Alessio Vassallo

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La cura dell’altro. Che rivoluzione!

 

Ottimo esordio per la serie “L’altro ispettore”, il martedì su Rai 1. Il protagonista racconta al RadiocorriereTv il suo impegno umano e professionale nella serie: «Al centro ci sono la famiglia e il lavoro: raccontiamo le mani di chi costruisce l’Italia ogni giorno»

 

 

La sicurezza sul lavoro, un tema tristemente attuale. Qual è, secondo lei, la forza di questo racconto?

La fiction tratta un tema importantissimo con grande delicatezza, e credo che questo sia uno degli elementi chiave del suo successo. Al centro ci sono la famiglia e il lavoro: raccontiamo le mani di chi costruisce l’Italia ogni giorno.

C’è un momento sul set che le è rimasto particolarmente impresso?

Sì, le riprese nelle fabbriche. Le comparse erano spesso veri operai e ascoltare le loro storie è stato estremamente arricchente. Hanno portato autenticità, umanità, verità.

Chi è Mimmo?

Mimmo è un supereroe che non ce l’ha fatta, con il mantello bucato. Proprio per questo è profondamente umano. Nella vita privata inciampa spesso, è completamente analogico, gira in bici, lavora con lavagna e post-it. È un ispettore diverso da tutti gli altri a cui siamo abituati, anche in tv. Non cerca risposte, ma pone domande.

Quali sono, secondo lei, le cause principali dell’insicurezza sul lavoro?

L’incuria è una delle cause più frequenti, tanto da parte dei datori di lavoro quanto dei lavoratori. E poi bisogna investire di più: il denaro speso per la sicurezza è un investimento, non un costo.

Ha conosciuto Pasquale Sgrò, autore del libro da cui è tratta la serie?

Sì, e lo ringrazio profondamente. È stato un ispettore del lavoro, conosceva benissimo l’ambiente e mi ha aiutato molto. A volte mi ha anche rimproverato (ride), ma il confronto con lui è stato davvero un momento prezioso.

Nella serie emerge un discorso molto forte sul lavoro. Che cosa rappresenta per lei?

Il lavoro siamo noi, dà identità e dignità. È inconcepibile che qualcuno possa perdere la vita mentre sta lavorando. Ogni lavoratore ha diritto di rientrare a casa alla fine della sua giornata, ma purtroppo non sempre succede. In questi anni, però, si è investito molto nella sicurezza, e si continua a farlo. Questo è importante, e si deve fare sempre di più. Mimmo è una figura centrale perché vigila, accompagna lavoratori e imprenditori, e mette la sicurezza al primo posto. Spesso diamo per scontato che il nostro luogo di lavoro sia sicuro, ma non è così: a volte le responsabilità sono dell’azienda, altre del lavoratore. La serie racconta tutto questo dentro un grande affresco popolare, dove famiglia e ironia hanno un ruolo fondamentale. Mimmo è impeccabile nel lavoro, ma nella vita privata è un vero caos, e questo lo rende ancora più vero.

Quanto ha imparato da questo personaggio?

Tanto. Mimmo ascolta, si prende cura: dei lavoratori, di sua figlia, delle persone che incontra. In una società in cui siamo concentrati su noi stessi, lui ci ricorda l’importanza di guardare l’altro. Da lui ho imparato molto, e credo di avere ancora molto da imparare. Questo, per me, è un modo rivoluzionario di fare serialità, portare in scena un essere umano che basa la sua vita sul prendersi cura degli altri. È un messaggio potente.

Che cosa racconta, invece, il rapporto tra Mimmo e Alessandro?

È un rapporto profondissimo, il cuore emotivo della storia. Alessandro è un amico di famiglia, un lavoratore che non ha perso la vita ma che è rimasto in sedia a rotelle. È un tema di cui si parla troppo poco: oltre alle vittime, ci sono molte persone che rimangono disabili per incidenti sul lavoro. Il suo personaggio, interpretato da Cesare Bocci, porta luce su questa realtà. Il loro legame, familiare ma conflittuale, mostra quanto il lavoro di Mimmo pesi quando lui rientra a casa.

Quanto è difficile, per Mimmo, separare il lavoro dalla vita privata?

È durissimo. Torni a casa con le immagini delle vite spezzate, dei racconti interrotti. È difficile alleggerirsi, pensare al giorno dopo. Questa complessità fa parte del mestiere e della vita di questo personaggio.

La serie si distingue da molti polizieschi. In cosa, secondo lei?

Innanzitutto, per l’umanità. Mimmo è un ispettore gentile: non interroga, non punta il dito, fa domande. Non ha armi, ha solo la parola. Una frase che mi hanno detto i veri ispettori del lavoro e che ho voluto mettere nella serie è: “Siamo qua per voi”. La trovo bellissima: esprime servizio, protezione, ascolto.

L’ultima domanda: Mimmo pone sempre nuove domande. Qual è quella che rimane ad Alessio Vassallo?

Una: “Com’è possibile perdere la propria vita durante le ore lavorative?”. Una risposta definitiva forse non c’è, anche se investire nella sicurezza è la strada più concreta. Mi ha rincuorato parlare con gli operai che hanno lavorato con noi, nella cava di marmo a nord di Lucca erano veri lavoratori. Nei loro occhi e nelle loro parole ho visto quanto sia stato fatto negli ultimi anni e quanto sia importante entrare in un luogo di lavoro sapendo di essere davvero al sicuro.

#Sanremo2026

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Il Festival è sempre più vicino

 

Come da tradizione, il Direttore artistico ha scelto il Tg1 delle 13.30 per informare gli appassionati del Festival della Canzone italiane sui protagonisti della nuova edizione di Sanremo: “C’è tantissima varietà, tanto fermento, è la dimostrazione che la musica italiana è in grande evoluzione. Ci sono tantissimi esordi e qualche conferma e tanti sapori musicali diversi”, ha detto Carlo Conti, che ha aggiunto: “Spero di aver avuto fortuna come l’anno scorso e di aver scelto canzoni che resteranno nel tempo. La speranza è di aver ampliato il ventaglio dei gusti musicali per accontentare tutti gli spettatori”. Poi ha auspicato “tanto divertimento e della buona musica. Alcuni brani faranno riflettere, altri ballare. Spero saranno tutte hit e che entrino a far parte della nostra colonna sonora”.

