Film Tv

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Una famiglia, un uomo, un poeta

 

“Zvanì – Il Romanzo Famigliare di Giovanni Pascoli” di Giuseppe Piccioni, con Federico Cesari (Giovanni Pascoli), Benedetta Porcaroli (Mariù), Liliana Bottone (Ida), Luca Maria Vannuccini (Raffaele Pascoli) e con la partecipazione straordinaria di Riccardo Scamarcio (Pietro Cacciaguerra, il presunto mandante dell’omicidio di Ruggero Pascoli, padre del poeta) e di Margherita Buy (Emma Corcos), in onda martedì 13 gennaio in prima serata su Rai 1

 

 

La storia prende il via nel 1912: Giovanni Pascoli è morto e un treno parte da Bologna per le sue esequie con studenti, autorità e parenti, tra i quali la sorella Maria, chiamata Mariù. Il viaggio riflette il lutto del paese, dove persone di tutte le classi sociali rendono omaggio al poeta del quale – attraverso i ricordi di Mariù – viene ripercorsa la vita: l’assassinio del padre, la giovinezza segnata dalla povertà, l’impegno politico e il rapporto complicato con Giosuè Carducci. Ma, nonostante le difficoltà personali e politiche, Pascoli si laurea e, dopo anni, riabbraccia le sorelle. Vivono insieme, ma le dinamiche familiari sono tese: Ida, più indipendente, lascia il fratello per cercare una vita propria. Giovanni, famoso ma infelice, si ritira con Mariù a Castelvecchio, dove il treno che lo porta alla sepoltura attraversa uno spazio surreale, con apparizioni misteriose, come nelle sue poesie.

 

Oltre la polvere

Il regista – Giuseppe Piciconi – racconta il suo Pascoli

«Ho letto la bella sceneggiatura di Sandro Petraglia e ho deciso di fare questo film, senza preoccuparmi di collocarlo nella forma rituale del biopic. Ho cercato di fare un film personale, assecondando il mio istinto, che spesso ha le sue ragioni, una sua logica. Grazie al lavoro e alla complicità di Sandro Petraglia e alla sua disponibilità ho cercato di mettere a fuoco alcuni aspetti di molte poesie di Pascoli in cui il poeta e i defunti si parlano, arricchendo la cornice del racconto – il treno speciale che porta il feretro di Giovanni da Bologna a Barga dopo la sua morte – con intrusioni, apparizioni, un clima da dormiveglia, accantonando il realismo stretto, dove qualcosa di “pascoliano” si affianca ai personaggi presenti in treno. Qualche critico qualificato ha detto, a ragione, che alcune poesie che possiamo definire famigliari di Pascoli, sono sedute spiritiche. Così il viaggio si dilata, il treno non è più cronaca o funzione ma è in stretta relazione con il passato, le ellissi del racconto, i salti e il presente abitato da ricordi, visioni così come nel racconto del passato si intravede l’ombra del viaggio in treno, di un destino che si compie. Poi mi sono dedicato agli attori, soprattutto ai giovani attori del film, con la dedizione e la soddisfazione di sempre, e ho potuto sceglierli liberamente, senza pressioni o richieste particolari. Con passione uguale alla mia, si sono buttati con generosità in questa avventura. Abbiamo scelto di amare Pascoli, fino in fondo, e anche le sue sorelle e tutti i personaggi secondari, non trascurando alcune ombre e ambiguità, ma senza indulgere nel gossip, senza assecondare alcune morbose e facili interpretazioni della sua vita famigliare. Ho sempre amato Pascoli e ho approfittato di questa occasione per approfondire la conoscenza della sua biografia e dell’opera. Ho approfondito la conoscenza di Pascoli leggendo tutto quello che potevo, compresi gli scritti di Cesare Garboli e di altri critici del tempo e non, compresa la monumentale biografia scritta da Mariù, “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”, preziosissima, i numerosi e altrettanto preziosi consigli, contributi, libri e pubblicazioni di Rosita Boschetti, direttrice del Museo Casa Pascoli di San Mauro. Ringrazio anche Sara Moscardini per il sostegno e la vigile collaborazione nella Casa Pascoli di Barga. In tutti ho trovato, spunti, avvertenze, una mappa ragionata in cui orientarmi. Ho letto anche alcuni suoi poemi in latino, con l’aiuto del testo originale e della traduzione. Inevitabile omettere qualcosa, e operare qualche piccola forzatura così sterminata è la sua produzione poetica insieme a saggi, componimenti in latino, poemi e poemetti, canti, gli studi su Dante e tutto ciò che sua sorella Maria, ha raccolto negli anni, e che con la stessa meticolosità è stato sapientemente schedato e catalogato nel Museo Casa Pascoli di San Mauro e nella Casa Barga di Castelvecchio Pascoli. Cosa abbiamo cercato di fare? Beh, sicuramente mettere al riparo il poeta da facili semplificazioni che riguardano la sua vita, per altro smentite da una nuova ricca documentazione di lettere e testimonianze raccolte nel tempo. Poi dichiaro candidamente che il mio amore per Pascoli è senza riserve e che è tutto da rivedere il modo in cui gli studenti della mia generazione lo hanno studiato. Un modo riduttivo, spesso polveroso, solo come un poeta delicato e tragico, quello delle piccole cose, sottolineato dalla sventura che ha accompagnato la sua vita nel corso dell’infanzia e della giovinezza. In questo sono stato aiutato dal copione che circoscrive il racconto alle sue vicende famigliari, con il corrispettivo poetico di quelle vicende, in particolare al rapporto intenso, felice e insieme ambiguo, con le sorelle. Per semplificare abbiamo raccontato un periodo della sua vita che va dalla prima giovinezza fino ai suoi quarant’anni. Fino al suo arrivo, con Mariù, nella nuova casa di Barga dopo che l’altra sorella, la maggiore, Ida, aveva rotto il patto che legava i tre fratelli, il tentativo di Giovanni di ricreare IL NIDO, quella famiglia perduta e dispersa dopo la tragica morte del padre. Non ci sono tutti i luoghi vissuti e abitati dal poeta, i suoi amici lucchesi, il felice periodo di Messina, e poi Livorno, Firenze, e molto, molto altro. Sarebbe stato impossibile avendo solo 5 settimane a disposizione per girare.»

