Tinto Nicola Prudente

Uno di loro

Dopo anni di viaggi e racconti dell’Italia, il conduttore di “Linea Verde”, insieme a Margherita Granbassi, racconta il suo legame con il territorio, le persone e il valore delle storie autentiche che incontra ogni giorno grazie al programma. Tra borghi, agricoltura, tradizioni e incontri umani, ricorda come il vero patrimonio del Paese siano soprattutto le persone: «Il tesoro nascosto dell’Italia sono le persone». La domenica alle 12.20 su Rai 1

 

Dopo tanti viaggi, oggi come vive questo lavoro?

Oggi, a parte magari un po’ di nostalgia di casa, posso dire che faccio un lavoro bello, interessante. È qualcosa che non cambierei mai. Ho avuto anche la fortuna, durante alcune trasferte quando facevo “Camper”, di poter portare con me i miei figli: sono esperienze che ti arricchiscono. Ho girato praticamente tutta Italia e mi piacerebbe un giorno fare lo stesso in Europa. Sarebbe bello, anche professionalmente.

Una “Linea Verde… in Europa” …

Sarebbe davvero interessante, ma è chiaro che a livello produttivo sarebbe un impegno enorme. Un conto è andare a Terracina, un altro è organizzare una produzione a Londra o in altri Paesi. Però le idee camminano, magari un pezzettino alla volta. Intanto continuiamo con quello che facciamo con “Linea Verde”: raccontare il bello del nostro Paese.

Dopo tanti viaggi, qual è secondo lei il vero tesoro nascosto dell’Italia?

Su questo non ho dubbi: le persone. È la gente che rende unico il nostro Paese e, in un’epoca fatta di intelligenza artificiale e algoritmi, dove tante cose sono teoriche e lontane, tu puoi ancora stringere la mano a un agricoltore e toccare con mano la fatica, la creatività e la passione del suo lavoro. Ogni trasferta per me non è mai solo stanchezza, perché incontro persone straordinarie. La settimana scorsa eravamo a Siracusa, in un’azienda che produce miele, e volevano addirittura farci restare a cena.  Noi non siamo conduttori che arrivano con il van, il camerino e creiamo una distanza dal pubblico. Il nostro approccio è diverso, sembriamo “uno di loro”. Ed è il modo migliore per stare vicino alle persone e comprenderle davvero.

C’è un incontro umano che l’ha colpito più degli altri?

Ce ne sono tantissimi. Ti racconto dei ragazzi che ho conosciuto in Sicilia, che hanno cambiato completamente un luogo comune, quello secondo cui un giovane deve studiare, andare all’università, fare carriera in una grande città. Io mi sono laureato nel 2000, in quegli anni sembrava quasi naturale pensare alla city, alla pubblicità, alla carriera. Loro invece hanno scelto un’altra strada: hanno guardato alla terra.

Durante la pandemia hanno capito che il loro futuro non era nella metropoli, ma in un’agricoltura nuova. Hanno recuperato terreni che un tempo erano abbandonati e hanno creato un’azienda moderna, usando anche internet, l’e-commerce e tecnologie come droni e innovazione agricola. Coltivano pomodori di Pachino, ma anche avocado, mango, papaya: colture che fino a qualche anno fa sembravano impensabili in Sicilia. Mi ha colpito la loro energia, il coraggio e soprattutto la gioia nei loro occhi.

Questo le fa guardare al futuro con più fiducia?

Sì. L’Italia è fatta di grandi città, ma soprattutto di piccoli borghi. Io sono una persona curiosa, mi piace lasciarmi sorprendere dai luoghi. Quando arrivo in un paese non sono uno che prende il telefono e guarda solo la mappa. Preferisco parlare con qualcuno per strada, magari con un anziano del posto. Gli chiedo: “Come va? Mi sa indicare questa strada?”. Da lì nasce un incontro. La tecnologia spesso tende a isolarci, invece io ho bisogno dell’energia delle persone, quella che mi nutre davvero.

C’è ancora la magia della televisione nei piccoli paesi?

Assolutamente sì. Nei piccoli borghi quando arriva una troupe televisiva, le persone si emozionano ancora, perché esiste ancora un rapporto speciale con chi racconta le loro storie.