Ecco i nomi dei 30 Big in gara, ai quali si aggiungeranno i nomi delle 4 nuove proposte dopo la finale di Sanremo Giovani del 14 dicembre su Rai 1:

 

Tommaso Paradiso
Chiello
Serena Brancale
Fulminacci
Ditonellapiaga
Fedez & Masini
Leo Gassmann
Sayf
Arisa
Tredici Pietro
Sal Da Vinci
Samurai Jay
Malika Ayane
Luchè
Raf
Bambole di pezza
Ermal Meta
Nayt
Elettra Lamborghini
Michele Bravi
J-Ax
Enrico Nigiotti
Maria Antonietta & Colombre
Francesco Renga
Mara Sattei
LDA & Aka 7even
Dargen D’Amico
Levante
Eddie Brock
Patty Pravo

Sandokan La serie

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La tigre è tornata

 

A cinquant’anni dalla celebre serie Rai che lo rese un’icona, torna l’eroe nato dalla penna di Emilio Salgari. Una storia senza tempo che ci conduce in terre esotiche e tempi lontani: nel Borneo della prima metà dell’Ottocento, tra popoli in lotta per la libertà e potenze coloniali spinte da un’avidità cieca e feroce. Con Can Yaman, dal 2 dicembre in prima serata Rai 1 e RaiPlay

 

 

 

Inizia così un’avventura che si snoda tra i mari del Borneo, la vivace città di Singapore e la lussureggiante giungla tropicale del Borneo. Proprio qui, nel cuore della foresta, Sandokan incontrerà il suo destino. Qui rivivremo l’ascesa della Tigre della Malesia, scopriremo il suo incontro con Marianna, la leggendaria Perla di Labuan, e assisteremo allo scontro epico con il suo nemico di sempre: James Brooke, brillante e spietato cacciatore di pirati. Ma stavolta c’è di più. La nuova serie racconta l’origine del mito: chi è davvero Sandokan? Come ha conosciuto il suo fedele Yanez? Com’è nato il duello senza fine tra lui e Brooke? E quale sarà il ruolo di Marianna, fiera e indomabile, nel cambiare per sempre il suo destino? Andremo al cuore del personaggio che ha ispirato intere generazioni, scoprendo un uomo innamorato della libertà: la sua e quella della sua ciurma. È solo la battaglia di un pirata che combatte per se stesso o per qualcosa di molto più grande? Fedele allo spirito avventuroso dei romanzi di Salgari, Sandokan unisce la tradizione di una grande storia popolare all’ambizione di un racconto profondamente contemporaneo, capace di conquistare spettatori di ogni età. E mentre ci accompagna in un mondo di duelli, amori e grandi ideali, questa nuova avventura tocca temi urgenti e attuali: lo sfruttamento della natura in nome del progresso, la cancellazione di culture millenarie, la brutalità del colonialismo, il prezzo della libertà, dell’identità e della difesa del nostro pianeta.

 


 

Un mondo in cui perdersi

Il protagonista Can Yaman e il regista Ian Michelini raccontano la grande avventura umana e la contemporaneità della tigre della Malesia

 

Una trasformazione fisica importante, certo. Ma dove ha cercato l’umanità di Sandokan?
CAN YAMAL: La preparazione fisica è stata davvero intensa, un lavoro molto impegnativo. Tuttavia, l’aspetto mentale di Sandokan è forse l’elemento più interessante su cui concentrarsi. Leggendo il copione si comprendeva chiaramente il viaggio interiore di quest’uomo, un essere umano che vive una vera e propria evoluzione nel corso degli episodi. Era necessario studiare con attenzione come Sandokan cambiasse di puntata in puntata, soffermarsi sui valori e sui sentimenti che lo contraddistinguono. Ho avuto tempo per riflettere sul personaggio, per farlo mio, sentirlo dentro, imparare a sognare e a comportarmi come lui. Per riuscirci ho dovuto anche isolarmi un po’, ma è stato importante: questo ruolo è arrivato nel momento giusto della mia vita e della mia carriera.

Quale equilibrio ha cercato tra la tradizione di Sandokan e l’innovazione, anche tecnologica?

IAN MICHELINI: Non è stato semplice mantenere lo spirito originario di Sandokan. Ci ha guidato la scrittura, perché il team di Fremantle – e in particolare lo sceneggiatore Alessandro Sermoneta – ha tracciato con chiarezza la direzione: raccontare l’origin story di Sandokan. Usciamo un po’ dalla tradizione per mostrare come questo ragazzo diventi l’eroe che tutti conosciamo. Da giovane pirata, quasi un moderno Robin Hood che ruba ai ricchi per interesse personale, si trasforma in un uomo capace di rinunciare a se stesso per gli altri: per la difesa dei popoli nativi, della natura, contro ogni forma di sfruttamento. Sono temi estremamente contemporanei. Abbiamo lavorato molto, ad esempio, sulle miniere descritte da Salgari, entrando nel cuore di una narrazione che oggi è più attuale che mai. Allo stesso tempo, però, non volevamo perdere lo spirito d’avventura, quel genere piratesco italiano che negli anni ha ispirato anche Hollywood. Sandokan è un racconto che ha fatto sognare generazioni dal salotto di casa. Salgari, il padre di Sandokan, compì un unico viaggio d’avventura – su un vaporetto nell’Adriatico – ma era un uomo di vasta cultura e seppe raccontare popoli lontani, dal Sarawak alla Malesia, facendoci viaggiare con la fantasia. Questo progetto nasce proprio con questo obiettivo: far sognare un’intera famiglia seduta sul divano, dal bisnonno al padre, fino al nipote. È una grande saga, un’epopea che ti porta altrove, e credo che oggi la vocazione principale della televisione sia proprio questa: offrire mondi in cui perdersi.

In che modo Sandokan veicola il concetto di libertà? In cosa è un uomo libero?

CAN YAMAN: Per essere liberi bisogna essere forti, disposti al sacrificio, senza mai perdere orgoglio e serenità. Attraverso numerosi flashback vedremo in quale famiglia e in che ambiente Sandokan è cresciuto. È un uomo che non ha conflitti interiori, è forte, libero, non dipende da nessuno. Ma è anche profondamente altruista: sogna di migliorare la vita degli altri, a partire dalla sua famiglia.
Non combatte per la sua libertà, ma per quella degli altri, per un valore superiore. Fino a mettere a rischio la propria esistenza e a cambiare direzione, dedicandosi all’indipendenza di un intero popolo. È qui che ritroviamo tutta la sua modernità: un esempio da emulare. Perché la libertà richiede forza, sacrificio e un ideale più grande di sé.

IAN MICHELINI: La libertà, come diceva Can, si trova proprio nel momento in cui sei capace di mettere qualcun altro al primo posto. Questo è un atteggiamento profondamente libero e moderno.

 

 


 

 

PERSONAGGI

SANDOKAN (Can Yaman)

Carismatico e generoso, Sandokan è a capo della ciurma di pirati più temuta del Mar della Cina. Guerriero indomabile, è cresciuto per le strade di Singapore, dove ha imparato a lottare per sopravvivere, ma anche a proteggere chi ama. Insieme al suo fedele “fratellino” Yanez, solca i mari dando la caccia a bastimenti di ogni bandiera, pensando solo al bene della sua famiglia di pirati. L’incontro con Marianna e lo scontro con James Brooke gli faranno scoprire che oltre la vita da pirata c’è molto di più, una missione: la lotta per la libertà di un intero popolo.