SECONDA SERATA

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Passaggio a Nord Ovest

 

 

Dal 12 gennaio il programma del sabato di Rai 1, ideato e condotto da Alberto Angela, andrà in onda anche il lunedì nella nuova collocazione oraria per raccontare le bellezze del nostro Paese e di località lontane insieme a incredibili storie di popoli e luoghi

 

 

Leonardo da Vinci lo definì “un capolavoro della natura”: è il gatto, l’animale domestico più presente nelle case degli italiani. Intelligente, autonomo, misterioso, estremamente agile, ma con una sublime grazia nei movimenti. Proprio al gatto sarà dedicata l’apertura del primo appuntamento in seconda serata di “Passaggio a Nord Ovest”, in onda da lunedì 12 gennaio su Rai 1. Il programma di Alberto Angela si sposterà poi in Sardegna per visitare la Necropoli neolitica di Sant’Andrea Priu, dove si trovano una ventina di tombe scavate nella roccia: sono le domus de janas. La parola Domus fa capire che le tombe riproducevano le fattezze di una bellissima casa, come se fossero la dimora per l’aldilà dei defunti. Invece Janas significa Fata o Strega: infatti secondo la tradizione popolare, all’interno di questi luoghi vivevano delle fate che tessevano con fili d’oro o d’argento ai telai, rimanendo di giorno all’interno e uscendo di notte. Il viaggio di “Passaggio a Nord Ovest” continua in Nepal, dove si trovano 8 delle 10 montagne più alte del mondo, terra che per questo motivo si presenta come un luogo inaccessibile. Nonostante sia stato avviato un programma di infrastrutture viarie, le regioni più remote restano raggiungibili solo affrontando grandi rischi: la puntata racconterà le storie e il coraggio di alcuni abitanti che percorrono le “strade” disponibili per l’approvvigionamento dei beni necessari. Nervi saldi, perseveranza e spirito di adattamento sono quindi fondamentali.

 

SECONDA SERATA

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Gli occhi del musicista

 

 

I suoni, le parole, la grande canzone italiana. Da martedì 13 gennaio torna su Rai 2 il programma condotto da Enrico Ruggeri

 

 

Dopo due stagioni che hanno offerto al pubblico musica di qualità e buone riflessioni sul passato e sul presente, torna in seconda serata su Rai 2, da martedì 13 gennaio, “Gli occhi del musicista”, il programma di Enrico Ruggeri scritto insieme a Ermanno Labianca. “Gli occhi del musicista” è un’esperienza coinvolgente e divertente, dove la musica assume il suo ruolo di linguaggio universale per esplorare l’attualità, ripercorrere la storia e trasmettere emozioni, legando la musica anche al cinema, alla letteratura e allo sport. Cinque puntate, ognuna incentrata su un tema diverso: l’amicizia, il viaggio, gli ultimi, la relazione tra il cinema e la musica, e la canzone intelligente, quella ironica, imprevedibile e poco allineata di tanti interpreti che verranno ricordati. Cinque appuntamenti con racconti e performance. In studio con Enrico Ruggeri, in questo viaggio nella musica, ci saranno Alice De André, giovane attrice e regista e l’attore e comico Vincenzo Albano. In ogni puntata una vera e propria rock band, formata da Francesco Luppi (tastiere e pianoforte), Davide Brambilla (tromba, flicorno, fisarmonica, tastiere), Sergio Aschieris (chitarre), Johnny Gimpel (chitarre), Phil Mer (batteria) e Mitia Maccaferri (basso), eseguirà brani iconici legati al tema della serata o accompagnerà gli ospiti durante le loro esibizioni, regalando performance uniche e irripetibili. Non mancheranno artisti musicali di grande rilievo che racconteranno le loro carriere e rifletteranno sul tema portante. “Gli occhi del musicista” è un programma Rai Cultura di Enrico Ruggeri e Ermanno. La regia è di Stefania Grimaldi.

