LORENZO RICHELMY

La parte più vera di sé

Una star di successo costretta a fare i conti con il proprio passato e con le maschere costruite nel tempo, ma anche una attenta riflessione sul mestiere dell’attore e sull’importanza di restare fedeli a sé stessi: «A volte l’uomo non è all’altezza del ragazzo». Un dialogo con il protagonista della commedia “Meglio tardi che mai”, tra carriera, fragilità e speranza, dove il cambiamento viene visto come un’opportunità di crescita: «La speranza è continuare a credere che il futuro possa riservarti colori migliori»

Iniziamo con la presentazione di Marco e in quale momento della sua vita lo incontriamo?

È un giovane attore italiano di grande successo, per quanto si possa essere “giovani” nel panorama italiano, che vive un momento di forte notorietà. Lo incontriamo probabilmente all’apice della sua carriera, in un momento di fama, ma anche di grande narcisismo, di strafottenza, di arroganza, un atteggiamento che a volte si ritrova in chi fa il mestiere dell’attore. Forse, però, sono atteggiamenti che vanno di pari passo, una persona più è sola, più tende a essere arrogante.

Una conseguenza o un rischio?

Secondo me vanno a braccetto, non credo che una sia causa o conseguenza dell’altra. Se scegli la strada del narcisismo arrogante, si spalanca la strada della solitudine, e più si è soli e sempre più è facile rimanere in questa condizione. Sono due vasi comunicanti. Nella mia esperienza personale, quando mi è capitato di sentirmi troppo pieno di me stesso, ho avuto la fortuna di avere accanto persone care che me lo hanno fatto notare, aiutandomi a ritrovare equilibrio.

Marco, nel film, si confronta con il proprio passato. Da dove nasce questa presa di coscienza?

In realtà non nasce da una scelta volontaria, perché gli arriva addosso una vera e propria tempesta mediatica. All’inizio lui non pensa davvero a fare pace con il proprio passato, vuole piuttosto sfruttarlo per uscire da quel momento difficile. Poi però, nel corso della storia, si rende conto che le sue radici rappresentano molto di più della maschera che si è costruito negli ultimi anni. Ha rinnegato una parte autentica di sé, le sue radici, poi scopre che proprio quella parte era ciò che lo faceva stare bene. L’immagine che si è creato per lavoro, invece, è ciò che lo ha portato a stare male e, in qualche modo, anche alla rovina. All’inizio sembra una crisi solo professionale, ma andando avanti capisce che è qualcosa di molto più profondo.

Che cosa rivela a Marco il nuovo incontro con Arianna?

Gli dà la possibilità di ritrovare sé stesso, di confrontarsi con il ragazzo che era stato: con i suoi sogni, il suo carattere, il modo in cui guardava il mondo da adolescente. C’è una frase molto bella che Arianna gli dice: “A volte l’uomo non è all’altezza del ragazzo.” Siamo abituati a pensare che crescere significhi migliorare, diventare una versione più completa di noi stessi. Però non sempre è così, a volte la vita ci indurisce, ci rende più cinici, più freddi. Ragazzi pieni di cuore diventano adulti molto diversi da ciò che erano. Marco, grazie ad Arianna, ha l’occasione di riconciliarsi con quel sé adolescente e di capire quanto se ne fosse allontanato.

Questa storia l’ha portata a riflettere anche sul mestiere dell’attore?

Assolutamente sì. È uno dei motivi per cui ho accettato questo ruolo, giocare sul tema dell’attore, mettersi a nudo, tra l’altro per me per la prima volta in commedia romantica, e affrontare temi sociali importanti, come quello del carcere. E per quanto riguarda il lavoro dell’attore, sono riflessioni che mi toccano personalmente, come dicevo prima, ho avuto la fortuna che le persone vicine mi hanno fatto capire la brutta piega che stavo prendendo.

Quando se n’è accorto, che cosa ha provato?

