’Ariston?

Tornare a Sanremo dopo il 2017 è stato un impatto notevole; la realtà del Festival è totalmente cambiata. Essere qui ancora quest’anno rappresenta l’ennesima sfida: presentare un’idea nuova, un’immagine inedita. Devo ringraziare il Direttore Artistico per la fiducia; ogni anno cerco di superare i miei limiti, modificando e innovando costantemente.

Ci spiega il concept della nuova scenografia del Festival?

Quest’anno il fulcro del progetto è l’espansione dello spazio. La mia grande soddisfazione è stata realizzare un palco asimmetrico, ovvero una scena capace di trasformarsi radicalmente, passando dal “tutto nero” al “tutto bianco”. Tutto questo è possibile grazie a una tecnologia sempre più avanzata, con materiali di nuova generazione che rispondono in modo eccellente alle esigenze illuminotecniche della parte superiore della struttura.

Qual è l’equilibrio tra regia, grafica e tecnologia?

Rispetto allo scorso anno, abbiamo stretto un legame ancora più forte con la regia, individuando insieme al regista nuove collocazioni per le telecamere e integrando profondamente il comparto grafico e fotografico tramite il sistema “Magic”. Il lavoro è iniziato più di due mesi fa, dopo aver analizzato ogni singola canzone. La scena sarà dotata di numerose motorizzazioni, permettendo alla scenografia di mutare conformazione in base alla performance, modificandosi persino durante l’esibizione stessa o trasformando il retroscena in tempo reale.

La magia del “Piccolo Buco” dell’Ariston

C’è un paradosso tipico di Sanremo: chi entra in teatro per la prima volta dice sempre: “Ma come, me lo immaginavo più grande!”. L’Ariston è un teatro di vecchia generazione, complicato e piccolo; se lo paragoniamo ai grandi stage mondiali, è un “piccolo buco”, ma è pieno di magia. Per lo spettatore televisivo, però, l’effetto sarà opposto. Quest’anno abbiamo inserito delle linee architettoniche che avvolgono l’intera scenografia, studiate appositamente per dare un senso di ampiezza e profondità.

Ricerca sui materiali e il ruolo del “Servo di Scena”

Come architetto, sono attentissimo all’evoluzione dei materiali. Per il 2026, abbiamo utilizzato all’ingresso della scena un materiale mai usato prima in televisione e l’effetto sarà sorprendente. Dico sempre che lo scenografo è il “servo di scena”: siamo al servizio della musica, della regia, della fotografia e dell’audio. Abbiamo persino progettato una parte della scena che si apre meccanicamente per facilitare l’ingresso rapido di pianoforti e batterie, ottimizzando il lavoro di tutti i professionisti sul palco.

Come si arriva dalla “carta” al palco?

Fare scenografia in Italia è come per un chirurgo operare: c’è un’attenzione spasmodica, tutti chiedono e vogliono sapere. Questo regala soddisfazione ma anche il timore di non essere all’altezza dell’anno precedente.

SPECIALE L’EREDITÀ

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Scontro tra giganti per la Superghigliottina

 

Due prime serate il 20 e il 21 febbraio con Marco Liorni su Rai 1 per festeggiare il ventennale della leggendaria Ghigliottina

 

 

“L’Eredità – Scontro tra Giganti” approda in prima serata su Rai 1 con due appuntamenti speciali, in onda venerdì 20 e sabato 21 febbraio, pensati per celebrare uno dei quiz show più amati e longevi della televisione italiana. Alla conduzione Marco Liorni che guiderà il pubblico in due serate evento. Per l’occasione, il programma proporrà una sfida senza precedenti: sei tra i campioni più vincenti, più volte arrivati alla ghigliottina, tornano in studio per mettersi nuovamente alla prova, dando vita a uno spettacolo che unisce competizione, intrattenimento e memoria televisiva.

I protagonisti dello “Scontro tra Giganti” sono:

Guido Gagliardi, uno dei concorrenti più vincenti di sempre, che nel corso della sua straordinaria avventura a L’Eredità ha accumulato una vincita complessiva di circa 316.250 euro, imponendosi come punto di riferimento assoluto nella storia del programma.

Martina Crocchia, campionessa amatissima dal pubblico per la sua determinazione e lucidità di gioco, capace di lasciare un segno indelebile nelle sue partecipazioni, distinguendosi per preparazione e carisma ha totalizzato una vincita di 158.125 euro.

Giacomo Candoni, giovane campione vicentino dell’edizione 2023, che ha conquistato tutti con la sua spontaneità, affabilità e intelligenza di gioco, arrivando ad accumulare un montepremi totale di 188.750 euro.

Daniele Alesini, medico oncologo e protagonista dell’edizione 2024, che ha dimostrato grande sangue freddo e capacità strategica, totalizzando un impressionante montepremi di 285.000 euro.

Christian Giordano, rimasto in gara per 27 puntate, durante le quali ha costruito un percorso solido e brillante, conquistando un montepremi complessivo di circa 310.625 euro.

Gabriele Paolini, tra i volti più amati della stagione 2025, che con 33 puntate da campione ha accumulato circa 300.000 euro, stabilendo un vero e proprio record per la sua edizione e diventando uno dei concorrenti più popolari degli ultimi anni.

Due serate evento all’insegna della competizione ad altissimo livello, della passione per le parole e della celebrazione di un programma che ha fatto la storia della televisione italiana, confermandosi ancora oggi un appuntamento irrinunciabile per milioni di spettatori.