 

 

Cinque domande a Enrico Ruggeri

 

In onda con la terza stagione di “Gli occhi del musicista”, che conduttore si sente?

Mi sento un padrone di casa che racconta storie di vita accompagnate da vera musica dal vivo.

 

La musica in tv, come raccontarla e valorizzarla?

Innanzitutto, serve una vera band, non dei professionisti che “tirano giù” i pezzi seguendo uno spartito, ma dei musicisti che arrangiano le canzoni come fossero alle prove di un concerto. Poi ci vuole qualcuno che, con parole appropriate, sappia creare interesse su una canzone prima di suonarla.

 

Che tipo di viaggio umano si può fare attraverso la musica?

La musica rappresenta il nostro bagaglio emotivo, la nostra Storia, la nostra crescita interiore: senza musica non c’è conoscenza di sé e del mondo.

 

Come vede il cantautorato contemporaneo?

La musica italiana è in buona salute: è stata messa all’angolo dagli algoritmi, dalla cattiva programmazione, dagli interessi di chi preferisce artisti senza cultura e consapevolezza, più manovrabili e sostituibili da altri in qualsiasi momento.

 

Come guardano, l’oggi, i suoi occhi da musicista?

Sono tempi di intolleranza, violenza e superficialità: io cerco di allargare la coscienza delle persone per renderle migliori.

 

 

MASSIMO LOPEZ

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Il mio segreto? Ascolto il pubblico

Da oltre quarant’anni è uno dei volti più amati e apprezzati in Tv come a teatro. Il suo sguardo è sinonimo di ironia, empatia e risate. RadiocorriereTv intervista l’attore marchigiano, giurato d’eccezione a «Tali e Quali», il venerdì in prima serata su Rai 1

 

 

Cosa significa far parte del mondo di «Tali e Quali»?

«Tali e Quali», come anche «Tale e Quale Show», sono un’isola felice. Sono stato chiamato da Carlo Conti nelle vesti di giudice speciale già nelle scorse edizioni e ho sempre avuto la sensazione di trovarmi in un ambiente decisamente familiare. Non professionisti dello spettacolo, ma persone che hanno voglia di mostrare il proprio talento, la propria passione, alla platea TV.

Che cosa le stanno lasciando i concorrenti di «Tali e Quali»?

In «Tali e Quali» i non professionisti sono molto interessanti. Per molti di loro la partecipazione al programma è un punto di partenza e, al tempo stesso, un punto di arrivo, un traguardo importantissimo. Sono motivati, perfezionisti, emozionati, emozionanti e danno sempre il massimo. Il mio ruolo di giudice, a dir la verità, non è molto semplice, perché per l’impegno che ci mettono tutti inserirli in una classifica, con un primo e un ultimo, è una bella responsabilità.

Come va con i suoi colleghi di giuria, Malgioglio e Marcuzzi?

La giuria è molto divertente, c’è intesa, complicità. Ovviamente il nostro è anche un ruolo al quale si richiede leggerezza e gioco. Quindi sì, si giudica, però poi bisogna anche divertire il pubblico e divertirsi.

Di Cristiano Malgioglio lei è anche provetto imitatore…

Mi diverto molto. Lui gradisce moltissimo la mia imitazione, che ogni volta nasce dall’improvvisazione, dal momento che si vive, senza che ci sia nulla di preparato o di organizzato. E poi non è solo la voce: posso imitare anche un atteggiamento, un gesto. Tutto deve nascere in maniera estremamente spontanea.

Una carriera di successo nella quale l’arte dell’imitazione ha avuto, e ha tutt’ora, un ruolo importante. Come si entra in un personaggio?

Non c’è una regola precisa, che si tratti di un personaggio da imitare o da studiare. Tutto nasce sicuramente dalla propria formazione: la mia, indubbiamente, è teatrale, nata piano piano, e in questo anche l’istinto ha il proprio motivo di essere e aiuta moltissimo. L’attore è una specie di merlo indiano, con la capacità di osservazione e imitazione del genere umano e, se vogliamo, anche degli oggetti inanimati. Quindi osservare, osservare e, nel caso dell’imitazione, cercare di riprodurre.