 

MARIANNA GUILLONK (Alanah Bloor)

Bella e indomita, la “Perla di Labuan” è la figlia amatissima del Console Britannico, Lord Guillonk. Orfana di madre, è cresciuta lontana dall’Inghilterra, in un paradiso esotico, dove ha imparato a sognare una vita di avventure. Ma fin da bambina è vissuta tra i privilegi di un’educazione vittoriana, di cui ancora non conosce il vero prezzo. L’incontro con Sandokan la porterà a osare per la prima volta e a compiere scelte radicali, in linea con la sua vera natura ribelle e gioiosa.

 

LORD JAMES BROOKE (Ed Westwick)

Formidabile avventuriero, dopo anni come capitano della sua leggendaria Royalist si è guadagnato la fama di “Cacciatore di pirati”. Capace di essere tanto nobile quanto spietato, è un uomo affascinante e contraddittorio, che non nasconde la sua sconfinata ambizione. D’altra parte, come figlio cadetto di una grande famiglia inglese, è abituato a lottare per scrivere da solo il suo destino. Proprio per questo sogna un futuro accanto a Marianna, la Perla, figlia del console. E sembra molto vicino a ottenerlo. Fino a quando non entra in scena Sandokan, il principe dei pirati. Con il quale Brooke inizia un duello all’ultimo sangue.

 

YANEZ DE GOMERA (Alessandro Preziosi)

Pirata di lungo corso dal passato misterioso, portoghese di origine ma cittadino del mondo, Yanez è il compagno più fidato di Sandokan, che lo chiama affettuosamente “fratellino”. Scaltro e leale, vive tutto con uno spirito cinico e disincantato. Ma dietro una scorza di ironia, Yanez nasconde un dolore profondo, perché ha vissuto abbastanza da toccare con mano gli orrori del mondo coloniale. Per questo gli eventi che stanno per scatenarsi lo porteranno a chiedersi se sia davvero possibile fuggire per sempre dal suo passato.

SANI (Madeleine Price)

Giovanissima ragazza di origini Dayak, Sani è la cameriera personale di Marianna. La Lady la considera la sua “migliore amica”, senza rendersi conto della disparità della loro condizione, di cui invece Sani è perfettamente consapevole. Ricorda ancora bene quando, da bambina, è stata rapita dagli spietati soldati del Sultano del Brunei, per essere poi venduta agli Inglesi. Non sa che fine abbia fatto la sua famiglia e si è adeguata alla vita di Labuan, agiata e sicura anche per una serva. Ma quando scopre che suo fratello è ancora vivo, schiavo alle miniere di antimonio del Sarawak, in lei si risveglia il desiderio di lottare.

LORD GUILLONK (Owen Teale)

Fine aristocratico e abile uomo di potere, Lord Guillonk è il Console di Sua Maestà Britannica a Labuan. Dopo una brillante carriera militare, ora gioca le sue carte da politico in una terra di confine, tra il Sultano del Brunei, gli olandesi e la crescente minaccia dei pirati. Ma oltre al politico inflessibile c’è un padre affettuoso che si scioglie per la sua unica figlia Marianna, il cui spirito ribelle è sempre disposto a perdonare.

SERGENTE MURRAY (John Hannah)

Scozzese, fedele soldato di Sua Maestà, ha servito Lord Guillonk “da quando gli lucidava gli stivali”, e oggi è il comandante delle giubbe rosse di Labuan. Rigoroso e leale, vive secondo un rigido codice morale, ma è segretamente segnato dalle atrocità vissute durante la sua lunga carriera. Negli anni è diventato quasi uno zio per Marianna e sarebbe disposto a tutto per proteggerla. Inizialmente sospettoso nei confronti di Brooke, diventerà presto suo compagno di avventure, almeno finché gli eventi non lo costringeranno a fare i conti con la propria coscienza.

EMILIO (Samuele Segreto)

È il pirata più giovane della ciurma di Sandokan, ma anche il più assetato di avventura. È italiano, l’unico europeo oltre a Yanez, e spicca sul resto del gruppo: è piccolo, gentile e per nulla minaccioso. Si è guadagnato la fiducia di Sandokan, che non manca di affidargli compiti importanti, ma rimane poco più di un ragazzo, perennemente meravigliato da ciò che incontra nel suo lungo viaggio. Per questo porta sempre con sé un taccuino, dove disegna e annota le mille avventure che vive con Sandokan, i luoghi, i costumi locali sognando un giorno di tornare a casa e raccontare tutto.

 

La prima serata

Episodio 1 – La Tigre della Malesia

Sandokan, al comando della sua ciurma, abborda una nave per rubarne il carico e libera un prigioniero Dayak. L’uomo è convinto che Sandokan sia il guerriero annunciato da un’antica profezia, ma lui non gli dà peso. Sbarcato a Labuan sotto mentite spoglie, Sandokan incontra la figlia del Console inglese, Marianna. E durante una caccia alla tigre si scontra con James Brooke, il leggendario cacciatore di pirati.

Episodio 2 – La perla di Labuan

Marianna festeggia il suo ventunesimo compleanno. Al ballo sono invitati sia Sandokan che Brooke. Tra i tre si crea una certa tensione ma Sandokan deve prima liberare Yanez e la sua ciurma imprigionata nelle segrete, cercando di non far saltare la sua copertura.

TEATRO ALLA SCALA

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Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk

 

L’opera di Dmítrij Šostakóvič in diretta da Milano il 7 dicembre  dalle 17.45 su Rai 1 e Rai Radio 3 e nel mondo grazie agli accordi sottoscritti con Rai Com

 

 

 

