Alessandro Tedeschi

L’altro? Un altro te stesso

 

Nella serie “La Preside”, il lunedì in prima serata su Rai 1, è il professore di italiano convinto che la scuola debba rappresentare per i ragazzi un’occasione di riscatto, salvezza e futuro. L’attore genovese al RadiocorriereTv: «Tra i banchi ci si avvicina, piano piano, alla propria identità»

 

 

Cosa ha pensato quando le è stato proposto di fare parte de “La Preside” con un ruolo così importante?

Ho pensato di essere molto fortunato, perché ogni tanto ci sono dei ruoli di cui c’è bisogno, per la gente che ti guarda ma anche per te come attore, perché ci sono personaggi che in qualche modo ti puliscono un po’ l’anima, ti svegliano, ti aprono dei punti di vista che magari non fanno parte della tua vita. Secondo me Vittorio è uno di quelli. La sua tenacia, la sua caparbietà, mai in qualche modo coercitiva coi ragazzi, ma sempre volta a stimolarli in un modo costruttivo, creativo, sono una cosa molto bella da indagare.

 

Come è stato l’incontro, tra le pagine della sceneggiatura, con il suo Vittorio Leoni?

Ho pensato che avesse un filo molto semplice da trovare perché è scritto molto bene e quando un personaggio è scritto bene non ci sono lati oscuri, è molto semplice calarcisi dentro. Oltre a essermi divertito leggendo, ho pensato di trovarmi di fronte a un uomo che aveva bisogno, per se stesso, di aiutare. E ci sono anche delle battute che ce lo dicono: l’unico modo per rendersi felici è l’azione. Anche gli analisti, se sei depresso, ti spingono ad agire, a fare qualcosa. E secondo me è quello che un po’ fa Vittorio quando arriva a Caivano.

 

Cosa ha dato a Vittorio della sua esperienza di uomo e di padre?

Il fatto di non arrendersi mai quando non vedi dei miglioramenti immediati, e questo a volte da padre è difficile, vorremmo sempre che i nostri figli fossero all’altezza delle nostre aspettative. Non fare sentire questo peso è una gran cosa per loro, in modo da permettergli di vivere la loro infanzia, la loro adolescenza, con più serenità.

 

Nella serie la scuola viene definita quasi un luogo sacro. Perché questa sacralità è così importante?

La scuola è un luogo dove un ragazzo, soprattutto nella fascia di età che indaghiamo nella serie, ma anche un bambino, inizia ad avvicinarsi, ad accarezzare, quella che sarà la sua identità: è un luogo dove piano piano ci si scopre. Spesso in famiglia sono i nostri genitori ad attribuirci un’identità, la scuola è un posto di passaggio dove i ragazzi, i bambini, iniziano a conoscersi, a capire che tipo di “animali” sono. Lo fanno in mezzo agli altri, con quello che studiano, con il rapporto con adulti che non sono i propri genitori. La scuola è un luogo dove ci si avvicina piano piano alla propria identità.

 

Tra i suoi professori ce n’è stato uno che in qualche modo le ricorda Vittorio?

È stato un professore di lettere in un liceo a Milano, scuola che frequentai per sei mesi una volta trasferitomi da Genova, era un ex giornalista e diceva una sorta di aforisma da lui stesso creato che secondo me sta benissimo a Vittorio: “Quando insegno sogno”.

 

Cosa cercano i ragazzi oggi?

Credo che cerchino l’immediatezza, tutto confluisce in quello. E penso che non sia così solo per i ragazzi, ma per tutto il genere umano. Tutto è cambiato, a partire dalle lunghe distanze che ci volevano per raggiungere un posto, dagli iter di studi necessari per raggiungere un posizionamento. L’uomo cerca il massimo rendimento con il minimo sforzo…

 

L’uomo ha “perso” la pazienza…

Abbiamo costruito una tecnica che ci facesse soddisfare i nostri desideri per arrivare prima alle cose. E tutto, in qualche modo, sta andando in questa direzione. Senza troppo giudizio, si stanno riducendo i tempi dell’attesa per ottenere le cose. Penso che ragazzi vogliano immediatamente e siano poco disposti a cedere a compromessi. Ma non è colpa loro, è la società in cui noi li abbiamo traghettati.

 

Quale tassello rappresenta “La Preside” nella sua carriera d’attore?

Una cosa molto bella. Andare a lavorare circondato da tanti bravi artisti, dal punto di vista tecnico, attoriale, registico, una squadra di livello altissimo, quindi una grande deresponsabilizzazione della recitazione. La fatica è stata quella di essere arrivato a fare, e a vincere, quel provino, poi, quando lavori in contesti meravigliosi fatti da professionisti che parlano la tua lingua, basta abbandonarsi. Mi sono abbandonato al contesto in cui ero perché mi sentivo protetto.

 

All’uomo Alessandro, invece, cosa resta alla fine di questa esperienza?

Una sensazione di benessere che c’è nell’aiutare gli altri, ma non parlo dei componenti della tua famiglia, perché quello è un dovere, parlo delle persone che non si conoscono. Considerare l’altro come te stesso, come un tuo simile, come un tuo figlio. Questa visione più ampia è quella che mi vorrei portare dietro di Vittorio.