Fausto Maria Sciarappa

La responsabilità della vita


L’attore racconta il suo ingresso nella serie cult, il personaggio di Luciano La Rosa e le tensioni che porta alle Molinette: dalla modernizzazione dell’ospedale ai conflitti personali, passando per la medicina pionieristica degli anni Settanta, il ruolo delle donne, il teatro oggi e le sfide dell’intelligenza artificiale nel mestiere dell’attore. La terza stagione di “Cuori” è in onda la domenica su Rai 1

 

 

 

“Cuori” è diventata nel tempo un piccolo gioiello, quasi una serie cult, grazie a una narrazione molto curata e a un alto livello di realizzazione. Com’è iniziato il suo viaggio all’interno della serie?

Il mio viaggio è cominciato con una telefonata del regista, Riccardo Donna, con il quale avevo già lavorato per molti anni nella serie “Fuoriclasse”, iniziata nel 2009, tre stagioni girate a Torino. Quando mi ha chiamato dicendomi che aveva un ruolo per me, quello del nuovo primario, non ho avuto alcun dubbio. Conoscevo già “Cuori”, la struttura del cast e quella narrativa, e poi tornare a lavorare a Torino, città alla quale sono molto legato anche per ragioni familiari, e ritrovare Riccardo, gran parte della troupe e alcuni attori che conoscevo già, è stato un grande piacere. Quando poi ho letto la sceneggiatura, la prima impressione è stata più confermata. La storia è molto forte e il personaggio del nuovo primario ha un peso narrativo importante.

Chi è Luciano La Rosa? Quali sono gli elementi più forti di questo personaggio?

Luciano La Rosa arriva alle Molinette e cambia completamente gli equilibri dell’ospedale. È un professionista serissimo, un neurochirurgo specializzato nella gestione dei reparti, questo gli permette di diventare primario anche di cardiochirurgia. Vince il concorso grazie alle sue capacità e a un obiettivo molto chiaro: far funzionare al meglio il reparto. Fin dal suo arrivo si rende conto che in passato ci sono state dinamiche che non lo convincono e decide di intervenire con decisione, rivoluzionando molte cose. Questo avrà un impatto forte sugli affezionati della serie, perché inizialmente il personaggio può risultare spiazzante. Mostra subito una grande stima per il dottor Ferraris, interpretato da Matteo Martari, mentre ha più difficoltà nei rapporti con la dottoressa Brunello e con altri colleghi. Una delle sue decisioni più forti, dichiarata apertamente già nella prima puntata, è quella di modernizzare l’ospedale, rendendolo laico e togliendo alle suore il ruolo di gestione del reparto.

Oltre all’aspetto professionale, c’è anche una dimensione più intima e personale…

Luciano porta con sé un senso di colpa enorme, legato a un errore del passato che ha creato una frattura profonda nella sua famiglia, in particolare nel rapporto con la moglie. Questo peso lo accompagna per tutta la stagione e lui farà di tutto per cercare una forma di redenzione. È una parte molto delicata del personaggio, che verrà sviluppata nel corso degli episodi.

“Cuori” racconta anche una medicina pionieristica, fatta di visione e di coraggio, in un’epoca – gli anni Settanta – in cui mancavano molti strumenti e certezze scientifiche. Che riflessione le suscita questo aspetto?

Mi viene da pensare che in quegli anni ci fosse forse più libertà di sperimentare, meno controllo politico e burocratico. Non voglio dire che oggi non esistano medici straordinari, perché ci sono eccome, ma probabilmente allora c’era una maggiore meritocrazia e una visione più orientata al bene comune. Oggi temo che, in alcuni casi, la visione sia più legata al profitto o agli interessi di pochi. Detto questo, sono convinto che anche oggi esistano menti illuminate, ma spesso sono limitate da chi detiene il potere politico ed economico.

Indossare il camice, anche solo per finzione, l’ha fatto riflettere sulla responsabilità emotiva di un medico?

