PEPPONE CALABRESE
Nell’Italia delle osterie
Su Rai 1, dal lunedì al venerdì alle 12.00, il viaggio di Peppone Calabrese racconta l’Italia delle province e delle comunità locali: luoghi dove il cibo diventa memoria, accoglienza, economia di vicinanza e gesto d’amore verso il territorio
Che Italia state raccontando in questa stagione?
Raccontiamo l’Italia della provincia, che passa attraverso la cucina italiana come patrimonio culturale dell’umanità, attraverso le sue osterie e quello che le osterie rappresentano dentro un territorio. C’è la loro economia, che è un’economia circolare, di vicinanza verso chi produce, verso gli artigiani, e poi resta l’Italia della vacanza, con i servizi che raccontiamo. L’osteria è interessante perché noi le abbiamo portate in studio, ma con i nostri quattro inviati siamo andati anche nei territori, a conoscere quello che fanno, la loro comunità. È un racconto olistico della cucina nell’osteria, dei produttori e dei viaggi legati alla vacanza degli italiani.
Quanto conta entrare nelle case degli italiani proprio nel momento in cui si pensa al pranzo, alla convivialità, alla pausa?
Il cibo è convivio, è stare insieme, è condivisione. È anche il desiderio di compiere un gesto d’amore verso chi si siede a tavola. Cucinare è un gesto d’amore anche rispetto al territorio, perché quando cucini e quando fai la spesa decidi se una persona può restarci o meno, in maniera felice. Fare la spesa è un atto politico, non partitico: significa decidere se alimentare o meno l’economia di un territorio.
Cosa rappresenta per lei l’osteria italiana?
Io sono un oste, ho un’osteria. Per me l’osteria è una finestra su un territorio. È un modo per raccontare un luogo, perché la prima domanda che fanno i visitatori e i turisti quando arrivano è: dove posso mangiare qualcosa di tipico? L’osteria è una finestra, ma dentro ci sono anche le persone che devono raccontare quel territorio. È un modo per vederlo davvero. Nell’osteria ci sono le persone che si incontrano e lì si racconta anche uno stile: il linguaggio, il dialetto, il paraverbale, la cultura. Quando si parla di cibo e di osteria non si parla soltanto dell’atto del mangiare, ma di una narrazione. La provincia italiana è anche questo. È un’arte e, come tale, deve essere celebrata, come la letteratura, la musica, la storia.
Che cosa la emoziona di più quando incontra queste realtà?
Riuscire ad ascoltare e a far parlare quelle persone che normalmente non hanno voce, perché sono impegnate a far parlare le loro mani. Questo è ciò che mi interessa di più. Hanno desiderio di raccontarsi ma sono troppo impegnate a lavorare. Quando arriviamo noi, se riusciamo a fare un passo indietro per far raccontare loro quello che fanno, restituiamo valore a un sapere che viene tramandato di padre in figlio. Loro sono i padri del territorio: con il loro lavoro hanno disegnato quei paesaggi, li hanno coccolati, li conoscono, li preservano e li tutelano. Sono veri testimonial, oltre che custodi. Conoscono i fatti, i soprannomi, quello che succede e perché succede. Bisogna affidarsi a loro per raccontare davvero un luogo.
In un tempo in cui si parla tanto di turismo esperienziale, quanto può essere potente una tavola apparecchiata per far conoscere davvero un borgo, una costa, una comunità, una valle?
Per fare turismo esperienziale bisogna conoscere il territorio. Per farlo in maniera autentica, senza spettacolarizzare, serve una conoscenza profonda. Serve anche la capacità di raccontarlo senza edulcorare, perché l’autenticità viene sempre a galla. Se provi a costruire qualcosa ad arte, ci si accorge subito che è finto. Bisogna essere orgogliosi e consapevoli. Per costruire orgoglio e consapevolezza bisogna essere felici sul proprio territorio, e per esserlo serve sostenibilità: culturale, ambientale, ma soprattutto economica. L’intento deve essere questo: essere autentici, evitare la spettacolarizzazione e portare valore, economia e giusto prezzo.
C’è una storia incontrata in questi viaggi che le è rimasta particolarmente addosso?
Ce ne sono tante, alcune le ho raccontate anche nel mio libro (“L’Italia che ho visto”, Rai Libri). Quella che mi viene in mente adesso è la storia di alcuni ragazzi di Tramonti, in Costiera Amalfitana, che stanno portando avanti la musica popolare. Nella musica popolare c’è tanto racconto: c’è quello che siamo e come siamo. C’è, per esempio, questa tammurriata che è sostanzialmente un inno alla difesa del territorio. Arrivavano le navi e loro battevano sui tamburi, cantando per intimidire e per far sentire questo messaggio: stiamo arrivando, stiamo difendendo il territorio. Immaginate che scena evocativa.
Che cosa vorrebbe che restasse agli spettatori dopo questo viaggio quotidiano dentro l’Italia delle osterie?
Vorrei che restasse l’idea che si può viaggiare in maniera consapevole. La bellezza dei territori passa anche dai racconti e dalle mani delle persone che quel territorio lo vivono. C’è il viaggio di chi resta: un viaggio di chi non subisce il territorio in maniera passiva, ma inverte il paradigma e lo vive in modo proattivo. È un’attitudine al voler bene al proprio territorio.