Riccardo Bocchini

Uno spazio infinito

 

L’architetto e scenografo di Sanremo 2026 ci guida dietro le quinte del Festival: tra materiali mai visti in Tv, palchi asimmetrici e la sfida di trasformare un teatro storico in una macchina tecnologica che muta in tempo reale

 

 

Cosa significa per lei tornare sul palco dell’Ariston?

Tornare a Sanremo dopo il 2017 è stato un impatto notevole; la realtà del Festival è totalmente cambiata. Essere qui ancora quest’anno rappresenta l’ennesima sfida: presentare un’idea nuova, un’immagine inedita. Devo ringraziare il Direttore Artistico per la fiducia; ogni anno cerco di superare i miei limiti, modificando e innovando costantemente.

Ci spiega il concept della nuova scenografia del Festival?

Quest’anno il fulcro del progetto è l’espansione dello spazio. La mia grande soddisfazione è stata realizzare un palco asimmetrico, ovvero una scena capace di trasformarsi radicalmente, passando dal “tutto nero” al “tutto bianco”. Tutto questo è possibile grazie a una tecnologia sempre più avanzata, con materiali di nuova generazione che rispondono in modo eccellente alle esigenze illuminotecniche della parte superiore della struttura.

Qual è l’equilibrio tra regia, grafica e tecnologia?

Rispetto allo scorso anno, abbiamo stretto un legame ancora più forte con la regia, individuando insieme al regista nuove collocazioni per le telecamere e integrando profondamente il comparto grafico e fotografico tramite il sistema “Magic”. Il lavoro è iniziato più di due mesi fa, dopo aver analizzato ogni singola canzone. La scena sarà dotata di numerose motorizzazioni, permettendo alla scenografia di mutare conformazione in base alla performance, modificandosi persino durante l’esibizione stessa o trasformando il retroscena in tempo reale.

La magia del “Piccolo Buco” dell’Ariston

C’è un paradosso tipico di Sanremo: chi entra in teatro per la prima volta dice sempre: “Ma come, me lo immaginavo più grande!”. L’Ariston è un teatro di vecchia generazione, complicato e piccolo; se lo paragoniamo ai grandi stage mondiali, è un “piccolo buco”, ma è pieno di magia. Per lo spettatore televisivo, però, l’effetto sarà opposto. Quest’anno abbiamo inserito delle linee architettoniche che avvolgono l’intera scenografia, studiate appositamente per dare un senso di ampiezza e profondità.

Ricerca sui materiali e il ruolo del “Servo di Scena”

Come architetto, sono attentissimo all’evoluzione dei materiali. Per il 2026, abbiamo utilizzato all’ingresso della scena un materiale mai usato prima in televisione e l’effetto sarà sorprendente. Dico sempre che lo scenografo è il “servo di scena”: siamo al servizio della musica, della regia, della fotografia e dell’audio. Abbiamo persino progettato una parte della scena che si apre meccanicamente per facilitare l’ingresso rapido di pianoforti e batterie, ottimizzando il lavoro di tutti i professionisti sul palco.

Come si arriva dalla “carta” al palco?

Fare scenografia in Italia è come per un chirurgo operare: c’è un’attenzione spasmodica, tutti chiedono e vogliono sapere. Questo regala soddisfazione ma anche il timore di non essere all’altezza dell’anno precedente.