 

Film

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Rosso Volante

 

ll percorso di sacrifici e determinazione di un campione dello sport italiano, Eugenio Monti, oro olimpico a Grenoble nel 1968: «Sono convinto che il set debba integrare e superare la pagina scritta» racconta il regista. Il film andrà in onda su Rai 1 lunedì 23 febbraio

 

 

  1. Eugenio Monti, campione di bob, ha 36 anni, ha vinto quasi tutto, ma gli manca l’oro olimpico ed è deciso a conquistarlo ai Giochi Olimpici invernali di Innsbruck. Monti realizza un tempo eccezionale, ma durante la gara si accorge che il rivale Tony Nash ha perso un bullone. Senza pensarci un attimo, gli dà il suo. Un gesto di grande lealtà sportiva che permette agli inglesi di vincere l’oro, mentre l’Italia deve accontentarsi del bronzo. Per il suo eccezionale esempio di fair play, il Comitato Olimpico Internazionale premia Monti con il trofeo Pierre De Coubertin, considerato la più alta onorificenza per un atleta. L’episodio del bullone è il punto di partenza di un racconto che ripercorre i quattro anni che portano Eugenio Monti, “Rosso Volante”, come lo soprannominerà il giornalista Gianni Brera per la sua audacia e il colore dei suoi capelli, a vincere l’agognata medaglia d’oro alle Olimpiadi di Grenoble nel 1968. Quattro anni di tenacia, cadute e speranze di un campione di grande talento che ha sempre sfidato la vita. Una storia di sport, amore, amicizia, coraggio.

 

Il regista Alessandro Angelini racconta

«Avendo a che fare con una storia vera, e quindi con dei personaggi realmente esistiti – alcuni dei quali, peraltro, ancora viventi – ho cercato di approcciare al film usando estrema delicatezza e assoluto rispetto verso chi quella storia l’ha vissuta in prima persona. Evitando accuratamente di creare forzature o storture, ho “modellato” la sceneggiatura sulle figure degli interpreti proprio per realizzare un equilibrio quanto più profondo tra la pagina scritta e la verità della messa in scena. Sono convinto che il set debba integrare e superare la pagina scritta. Di quest’ultima, deve certamente mantenerne le intenzioni ma non limitarsi a questo, quanto scendere ancora più in profondità. Il passaggio dal foglio alle azioni e ai movimenti degli attori deve essere curato in tutte le sue sfaccettature. È fondamentale. A volte, un dialogo funziona perfettamente nella fase della lettura ma quando lo si va a mettere in scena può risultare poco efficace. In effetti, una battuta, per quanto ben scritta, può essere restituita con forza e precisione da uno sguardo, da un gesto, da un silenzio che riesce a condensarla rendendo la scena più autentica. Si tratta di una fase affascinante del lavoro di regia che mi fa pensare ad una partitura musicale: ci sono note di durata diversa e ci sono le pause. Si deve suonare ogni nota col giusto tempo ma si deve anche saper dare respiro alla melodia! Per raccontare le due edizioni olimpiche (Innsbruck ’64 e Grenoble ’68) abbiamo studiato i filmati dell’epoca e ricostruito fedelmente lo spazio della pista e quello adibito alla stampa. Nonostante ciò, avevamo la sensazione che ci mancasse qualcosa. E alla fine, per integrare e dare maggiore credibilità alla messa in scena, abbiamo deciso di inserire nel film alcune immagini di repertorio. Una scelta azzardata? Non lo sappiamo. Di certo, una decisione coraggiosa con dentro una buona componente di ambizione e follia. Ma se il nostro intento era quello di raccontare le gesta di Eugenio Monti…, forse ci si doveva adeguare. Ma questo implicava che tutto dovesse essere affrontato con estrema professionalità e allora, di concerto con il reparto fotografia, ci siamo messi a studiare le tecniche usate per riprendere i vecchi cinegiornali, quali fossero le ottiche utilizzate, la filosofia delle inquadrature, ecc. per poi riproporre un impianto simile che raccontasse gli eventi agonistici creati sul set senza creare strappi tra il presente e il passato. Ritengo che il modo di riprendere dei cineoperatori ben si sposi con lo stile che volevo dare al film: vigoroso e quasi documentaristico nelle gare (per dare modo al pubblico di sentirsi in pista con Monti) e più statico e contemplativo (come le vette delle Dolomiti che fanno da cornice alla nostra storia) nei momenti in cui si racconta la vita privata di Monti. In questo secondo caso, la sua insofferenza, i suoi tormenti non sono dati dai movimenti della macchina da presa bensì dalla loro stessa tensione emotiva; durante queste scene, il mondo attorno a Eugenio è fermo, ben ancorato, quasi statico mentre è la sua sofferenza a muoversi e a muovere l’aria. In qualche modo, è come se le emozioni quali il travaglio interiore, il tormento, l’angoscia potessero essere comunicate dal loro essere in movimento al cospetto di un mondo esterno completamente fermo; come se l’inquadratura non fosse sufficiente a contenerle, in un’asfissiante ricerca di uno spazio vitale più ampio di quello concesso dalla macchina da presa. Per quello che mi riguarda, questa scelta di riprendere con la macchina fissa le situazioni raccontate, da una parte esalta la bellezza dei paesaggi, la loro imperturbabilità, mentre dall’altra aumenta l’isolamento e la sofferenza del protagonista.»