Quali sono i personaggi da lei vestiti che, nel corso degli anni, le sono rimasti maggiormente nel cuore?

Sono tanti, infiniti, perché tutti quelli che ho fatto, in qualche maniera, li ho scelti. Non ce ne sono che io abbia fatto senza voglia. Tra i tantissimi imitati ad ottenere grande consenso ci sono stati i papi, Maurizio Costanzo, i politici. Ancora oggi le imitazioni più richieste sono quelle dei pontefici.

Cosa deve avere un personaggio perché lei decida di “farlo suo”?

Il personaggio deve avere delle caratteristiche particolari nel parlare, nel gesticolare, qualche difetto, qualche tic. Particolarità che ti devono colpire, che devi osservare con una sorta di lente di ingrandimento, per poterle poi riprodurre.

Nel 2015 prese parte con successo a «Tale e Quale Show»: che ricordo ha di quell’esperienza?

Fu un’esperienza veramente fantastica. Mi sono sempre sentito pienamente a mio agio, con un ottimo padrone di casa, ma anche con compagni di gioco assolutamente empatici e divertenti. E poi ricordo l’impegno nel trasformarsi con il trucco, grazie a truccatori meravigliosi. Non dimenticherò mai quelle ore piacevolissime nelle quali assistevo alla mia trasformazione in un altro personaggio.

Cosa la diverte del mestiere dell’attore?

Tutto. Scelsi questo mestiere quand’ero ragazzo e sapevo di fare un po’ un salto nel vuoto: non c’era nulla di sicuro se non il mio desiderio di volerlo fare. Se mi si chiede quale sia stato il mio più grande successo, rispondo che è proprio il fatto di aver iniziato, con grande gioia ed entusiasmo. Da questo punto di vista mi sento un privilegiato: non per i traguardi raggiunti, ma per vivere ogni giorno il mestiere dell’attore, nuove sfide, nuovi personaggi.

TV e teatro: che spazio hanno nel suo cuore?

Spesso si fa il paragone fra la TV e il teatro. La televisione mi ha dato tantissime soddisfazioni, ma essere sul palcoscenico è forse la cosa più bella per il riscontro immediato che hai con la gente. Io ho bisogno di vedere il pubblico, di sentire il suo stato d’animo; vorrei addirittura avere le luci meno forti sul viso per poter intravedere i volti di chi ti sta ascoltando. C’è uno scambio fantastico. Il teatro è forse la cosa più bella, senza voler rinnegare tutto il resto.

Qual è il segreto per raggiungere il cuore del pubblico?

Non credo che ci sia un vero e proprio segreto. Probabilmente conta l’esperienza che vivi come attore, quanto tu riesca a coltivare il cuore del pubblico, a non deluderlo e a comprendere quello che cerca da te. Lo puoi capire soltanto nel tempo, viaggiando insieme, facendo spettacoli nei vari teatri. A volte è il pubblico stesso a suggerirti quale sia la linea da seguire. Il rapporto non è mai a senso unico.

La Preside

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Elogio della speranza

 

«La scuola può salvare una vita?» È la domanda alla base de La Preside, la nuova serie originale con Luisa Ranieri, presentata in anteprima ad Alice nella Città, dal 12 gennaio in prima serata Rai 1

 

 

Al centro del racconto una intensa e straordinaria Luisa Ranieri, nei panni di una dirigente scolastica appassionata e combattiva, e la “sua” scuola, un presidio di resistenza civile immerso in un contesto difficile, dove ogni studente che resta in classe rappresenta una conquista, un passo concreto verso il riscatto educativo e sociale di un intero territorio. Accanto a lei ci sono i “suoi” ragazzi, portatori di storie complesse, sogni fragili, passioni brucianti, canzoni e ferite aperte. Liberamente ispirata alla vicenda reale di Eugenia Carfora, preside di Caivano divenuta simbolo di coraggio e determinazione nella lotta contro l’abbandono scolastico, la serie racconta la missione di una donna visionaria e ostinata che, al suo primo incarico, sceglie consapevolmente di guidare l’Istituto Anna Maria Ortese di Napoli: una scuola segnata dal degrado e dall’emarginazione, stretta nel cuore di una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa, ma pronta a diventare un luogo di rinascita e speranza. Una vicenda potente e attuale, che restituisce valore al ruolo della scuola come presidio di legalità, speranza e futuro. È possibile salvare i ragazzi da un destino di criminalità e analfabetismo attraverso la scuola? Anche quando non vogliono essere salvati? Eugenia Liguori, 47 anni, ha un entusiasmo travolgente e un’incapacità totale di arrendersi, convinta che il cambiamento sia possibile. È per questo che, al suo primo incarico da preside, sceglie l’Istituto Anna Maria Ortese di Napoli: un vero inferno in terra. Situato nel cuore di una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa, l’Ortese è tristemente noto per l’assenteismo cronico degli studenti e per una carenza assoluta di risorse. Ma ciò che per chiunque altro sarebbe una sfida disperata, per Eugenia diventa una missione. Come ama ripetere: «quando le cose sono così brutte, è facile immaginarle più belle». Determinata a salvare quei ragazzi, Eugenia segue solo il proprio istinto, infrange le regole e si espone continuamente al pericolo, sostenuta unicamente dal suo entusiasmo contagioso. L’unico a condividere i suoi metodi è Vittorio, un insegnante di italiano appena arrivato dal Nord, affascinato dalla storia e dalla fama dell’Ortese.