La prima reazione è sempre il rifiuto. Ti dici: “Non è vero, sono gli altri che sbagliano, sono invidiosi.” È istintivo provare a scaricare fuori da sé la responsabilità. Quando riesci a vivere del lavoro che hai sempre sognato, inevitabilmente nasce anche un certo orgoglio. Il rischio è trasformarlo nell’idea di fare una vita migliore degli altri, ma poi, crescendo capisci che questo mestiere è molto più complesso, fragile e complicato di quanto sembri. Ti rendi conto di quanto sia difficile avere una serenità mentale stabile, soprattutto nel lungo periodo. All’inizio, quando sei giovane, tutto sembra facile, quando sei nel momento della tua vita in cui senti la necessità di una vita più stabile, tranquilla, vorresti creare una tua famiglia, è pesante dipendere sempre dalle decisioni di altri. Fortunatamente amici di cui mi fidavo molto mi hanno aiutato ad aggiustare il tiro (ride).

Prendendo spunto dal suo personaggio, come reagirebbe, nella vita, agli imprevisti del destino?

Ne ho avuti parecchi, in passato tendevo a chiudermi, a nascondermi. Poi ho capito che il segreto è continuare a camminare. Qualunque cosa accada, anche la più grave, restare fermi nella preoccupazione non cambia nulla, il cosiddetto “piangere sul latte versato” non dà la soluzione. Bisogna darsi il tempo di metabolizzare quello che succede, senza reagire in modo impulsivo, ma poi bisogna andare avanti. Prima mi sarei vergognato, avrei abbassato lo sguardo, oggi cerco di guardare avanti, di continuare il mio percorso, magari più lentamente, ma senza fermarmi.

Che cosa le sta insegnando questo lavoro?

Che si vive sempre su una montagna russa, ma che non si smette mai di imparare e che non puoi mai sentirti arrivato. Se trasli questo concetto nella vita, è un lavoro che mi ha insegnato ad assumere sempre la postura dello studente. C’è sempre qualcuno da ascoltare, qualcosa da capire.

Ha fatto molto teatro, una profonda scuola di umanità. Come si confronta con quest’arte?

Per me il teatro è terapeutico, quello che raccontiamo nel film io ci credo tantissimo. Viviamo in un’epoca in cui tutto è filtrato dai social, dall’immagine, dal bisogno di apparire sempre perfetti, al contrario il teatro ti spoglia, costringendo a mostrarti per quello che sei. Gli spettacoli più belli sono estratti di vita vera, e sono spesso dolorosi. E la forza terapeutica del teatro sta proprio nel fatto che ti fa capire che nessuno ce l’ha davvero con te, non esistono il cattivo assoluto o il buono assoluto. Le persone fanno del male perché hanno le loro fragilità, le loro ferite, non perché siano “cattive” per natura. Il teatro aiuta a comprendere questo e ti obbliga a confrontarti con gli altri. Alla fine, quasi sempre, ne esci più sereno e con uno sguardo più fiducioso verso il mondo.

“Purché finisca bene” racconta storie che ruotano attorno al lieto fine. Che cosa le piace di questo tipo di racconto?

È la prima volta che faccio una vera commedia romantica. Ho interpretato tanti personaggi cupi, oscuri, thriller, stavolta invece mi sono ritrovato dentro una favola, una storia che porta leggerezza, ma che affronta anche temi importanti. Ed è proprio questa, secondo me, la forza del film: parlare di questioni profonde senza appesantirle. È una chiave narrativa molto potente.

Concludo chiedendole che valore ha la speranza nella sua vita?

Per me la speranza è diversa dalla fede. La fede implica aspettare qualcosa dall’alto; la speranza invece è più concreta, più umana. È scegliere di credere che le cose possano migliorare. Per me il cambiamento è quasi sempre positivo, anche quando all’inizio fa paura. La speranza è continuare a immaginare che il futuro possa ancora sorprenderci con colori nuovi, magari persino migliori di quelli che conosciamo oggi.