ELEONORA DANIELE

“Le cose che non sai”, le radici familiari diventano racconto televisivo

La conduttrice approda alla divulgazione storica e genealogica con la nuova prima serata di Rai 3, al via giovedì 10 settembre alle 21.20. Ospiti della prima puntata Claudia Gerini e Massimo Giletti. Un debutto che si affianca al ritorno di “Storie Italiane” dal 7 settembre su Rai 1 e alla conferma autunnale di “Storie di sera”

“Le cose che non sai” segna il suo esordio in un nuovo genere televisivo. Come nasce questo progetto e che cosa l’ha conquistata fin dall’inizio?

Mi ha conquistato tutto quello che stiamo scoprendo. Mi ha incuriosita la possibilità di entrare nelle storie familiari attraverso gli alberi genealogici, i documenti, le lettere e le fotografie. È un viaggio che permette di riportare alla luce vicende spesso rimaste nascoste per molto tempo.

Alberi genealogici, documenti, lettere e fotografie richiedono un lavoro di ricerca molto accurato. Quanto è stato impegnativo ricostruire queste storie?

È un lavoro immenso, che richiede grande attenzione e responsabilità. Quello che ricostruiamo riguarda anche ciò che abbiamo il dovere di trasmettere ai nostri figli. Mi piaceva inoltre l’idea di attraversare una parte della storia contemporanea con le donne, i genitori e le famiglie di personaggi molto conosciuti. Sono storie che mi hanno coinvolta e, in alcuni casi, anche profondamente colpita.

Come dialogano scienza, memoria e racconto televisivo?

 

Il racconto televisivo passa attraverso diversi elementi. Grazie alle Teche della Rai sono stati trovati filmati incredibili, legati anche all’infanzia dei genitori o dei nonni dei protagonisti. Ci sono poi immagini e materiali inediti che permettono di ricostruire le storie delle famiglie. È un lavoro realizzato attraverso gli inviati, i filmmaker, i giornalisti, i registi e i ricercatori di immagini. Tutte queste professionalità continuano ad avere un ruolo fondamentale nella costruzione del racconto televisivo. Mi fa paura pensare che un giorno un lavoro così importante possa essere sostituito da macchine senz’anima.

Attraverso quali criteri sono stati scelti i protagonisti delle diverse puntate?

Si è lavorato molto sulla scelta dei personaggi. Alcuni avevano storie familiari significative da riportare alla luce, altri desideravano da tempo approfondire le proprie origini e conoscere meglio il percorso della loro famiglia. Per partecipare a un progetto del genere bisogna donarsi molto. Non è facile, perché significa parlare di sé, dei propri genitori, dei nonni, della propria storia e anche delle difficoltà che la famiglia ha dovuto affrontare.

È emersa qualche scoperta capace di cambiare o arricchire l’immagine pubblica che avevamo di uno dei protagonisti?

Alcune storie mi hanno davvero sorpresa. Con alcuni dei protagonisti mi sono lasciata andare e anche io e ho vissuto almeno due momenti di grandissima emozione. Ho visto lacrime, ascoltato racconti intensi e condiviso emozioni profonde. È stata un’esperienza molto bella, soprattutto dal punto di vista umano. Mi sono affezionata ad alcuni dei percorsi che abbiamo compiuto insieme.

Che cosa vorrebbe restasse al pubblico al termine di ogni puntata?

Vorrei che restassero soprattutto il senso del superamento e la possibilità di identificarsi nelle storie raccontate. Quando guardiamo un film, una sitcom o qualsiasi prodotto audiovisivo, spesso ci riconosciamo nei personaggi. In questo programma l’identificazione assume anche un valore storico. Il pubblico può ritrovare qualcosa di sé nella vicenda di un nonno, di un genitore, di un trisavolo o di un cugino. Accanto all’identificazione c’è il superamento. Le storie mostrano come sia possibile attraversare un avvenimento doloroso o una tragedia e andare oltre. Il tempo aiuta a superare ciò che è accaduto, ma andare oltre non significa dimenticare. Significa conservare la memoria storica e riconoscerne il valore per il nostro presente e per la nostra democrazia.

Per lei si annuncia un autunno particolarmente intenso, con il ritorno di “Storie Italiane” e “Storie di sera” accanto a questa nuova prima serata. Come si prepara a conciliare impegni, linguaggi e registri televisivi così diversi?

In realtà utilizzo sempre la stessa modalità di conduzione, anche se cambiano le storie, gli orari e i programmi. Naturalmente si tratta di linguaggi e registri televisivi molto diversi e può cambiare il tono con cui si affronta un argomento. Rispetto alla cronaca, per esempio, in alcuni racconti può esserci un differente tipo di leggerezza. Credo però che il segreto stia nello scandire i ritmi e, soprattutto, nel comprendere davvero ciò che si sta ascoltando. Non si può affrontare tutto con leggerezza, così come non si può affrontare tutto con pesantezza. Bisogna riconoscere i chiaroscuri e dipingere il proprio quadro. È quel quadro che poi mostriamo al pubblico attraverso tutte le sue sfumature.