Il commento del regista Luca Miniero

«Con “La Preside” ho avuto la possibilità di portare sullo schermo l’eccezionale storia della dirigente scolastica Eugenia Carfora, che con la determinazione di un’eroina ha creato un istituto superiore d’avanguardia a Caivano, proprio laddove la dispersione scolastica e la criminalità tra i giovani registrano numeri altissimi. Sono proprio i ragazzi il carburante che alimenta la preside nonostante le numerosissime difficoltà; i giovani sono il futuro, e ogni minuto perso è un ragazzo in meno sui banchi di scuola. Se lo ripete come un mantra la protagonista, e la sua tenacia e frenesia si esprime attraverso l’ampio utilizzo della macchina a mano, che la segue senza sosta tra le mura di una scuola che con forza e coraggio rimette in sesto giorno dopo giorno, coinvolgendo inevitabilmente anche lo spettatore. Quando la macchina si ferma invece, cogliamo le fragilità e le conseguenze emotive di un lavoro estenuante, con sfide che continuano anche tra le mura di casa. La fotografia di Francesco Di Pierro arricchisce di spessore e calore anche gli ambienti più brutali, ricercando la poesia attraverso tinte naturali. La dualità tra le due vite della protagonista, quella lavorativa e quella privata, sono sottolineate da una precisa scelta delle location: da un lato la famiglia a Portici, placida e con il suo sfogo sul mare, dall’altra San Giovanni a Teduccio (qui nelle vesti di Caivano), piena di ombre, misteriosa e affascinante. Il lavoro di scenografia di Giada Esposito è stato determinante per raccontare questa storia di speranza. La scuola, il cuore pulsante della vicenda, è il segno tangibile e visibile che le cose si possono cambiare: un pezzo alla volta la vediamo trasformarsi da discarica a moderno istituto superiore, e così anche i suoi studenti, contagiati dalla voglia di migliorarsi.

La serie è un racconto corale, e gli attori di questo incredibile cast hanno giocato un ruolo fondamentale nel dare verità e calore ad ogni personaggio, anche grazie ai costumi di Chiara Ferrantini che ne completano il ritratto. Luisa Ranieri, con cui avevo già lavorato, rappresenta perfettamente l’intricato spettro emotivo di questa forza della natura, e con lei Alessandro Tedeschi, Daniela Ioia, Enzo Casertano e Ivan Castiglione, che sono solo alcuni dei nomi che permettono a questa grande storia di arricchirsi di emozioni. Tra i giovani spicca l’ormai nota Ludovica Nasti, qui affiancata da un coro di nomi nuovi che riempiono lo schermo con il loro piglio fresco e talento.»

ORIGINAL

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Il dietro del dietro le quinte di Don Matteo

 

Un viaggio unico e divertente nel backstage della serie di punta di Rai 1. Già disponibile su RaiPlay

 

 

Per la prima volta Nino Frassica porta il pubblico dietro (ma proprio dietro!) le quinte della storica fiction. “Il dietro del dietro le quinte di Don Matteo” è un viaggio unico e divertente arrivato su RaiPlay in concomitanza alla messa in onda della prima puntata della quindicesima stagione della serie di punta di Rai 1, successo assoluto da venticinque anni. Tra ciak sbagliati, personaggi iconici e misteriose sparizioni, ogni episodio è un tuffo nel caos (spesso esilarante) della macchina produttiva. È così che, giorno dopo giorno, Frassica presenta al pubblico le figure professionali che animano il set svelando le imprese necessarie per mandare in onda la fiction più amata d’Italia. Accompagnano il format clip esclusive e interviste speciali ai grandi professionisti della serie, il tutto condito con tanta ironia e tanta assurdità. “Il dietro del dietro le quinte di Don Matteo” è una produzione Lux Vide per Rai Contenuti Digitali e Transmediali, direttore Marcello Ciannamea, condotto da Nino Frassica, regia di Massimiliano Sbrolla.