Un’opera dirompente e sensuale, censurata per la sua audacia e celebrata per la sua altissima qualità musicale. È “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di Dmítrij Šostakóvič, che inaugura la stagione del Teatro alla Scala e che Rai Cultura propone domenica 7 dicembre a partire dalle 17.45 in diretta su Rai 1. Come sempre grande cura è dedicata alle riprese dello spettacolo, con l’impiego di dieci telecamere in alta definizione, 45 microfoni nella buca d’orchestra e in palcoscenico, 15 radiomicrofoni dedicati ai solisti, per un gruppo di lavoro di 50 persone tra cameraman, microfonisti, tecnici audio e video. Una preparazione che vede lo staff di regia seguire fin dalle prime prove la messa in scena dello spettacolo – diretto dal Maestro Riccardo Chailly, con la regia di Vasily Barkhatov – e un numero crescente di addetti lavorare nelle due settimane precedenti il debutto. Come per gli scorsi anni la ripresa, con la regia televisiva di Arnalda Canali, sarà in 4K: avrà quindi una definizione quattro volte superiore rispetto agli standard televisivi abituali. L’opera sarà trasmessa in diretta anche su Rai Radio3, su Rai 1 HD canale 501, su Rai4K, al canale 210 di Tivùsat, la Tv satellitare gratuita visibile in tutta Italia, e su RaiPlay, dove potrà essere vista per 15 giorni dopo la prima. Più di tre ore di trasmissione, completa di sottotitoli, per portare il capolavoro di Šostakóvič nelle case degli italiani, perché la grande musica è di tutti. Oltre a trasmettere l’opera, con grande attenzione per la ripresa audio e video curata dal Centro di Produzione TV di Milano, come di consueto la Rai racconterà anche ciò che accade attorno allo spettacolo più atteso della Stagione. Su Rai1 Milly Carlucci e Bruno Vespa, con collegamenti di Giorgia Cardinaletti dal foyer, condurranno la diretta televisiva incontrando, prima dell’inizio e durante l’intervallo, i protagonisti e gli ospiti presenti. Per Radio3 seguiranno la diretta Gaia Varon e Oreste Bossini. Saranno coinvolte anche le diverse testate giornalistiche della Rai con dirette, servizi e approfondimenti, con ospiti in studio e dal foyer della Scala. Come per La forza del destino del 2024, anche quest’anno la trasmissione dell’opera sarà corredata dall’audiodescrizione in diretta, grazie alla quale anche le persone cieche e ipovedenti potranno avvalersi di tutte quelle informazioni visive non trasmesse verbalmente – costumi, aspetto e mimica dei personaggi, azioni non parlate, location, scenografia e luci –, tale accessibilità sarà estesa anche a tutto ciò che accadrà intorno allo spettacolo e verrà trasmesso in TV prima dell’inizio e durante l’intervallo. Il servizio è realizzato da Rai Pubblica Utilità – Accessibilità. L’audiodescrizione, attivabile dal televisore sul canale audio dedicato – e fruibile anche in streaming su RaiPlay – fa parte del percorso di inclusione intrapreso con impegno e determinazione dalla Rai, con l’obiettivo di rendere sempre più concreta e ampia l’offerta di vero servizio pubblico. Si avvarranno delle riprese in Alta Definizione diffuse da Rai circa 40 sedi coinvolte nell’iniziativa sociale “Prima Diffusa” del Comune di Milano e il maxischermo collocato al centro dell’Ottagono della Galleria Vittorio Emanuele II, che offre la Prima ai cittadini. Sono numerosi i broadcaster di tutti i continenti che trasmetteranno l’evento in diretta da Milano grazie agli accordi sottoscritti con Rai Com: da ARTE per Francia, Belgio, Austria, Germania, Liechtenstein e Lussemburgo alla svizzera RSI e alla portoghese RTP. Dall’Europa al Giappone, dove la NHK manderà in onda l’opera in differita in formato 4K HDR. La prima della Scala sarà fruibile in tutto il mondo sulla piattaforma Medici.tv e sarà proiettata in diretta anche nelle sale cinematografiche di Finlandia, Scandinavia, Spagna, Svizzera, America Latina, Australia e Nuova Zelanda e in Italia in un gruppo di sale indipendenti. Proiezioni live in programma al Rainey Auditorium del Penn Museum di Filadelfia della prestigiosa Penn State University, come evento di chiusura del 25° Festival del Cinema Italiano in collegamento con il segnale di Medici TV, e a Berlino, in partnership con l’Istituto Italiano di Cultura, in collegamento con il segnale di Rai 1.

Serie Tv

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L’altro ispettore

 

Il lavoro e la cultura della sicurezza, raccontati attraverso le vicende di un ispettore del lavoro, sono al centro dell’innovativa serie tv co-prodotta da Rai Fiction – Anele – Rai Com, per la regia di Paola Randi, liberamente tratta dai romanzi di Pasquale Sgrò. Da martedì 2 dicembre su Rai 1  

 

 

 

L’ispettore del lavoro Domenico Dodaro (Alessio Vassallo) è una vera leggenda: incorruttibile, determinato e capace di smantellare una vasta rete di caporalato tra Calabria e Basilicata. Per gli amici, però, Domenico è semplicemente Mimmo, e soprattutto è il papà di Mimì, una bambina sveglia e combattiva. Quando arriva a Lucca con la piccola Mimì (Angelica Tuccini) per mano, è visibilmente emozionato: la sede centrale dell’Ispettorato lo ha trasferito proprio nella città toscana in cui è nato e cresciuto. Un ritorno che non può che fargli bene, in un momento in cui sta ancora affrontando il dolore per la prematura scomparsa della moglie, Laura. Ad accoglierlo c’è tutta la famiglia: la madre Carla (Rosanna Gentili), la sorella Lucrezia (Matilde Bernardi) con il nuovo compagno, Dissenso, e soprattutto Alessandro (Cesare Bocci), amico di famiglia e mental coach costretto sulla sedia a rotelle. Solare e ironico, Alessandro ospita Mimmo e Mimì nella sua casa. Un destino doloroso lega i due uomini: Alessandro era infatti collega e amico di Pietro Dodaro, padre di Mimmo, morto in un incidente sul cantiere quando Domenico era adolescente; lo stesso incidente che ha segnato per sempre anche la vita di Alessandro. Fin dai primi giorni a Lucca è chiaro che, in realtà, è Mimì ad occuparsi del padre, e non il contrario. E per lei non è certo semplice: la scuola, il calcio e le mille distrazioni di Mimmo rendono tutto più complicato, soprattutto quando l’uomo finisce per portarsi il lavoro anche a casa. Decisa a mantenere la promessa fatta alla madre in punto di morte, Mimì — con la complicità del suo nuovo migliore amico Alessandro — escogita un piano per trovare una nuova fidanzata al padre. Quando conosce Raffaella (Francesca Inaudi), la PM con cui Mimmo collabora e sua ex compagna di classe, capisce immediatamente che è la donna perfetta per lui. Ma Mimmo se ne renderà conto? O si lascerà distrarre dalle attenzioni di Eleonora Lagonegro (Silvia Mazzieri), il primo amore del liceo, mai davvero ricambiato? Nel frattempo, l’ufficio di Lucca lo travolge con un carico di casi e responsabilità. Affiancato dal carabiniere Mariotti (Massimiliano Galligani) e dalla formidabile Vincenzina (Barbara Enrichi), archivista sessantenne dalla memoria prodigiosa, Mimmo non tradisce la sua fama: grazie al suo infallibile metodo — il “sapersi porre le domande giuste” — riesce a far luce sugli incidenti più complessi. Indossa le sue cuffie antirumore, si isola e trova risposte dove gli altri vedono solo casualità, perché gli incidenti sul lavoro, quasi mai, sono davvero incidenti. E tra un caso e l’altro, torna a farsi strada un interrogativo che ha sempre evitato: la morte di suo padre è stata davvero un incidente? Nuove carte, trovate negli archivi dell’Ispettorato, sembrano suggerire altro. Una domanda che incrina tutte le sue certezze e che si dimostra più pericolosa del previsto.

La serie accende i riflettori su un tema di forte attualità, invitando a una riflessione condivisa sul lavoro e sulla cultura della sicurezza come valori imprescindibili. Lo fa attraverso una figura inedita per la televisione: un ispettore “senza pistola”, che usa come armi competenza, intelligenza ed empatia.

Per il suo valore di servizio pubblico, la serie ha ottenuto il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dell’INAIL, e la collaborazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Ministro per le Disabilità, dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro e del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri.

