EDOARDO SYLOS LABINI

Quattro vite fuori dall’ordinario nel racconto del Novecento

 

Su Rai 3 è partita la nuova stagione di “Inimitabili” programma che intreccia memoria, teatro e documentario per rileggere quattro protagonisti della cultura italiana tra identità, contraddizioni e attualità

 

 

“Inimitabili” è tornato con una nuova stagione dedicata a quattro figure centrali del Novecento: da dove nasce oggi l’esigenza di raccontare proprio queste personalità?

Siamo alla terza stagione, quindi il format è ormai consolidato: raccontare personaggi del Novecento che hanno lasciato un segno profondo nella cultura italiana. In questa serie partiamo anche da due anniversari importanti. Il primo è quello dei vent’anni dalla scomparsa di Alida Valli, a cui mi lega anche un rapporto personale: ho debuttato a teatro proprio con lei, trentun anni fa, nel suo ultimo spettacolo, e da lì è nata anche un’amicizia. Parliamo di una delle più grandi attrici italiane di sempre. Il secondo anniversario è quello dei venticinque anni dalla morte di Indro Montanelli, una firma controcorrente del giornalismo italiano. A questi si aggiungono Pier Paolo Pasolini ed Ettore Petrolini. Pasolini è stato raccontato molte volte, ma noi lo affrontiamo da una prospettiva diversa, legata al recupero dell’identità culturale: il poeta eretico che si oppone al mondo globalizzato. Petrolini, invece, è colui che rivoluziona il linguaggio teatrale, anticipando i futuristi e, in un certo senso, il teatro dell’assurdo.

Il programma intreccia documentario storico e interpretazione teatrale: come si costruisce questo equilibrio tra rigore e narrazione?

È una cifra stilistica che mi appartiene. In programmi come “Inimitabili” e “Radix” porto avanti un modo diverso di raccontare: conduco recitando. Sono contemporaneamente giornalista, divulgatore e interprete, perché do voce direttamente alle parole dei protagonisti. È proprio questo equilibrio tra rigore e interpretazione a definire il linguaggio del programma.

La stagione si apre con Alida Valli: che ritratto emerge di una diva che ha attraversato epoche e contraddizioni, tra Italia e scena internazionale?

La sua vita attraversa la prima parte del Novecento. È la diva dei “telefoni bianchi” durante il fascismo, diventa famosissima giovanissima, soprannominata “la fidanzata d’Italia”. Poi va a Hollywood, dove lavora con Orson Welles, ma decide di lasciare quel mondo, arrivando a pagare una penale pur di svincolarsi dal contratto. Torna in Italia e diventa protagonista di film fondamentali, come “Senso” di Luchino Visconti. Ma la sua storia incrocia anche la cronaca: è coinvolta come testimone nel “Caso Montesi”, uno dei primi grandi casi di cronaca nera italiana. Raccontiamo quindi non solo la grande attrice, ma anche tre capitoli cruciali della storia del Paese.

Nel caso di Pier Paolo Pasolini, figura ancora oggi divisiva, come si restituisce la sua voce senza tradirne la radicalità?

Pasolini è un eretico, ma anche un autore che costruisce consapevolmente la propria immagine. Critica il mondo della televisione, ma allo stesso tempo ne diventa protagonista; è contro i salotti, ma li frequenta. È un personaggio straordinario anche per questa contraddizione. In qualche modo ricorda Andy Warhol: costruisce la propria poetica anche attraverso la propria immagine pubblica.

La puntata dedicata a Indro Montanelli attraversa un intero secolo: che tipo di giornalista emerge e quanto è attuale oggi il suo sguardo?

È attualissimo. In un contesto in cui spesso il giornalismo è condizionato da editori o da appartenenze politiche, Montanelli ha sempre rivendicato un unico padrone: i lettori. È arrivato a lasciare i giornali che aveva fondato o in cui lavorava quando non si riconosceva più nella linea editoriale. Oggi è più difficile trovare giornalisti davvero liberi: il suo esempio resta un punto di riferimento.

In che modo il linguaggio comico di Ettore Petrolini parla ancora al pubblico contemporaneo?

Il suo linguaggio è modernissimo: da lui derivano interpreti come Totò, Alberto Sordi e Gigi Proietti. Emergono, nel programma, anche aspetti biografici poco conosciuti: da ragazzo viene mandato in riformatorio dopo una rissa. Cresce nei vicoli di Roma ed è lì che costruisce il suo teatro. Il suo rapporto con il fascismo è ambiguo: vi aderisce, ma allo stesso tempo lo sbeffeggia, come nella celebre maschera di Nerone, che diventa una caricatura del potere.

Il racconto si arricchisce di materiali d’archivio e testimonianze: quanto è importante oggi il lavoro sulla memoria nella costruzione di un prodotto televisivo?

È fondamentale. Le Teche Rai rappresentano un patrimonio straordinario della storia del nostro Paese. Spesso gli autori riescono a recuperare materiali inediti, lettere, fotografie, documenti che non sono nemmeno conosciuti dagli studiosi. Nella puntata su Petrolini, ad esempio, emergono lettere tra lui e Mussolini mai viste prima.

Dopo aver attraversato queste quattro vite fuori dall’ordinario, cosa le resta, anche a livello personale e professionale?

È stato un viaggio importante. Sto lavorando sempre più su questo confine tra teatro e televisione, anche attraverso il mio giornale “Cultura e Identità”. Cerco di restituire la memoria di quei personaggi che hanno costruito l’immaginario culturale italiano. In un certo senso mi sento un tramite: vado a recuperare le loro voci e a riportarle nel presente.