 

Il primo episodio

 

È il primo giorno di riprese della nuova stagione di “Don Matteo”, e Nino porta gli spettatori direttamente con lui sul set. Tra un ciak e l’altro, e una chiacchierata con il protagonista Raoul Bova, tutto sembra andare per il verso giusto. O quasi… perché Pippo sembra in crisi, e non sa più se vuole continuare a fare il sagrestano!

 

 

 

 

 

 

NUOVA EDIZIONE

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Tali e Quali 2026

 

 

Nicola Savino debutta alla conduzione dello show di Rai 1. Sul palco, a. contendersi la vittoria, imitatori dilettanti e semi-professionisti. In giuria Cristiano Malgioglio, Alessia Marcuzzi, Massimo Lopez e un quarto giudice a sorpresa. Da venerdì 9 gennaio in prima serata su Rai 1

 

 

Debutta venerdì 9 gennaio alle 21.30 su Rai 1 la nuova edizione di “Tali e Quali”, il varietà che per quattro settimane metterà al centro della scena imitatori dilettanti selezionati tra migliaia di video arrivati al programma. Per la prima volta alla guida della trasmissione ci sarà Nicola Savino. Sulla scia del successo di “Tale e Quale Show”, il nuovo anno televisivo si apre con un appuntamento dedicato a interpreti straordinari, ma non ancora noti al grande pubblico: persone comuni che avranno l’occasione di salire sul palco dei ‘Big’. Concorrenti selezionati non solo per le doti vocali e mimiche, ma anche per una somiglianza reale e immediata con i loro beniamini, elemento che ridurrà al minimo l’intervento di trucco e parrucco. In giuria Cristiano Malgioglio, Alessia Marcuzzi, Massimo Lopez, affiancati nella prima puntata da Carlo Conti. Il risultato atteso è un mix di emozione e divertimento. Le prime tre puntate ospiteranno 10 artisti a serata, i migliori due andranno direttamente al quarto appuntamento ‘Finale’, dove si sfideranno con i 4 Campioni delle edizioni precedenti del programma, tutti a caccia del titolo di ‘Campione di Tali e Quali 2026’. Nelle prime tre puntate farà il suo ingresso anche Carmen Di Pietro, che parteciperà alla gara nei panni di un concorrente “di fantasia”, che però dovrà imitare a sua volta un cantante famoso. Un doppio travestimento che promette di essere doppiamente esilarante… Immancabile l’iconico Ascensore che consentirà ad alcuni candidati esterni alla gara principale di proporsi alla giuria in pochi secondi, tentando di conquistare un posto tra i concorrenti titolari nella puntata successiva.

 

NUOVA EDIZIONE

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Sabato sera con The Voice Kids

 

Al via il 10 gennaio il popolare show di Rai 1 in versione junior condotto da Antonella Clerici. In giuria i coach Loredana Bertè, Arisa, Nek, Clementino e Rocco Hunt

 

 

Da sabato 10 gennaio, in prima serata su Rai 1, torna “The Voice Kids”, la versione junior del celebre talent show che premia le più belle voci del Paese tra i sette e i quattordici anni. Alla conduzione l’impareggiabile Antonella Clerici che accompagnerà il pubblico alla scoperta delle storie, dei talenti e dei sogni dei nuovi piccoli protagonisti. Al suo fianco, confermatissimi nel ruolo di coach dall’edizione senior, Loredana Bertè, Arisa, Nek, Clementino e Rocco Hunt. Una nuova stagione che si apre all’insegna della musica e del divertimento, con tanti ospiti che si alterneranno sul palco per gli ormai irrinunciabili duetti con i concorrenti e con i coach. Una formula vincente che, come di consueto, prende il via con le tradizionali “audizioni al buio” distintive del programma, con i coach di spalle che ascolteranno i piccoli concorrenti senza poterli vedere. Sarà solo la loro voce a doverli conquistare e, in quel caso, il coach potrà voltarsi per aggiudicarsi il concorrente in squadra. Se più coach si volteranno, invece, sarà il concorrente a decidere a chi affidare il proprio percorso. Nel corso delle quattro puntate di “Blind Auditions” ciascun coach potrà avvalersi del “Super Pass”, ovvero garantire ad un concorrente particolarmente talentuoso l’accesso diretto alla finale, e del “Super Blocco”, con cui impedire ad un altro coach di scegliere un concorrente. Al termine della fase di audizioni, ogni coach avrà una squadra formata da nove concorrenti, di questi solo tre raggiungeranno la finale che, il 14 febbraio, decreterà il vincitore dell’edizione. “The Voice Kids” sarà sempre disponile on demand su RaiPlay e visibile all’estero su Rai Italia. Già durante la messa in onda, su RaiPlay saranno disponibili i contenuti “on demand” di The Voice Kids: le clip di tutte le esibizioni dei cantanti, gli interventi degli ospiti e tutti i momenti più emozionanti da rivedere in tempo reale.