 

Le puntate

SERATA 1

EPISODIO 1 – “RITORNO A CASA”

Domenico Dodaro è alle prese con una morte bianca in un cotonificio. Il sistema di sicurezza non ha protetto Karina, operaia di 19 anni, trascinata dentro il rullo di un orditoio. In un primo momento, si sospetta che la causa sia da addebitare alla mancanza di concentrazione di Karina, stanca per via gli intensivi allenamenti serali di danza. Mimmo, però, scoprirà che la verità è ben diversa.

EPISODIO 2 – “FANTASMI DAL PASSATO”

Il corpo di Habib Moradi viene ritrovato in fin di vita davanti al pronto soccorso. Date le sue condizioni fisiche, Raffaella crede si tratti di un pestaggio ma Domenico non ne è convinto, teme si possa trattare di un incidente sul lavoro: una tragica caduta dall’alto, forse da un ponteggio. Grazie alla tenacia nel nostro ispettore, l’incidente getterà luce su un problema molto più complesso.

SERATA 2

EPISODIO 3 – “IL CARRO DEL VINCITORE”

Nino Pastrengo, proprietario di una ditta di carristi, viene trovato morto nel suo hangar all’interno della cittadella del Carnevale di Viareggio. Inizialmente si pensa a uno sfortunato incidente, poi a un omicidio orchestrato da una ditta rivale. Ma sarà andata proprio così?

EPISODIO 4 – “GLI UOMINI DI PIETRA”

Renato, un operaio della cava di marmo a Carrara, è stato ritrovato a terra senza vita. A quanto dice il capo-cavatore, un blocco si è sgretolato e Renato è caduto ma a Domenico non sfugge un dettaglio: la vittima ha i capelli bagnati, come se il corpo fosse stato spostato a tragedia avvenuta.

SERATA 3

EPISODIO 5 – “FINE CORSA”

Mimmo viene coinvolto in un caso che inizialmente non sembra un infortunio sul lavoro. Si tratta di una donna, Serena, rimasta vittima di un incidente stradale mentre rincasava dopo un turno di notte alla clinica privata dove lavorava come infermiera. Tuttavia, sull’asfalto non ci sono segni di frenata e nel corpo non vengono rilevati né alcol né stupefacenti, solo tanto caffè. Domenico decide di indagare nell’ambiente di lavoro.

EPISODIO 6 – “SECONDA OCCASIONE”

Mimmo deve investigare sulle morti di Furino Villa e Carmelo Ricci, i cui corpi sono stati ritrovati senza vita all’interno di un silo dove avevano inalato monossido di carbonio. Domenico scoprirà che il tragico epilogo ha radici nel passato.

 

 

TITOLO

La gentilezza, l’arma più potente

SOMMARIO

La regista Paola Randi racconta…

TESTO

«Sono molto grata di avere avuto l’opportunità di lavorare a “L’altro ispettore”. È stato un privilegio potermi mettere a servizio di un progetto come questo, perché innanzitutto mi ha permesso di entrare in mondi non sempre conosciuti, di visitare i luoghi di lavoro e di vedere la passione e l’orgoglio con cui le lavoratrici e i lavoratori raccontano la propria professione, ma anche perché mi ha consentito di dare corpo e raccontare un personaggio inedito per il grande pubblico. Siamo abituati ai polizieschi, all’azione, ma invece qui ci troviamo di fronte ad un ispettore le cui indagini si svolgono, con discrezione, sul campo, perché il compito principale dell’ispettore del lavoro è quello di proteggere le lavoratrici e i lavoratori, ovvero impegnarsi affinché i luoghi di lavoro siano sicuri e le cosiddette “morti bianche” non si verifichino più. l nostro Domenico Dodaro è dunque un ispettore senza pistola, che per risolvere i suoi casi non usa la violenza, ma la gentilezza, la competenza, lo studio, l’intelligenza, l’empatia. Credo che sia un approccio esemplare, interessante e attuale non solo per la tematica, ma perché penso anche che di gentilezza, di questi tempi, ne abbiamo disperatamente bisogno. E sono proprio persone come queste che è importante che la gente conosca, perché sono proprio loro che, lontano dai riflettori, si battono giorno dopo giorno affinché il lavoro, che è un diritto, non debba mai più costare l’incolumità o la vita delle persone.»

Nicole Grimaudo

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Il bello di… un ordine fragile

 

Un gioco di sguardi e con Dante Balestra scatta subito l’alchimia, perché è impossibile non amare la straordinaria umanità del Professore. Tra ricordi e lavoro, l’attrice new entry nella serie tv di successo, il giovedì su Rai 1, si racconta al RadiocorriereTv

 

 

Come ti ha accolto la famiglia di Un Professore?

Come una famiglia affiatata e premurosa: è stato davvero un ingresso caloroso. Quando si subentra in un progetto che esiste da tanto tempo c’è sempre un po’ di timore, è come entrare in una classe al quarto anno, non sai mai come saranno i compagni. In questo caso, però, ho trovato una squadra unita, composta da grandi professionisti, generosi e appassionati. C’è stato un vero “cuscinetto” ad accogliermi, è stato molto bello, a partire da Alessandro Gassmann che, oltre a essere il grande attore che tutti conosciamo, è una persona dall’animo enorme. Lavorare con lui è stato un piacere.

Se mai la vita di Dante Balestra ne avesse avuto bisogno, l’arrivo della nuova preside del Da Vinci spariglia un po’ le carte…

Ormai lo abbiamo capito: il professor Balestra, nella regolarità, si annoia (ride). L’arrivo della nuova preside creerà un po’ di scompiglio, soprattutto all’inizio. Già dalla prima puntata si percepisce un gioco di sguardi tra i due che lascia intuire la possibilità di qualcosa. Rispetto alle storie precedenti, però, questo incrocio di occhi nasconde un reale bisogno di affetto da entrambe le parti.

Chi è Irene?

È una donna che appare molto forte, risoluta e “risolta”, ma ovviamente non è tutto così lineare. Ha dedicato la vita allo studio, ma porta con sé un matrimonio sbagliato, un trasferimento in una nuova città per ricominciare e una figlia nel pieno di un’età complessa, tra adolescenza e ingresso nell’età adulta.

Mamma e figlia nella stessa scuola…

Sua figlia frequenta il quinto anno del liceo classico Da Vinci, insieme ai ragazzi di Dante. Non è una ragazza semplice e Irene si è ritrovata a fare da madre e padre da quando il marito ha abbandonato entrambe. L’incontro con Dante avviene nel momento della sua massima fragilità, e quest’uomo riesce a darle il conforto di cui aveva bisogno.

Cosa significa, per lei, nella vita quotidiana, scuotere gli equilibri?

Io sono una persona che, per indole e temperamento, cerca sempre di non stravolgere troppo l’equilibrio. Mi piace l’ordine (ride), anche perché ho avuto una vita e un passato in cui l’equilibrio non esisteva affatto. Cerco quindi di preservare ciò che con il tempo sono riuscita a costruire: un equilibrio spesso precario, perché così è la vita, ma fatto di punti fermi e certezze che mi fanno stare bene.

