SVEVA SAGRAMOLA & EMANUELE BIGGI
Il pianeta nel salotto di casa
“Geo” è una pietra miliare della divulgazione televisiva, punto di riferimento di un pubblico che sceglie di ascoltare, approfondire, incontrare la bellezza. Il segreto del successo? «La voglia di raccontare la natura e la vita come una rivista da sfogliare e risfogliare» affermano i conduttori, consapevoli come il ruolo di servizio pubblico del programma, sia proprio quello di «contribuire a formare negli spettatori una coscienza ecologica, fornire strumenti per capire il nostro ruolo nel mondo e il valore delle nostre azioni». Dal lunedì al venerdì alle 16.15 su Rai 3
Un successo che il tempo non scalfisce ma fortifica, qual è il segreto di “Geo”?
SVEVA: “Geo” è un programma molto amato perché riesce ad intrattenere in modo garbato, regalando serenità allo spettatore, proponendo un intrattenimento colto e pieno di bellezza. È un programma curato nei minimi dettagli, frutto di un grande lavoro di squadra. I documentari che mandiamo in onda raccontano la natura selvaggia e anche il rapporto con l’ambiente di persone che curano la terra, che la amano e la proteggono, e negli approfondimenti in studio accanto alle criticità raccontiamo sempre le soluzioni possibili.
EMANUELE: Il mio personale punto di vista è che “Geo” sia una trasmissione amata perché non ha mai rincorso mode e “ansie narrative” di un certo tipo di televisione, che non ci appartengono. Non è un segreto, ma un metodo se mai basato sulla ricerca di contenuti solidi, a volte pure profondi, e con ospiti competenti nelle loro materie. Informazione e divulgazione che cerchiamo di portare a tutti in modo normale, non bacchettone, “come se fossimo assieme nel salotto di chi ci guarda” come mi ha insegnato il nostro autore Vittorio Papi appena entrai a “Geo”. Forse l’unico vero segreto è proprio quello che dietro non ci sono “divismi”, ma voglia di raccontare la natura e la vita come una rivista da sfogliare e risfogliare.
Cosa vi appassiona, a distanza di anni, di questo progetto?
EMANUELE: La cosa che personalmente apprezzo di più è la possibilità di riuscire a veicolare a tantissime persone anche messaggi importanti di convivenza, conservazione della natura, e della possibilità di avere un’umanità migliore in un format che non è necessariamente per addetti ai lavori. Poter parlare di una specie a rischio di estinzione tra un documentario su una località segreta del Molise ed un angolo di cucina tradizionale, significa che quel messaggio potrà raggiungere tante persone che un programma più specifico magari non avrebbe raggiunto. Anzi, crea proprio, secondo me, quella connessione tra i fatti naturali e quelli umani, che sono indissolubilmente legati gli uni agli altri.
SVEVA: La possibilità di contribuire a formare nel pubblico una coscienza ecologica, dare strumenti per capire il nostro ruolo nel mondo e il valore delle nostre azioni come motori di cambiamento per un mondo più giusto.
Siete una coppia molto affiatata, qual è il segreto di questo legame?
SVEVA: Emanuele è rimasto una persona e non è mai diventato un personaggio. È immune dal narcisismo che spesso la tv innesca nei conduttori di successo. È un grande fotografo naturalistico e un biologo; appena può scappa in cerca di corsi d’acqua dove poter fotografare le rane, che con tutti gli anfibi, sono tra i suoi animali preferiti, insieme ai rettili e agli insetti; non tutti sanno che canta e compone musica heavy metal, forse la cosa più lontana che io possa immaginare dai miei gusti, ma è un compagno di lavoro straordinario, allegro, affidabile, preparatissimo, e tra noi non c’è mai stata competizione, perché entrambi lavoriamo per un progetto e non per il nostro ego.
EMANUELE: Io e Sveva ci siamo piaciuti da subito, da quando in quel lontano pomeriggio di giugno 2013 entrai nella redazione di “Geo” per un primo colloquio conoscitivo. Con lei e con gli autori ci fu subito un bel feeling. Io e Sveva siamo forse in parte diversi (lei di certo non ascolta musica metal come il sottoscritto!!) ma solidamente simili nei valori che ci appartengono, come la correttezza professionale, la voglia di fare sì che tutta la trasmissione sia bella, non solo il nostro cantuccio. Aggiungo che siamo complementari in quello che è il nostro ruolo all’interno della trasmissione. Non c’è prevaricazione e non c’è divismo tra di noi. Arriviamo in studio, ci si chiede come va, a volte ci raccontiamo problemi personali e piccole vittorie quotidiane e poi via, si inizia con la trasmissione con un sorriso, sapendo che di fianco c’è una persona di cui fidarsi sempre.