Ha incontrato anche stranieri che hanno scelto di vivere in Italia. Come ci vedono?

Vedono soprattutto la parte bella del nostro Paese: la storia, il paesaggio, la cultura, il patrimonio enorme che abbiamo. Ho conosciuto una famiglia svizzera che negli anni Settanta ha recuperato un casale in Toscana e già allora parlava di sostenibilità. Oggi sembra normale parlare di agricoltura sostenibile, ma farlo tanti anni fa era una scelta coraggiosa. Poi certo, anche loro incontrano le difficoltà italiane, la burocrazia, le complicazioni. Però alla fine la passione per il bello supera tutto.

La cucina italiana è patrimonio UNESCO. Qual è il gusto che sente più suo?

La cucina semplice. Ho avuto la fortuna di mangiare dai più grandi chef stellati, da Massimo Bottura a Chicco Cerea e Carlo Cracco, ma tutti alla fine riconoscono una cosa: la vera cucina italiana nasce dalle case, dalle nonne, dai piatti poveri e di recupero. La carbonara, le orecchiette con le cime di rapa, la pappa al pomodoro: sono piatti che hanno attraversato il tempo. Sono come un paio di jeans che non passano mai di moda. Il vero patrimonio è qualcosa che appartiene a tutti, non solo ai grandi chef. È la cucina delle nostre famiglie.

Fuori dalle telecamere, chi è Tinto nel quotidiano?

In realtà sono molto simile a quello che vedete in televisione. A casa sono il pazzerello della famiglia. Ho due figli, Davide ed Eleonora. Lei mi somiglia molto, è creativa e quest’anno andrà al liceo artistico. Davide invece è più riflessivo e andrà al classico. Mia moglie non fa parte del mondo dello spettacolo, insegna spagnolo, è molto riservata ed è completamente diversa da me. Io sono quello che vedete a “Linea Verde”: spontaneo, curioso, espansivo. Mi piace la semplicità, non cerco cose sofisticate. Vivo una vita normale, mi piace stare con la famiglia, cenare insieme, leggere un libro e bere un bicchiere di vino.

Per essere “Tinto” ha bisogno di molta energia. Dove la trova?

Una volta Monica Caradonna ha detto che quando entro in una stanza la illumini con la mia energia. Dove la trovo? Probabilmente dal rapporto con le persone (ride). Ho lavorato con tanti colleghi e con tutti è nato un rapporto di affetto e amicizia: da Roberta Morise ad Alessia Mancini, Monica Caradonna, Carolina Rey, fino a Federico Quaranta, che considero quasi un fratello. Con tutti ho sempre cercato di creare un clima positivo, non sono mai stato interessato alla visibilità o a essere al centro dell’inquadratura. Dove mi metti, sto.

Qual è il luogo per ritrovarsi e ricaricarsi?

La mia ricarica naturale sono mia moglie e i miei figli. Nel lavoro viaggio tantissimo: treni, aerei, macchine. Quando torno a casa cerco l’opposto. Mi godo la cena, il pranzo in famiglia, un libro, un momento tranquillo. Anche in vacanza difficilmente torno nei posti dove ho lavorato, perché altrimenti non stacco mai.

Cosa vuol lasciare al pubblico dopo una puntata di “Linea Verde”?

Vorrei arrivasse l’autenticità dell’Italia. Esiste ancora il cibo genuino, ma bisogna avere voglia di cercarlo. Quando vai direttamente dal produttore, in un mercato o in una bottega, c’è un rapporto umano che non trovi nei grandi sistemi. È quella la forza dell’Italia: il saluto, la piazza, il mercato, il produttore che ti conosce. Questa è una cosa che all’estero spesso fanno fatica a comprendere.

Come vive questa nuova esperienza con “Linea Verde”?

È un anno molto particolare per me. Ho perso mio padre prima di Natale e a settembre compirò 50 anni. Mi sento diventato adulto in tutti i sensi. Condurre “Linea Verde” è stato un regalo, un’opportunità con un significato speciale. Quando ero piccolo mio padre mi regalò un trattore. In qualche modo penso che gli avrebbe fatto piacere vedermi oggi raccontare questo mondo. È una soddisfazione che avrei voluto condividere con lui.