Cosa ha voluto dare di sé al suo personaggio?

Ho cercato di darle umanità. È una preside giovane, inizialmente un po’ rigida per essere più credibile nel ruolo, ma resta pur sempre una donna di quarantacinque anni, legata alle istituzioni e alle regole, ma con una vita, una storia e una figlia con cui confrontarsi. Non volevo renderla antipatica, anche perché Irene è un personaggio che sentivo molto vicino. Amo lavorare con i giovani e ho cercato di costruire una preside contemporanea, autorevole senza farsi detestare dagli studenti.

Ritroviamo i ragazzi della quinta B nell’anno della maturità. Che ricordi ha di quell’anno?
(Ride)… Diciamo che lavorare mi ha aiutata molto, ma gli anni della scuola sono quelli in cui senti di avere il mondo in mano, con una leggerezza e un coraggio che solo a vent’anni puoi avere. Ricordo la maturità con tenerezza: intere giornate a studiare con due compagni, pranzi a base di scatolette di tonno, e nottate ad ascoltare Notte prima degli esami di Antonello Venditti. Tanti giri notturni in motorino, per prendere un po’ d’aria, e un’ansia terribile la sera prima. È il primo vero momento in cui ti senti giudicato, e io l’ho percepito moltissimo.

Tra scuola, studenti e famiglie si crea un forte patto di fiducia. Ha mai incontrato un insegnante “alla Dante”?

Alle medie, la mia professoressa di italiano. La porterò sempre nel cuore. L’ho amata molto perché usciva dagli schemi e aveva stabilito con noi un contatto reale. Non avevamo paura di esprimere le nostre opinioni, neppure quelle più difficili. Con lei c’era una grande apertura, fondamentale in un’età delicata come l’adolescenza, quando non sei né carne né pesce. Le devo molto: mi ha spinto a scrivere, mi ha spronata e sostenuta anche umanamente in un periodo in cui ero sopraffatta dalle insicurezze.

“Un Professore” ha conquistato un pubblico trasversale. Perché secondo lei?
Perché è una serie onesta: offre ritratti autentici della scuola e dei ragazzi, che sono meravigliosi e veri, proprio come quelli che incontriamo ogni giorno per strada. È interessante anche il modo in cui affronta il rapporto con le famiglie, mai banale né melenso, sempre nel rispetto della filosofia del Servizio Pubblico. Anche quest’anno tratta temi forti. I ragazzi, che ormai sono critici televisivi esperti e abituati a vedere contenuti su tutte le piattaforme, aspettano questa serie perché si sentono chiamati in causa e ben rappresentati.

Che cosa vorrebbe che la scuola rappresentasse davvero per i suoi figli, oltre all’istruzione?

Vorrei che i professori vedessero non una classe, ma individui. Ogni ragazzo è un mondo a sé e andrebbe messo a fuoco singolarmente. Capisco che sia faticoso, ma riconoscere l’unicità di uno studente aiuta a comprenderne la sensibilità e la storia. Vorrei una scuola in cui i ragazzi si sentano compresi, liberi di esprimersi, di agire, di sbagliare. Una scuola in cui vadano volentieri. Vedere mio figlio sereno nel varcare la soglia la mattina mi fa sentire tranquilla.
Mi piacerebbe che a scuola si parlasse di più di sessualità, di droghe, di temi scomodi, per non lasciare i ragazzi soli. E vorrei che il teatro diventasse parte della programmazione: sarebbe meraviglioso. Sono tutte vie per restituire ai giovani quel contatto umano che, secondo me, oggi manca molto.

Dopo Noi del Rione Sanità e Un Professore, dove ti rivedremo?

C’è in ballo una serie Rai molto interessante, una sorta di giallo tutto al femminile, le cui riprese dovrebbero iniziare a gennaio. È un progetto a cui tengo molto, un ruolo da protagonista che mi permette di raccontare un personaggio a tutto tondo. Interpretare ruoli piccoli, paradossalmente, è più difficile: in poche scene devi raccontare tanto. Un ruolo più ampio ti permette invece di conoscerlo meglio e di lavorare su una palette di colori più ricca.
Uscirà anche un film americano, la mia prima esperienza internazionale, molto divertente, girato con Kevin James. A gennaio volerò negli Stati Uniti per l’anteprima a New York, poi sarà disponibile su Netflix.

Cosa deve avere una storia per conquistare la sua attenzione?

Deve riuscire a smuovermi dentro, a far “vibrare lo stomaco”. Anche se giro poche scene, ci deve essere qualcosa di emotivamente forte. Cerco ruoli che raccontino la forza delle donne. Ultimamente interpreto spesso figure femminili con vite difficili, donne lasciate, maltrattate. Mi interessa raccontare il coraggio: quel coraggio che noi donne sappiamo trovare, la capacità di essere tante cose insieme — madri, mogli, amiche, esseri umani completi e forti.

BEPPE CONVERTINI

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Nel cuore dell’Italia che resiste: un viaggio tra riti, memoria e identità

 

Nel libro “Il Paese delle tradizioni”, edito Rai Libri, l’autore attraversa borghi, riti antichi e feste popolari per raccontare un’Italia che custodisce le sue radici con passione. Tra cortei storici, dialetti, cerimonie ancestrali e il lavoro instancabile di volontari e Pro Loco, emerge un Paese vivo e autentico

 

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Nel libro parla di un’Italia che resiste. Qual è stato il primo momento, durante questo viaggio, in cui ha davvero percepito questa resistenza viva?

L’ho percepita in tanti luoghi e in tanti momenti. Mi sono trovato davanti a persone che mettono passione, amore e anche spettacolo nelle tradizioni che custodiscono. È un’attrazione spontanea, unica. In Italia c’è una grande voglia di mettere al centro le proprie radici, di non rinunciarci, perché le radici sono vita: ti danno forza, ti fanno andare avanti, sono un elemento fondamentale per tutti noi.

Le tradizioni popolari hanno un forte valore identitario. Ce n’è una che l’ha emozionata più delle altre?

Sì, più di una. Sulmona, ad esempio, mi ha colpito molto: è una città affascinante non solo per la sua bellezza, ma per la giostra cavalleresca che rievoca un passato lontano. Essere lì, in mezzo agli abiti d’epoca, ai figuranti, ai cavalieri, ai musici e agli sbandieratori, è stato come vivere un’altra epoca. C’è un corteo storico con migliaia di persone in costume, frutto di un lavoro minuzioso che dura un anno intero. È straordinario vedere quanta cura ci sia dietro ogni abito, ogni dettaglio. Mi è capitato qualcosa di simile anche a Oria, con le rievocazioni legate a Federico II, e in altre città come Salerno. Queste tradizioni emozionano perché sono vive, sono comunitarie, sono una parte della nostra storia che continua a camminare.

Molti dei riti che racconta sono mantenuti vivi da volontari e Pro Loco. Che immagine dell’Italia emerge dal loro impegno quotidiano?