Cosa significa essere divulgatori televisivi nell’era dei social, che ha portato la narrazione ad alta velocità?
EMANUELE: Penso che il medium televisivo sia necessariamente ormai collegato anche ai social, se non altro attraverso i vari profili in cui i telespettatori comunque interagiscono. Fino a non molto tempo fa, il massimo che poteva accadere dopo uno spazio che era particolarmente piaciuto e dispiaciuto ai telespettatori, era che la redazione poteva ricevere qualche lettera, telefonata e più recentemente e-mail da qualche persona particolarmente volenterosa. I social hanno aperto completamente la connessione tra chi è “dentro” e chi è “fuori”. Per me questo non è necessariamente un male. È vero che magari un certo pubblico predilige ormai l’informazione superficiale ed effimera di un social, ma è anche vero che dai social si può avere un riscontro in tempo praticamente reale dell’apprezzamento o meno di una parte del programma. Permette di riflettere anche qualitativamente su quanto si è fatto nel bene e nel male. È un nuovo modo di intendere la comunicazione che non si ferma più, come un tempo alla mera intervista in studio, perché ora avvertiamo più velocemente quello che le persone pensano di quello di cui si è discusso.
SVEVA: Sarebbe un errore inseguire il pubblico dei social attraverso il mezzo televisivo, sono due platee distinte che hanno linguaggi diversi: della tv, sui social, possono andare solo frammenti, mentre chi si siede di fronte ad un programma ha un altro senso del tempo ed è disposto ad ascoltare, ad approfondire, a pensare in un modo diverso.
Verso i trent’anni di trasmissione per Sveva, dodici per Emanuele, che cosa significa vivere con “Geo” accanto?
SVEVA: Significa avere disciplina, ed una quotidianità scandita da regole ed orari molto precisi, a volte limitanti. Se anche hai una giornata difficile, al momento di andare in onda in diretta devi essere concentrato e presente a te stesso, lasciare fuori i problemi, e dare moltissime energie al pubblico che ti guarda da casa, ai tuoi ospiti, al gruppo di lavoro che si fa in quattro perché tutto vada per il meglio. Ma è come una terapia, perché quando smetti di lavorare e torni al tuo problema lo vedi dopo essertene distaccato per un po’ e a volte questo restituisce forza e lucidità. E poi c’è il grande privilegio intervistare ospiti autorevoli e imparare ogni giorno qualcosa di nuovo.
EMANUELE: “Geo” per me è stato un vero cambiamento di come organizzavo la mia vita, anche perché ormai, da dodici anni, faccio avanti e indietro dalla mia Genova a Roma tutte le settimane per nove mesi l’anno circa. Il lunedì lascio la mia famiglia e la mia casa per arrivare a Roma. È diventata una sorta di routine che è parte della mia vita lavorativa. Vivere con “Geo” significa sapere che parto ogni settimana con l’idea di poter raccontare a quanta più gente possibile la natura che mi appassiona, le battaglie per la salvaguardia del pianeta e di noi con esso. E questo mio spostamento mi è più lieve quando per strada qualcuno mi ferma e mi dice “caro Emanuele, tu e Sveva siete sempre nei miei pomeriggi e mi tenete compagnia come se foste di famiglia”.
Qual è il tratto della vostra personalità che più emerge nella conduzione di “Geo”?
EMANUELE: Forse a questa domanda dovrebbe rispondere chi mi conosce e mi guarda, come mia moglie o la mia famiglia in generale, ma spero che il tratto che esce di più sia la mia forsennata e cieca passione per la natura. Al di là di questo, spero che emerga un’immagine di me positiva, perché di negatività il mondo ne ha già fin troppa! Alcune volte mio padre (che non è certo imparziale nel giudizio) dice che emerge anche il mio lato più scherzoso ed ironico, la qual cosa non mi disturba affatto!
SVEVA: Di me credo che emerga la curiosità e l’interesse per le culture del mondo e le persone, non a caso mi sono laureata in antropologia culturale!