MARCO FERRAZZOLI
La vita controcorrente di Giovannino Guareschi
Con “Ho imparato a dire no (Ma c’è voluta una guerra)”, edito da Rai Libri, l’autore ripercorre la vita del creatore di don Camillo e Peppone attraverso le scelte con cui difese la propria libertà: dalla prigionia nei lager nazisti al carcere, fino alla chiusura del suo giornale “Candido”. Studioso di Guareschi e consulente della fiction Rai appena trasmessa, Ferrazzoli racconta anche l’uomo e il padre
Da quale idea ha preso forma “Ho imparato a dire no (Ma c’è voluta una guerra)”?
Studio Guareschi da molti anni. Quando è cominciato il lavoro di consulenza per il film sono tornato sui suoi scritti e sulla sua storia, e ho ripreso ad approfondirli. Da lì è nata l’idea di accompagnare il film con un libro. Il film racconta dieci anni importantissimi della sua vita; il libro, invece, attraversa l’intera vicenda esistenziale di Guareschi. Offre quindi un’altra possibilità per conoscerlo.
Il titolo racchiude una precisa scelta morale. Quali sono stati i “no” che hanno segnato più profondamente la sua vita?
I primi segnali del suo carattere si vedono già prima della guerra, quando lavorava al “Bertoldo”. Era un vignettista e un umorista capace di suscitare grande affetto, ma anche di risultare scomodo. Poi arriva il “no” che lo porta a diventare un internato militare italiano. Un altro rifiuto fondamentale riguarda la vicenda delle lettere attribuite a De Gasperi, con cui si chiude anche il film. Dopo il processo, Guareschi decide di non presentare né domanda di appello né domanda di grazia e affronta il carcere. Non vuole compiere alcun gesto che possa dare l’impressione di riconoscersi colpevole per quella pubblicazione.
Nel libro racconta anche una fase in cui, invece, sono gli altri a dire “no” a Guareschi. Che cosa accade?
Negli ultimi anni della sua vita viene progressivamente isolato. Aveva già dovuto lasciare la direzione del “Candido”, perché si voleva una linea più morbida. In seguito, il giornale chiude. È un passaggio significativo della sua storia: dopo tanti “no” pronunciati personalmente, Guareschi si trova a fare i conti con i rifiuti e le pressioni che arrivano dall’esterno.
Possiamo dire che la sua vita sia stata una testimonianza concreta del prezzo della libertà?
Sì. Se pensiamo al giornalismo, sono pochissimi i giornalisti che sono andati davvero in carcere per ciò che hanno scritto e pubblicato. Ci sono state altre detenzioni, ma molto più brevi, a volte quasi simboliche. Guareschi ha pagato un prezzo altissimo per la libertà di stampa nella storia repubblicana. Basterebbe questo a farci capire quanto fosse disposto a sostenere le proprie scelte.
Rai 1 ha appena trasmesso “Non muoio neanche se mi ammazzano” di Andrea Porporati, lei ha collaborato alla sceneggiatura ed è stato consulente: quale Guareschi sentivi fosse indispensabile portare sullo schermo?
Sentivo che fosse necessario mostrare due aspetti che, in realtà, coincidono. Il primo è il Guareschi della testimonianza politica: un uomo per il quale la libertà è un valore fondamentale e che vive il proprio impegno come una responsabilità. Le sue prese di posizione appartengono a un momento decisivo della storia italiana, in cui erano in gioco anche il futuro della democrazia e le scelte del Paese.
L’altro aspetto è il Guareschi umano e familiare. Quanto contano gli affetti nella sua storia?
Contano moltissimo. Il film mostra che dietro il suo impegno morale, dietro i suoi “no”, c’è anche il pensiero della famiglia e dei figli. E mette in luce la forza di sua moglie Margherita, che lo sostiene e che, a volte, deve anche sopportare le conseguenze delle sue decisioni. Prima il lager e poi il carcere la lasciano sola con i figli, in condizioni assolutamente non facili. È una parte della storia che non possiamo trascurare: senza la forza di Margherita, Guareschi non sarebbe riuscito a fare tutto quello che ha fatto.
C’è un aspetto della sua personalità che, secondo lei, il film è riuscito a restituire in modo particolarmente autentico?
Proprio il legame tra la dimensione pubblica e quella privata. Di Guareschi conosciamo il personaggio, le battaglie, i libri, ma conosciamo molto meno l’uomo. Credo che uno dei meriti principali del film sia mostrare come queste due dimensioni stessero insieme. Siamo prima di tutto esseri umani, poi svolgiamo un lavoro. Per me è un punto essenziale per capire anche le sue scelte.
Ha conosciuto personalmente i figli di Guareschi. Che cosa l’ha colpita del modo in cui hanno custodito la memoria del padre?
Non sono molti i figli di personaggi pubblici che si prendono cura di un patrimonio letterario e documentario con tanta precisione e continuità. Per chi, come me, studia Guareschi e cerca di approfondirne l’opera, questo lavoro ha rappresentato un riferimento preziosissimo. Per fortuna la cura di questa memoria prosegue anche nelle nuove generazioni. In particolare, due figlie di Alberto continuano e continueranno a portare avanti questo impegno.
Il rapporto con Alberto e Carlotta le ha permesso anche di ritrovare, nelle persone reali, la famiglia raccontata da Guareschi?
È stata un’esperienza straordinaria. Alberto e Carlotta, anche da adulti, conservavano qualcosa dei personaggi letterari del “Corrierino delle famiglie”. Alberto era più riservato e composto; Carlotta è rimasta spigliata, spiritosa, caustica. Sono due aspetti che convivevano anche nel carattere del padre: Guareschi poteva passare da una battuta irresistibile a un momento molto più pensoso. La mia passione per lui nasce da bambino. Prima ancora di leggere le storie di don Camillo, leggevo il “Corrierino delle famiglie”. Quelle vicende erano trasformate dalla scrittura, ma partivano anche dalla vita familiare. Incontrare poi Alberto e Carlotta e riconoscere in loro i tratti di quei personaggi è stato davvero emozionante.
Dopo la fiction e attraverso le pagine del suo libro, quale Guareschi vorrebbe che il pubblico riscoprisse?
Innanzitutto l’uomo libero. La sua opera letteraria resta importantissima, ma Guareschi è anche una porta d’ingresso per comprendere la complessità della storia italiana del Novecento. È una storia che conosciamo sempre meno, soprattutto nelle nuove generazioni. A volte idealizziamo il passato e immaginiamo che allora si stesse meglio. La vita di Guareschi ci ricorda che anche quella stagione era attraversata da problemi profondi e da questioni politiche molto serie. Riscoprire lui significa anche tornare a interrogarsi su quel periodo senza semplificarlo.