 

LA TV DELLE FESTE

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Ogni promessa è debito

 

 

Lunedì 5 gennaio, alle 21.30 su Rai 1, in diretta dall’Auditorium Rai di Napoli, Vincenzo Salemme sarà protagonista della sua nuova commedia, un progetto di Rai Cultura che porta ancora una volta il grande teatro in televisione, con lo stile inconfondibile dell’attore, drammaturgo e regista partenopeo

 

 

Una serata che celebra la forza del racconto dal vivo e il legame profondo tra palcoscenico e telespettatori, grazie all’estro creativo di Vincenzo Salemme che, da cinquant’anni, scrive, dirige e interpreta le proprie commedie, mantenendo vivo un modello di teatro popolare e d’autore raro nel panorama contemporaneo. Lunedì 5 gennaio, alle 21.30 su Rai 1, in diretta dall’Auditorium Rai di Napoli, Vincenzo Salemme porta in scena “Ogni promessa è debito”. Il voto religioso, la promessa di donare una cospicua cifra in danaro alla Santa protettrice del proprio paese, valgono comunque, anche se fatti da un sonnambulo in dormiveglia? È proprio quello che accade a Benedetto Croce, proprietario di una piccola pizzeria sulla spiaggia di Bacoli. L’uomo, a bordo di una barca, finisce sugli scogli, ritrovandosi disperso in mare insieme ai suoi figli e al suo cameriere di sala. Privo di sensi, per un colpo in testa, durante l’incidente, riesce a rivolgersi a Sant’Anna e lancia un messaggio alla radio di bordo: “vi prego, se venite a salvarci, io faccio un voto a Sant’Anna, prometto di donare 5.557.382 euro e 60 centesimi!” Una barca raccoglie il suo appello e li soccorre. Una volta tornato a terra sano e salvo, tutti gli chiedono conto di quel voto, ma lui non ricorda proprio niente, come accade a tutti i sonnambuli. Nessuno crede al suo sonnambulismo e tutti vantano diritti su quei soldi. Ma la domanda è una sola: perché decidere di donare una cifra così alta e soprattutto così precisa al centesimo? Questi soldi esistono o sono solo il frutto di una inspiegabile e oscura spinta dell’inconscio? Come farà Benedetto a districarsi fra tutte queste domande? Soprattutto come farà a sottrarsi alla regola non scritta nel codice legale, ma in quello dell’etica popolare che ci obbliga a rispettare le promesse solenni perché come sappiamo bene “ogni promessa è debito!!?”  La commedia è scritta, diretta e interpretata da Vincenzo Salemme. Il cast vede, inoltre, sul palco, in ordine alfabetico: Nicola Acunzo, Domenico Aria, Vincenzo Borrino, Sergio D’Auria, Oscarino Di Maio, Pina Giarmanà, Gennaro Guazzo, Antonio Guerriero, Geremia Longobardo, Rosa Miranda, Agostino Pannone e Fernanda Pinto.

 

Prima di noi

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Una famiglia, sessant’anni di storia: il racconto intimo di un Paese

Una saga famigliare, che attraversa la Storia e che diventa romanzo di formazione di una nazione intera. Da domenica 4 gennaio su Rai 1, “Prima di noi”. Il RadiocorriereTv ha incontrato Daniele Luchetti, regista insieme a Valia Santella, Linda Caridi e Andrea Arcangeli, rispettivamente Nadia Tassan e Maurizio Sartori, capostipiti della grande famiglia protagonista delle serie

 

 

Daniele Luchetti, regista

Il film attraversa sessant’anni di storia familiare e collettiva. Qual è stata la bussola narrativa di questo viaggio?

La bussola è stata fin dall’inizio Nadia Tassa, la capostipite di questa grande famiglia. Tutto parte da lei, da una scena quasi mitica: una notte di luna in cui chiede al cielo quale sarà il suo destino. Nadia incarna una forza originaria, un’energia che attraversa generazioni. Accanto a lei c’è però un’altra corrente, più oscura: quella rappresentata da Maurizio, l’uomo di cui si innamora. È un antieroe, in un’epoca in cui gli antieroi non erano ammessi. La sua fragilità, la sua depressione – allora senza nome – diventano una frattura che si propaga nel tempo. Il film nasce proprio dall’attrito tra queste due tensioni: l’euforia del costruire e la fatica di vivere. È un racconto più psicanalitico che politico, che parla delle nostre famiglie e, in fondo, delle origini emotive di questo Paese.

