Arbitro. Dal fischietto al VAR

Il calcio dalla parte di chi deve decidere. Nel documentario  scritto e diretto da Maurizio Pizzuto e prodotto da Comunikapp in collaborazione con Rai Documentari, l’arbitraggio si racconta attraverso memoria, innovazione e storie umane. In onda il 13 novembre in seconda serata su Rai 2. Un viaggio che porta oltre le decisioni in campo, alla scoperta della preparazione, dei dubbi e delle responsabilità di chi indossa la divisa

 

Siamo abituati a guardare il calcio seguendo il pallone. Tu hai scelto di seguire chi deve decidere. Da quale curiosità, o da quale incontro, è nato questo documentario?

Dalla curiosità di capire chi ci sia dietro una figura che tutti giudichiamo, spesso senza conoscerla. Dell’arbitro discutiamo una decisione, un rigore, un cartellino. Raramente ci domandiamo quale percorso lo abbia portato lì, come si prepari, che cosa provi quando entra in uno stadio. Con “Arbitro. Dal fischietto al VAR” ho voluto avvicinarmi a quella persona. Il calcio offre storie straordinarie anche quando si sposta lo sguardo di pochi metri dal pallone: l’arbitro vive ogni azione da protagonista, ma del suo mondo sappiamo ancora poco.

Il racconto comincia da Concetto Lo Bello e arriva fino alla sala VAR. Che cosa racconta questo percorso del modo in cui è cambiata l’autorevolezza dell’arbitro?

Lo Bello rappresenta un’epoca in cui la personalità dell’arbitro aveva un peso immediatamente riconoscibile. La postura, lo sguardo, il modo di stare in campo contribuivano a renderne autorevole la presenza. Oggi l’arbitro opera dentro un sistema molto più articolato, con una squadra di collaboratori e strumenti tecnologici che consentono di verificare alcune decisioni. L’autorevolezza passa anche dalla capacità di ascoltare, confrontarsi e correggersi. Rimane però una continuità: bisogna conoscere il gioco e sapersi assumere una responsabilità. Nessuno strumento può farlo al posto tuo.

Le immagini delle Teche Rai dialogano con le testimonianze di oggi. Quale materiale d’archivio ti ha sorpreso di più e ha contribuito a orientare il racconto?

Mi hanno colpito soprattutto le immagini di Concetto Lo Bello, per il modo in cui restituiscono la sua presenza sul terreno di gioco. Guardandole con attenzione si può osservare molto più di una decisione: il rapporto con i calciatori, le distanze, i gesti, l’atmosfera intorno all’arbitro. Il materiale delle Teche Rai permette di ritrovare anche un linguaggio del calcio. Nel documentario l’archivio aiuta a capire da dove veniamo e dà profondità alle testimonianze di oggi. Mette le generazioni in dialogo, lasciando emergere trasformazioni e punti di contatto.

Entrando dietro le quinte, quale aspetto della preparazione arbitrale ti ha colpito maggiormente?

La continuità dell’impegno. Noi vediamo l’arbitro durante la partita, mentre quel momento è il risultato di allenamento, studio, verifiche e confronto. Mi interessa molto il rapporto fra preparazione fisica e lucidità: devi arrivare vicino all’azione, leggere ciò che accade e decidere in pochissimo tempo, magari dopo una corsa impegnativa. Poi c’è la disponibilità a rivedere il proprio lavoro. L’errore va analizzato, compreso, portato dentro la preparazione successiva. È una disciplina che richiede costanza, anche quando non c’è nessuno a guardarti.

Un arbitro deve anche leggere le tensioni, gestire le proteste e trovare le parole giuste. Che cosa hai scoperto dell’importanza della comunicazione sul terreno di gioco?

Che conoscere il regolamento è indispensabile, ma bisogna anche saper stare dentro le relazioni. In campo ci sono agonismo, fatica, delusione e talvolta rabbia. Una parola detta nel momento giusto può evitare che una tensione cresca; un gesto può rendere più comprensibile una decisione. L’arbitro deve capire quando spiegare, quando ascoltare e quando chiudere il confronto. È un equilibrio difficile, perché tutto avviene sotto pressione. Questa capacità di leggere le persone è una parte importante del mestiere e dalla televisione non sempre riusciamo a coglierla.

Qual è la tua opinione sul VAR e su come ha cambiato il nostro modo di vivere il calcio?