Moltissimo. Ho sempre paragonato medici come cardiochirurghi o neurochirurghi ai piloti di Formula 1, uno fra tutti Michael Schumacher: devono avere una freddezza assoluta. L’esperienza aiuta, certo, ma bisogna riuscire a isolarsi completamente dall’emotività. Parliamo di millimetri, o anche meno, da cui può dipendere una vita. Immaginare un medico che opera un proprio familiare è qualcosa di quasi inconcepibile. Non so davvero come si possa affrontare una situazione del genere. Io, nel mio piccolo, già a una partita di calcio perdo la calma facilmente: con un bisturi in mano sarebbe impossibile.

La terza stagione ci porta negli anni Settanta, un periodo di grandi trasformazioni sociali. Come entra questa rivoluzione culturale nella serie e nel suo personaggio?

Entra molto, soprattutto nel rapporto tra Luciano La Rosa e la dottoressa Brunello. Lui è un uomo intelligente, ma inevitabilmente figlio di una cultura patriarcale. A un certo punto toglie i fondi alla ricerca della dottoressa perché teme che, essendo donna, prima o poi possa fermarsi per maternità. È una visione che oggi riconosciamo come sbagliata, ma che purtroppo non è del tutto superata nemmeno adesso. Personalmente sono sempre stato un femminista convinto, ho sempre trovato assurdo che certi comportamenti siano accettati negli uomini e stigmatizzati nelle donne. E ancora oggi, sentire certi discorsi da parte di persone che ricoprono ruoli istituzionali è davvero sconfortante.

Se potesse viaggiare nel tempo, ci sarebbe un’epoca che le piacerebbe attraversare?

Mi piacerebbe vedere il mondo prima dell’invasione delle automobili. Anche solo la fine dell’Ottocento, con le città piene di persone a piedi, qualche carrozza, un tram. Guardare quelle vecchie foto di Roma mi affascina moltissimo.

Oggi invece viviamo l’era dell’intelligenza artificiale. Come la vede, soprattutto per il suo lavoro?

Credo che ci sia da avere paura finché non interviene il legislatore. Il rischio che vengano utilizzati volto e voce di un attore senza consenso è enorme. Bisogna tutelare la proprietà dell’immagine e dell’identità artistica. Spero davvero che si arrivi presto a regole chiare.

Ha attraversato teatro, cinema e televisione. Come vive questi tre mondi?

Il teatro, purtroppo, è fermo da un paio d’anni, ed è un grande dispiacere. Con Gianmarco Tognazzi e Renato Marchetti stavamo portando in giro “L’onesto fantasma”, uno spettacolo che avevamo commissionato a Edoardo Erba come omaggio a un amico che era mancato, che oggi però ha un problema di distribuzione. Quella del palcoscenico dal vivo è un’emozione unica, irripetibile.

A cosa sta lavorando ora?

Ho appena finito di girare un film per la Rai, “Il Marciatore”, che andrà in onda in occasione del Giorno del Ricordo. Racconta la storia di Abdon Pamich, campione olimpico e figlio di esuli istriani. È un progetto a cui tengo molto. Poi dovrebbe andare in onda anche la terza stagione de “I casi di Teresa Battaglia”, ma i palinsesti sono ancora in fase di definizione. Per il resto, torno a casa a fare il papà: è il lavoro più impegnativo di tutti (ride).

A proposito de “Il Marciatore”…

Dal punto di vista sportivo, i risultati di Abdon Pamich parlano da soli. È stato più volte campione europeo nel corso della sua carriera, oltre che campione italiano, raggiungendo l’apice con la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo del ’62. Dal punto di vista umano, si rimane letteralmente a bocca aperta quando si ascolta ciò che ha dovuto subire in prima persona. Noi raccontiamo la sua storia, ma è anche la storia di tutti gli esuli, di tutti coloro che sono stati costretti a fuggire dalla propria terra — Fiume, l’Istria, la Dalmazia — per sfuggire all’oppressione del potere politico di quel momento. È una storia che spesso non conosciamo abbastanza e che ha bisogno di essere raccontata.