Quando i personaggi passano dalla pagina allo schermo e diventano davvero “vivi”?

Nel momento in cui arrivano gli attori. La scrittura può essere solida, strutturata, ma resta bidimensionale. È l’attore che la rende tridimensionale, che mette il personaggio in crisi, ne scopre le contraddizioni, gli impulsi istintivi. Se poi l’attore riesce anche a sorprenderti, è lì che il racconto prende veramente vita.

Linda Caridi

è Nadia Tassan

Cresciuta in un casale della campagna friulana insieme alla famiglia composta di sole donne perché gli uomini sono al fronte, Nadia Tassan è una sognatrice, crede in un futuro bellissimo nonostante gli orrori della Prima guerra mondiale. Quando si presenta alla sua porta Maurizio Sartori, un giovane soldato stanco e affamato che dice di essersi perso tra le montagne, non può non accoglierlo. Soltanto a lei Maurizio rivela di essere un disertore e questo segreto li unirà per sempre, sancendo l’inizio di una relazione che li porterà ad avere tre figli, Gabriele, Domenico e Renzo. La loro vita insieme non sarà facile, ma Nadia è una “costruttrice” che ripete a ogni crisi la certezza che troveranno “un modo per volersi bene” e continuerà a essere profondamente innamorata di Maurizio anche quando non lo avrà più al suo fianco. Il loro è un legame indissolubile.

Nadia è il motore della storia. Come trova la sua voce all’interno di un racconto così corale?

Nadia non deve trovare la sua voce: ci nasce. È una donna naturalmente a suo agio nel mondo, anche quando il mondo è difficile, ostile o doloroso. Questa sua naturalezza non elimina la fatica, ma le permette di attraversarla senza perdere slancio. È sempre in movimento, e nel muoversi trascina con sé tutto ciò che la circonda. È una forza vitale che non si spegne, nemmeno nei momenti più duri.

La storia inizia in Friuli, terra di confine. Che tipo di confini attraversa il suo personaggo?

Nadia vive costantemente “oltre”. Anche quando la vediamo tra le montagne, il suo sguardo è già proiettato altrove. Supera confini geografici, ma soprattutto emotivi: delusioni sentimentali, difficoltà materiali, solitudine. Eppure ha sempre con sé gli strumenti per affrontare tutto questo. Cerca di trasmettere a figli e nipoti una lezione semplice e potente: esiste il mostro, ma esiste anche la spada; c’è la paura, ma c’è anche il coraggio. In questo continuo equilibrio tra forze opposte, Nadia semina una fiducia che continua a ricadere su chi le sta intorno, come una pioggia leggera.

Andrea Arcangeli

è Maurizio Sartori

La sera in cui arriva al casale Tassan, Maurizio Sartori porta con sé il terrore della guerra e un segreto: l’abbandono dell’Esercito Regio dopo la ritirata di Caporetto, una colpa che lo tormenterà per tutta la vita e che, come un fantasma, perseguiterà i figli che avrà con Nadia e anche i nipoti. Maurizio è un “distruttore” e, pur trovando conforto tra le braccia di Nadia, continuerà a sentirsi un uomo in perenne fuga da tutto, compresi i figli, troppo diversi da lui, dal lavoro che perde in continuazione per colpa del suo brutto carattere e dell’alcol, dalle battaglie politiche a cui non crede, dai compagni. Capirà troppo tardi che solo l’amore, avrebbe potuto salvare lui e la sua famiglia

Maurizio è invece una figura irrisolta. In che modo è allo stesso tempo costruttore e distruttore?

Maurizio è un uomo che ama profondamente. A vent’anni incontra la donna che resterà il centro della sua vita. Ma è anche un uomo che soffre di una depressione che, all’epoca, non aveva strumenti per essere riconosciuta. Il suo conflitto è tutto interno: desidera costruire, ma non riesce a prendersi cura di ciò che ha. Non per cattiveria, ma per mancanza di linguaggio, di consapevolezza. La sua mente lavora contro di lui. Oggi potremmo leggere questa condizione attraverso la terapia o la psicanalisi; allora era solo un uomo perduto, incapace di dare un nome al proprio dolore.

Che tipo di eredità lascia una famiglia così complessa?

Spesso lasciamo un’eredità senza saperlo. A volte non è fatta di esempi positivi, ma proprio del contrario. Essere stati qualcosa fino in fondo, anche quando è stato distruttivo, può offrire a chi viene dopo la possibilità di scegliere un’altra strada. L’eredità, allora, non è imitare, ma avere il coraggio di deviare. Di trovare la propria direzione, senza essere prigionieri di quella che ci è stata consegnata.