Penso che il VAR sia uno strumento prezioso, ma che intorno alla tecnologia si sia creata un’aspettativa di infallibilità difficile da soddisfare. Poter rivedere un’azione aiuta, mentre interpretarla resta una responsabilità umana. Da spettatore capisco l’impazienza di chi aspetta una decisione e il disorientamento di chi esulta per un gol e poi deve trattenere la gioia. È cambiato anche il modo di vivere emotivamente una partita. Credo che la sfida sia rendere le decisioni più comprensibili al pubblico, mantenendo al centro la competenza dell’arbitro. La tecnologia può sostenerlo, ma il rispetto per il suo lavoro deve esserci anche quando una scelta continua a far discutere.

Dopo questo lavoro, come è cambiato il tuo sguardo sul rapporto tra tecnologia, errore e responsabilità?

Sono diventato più consapevole della distanza fra vedere un’immagine e interpretare un episodio. La tecnologia offre un aiuto prezioso, consente di ricostruire meglio molte situazioni e di correggere determinati errori. Ci sono però azioni nelle quali resta una valutazione umana. Credo che comprenderlo renda anche il confronto sul calcio più serio. Possiamo discutere una scelta, cercare una spiegazione, dissentire. La responsabilità dell’arbitro rimane, così come rimane la nostra responsabilità nel modo in cui lo giudichiamo.

Attraverso le storie di Luana Ercolessi, Maria Sole Ferrieri Caputi e Giulia Tempestilli racconti anche il percorso delle donne nell’arbitraggio. Quali ostacoli e quali cambiamenti emergono dalle loro esperienze?

Le loro storie permettono di guardare a un cambiamento attraverso percorsi personali, fatti di preparazione, determinazione e occasioni conquistate. Per una donna, entrare in un ambiente a lungo considerato maschile significa confrontarsi anche con aspettative e pregiudizi che precedono qualsiasi prestazione. Il rischio è che si continui a parlare del fatto che sia una donna, prima ancora di valutarne il lavoro. Dare spazio a queste esperienze significa riconoscere competenze e passione. E significa mostrare alle ragazze che quel percorso esiste, che possono immaginarsi anche in quel ruolo.

Nel finale incontriamo Michele, che entra in campo in carrozzina per arbitrare. Come hai conosciuto la sua storia e perché hai scelto di affidarle la conclusione del documentario?

La storia di Michele Croce mi è arrivata per caso, attraverso un comunicato stampa, proprio mentre stavo pensando a questo docufilm. Mi ha colpito subito: nella sua passione per l’arbitraggio ho trovato qualcosa che desideravo raccontare, il legame profondo fra una persona e il suo desiderio di essere parte del gioco. Ho scelto di affidargli il finale perché la sua esperienza racchiude il senso umano di questo viaggio. Michele entra in campo in carrozzina per arbitrare, con l’impegno e la responsabilità che quel ruolo richiede. Volevo che il pubblico incontrasse soprattutto questo: un arbitro che ama ciò che fa. Mi sembrava il modo più vero per concludere il documentario e lasciare un’emozione capace di accompagnare lo spettatore anche dopo l’ultima immagine.

Hai voluto dedicare il documentario anche agli arbitri che hanno subito violenza. Perché hai sentito il bisogno di farlo?

Ho voluto fare una dedica speciale al giovane arbitro di diciannove anni ferito recentemente a Ischia e a tutte le donne e gli uomini che hanno subito violenza mentre dirigevano una partita. Raccontando questo mondo, ho sentito il bisogno di esprimere anche la mia vicinanza a loro. Penso a chi esce di casa per vivere la propria passione sportiva e torna con una ferita, con la paura, magari chiedendosi se valga la pena continuare. Sono persone che meritano rispetto e tutela. Nella dedica ho voluto scrivere una cosa molto semplice, che per me racchiude il senso del documentario: dietro ogni fischio c’è una persona. Nessuna decisione di gioco può giustificare un’aggressione.

Dopo 53 minuti trascorsi dalla parte di chi deve decidere, che cosa vorresti cambiasse nello sguardo del pubblico al prossimo fischio dell’arbitro?

Vorrei che, prima della protesta, ci fosse un istante di attenzione in più. Che si riuscisse a vedere la persona, la preparazione e la difficoltà di quella scelta. Il dissenso fa parte del calcio, ma possiamo esprimerlo senza umiliare nessuno. Penso soprattutto agli arbitri dei campi di periferia, spesso giovanissimi, che cominciano questo percorso lontano dalle telecamere e dalle protezioni del grande calcio. Se il documentario riuscisse a far nascere un po’ più di rispetto anche verso uno solo di loro, avrebbe raggiunto un risultato a cui tengo molto.