UMBERTO BROCCOLI

Raccontare il Novecento oggi

 

Dalla radio alla televisione, passando per più linguaggi e piattaforme, il maestro costruisce un racconto della memoria fondato su materiali autentici e chiarezza narrativa. Da “Successo. Storie e voci dal Novecento” su Rai Radio 1 ai progetti televisivi su RaiNews24, Rai Italia, Rai 2 e Rai Storia, tra cui “Amarcord” con Alessandra Solarino e il nuovo “Questa è la Storia”, emerge un metodo: ricostruire il passato per capire il presente, senza nostalgia e con rigore

 

 

Partiamo da “Amarcord” su RaiNews24, insieme a Alessandra Solarino: cos’è oggi, in televisione, il racconto della memoria?

Non è nostalgia, né celebrazione del passato. È una ricostruzione storica. Utilizziamo documenti, filmati d’epoca, materiali delle teche per raccontare cosa accadeva davvero in quegli anni, quali erano i contesti culturali e produttivi. Non prendiamo un frammento per dire “quanto era bello”, ma lo inseriamo in un racconto che aiuta a capire il Paese. È un lavoro di selezione e di responsabilità, perché ogni immagine, ogni sequenza, deve essere contestualizzata. Senza questo passaggio, il rischio è di trasformare la memoria in un’operazione nostalgica, mentre il nostro obiettivo è esattamente l’opposto: restituire complessità.

Quanto è importante, oggi, tornare alle immagini originali per comprendere davvero la nostra storia?

È fondamentale. Non facciamo ricostruzioni, ma utilizziamo immagini originali: i telegiornali dell’epoca, i materiali autentici. Quelle immagini restituiscono il punto di vista di allora, il modo in cui i fatti venivano raccontati. Guardare quelle immagini significa entrare dentro un tempo, capire non solo cosa è accaduto, ma come veniva percepito. È un passaggio decisivo per chi vuole leggere davvero la storia e non limitarsi a una sintesi superficiale.

Arriviamo a “Questa è la Storia. Il Novecento a 45 giri”, prossimamente su Rai Storia, nato anche dal suo libro: perché scegliere la musica come chiave per raccontare un secolo?

Perché la musica racconta perfettamente il tempo in cui nasce. Le canzoni sono una chiave di lettura straordinaria: dentro ci sono le contraddizioni, i cambiamenti, le emozioni di un’epoca. Non sono solo intrattenimento, ma veri strumenti di interpretazione. Una canzone riesce a restituire il clima di un periodo in modo immediato, diretto, spesso più efficace di molte altre forme narrative.

Le canzoni possono diventare veri e propri documenti storici?

Assolutamente sì. Pensiamo al 1978: dopo anni di forte tensione politica, emerge il cosiddetto “riflusso” e la musica lo racconta chiaramente. Oppure “Nel blu dipinto di blu”, che simbolicamente apre al boom economico. Le canzoni intercettano e restituiscono il clima di un tempo, spesso meglio di altri documenti, perché parlano alle emozioni collettive e ne diventano una traccia riconoscibile.

In studio con lei Ada Nardacchione e Simona Vanni: che tipo di racconto state costruendo e quale ritmo avrà il programma?

È un racconto costruito a più voci. Confrontiamo uno stesso anno da prospettive diverse e utilizziamo le canzoni come punto di partenza per ricostruire tutto il resto: fatti storici, costume, società. Il ritmo è quello di un viaggio dentro un anno preciso, che prende forma attraverso suoni, immagini e testimonianze originali. È un racconto dinamico, ma sempre fondato su una struttura solida.

Se dovesse scegliere una canzone simbolo per raccontare il Novecento, da dove partirebbe?

Partirei da “In cerca di te”. È un brano che racconta bene lo spirito del Novecento: una ricerca continua, un’umanità che attraversa le difficoltà e prova comunque ad andare avanti. Dentro c’è il desiderio di ricostruire, di ritrovare qualcosa, l’amore, un senso, una direzione. È una sintesi perfetta di un secolo fatto di crisi, ma anche di ripartenze.

Torniamo alla radio: “Successo. Storie e voci dal Novecento” su Rai Radio 1. Cosa può fare ancora oggi la radio che altri mezzi non riescono a fare?

La radio ha un’immediatezza unica. Arriva ovunque, in tempo reale, ed è un mezzo estremamente dinamico. Ma soprattutto è autentica: non ha bisogno dell’immagine. Conta quello che dici, non come appari. È una forma di comunicazione diretta, senza filtri, che lascia spazio all’immaginazione e crea un rapporto molto forte con chi ascolta.

Se dovesse sintetizzare il filo che unisce questi progetti, qual è oggi, secondo lei, il modo più efficace per raccontare la storia?

Essere semplici. E attenzione: semplice non significa facile. La semplicità richiede studio, selezione, capacità di sintesi. Devi conoscere a fondo ciò che racconti per renderlo comprensibile a tutti, anche ai più giovani. È questa la vera sfida: mantenere rigore e profondità senza perdere chiarezza.

Con Rai Italia è seguito anche molto all’estero. Che valore assume portare il racconto della memoria agli italiani nel mondo?

È un valore enorme. Gli italiani all’estero hanno un legame fortissimo con la nostra storia e la nostra cultura. Raccontare il Novecento anche per loro significa mantenere vivo quel legame, offrire strumenti per riconoscersi e ritrovare le proprie radici, anche a distanza. È un modo per continuare a sentirsi parte di una comunità, anche quando si è lontani.