Emerge un’Italia che crede profondamente nelle proprie tradizioni. I volontari portano avanti riti e mestieri che altrimenti rischierebbero di scomparire. Io stesso racconto anche i “misteri”, che oggi si praticano meno rispetto al passato, ma che sono parte della nostra identità. L’Italia è un Paese che deve tornare a valorizzare questi patrimoni: i volontari e le Pro Loco fanno un lavoro enorme, spesso invisibile, ma preziosissimo.

Nel libro ha inserito molte fotografie. C’è uno scatto che, più di tutti, racconta l’essenza del suo viaggio?

Sì, uno legato a un gruppo di suonatori popolari. Stavamo in un posto magnifico sulla costa, e loro hanno iniziato a intonare canti della tradizione, improvvisando anche degli stornelli in dialetto. È stato un momento potentissimo. Il dialetto, infatti, è un elemento fondamentale del mio libro: è una lingua che va tramandata. Io, quando posso, mi diverto a parlare il mio dialetto martinese. Una sola parola dialettale racchiude un mondo, ti porta subito in un luogo preciso. Viaggiando e ascoltando i dialetti, ti rendi conto di quanto siano identitari: ti fanno capire dove sei.

Si è trovato davanti a cerimonie molto particolari, anche ancestrali. Come ha gestito, da narratore, il confine tra spettacolo e spiritualità?

La spiritualità è un modo di vivere, non è mai solo spettacolo. È un momento di introspezione, di riflessione. Io, ogni volta che inizio un viaggio o uno spettacolo, mi affido alla Croce. La spiritualità accompagna ogni tappa e ogni luogo. Ricordo che da bambino seguivo le processioni del mio paese: erano affascinanti non solo per la religiosità, ma per i personaggi, i costumi, le tradizioni che ogni comunità custodisce. Ogni regione ha le sue “pezze”, come le chiamo io, i suoi simboli, i suoi dettagli unici. È questa la bellezza dell’Italia: tradizioni che regalano momenti di preghiera, di gioia, di commozione, ma anche di festa, di condivisione e di umanità.

Nella sua carriera ha viaggiato molto per raccontare il Paese. In che modo questo libro completa o arricchisce il lavoro fatto con “Paesi Miei” e “Il Paese Azzurro”?

Questo libro mi ha permesso di rivedere alcune tradizioni che avevo già conosciuto grazie alla televisione, ma con un altro sguardo. Alcune le ho rivissute, altre le ho scoperte da zero. Ho avuto la fortuna di immergermi nelle sagre, nei cortei storici, nelle vocazioni popolari, e ogni volta l’emozione è nuova. Il libro mi ha dato l’occasione di mettere tutto insieme, di raccontare non solo ciò che ho visto, ma ciò che ho sentito. Le tradizioni ci fanno pensare a chi eravamo, al nostro passato, e a quello che ci portiamo dentro. E se non avessi viaggiato così tanto, forse non avrei capito quanto questo patrimonio sia vasto. L’Italia è meravigliosa: dall’infiorata alle fiere artigiane, dalle sagre più intime alle celebrazioni più grandi. Mi sento davvero fortunato per aver potuto raccontare tutto questo ne “Il Paese delle Tradizioni”.

 

LE STELLE DI BALLANDO

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Martina per davvero

 

Tenace e appassionata, Martina Colombari punta a conquistare la fase finale dello show di Rai 1. «Quando Milly mi ha chiamata non ci ho pensato due volte, ho detto subito di sì» racconta al RadiocorriereTv. Il segreto per piacere al pubblico? «Essere autentici. Le persone premiano l’onestà, per funzionare è necessario essere veramente se stessi»

 

 

Cosa l’ha spinta a dire di sì alla proposta di Milly Carlucci?

Guardavo il programma da anni, ogni sabato sera, mi dava un senso di calma, di leggerezza, di spensieratezza. Vedere gli altri ballare riesce a portarti in altri mondi. E così, quando Milly mi ha chiamata, non ci ho pensato due volte e ho detto subito di sì.

Dalle passerelle al cinema alle serie tv… ma “Ballando” è un altro mondo ancora, cosa l’ha colpita di questo microcosmo?

“Ballando” è un macrocosmo, Milly è il Giorgio Armani della televisione e io mi ritrovo molto in lei. Senza voler sembrare presuntuosa posso dire che nell’approccio alle cose siamo molto simili, due professioniste. Milly fa un lavoro incredibile, è quasi tutto sulle sue spalle: dalla creatività all’organizzazione, alla gestione, alle scelte tecniche. È una donna in gamba, quando c’è lei sai di essere in buone mani. Ha garbo, e il programma ha il suo stesso garbo: è un macchinone incredibile, non è solo una gara di ballo, non è solo un varietà, è molto di più.

Qual è il segreto per piacere a “Ballando con le Stelle”?

“Ballando” premia chi riesce a essere autentico e io, fino a questo momento, avevo un po’ di difficoltà a raccontarmi a 360 gradi. Ma se non lo fai rimani indietro, perché il pubblico premia l’onestà, per funzionare è necessario essere veramente se stessi. Me lo dicevano, io ci ho messo qualche puntata, e non perché non lo volessi fare.  Non è un qualcosa di automatico, ognuno ha i propri tempi. Per farlo mi devo fidare delle persone, dell’ambiente.

Che ambiente ha trovato?

Ho trovato dei compagni di viaggio fantastici con i quali ho legato e un ambiente positivo.  Potrebbe sembrare retorico, ma non lo è. Dal trucco alla sartoria, ai tecnici in studio, non c’è stato un malcontento, si lavora tutti con il sorriso, magari affaticati o con una preoccupazione, perché in ogni vita ci sono le difficoltà, le frustrazioni, ma tutti hanno voglia di fare bene e questo si percepisce. Ci sono sempre delle giornate di crescita, di confronto, di connessione.

Una connessione che non sembra mancare con il suo maestro Luca Favilla…

Sono una persona che ama le altre persone, stare in mezzo agli altri, e una volta che si crea un rapporto si dà al cento per cento. Quando devi ballare non puoi trattenerti, ti devi affidare, fidare. Ci deve essere un racconto reciproco. Luca, in due mesi, ha saputo tutto di me e io ho saputo tutto di lui, involontariamente o volontariamente ci siamo aperti come un libro, ci siamo raccontati. Quando vai in pista e sei in performance, la persona che balla con te deve essere tutto: il tuo migliore amico, il tuo migliore amante. Poi, una volta che si esce da lì, dalla sala prove, dallo studio, il rapporto torna a essere più normale.

Un pregio e un difetto di Luca…

Il pregio… mi trasmette sempre positività, non mi dà mai la sensazione di ansia, di nervosismo.

E il difetto?

Capita che in alcuni momenti sia forse un po’ troppo calmo, ma questo è ugualmente utile perché riesce a bilanciare il mio carattere.

“Ballando” è sinonimo di continue sfide e allenamenti; che rapporto ha con la fatica?

La adoro, non mi stanco mai. Anche quando Luca mi consiglia di recuperare, di riposare, rispondo di no, la parola riposare nel mio vocabolario non c’è (sorride). Recupererò alla fine di “Ballando”.

Cosa si dice in famiglia di questa Martina ballerina?

Sono tutti molto felici. Mio marito (Billy Costacurta) mi vede sempre bella pimpante. Sin dalla mattina mi sveglio col sorriso, con la voglia di andare in auditorium, di provare nuove coreografie. Anche mio figlio e i miei genitori sono felici e mi sostengono.  Ma loro sono tutti di parte.

Le capita di ballare con suo marito?

Quasi mai. Anche quando eravamo più giovani e andavamo in discoteca, le ragazze, le amiche ballavano, mentre gli uomini rimanevano a bordo pista parlando e sorseggiando un drink. Capita talvolta che si vada a un aperitivo, a una cena e che si balli qualche minuto, abbiamo i nostri soliti passi che facciamo con qualsiasi tipo di musica (sorride), è ormai il nostro codice di ballo.

Molti concorrenti, anche delle passate edizioni, dicono che “Ballando” ha cambiato loro la vita… sta accadendo anche a lei?

Questa esperienza mi sta facendo scoprire una Martina più autentica e la bellezza di poter essere me stessa senza filtri.

A poche settimane dalla conclusione di “Ballando” si immagina sul podio?

So di voler arrivare in finale, la puntata del 20 dicembre la voglio fare (sorride).

Cosa emoziona, ancora oggi, Martina Colombari?

Le donne, le mamme, le mogli mie coetanee che mi fermano per strada e mi dicono che sono loro di esempio. Questo mi riempie di orgoglio perché la mia carriera è stata tutta alla luce del sole, sulle mie gambe. Il fatto che mi si riconosca questo percorso è molto bello e mi gratifica.

 

 

Ciao Ornella

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Una storia artistica legata da sempre alla Rai quella di Ornella Vanoni. La cantante milanese, protagonista di una carriera straordinaria lunga oltre sessant’anni, è stata interprete di brani divenuti pilastri della canzone italiana e internazionale: da “Senza fine” a “La musica è finita”, da “Una ragione di più” a “L’appuntamento” e ancora “Eternità” e decine di altri successi. La musica, il teatro con Giorgio Strehler, la prosa e la radio. L’esordio televisivo è del 1961 con “Giardino d’inverno” di Antonello Falqui, programma che decreta l’apprezzamento del pubblico per le doti canore di Ornella. Arrivano “Studio Uno”, le partecipazioni a “Senza Rete”, “Scala reale” e “Canzonissima” e a tanti altri fortunati show di prima serata che vedono impegnata Vanoni anche nel ruolo di conduttrice: da “L’appuntamento” con Walter Chiari a “Fatti fattacci” con Gigi Proietti e “Due come noi” con Pino Caruso. Otto le partecipazioni al festival di Sanremo, oltre 55 milioni i dischi venduti. Una popolarità mai venuta meno.

Ornella Vanoni in un’intervista al RadiocorriereTv del 2019

Quella con il suo pubblico è una lunga storia d’amore che dura da una vita. Come ha costruito questo idillio?

Questo rapporto nasce da tanti anni, dalla conoscenza di tanti pezzi ai quali il pubblico è affezionato. In concerto mi chiedono tutti “L’appuntamento”, “Domani è un altro giorno”, e parlo anche dei giovani, un cantante dura quando riesce a creare dei classici. Poi si rinnova facendo pezzi nuovi, ma i classici nel repertorio non devono mai mancare. Il pubblico viene ad ascoltarti perché è legato a te soprattutto per quelle canzoni.

All’origine del suo successo ci sono anche grandi autori, a chi si sente più legata?

Sicuramente a Gino Paoli, visto che oltre a essere un grande autore ne ero anche innamorata, poi i genovesi, i francesi. Allora c’erano dei bei testi, eravamo in pochi e quei pochi avevano brani di autori importanti ed erano loro stessi importanti. Oggi cantiamo in troppi.

Il suo è un repertorio ricco di hit, quali sono i brani che più la raccontano?

Se li ho cantati mi rappresentano tutti, in vari momenti della mia vita, della mia carriera. La cosa bella del fare musica dal vivo è che volendo è possibile cambiare anche la scaletta. Se i tuoi musicisti conoscono il tuo repertorio puoi dire: stasera non me la sento di cantare quel brano perché sono triste.

Ornella, cosa le piace cantare quando non è sul palco?

“Vecchio Scarpone” e le canzoni degli alpini, un repertorio veramente orrendo.

Cosa la emoziona nella vita di tutti i giorni?

Incontrare un paio d’occhi che brillano intelligenti.

Le capita spesso?

Raro, ma quando capita è molto bello.

Che cosa la diverte della sua professione?

Mi piace molto stare sul palco, anche perché non ho più paura. Un tempo, visto anche il mio fisico, non potevano capire che fossi timida, invece lo ero tanto, avevo una paura tremenda. Ora che me la posso godere e mi diverto mi dispiace lasciarlo. Mi accorgerò da sola quando non sarò più in grado. Siamo un Paese strano per le donne, di tanto in tanto leggo: ma perché la Vanoni sta sul palco alla sua età? Imbecille, ci sto perché canto bene, non sono un baule, ho ancora un fisico, perché non ci devo stare? Invece gli uomini non li criticano. L’Italia è molto maschilista.

 

 

25 NOVEMBRE

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Non sei sola

 

Numerose le iniziative editoriali televisive, radiofoniche e digital della Rai in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

 

Da lunedì 24 a sabato 29 novembre sono tante le iniziative messe in campo dalla Rai per celebrare la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, a partire dalla campagna istituzionale della Direzione Comunicazione, con lo spot realizzato in Piazza del Popolo a Roma per tenere viva l’attenzione sul drammatico fenomeno dei femminicidi nel nostro Paese. Protagonisti i canali tv e radiofonici, la piattaforma RaiPlay e i social del Servizio Pubblico. Un’offerta trasversale alle diverse direzioni e reti, per la tv si parte lunedì 24 alle 23.30 con “Storie di sera”, si prosegue martedì 25 con “Agorà”, “Restart”, “Elisir”, “È sempre mezzogiorno”, “Ore 14”, “Amore criminale”, “Sopravvissute”, “Porta a Porta”, il film “C’è ancora domani” di e con Paola Cortellesi. Giovedì 27 appuntamento con “Geo”, sabato 29 con il film “Mia” con Edoardo Leo. Ampia copertura della giornata da parte di tutte le testate giornalistiche, Tg e Gr, dal 25 novembre disponibile su RaiPlay Sound il podcast di Rai Radio “Chi ha ucciso Candi Candi?”. Tra i tanti programmi radiofonici in campo “Radio anch’io”, “Radio 2 staiSerena”, “Tutta la città ne parla”, “Sabina Style”. Numerosi i contenuti disponibili su RaiPlay, dal grande cinema d’autore (“La vita possibile”, “Nome di donna”, “L’amore rubato”, “La ciociara”, “L’amore che vorrei”, “Corpo unico”), ai documentari, dal teatro alle serie tv.